lunedì, 17 agosto 2009
Uccidiamo la luna a Marechiaro

Sono sempre stato incuriosito dai tentativi di storicizzazione della letteratura fatta in corpore vivo. Sono prove anfibie, metà critica militante, metà, appunto, analisi storica. Non posseggo un patrimonio lessicale che mi consenta di fare lo specioso o di dettare regole. Leggo. E, poi, se ne ho voglia, scrivo. La curiosità mi spinge a confrontarmi con argomenti che credo di conoscere perché li frequento fuori dai libri. Così è per la narrativa meridionale e, nella fattispecie, napoletana. Forse anche perché vivo a Napoli o forse solo perché vivo a Napoli. Se abitassi a Novara forse me ne fregherei. E già, questo è il punto. La nuova narrativa del Sud, quella nata a metà degli anni novanta, è molto autoreferenziale, anzi troppo. Dopo aver letto “Uccidiamo la luna a Marechiaro” di Daniela Carmosino, ne sono ancora più convinto. Ed è autoreferenziale pure la critica (militante o accademica che sia).

Non voglio stare a infierire sul linguaggio che l’autrice usa. Però qualche “eccellenza” ve la devo concedere, giusto per farvi capire dove vanno a parare i professorini cresciuti a pane e Asor Rosa. Tra parentesi: anche a me, a suo tempo, è stato inflitto il terribile manuale scolastico di Asor Rosa, per fortuna per capirci qualcosa della letteratura italiana aveva il buon Petronio. Insomma eccovi una, una sola, delle definizioni della Carmosino: “La tecnica dello straniamento, tesa a depotenziare le stereotipate situazioni ‘meridionali’ a tinte forti, costeggia il metanarrativo nell’allocuzione al lettore che tira le fila e glossa in clausola”. Vabbé, sarà roba tecnica, precisa lessicalmente, ma a me fa ridere. E parla come mangi. La “glossa in clausola” è pure cacofonica. Mammamà.

Veniamo al sugo. Immagino che la Carmosino non pretenda di esaurire con questo suo libretto tutto il discorso sulla nuova narrativa meridionale, perché si limita a scrivere sostanzialmente di quattro o cinque autori. E di alcuni in modo insistente. Parla e riparla di Antonio Pascale, fino alla noia, che a me non sembra proprio il più emblematico. Certo dà qualche chiave per capire anche scrittori bravi come il palermitano Roberto Alajmo e Giuseppe Montesano. Però manca un’organicità nell’approccio. Si ha l’impressione che abbia messo assieme in modo un po’ troppo rapido schede di libri scritte in tempi separati. Una sorte di adattamento di una tesi di laurea o di crudo materiale accademico raccolto in qualche convegno di cui non si è avuto i soldi per pubblicare gli atti. Insomma si capisce poco dove voglia andare a parare. Forse da nessuna parte, perché la storia della letteratura ha ben poco di oggettivo, come insegnano i veri storici della letteratura. E la critica militante, quando milita davvero, è per sua natura soggettiva. Quindi non si esce dal vicolo cieco del dualismo: mi piace/non mi piace. In verità, i veri storici e i veri critici qualche ragno dal buco lo cavano, ma con questo libricino siano lontani dalla vera critica e dalla vera storia.

La Carmosino prova a tracciare delle linee, delle tendenze e dei percorsi, ma si impegola in vecchie e logore faccende, come il rifiuto della napoletanità. Ma è una storia obsoleta. Roba che serviva per polemiche da gazzette già nel dopoguerra e ci ha rotto le scatole per decenni. Ma che significa napoletanità? Sì, lo so, i cliché, la pizza, il mandolino, la luna a Marechiaro. Ma, via, è roba per turisti. Lo capisce chiunque abbia conservato un po’ di buonsenso. Dico di più, esiste da tempo un’altra oleografica altrettanto turistica (ad uso dei tg e, quindi, a discendere, dei viaggiatori) ed è quella della violenza, della camorra e di gomorra, di Scampia e degli scippatori, del Male. E’ vero che la Carmosino questo aspetto, questa riluttanza di alcuni scrittori verso questi nuovi cliché, lo affronta. Ma è lo schema contrappositivo a essere uno strumento poco efficace. A chi sta a strologare sulla napoletanità io replico sempre con una battuta di Massimo Troisi: “Sono napoletano e non devo dimostare niente a nessuno”.

La nuova narrativa del Sud (napoletana nella fattispecie) è un prodotto editoriale. Perché poi, ciascuno scrive quello che sente, come lo sente e, se è bravo, va al di là del piccolo mondo dal quale proviene. Macondo cos’è in fondo? Un villaggio caraibico della Colombia e, nel bene e nel male, è diventato universale. Cosa sarebbe la Mancia senza Don Chisciotte? E che cosa sarebbero le piccole città della Francia settentrionale senza Simenon. Sono paesaggi e miraggi. Napoli è un paesaggio e un miraggio. Gli scrittori (i veri scrittori) ci vivono dentro e lo raccontano. Poi gli editori creano le etichette e gli accademici le riprendono nei loro libri.

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sabato, 15 agosto 2009

copj13.aspNon so perché mi ostino a leggere i libri di Erri De Luca. È  il mio lato masochistico. O forse sono attirato dalla brevità che istiga l’istinto del collezionista. Ho letto un altro libro, e vabbé. Potevo pure farne a meno. Se mettete insieme tutto quello che ha scritto De Luca non fate un romanzo di Moravia. Ed escono tre o quattro libri all’anno, quasi come Andrea Camilleri che, però, non se la tira tanto come fa De Luca.

A suo tempo, giusto vent’anni fa, mi piacque molto il romanzetto d’esordio, “Non ora, non qui”. Uno stile asciutto che però lasciava già presagire quello che De Luca sarebbe diventato dopo: un profeta spicciolo con una prosa sentenziosa fatta per piacere chi crede che mettere insieme un ossimoro sbilenco, una metafora inusuale, faccia molto chic.

Così questa striminzita raccolta di racconti, “L’isola è una conchiglia”, ha tutti i pregi (pochisismi) e i difetti (a valanga) delle opere precedenti di De Luca. No starò a fare il piccioso, basta sfogliare a caso per trovare espressioni come questa: “i maestrali arruffavano le onde”. Ma una frase del genere la può scrivere solo un poeta della domenica. Il libretto è pieno di questa roba, come del resto gli altri libri di De Luca. A ogni pagina sembra dire: ahò, io ci ho una sensibilità tremenda, io vedo cose che voi umani non potreste immaginare. Ma insomma, ma insomma.

L’apice questa volta De Luca lo tocca a pagina 42. Leggete: “Una notte feci l’amore in acqua al largo, avevo gambe da nuoto per reggere anche lei e galleggiavamo a forza di spinte”. Ma dai, Erri’? Questa è una vanteria da Bar Sport, per stupire i compagni di una bevuta, che manco ti credono, o da raccontare a qualche signorina passatella che vuoi portarti a letto.

Ma dopo è peggio: “Una volta ho spremuto il seme da solo per pura felicità di solitudine, giù da uno scoglio salito fino in cima. Stanco di nuoto, irrigidito di freddo ero montato lassù dove c’erano spine, lucertole, sterco di gabbiani e la terra scottava. Misi la schiena sull’aspro suolo e il calore mi prese tra il sole di sopra e il terreno riarso. Il fiato si allargò profondo, il sesso s’inorgoglì di una sua gioia e il seme rotolò nelle polvere alla cieca”.

Uè, De Luca, tu una pippa ti sei fatta e ne stai facendo una poesia scema. Spremere il seme? E che cos’è un limone? Il sesso s’inorgoglì? Essì, l’orgoglio del cazzo. Ma come ti vengono certe espressioni? È pudore? Una pippa è una pippa è una pippa, potremmo dire parafrasando la Stein. E hai pure scelto un posto scomodo assai per sparartela.

La verità è che De Luca vuole spacciare stronzi per babà, versandogli sopra un’abbondante dose di rumma. Ma chi ha il naso allenato la sente lo stesso la puzza di merda.

postato da: roquentin alle ore 10:22 | Permalink | commenti (6)
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