Sono sempre stato incuriosito dai tentativi di storicizzazione della letteratura fatta in corpore vivo. Sono prove anfibie, metà critica militante, metà, appunto, analisi storica. Non posseggo un patrimonio lessicale che mi consenta di fare lo specioso o di dettare regole. Leggo. E, poi, se ne ho voglia, scrivo. La curiosità mi spinge a confrontarmi con argomenti che credo di conoscere perché li frequento fuori dai libri. Così è per la narrativa meridionale e, nella fattispecie, napoletana. Forse anche perché vivo a Napoli o forse solo perché vivo a Napoli. Se abitassi a Novara forse me ne fregherei. E già, questo è il punto. La nuova narrativa del Sud, quella nata a metà degli anni novanta, è molto autoreferenziale, anzi troppo. Dopo aver letto “Uccidiamo la luna a Marechiaro” di Daniela Carmosino, ne sono ancora più convinto. Ed è autoreferenziale pure la critica (militante o accademica che sia).
Non voglio stare a infierire sul linguaggio che l’autrice usa. Però qualche “eccellenza” ve la devo concedere, giusto per farvi capire dove vanno a parare i professorini cresciuti a pane e Asor Rosa. Tra parentesi: anche a me, a suo tempo, è stato inflitto il terribile manuale scolastico di Asor Rosa, per fortuna per capirci qualcosa della letteratura italiana aveva il buon Petronio. Insomma eccovi una, una sola, delle definizioni della Carmosino: “La tecnica dello straniamento, tesa a depotenziare le stereotipate situazioni ‘meridionali’ a tinte forti, costeggia il metanarrativo nell’allocuzione al lettore che tira le fila e glossa in clausola”. Vabbé, sarà roba tecnica, precisa lessicalmente, ma a me fa ridere. E parla come mangi. La “glossa in clausola” è pure cacofonica. Mammamà.
Veniamo al sugo. Immagino che la Carmosino non pretenda di esaurire con questo suo libretto tutto il discorso sulla nuova narrativa meridionale, perché si limita a scrivere sostanzialmente di quattro o cinque autori. E di alcuni in modo insistente. Parla e riparla di Antonio Pascale, fino alla noia, che a me non sembra proprio il più emblematico. Certo dà qualche chiave per capire anche scrittori bravi come il palermitano Roberto Alajmo e Giuseppe Montesano. Però manca un’organicità nell’approccio. Si ha l’impressione che abbia messo assieme in modo un po’ troppo rapido schede di libri scritte in tempi separati. Una sorte di adattamento di una tesi di laurea o di crudo materiale accademico raccolto in qualche convegno di cui non si è avuto i soldi per pubblicare gli atti. Insomma si capisce poco dove voglia andare a parare. Forse da nessuna parte, perché la storia della letteratura ha ben poco di oggettivo, come insegnano i veri storici della letteratura. E la critica militante, quando milita davvero, è per sua natura soggettiva. Quindi non si esce dal vicolo cieco del dualismo: mi piace/non mi piace. In verità, i veri storici e i veri critici qualche ragno dal buco lo cavano, ma con questo libricino siano lontani dalla vera critica e dalla vera storia.
La Carmosino prova a tracciare delle linee, delle tendenze e dei percorsi, ma si impegola in vecchie e logore faccende, come il rifiuto della napoletanità. Ma è una storia obsoleta. Roba che serviva per polemiche da gazzette già nel dopoguerra e ci ha rotto le scatole per decenni. Ma che significa napoletanità? Sì, lo so, i cliché, la pizza, il mandolino, la luna a Marechiaro. Ma, via, è roba per turisti. Lo capisce chiunque abbia conservato un po’ di buonsenso. Dico di più, esiste da tempo un’altra oleografica altrettanto turistica (ad uso dei tg e, quindi, a discendere, dei viaggiatori) ed è quella della violenza, della camorra e di gomorra, di Scampia e degli scippatori, del Male. E’ vero che la Carmosino questo aspetto, questa riluttanza di alcuni scrittori verso questi nuovi cliché, lo affronta. Ma è lo schema contrappositivo a essere uno strumento poco efficace. A chi sta a strologare sulla napoletanità io replico sempre con una battuta di Massimo Troisi: “Sono napoletano e non devo dimostare niente a nessuno”.
La nuova narrativa del Sud (napoletana nella fattispecie) è un prodotto editoriale. Perché poi, ciascuno scrive quello che sente, come lo sente e, se è bravo, va al di là del piccolo mondo dal quale proviene. Macondo cos’è in fondo? Un villaggio caraibico della Colombia e, nel bene e nel male, è diventato universale. Cosa sarebbe la Mancia senza Don Chisciotte? E che cosa sarebbero le piccole città della Francia settentrionale senza Simenon. Sono paesaggi e miraggi. Napoli è un paesaggio e un miraggio. Gli scrittori (i veri scrittori) ci vivono dentro e lo raccontano. Poi gli editori creano le etichette e gli accademici le riprendono nei loro libri.







Non so perché mi ostino a leggere i libri di Erri De Luca. È