venerdì, 30 ottobre 2009
Ogni tanto mi viene la nostalgia e vengo a guardare. Anche perché solo qua posso leggere qualcosa che valga la pena leggere, uhm.
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categoria:nostalgia
martedì, 27 ottobre 2009
KaputtEsistono libri che bisogna leggere al momento giusto. E così è stato per me con “Kaputt” di Curzio Malaparte. Ho deciso di leggerlo, dopo essere stato conquistato dal saggio che Milan Kundera gli dedica in "Un incontro". L’ho finito, in un crescendo di avidità che non provavo da tempo di fronte a un romanzo. Se avessi letto “Kaputt” molti anni fa, come è accaduto con “La pelle”, non avrei compreso a fondo la forza di questa straordinaria opera letteraria che oltre sessant’anni fa inaugurava un filone che oggi va tanto di moda pure in Italia, la no-fiction. Allora sarei stato condizionato da schemi politici che mi avrebbero portato a valutazioni poco adeguate alla forza del libro. Ora provo a definire qualcuna sensazione (più che riflessione), a prima botta, senza starci a riflettere più di tanto.
"Kaputt” fu scritto durante la seconda guerra mondiale e racconta la guerra. Una parte del fascino di quest’opera è anche nella sua natura di testimonianza in corpore vivo. Il lettore deve fare lo sforzo di mettere tra parentesi la conoscenza che oggi abbiamo di quegli avvenimenti, dell’Olocausto, di quel crepuscolo dei falsi dèi che fu la fine del nazi-fascismo. Malaparte termina “Kaputt” nel settembre 1943, ignora quindi tutto quello che accadrà dopo. Hilter è ancora in sella. Lo sbarco in Normandia è lontano a venire.
Ma “Kaputt” trascende la sua storicizzazione. Vive di vita propria perché è un affascinante affresco del male umano, mescolato alla leggerezza stupida dei potenti, al dolore aristocratico della fine di un mondo, alla nostalgia per una natura viva e di un’arte immortale, alla voglia di riscatto che deve nascere dalla distruzione. Malaparte è abilissimo, proprio laddove lo si potrebbe accusare di ridondanza, di prosa d’arte, di furbizie giornalistiche, di retorica spicciola. Ma sarebbe un giudizio superficiale. E’ vero Malaparte sembra scrivere di getto, senza limature. Forse è anche così, ma il suo talento è capace di far crescere il disordine come macerie vive. I suoi racconti inseriti in una trama che non esiste sono un’eredità che discende da Rabelais, Cervantes o da Diderot, ma con un alone tragico, di tragedia epocale. E poi ha una capacità di modulare i registri narativi che riesce a conservare una sua riconoscibilità stilistica, una sua voce. Ci sono storie sconcertanti, la cui forza nasce dal contrasto tra tragedia e commedia, tra titanismo e ridicolo, altre tenere, qualcuna comica, ma tutte contamiante da un senso di putrido, di disfatto che percorre tutto il libro.

Ecco, comunque, qualche piccolo saggio, dedicato a Napoli che nel libro è il gran finale. Solo tre esempi:

1.

Una turba silenziosa di gente scendeva verso di me dai vicoli e dalle scale che dalla Via Santa Lucia salgono verso il Pizzofalcone e il Monte di Dio. Era la misteriosa turba dei lèmuri e dei mostri che vivono rintanati nelle grotte, nei cortili, e nei “bassi” di quel rione di Napoli, in fondo ai cento oscuri vicoli che formano il labirinto del Pallonetto. Venivano verso di me stretti in gruppo, come un esercito che marci all’assalto di una rocca munita. Camminavano lenti e muti, in quel deserto silenzio che precede lo schianto delle prime bombe, nell’atterrita solitudine che attorno a loro creava lo stesso carattere sacro delle loro orribili deformità. Erano torme di sciancati, di storpi, di zoppi, di gobbi, di monchi, di culs-de-jatte, di quei “mostri” cha a Torino son custoditi, fuori d’ogni sguardo umano, nella misericordiosa solitudine del Cottolengo. La guerra li toglieva alla loro religiosa clausura nel fondo delle case, dove la pietà, il sacro orrore, la superstizione del popolo e il pudor familiare, li celavano per tutta la vita, condannati al buio e al silenzio. I “mostri” scendevano lentamente, aiutandosi l’un l’altro, seminudi, vestiti di stracci, i volti contratti da una smorfia che non era di paura, ma di odio e di gloria.

 

2.

E a Napoli, proprio a Napoli, nella più infelice, affamata, umiliata, abbandonata, torturata città d’Europa, nella più miseranda città d’Europa, ecco che udivo pronunciare la parola “sangue” con religioso timore, con sacro rispetto, con un profondo senso di carità, con quell’alta, pura, gentile, innocente voce con la quale il popolo napoletano pronunzia le parole mamma, bambino, cielo, Madonna, pane, Gesù, con la stessa innocenza, la stessa purezza, con lo stesso gentile candore. Da quelle bocche sdentate, da quelle labbra pallide e consunte, il grido: “’O sangue! ‘O sangue!” si alzava come una invocazione, come una preghiera, come un nome sacro. Secoli e secoli di fame, di servitù, di barbarie togata, impaludata, incoronata e unta, secoli di miseria, di colera, di corruzione, di vergogna, non erano riusciti a soffocare in quel popolo miserabile e nobilissimo il sacro rispetto del sangue.

 

3.

“Maledette mosche!” dissi.

“Eh, proprio così,” disse l’uomo facendosi vento col giornale “maledette mosche!”.

“Perché non fate la lotta alle mosche, anche a Napoli? Da noi, nell’Italia del Nord, a Milano, a Torino, a Firenze, perfino a Roma, i comuni hanno organizzato la lotta alle mosche. Non c’è più neppure una mosca nelle nostre città”.

“Non c’è più nemmeno una mosca a Milano?”.

“No, neppure una mosca. Le abbiamo ammazzate tutte. È una cosa igienica, si evitano le infezioni, le malattie”.

“Eh, ma anche a Napoli abbiamo fatto la lotta alle mosche, anzia abbiamo addirittura fatto la guerra alle mosche. Son tre anni che facciamo la guerra alle mosche”.

“E allora, come mai ci sono ancora tante mosche, a Napoli?”.

“Eh, che volete, signore: hanno vinto le mosche!”.

 

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venerdì, 02 ottobre 2009
copj13.aspMa che brutto libro questo "Il giorno prima della felicità" di Erri De Luca (Feltrinelli). Inutile, svagato, aggrovigliato, senza avere la capacità di dire qualcosa oltre le ritrite frasi sentenziose e le metafore bislacche, che mandano in estasi le maestrine di pallide letture. De Luca erri, erri assai. Riposati, fatti una bella scalata, riposati per una ventina d'anni, ossigenati la mente, e poi siediti a scrivere.

Sull'uso del dialetto, poi, non è il caso di spendere troppe parole: una parodia.

p. s. Pure qui il protagonista si tira una pippa. Sceglie un altro posto insolito. Questa volta è nel cratere del Vesuvio, nientedimeno. Ipse dixit a pagina 48: "Sul bordo del vulcano, finita la salita, mi accorsi che si era gonfiato il sesso. Mi staccai da don Gaetano con la scusa di fare un bisogno. Con pochi passi in discesa nel cratere mi rinchiusi nel fitto della nuvola e mi svuotai la voglia, spargendola sopra la cenere compatta". La voglia? A sarebbe venuto di scrivere la "coglia", con l'accrescitivo che ne consegue.

Per farmi leggere un altro libro di De Luca mi devono pagare e pagare assai.
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