domenica, 31 agosto 2008

Napoli CentraleE' cominciata la stagione calcistica e non è finita quella balneare, anche se i cretini non vanno mai in ferie. Oggi a Napoli Centrale è stato varato il campionato più brutto del mondo.
Leggete qui. E meno male che Hamsik ha salvato la partita.
La foto è tratta da www.ansa.it.

Aggiornamento 1 settembre, ore 12,58

E li presidente Aurelio De Laurentiis li difende. Forse non è stato informato di tutte. Leggete ancora qui. Urge chiarimento. Altrimenti siamo oltre i pensieri maliziosi e le insinuazioni. Siamo alle conferme.

Aggiornamento 2 settembre, ore 11,22

E poi il presidente del Napoli così rettifica.

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categoria:sport, stupidità
domenica, 31 agosto 2008

Samuel BeckettPerché scoraggiarsi? Uno dei ladroni fu salvato: è una buona percentuale.

Samuel Beckett

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categoria:religione
sabato, 30 agosto 2008

Oscar WildeTutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi a insegnare.

Oscar Wilde

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categoria:scuola
venerdì, 29 agosto 2008

Ezra PoundL'uomo è un organismo ultracomplicato. Se è destinato all'estinzione, scomparirà per mancanza di semplicità.

Ezra Pound

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categoria:semplicità
giovedì, 28 agosto 2008
Anima LatinaBe', per una mia forma stralunata di par condicio, all'elogio di Bruce Springsteen, deve seguire quello di Lucio Battisti, soprattutto di quello abbracciato a Pasquale Panella. Ma lo farò in forma di classifica, di doppia classifica, anzi, no di tripla. La top ten mogoliana, quella panelliana e quella generale. Devo premettere che mi è costata molta fatica decidere: troppe le esclusioni dolorose.

Con Mogol

1. Due mondi.
2. La luce dell'est.
3. La canzone del sole.
4. I giardini di marzo.
5. Acqua azzurra, acqua chiara.
6. Ancora tu.
7. Anonimo.
8. Un'avventura.
9. Vento nel vento.
10. Con il nastro rosa.

Con Panella

1. Stanze come questa.
2. Don Giovanni.
3. I ritorni.
4. Ecco i negozi.
5. La sposa occidentale.
6. Specchi opposti.
7. Per nome.
8. Hegel.
9. La metro eccetera.
10. Almeno l'inizio.

Mogol-Panella (un ircocervo, specchi opposti)

1. Stanze come questa.
2. Due mondi.
3. Don Giovanni.
4. I ritorni.
5. Ecco i negozi.
6. La sposa occidentale.
7. La luce dell'est.
8. Specchi opposti.
9. Per nome.
10. La canzone del sole.

Per una par condicio a tre, prima o poi, mi toccherà fare un post su Mozart. L'angolo superiore della mia personale trinità musicale. Ma sarebbe troppo facile e troppo difficile.
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categoria:musica, miti
giovedì, 28 agosto 2008

HofmannsthalL'uomo comprende tutto, salvo ciò che è perfettamente semplice.

Hugo von Hofmannsthal 

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categoria:semplicità
mercoledì, 27 agosto 2008
Born in the U.S.A.Geoffrey Himes scrive sul "Washington Post" dal 1977 e si vede. Perché, finalmente, riesco a leggere un libro sulla musica rock decente, anzi bello, documentato e persino emozionante, che si legge tutto d'un fiato, dal quale ho imparato qualcosa di più su Bruce Springsteen, cambiando qualche mia idea fossilizzata dall'adorazione. Sto parlando di "Born in the U.S.A." (edizioni No Reply). Sono persino adeguati (e non come al solito molesti) i tre interventi italiani che corredano il testo originale: la prefazione di Gianluca Morozzi (che ben conosce le manie degli springstiniani doc) e i testi finali di Gianluca Brovelli (che ricostruisce la fatale infatuazione da teenager per Bruce) e di Carlo Dalla Chiesa (che racconta il primo concerto italiano, a San Siro, il 21 giugno del 1985).
Ebbene il libretto analizza il periodo più esaltante della carriera di Springsteen: quello tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. La tesi di Himes è che, contrariamente a quanto sostengono anche sotto tortura gli springstiniani duri e puri (me compreso), il disco migliore del ragazzo del New Jersey è proprio "Born in the U.S.A." e non "Born to run", e che la title track dell'album del 1984 è migliore persino di "Born to run" e "Thunder road" che da sempre si contendono al palma di "la canzone di Bruce".
Sebbene io sia tra i "bornturaniani", ho amato e amo "Born in the U.S.A." e da tempo sostengo che è l'album che contiene tutte belle canzoni. Non c'è un momento opaco (come qua e là succede in altri disci). Non a caso da "Born in the U.S.A." è stato tratto il maggior numero di singoli, praticamente quasi tutti. Da questo disco, che vendette in pochi mesi dieci milioni di copie, partì il successo planetario di Springsteen. Himes analizza quegli anni (dal 1981 al 1984) in cui il rocker americano scrisse un'infinità di canzoni che finirono prima nel cupamente sublime "Nebraska" e poi in "Born in the U.S.A.". Ma in tante per vedere la luce dovettero aspettare l'uscita, qualche decennio dopo, di "Tracks". Qualcuna fu eseguita solo dal vivo e poi recuperata discograficamente nei live. Diverse furono incise da altri, molte sono ancora inedite.
Il giornalista americano ricostruisce la complessa nascita della canzone che inizialmente s'intitolava "Vietnam", era molto verbosa e musicalmente più simile a quelle di "Nebraska". Ma presto Springsteen, con un rapido e esaltante percorso di maturazione che lo fece sempre più distaccare dal maestro Bob Dylan e avvicinare alla musica della sua giovinezza (Elvis Presley, innanzitutto), la trasformò in quello che oggi conosciamo. Il brano era addirittura pronto, così com'è, dal 1982. Ma aspettò due anni per essere pubblicato perché Springsteen voleva costruire un disco unico e compatto. E, ovviamente, ci riuscì.
"Born in the U.S.A." è la canzone (e l'album) della fine del sogno americano, del risveglio dopo la corsa. Bruce fa i conti con se stesso e con il proprio paese e capisce che qualcosa non va, che molto deve cambiare, ma l'America resta sempre il suo paese, con le sue corse in auto, le sue donne, il mito della Cadillac rosa, i bar, la worker class, la gente sfruttata, i reduci del Vietnam lasciati a sé stessi, il New Jersey e New York. La vita sua, i suoi sogni, la sua realtà, la sua musica e tutto quello che in questa musica c'è e ci sarà sempre. Eppure, eppure scopre che "nowhere to run", eppure eppure si ripete che bisogna sempre correre.
Himes sa raccontare anche il lato umano, persino comico, di Springsteen, analizzando la sua straordinaria capacità di intrattenitore durante i concerti. E chi ne ha visto almeno uno lo sa bene.
Il disco uscì nel giugno del 1984. Anno formidabile. La Apple lancia il primo Mac. In Canada c'è il primo caso conclamato di Aids, a giugno muore Enrico Berlinguer (una settimana dopo mi laureai, be' conta anche questo, no?), 'o Napule s'accatta a Maradona, Reagan è rieletto presidente degli Stati Uniti.

Ho scritto ascoltando: "Backstreets", "Thunder road", "New York City Serenade", "Pink Cadillac", "Highway 29", "Born in the U.S.A." (ovviamente), "Seeds" e "Indipendence day".
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categoria:musica, libri, miti
mercoledì, 27 agosto 2008

MurphyE' semplice rendere le cose complicate, ma è complicato renderle semplici.

Arthur Bloch

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categoria:semplicità
martedì, 26 agosto 2008
Stick out your tongueUn altro libretto sul Tibet. "Tira fuori la lingua" del cinese Ma Jian (Feltrinelli) è un viaggio fatto con uno spirito molto diverso da quello di Lawrence Osborne in "Shangri-La", di cui ho scritto qualche giorno fa. Povertà, ma soprattutto violenza. E la sensazione di essere precipitati in un altro universo, a tratti incomprensibile, popolato da divinità spietate, altro che amorevoli e pacificanti. Sono in tutto cinque racconti che, con la postfazione, fanno appena 70 pagine. Eppure sono costati all'autore la messa al bando dell'opera (nel 1987) e una forma di esilio tutto cinese: può tornare quando vuole, ma non può scrivere o svolgere qualsiasi attività pubblica. Jian vive ora a Londra ed è ritornato a Pechino per i Giochi Olimpici. Quale sia il suo attuale atteggiamento verso il proprio paese e il suo regime lo esprime in quest'intervista di una ventina di giorni fa a Federico Rampini.
Comunque sia, "Tira fuori la lingua" è un libretto duro, anche se non sempre bello. Jian ha viaggiato nel Tibet nel 1985. Già osteggiato dalle autorità di Pechino, cercava di ritrovare il senso della vita e anche della sua religione buddista. Trova altro. Una terra bella e disgraziata, fredda, inospitale, povera. E un popolo primitivo, ossessionato dalla religione e da riti crudeli, agli occhi di noi occidentali.
Ogni racconto, quasi sempre sospeso tra letteratura e resoconto di viaggio, comincia con le (per me) insopportabili descrizioni paesaggistiche che, però, in questo caso hanno una funzione narrativa essenziale, perché servono per costruire il contrasto tra la natura e gli uomini, tra la durezza di un clima estremo ma affascinante e una cultura estrema ma sconcertante. Poi Jian scivola sempre in descrizioni che oggi possiamo definire splatter: lo squartamento del corpo di una giovane donna incinta per la sua sepoltura celeste; una cena in una tenda a base di sangue rappreso di yak con un uomo che ubriaco ha fatto l'amore con sua figlia che aveva generato con la madre e che, quindi, gli è contemporaneamente sorella, figlia e amante, e che ora va a chiedere perdono in un lontano monastero; la morte nel ghiacchio di una giovane donna ritenuta l'incarnazione di un Lama, il corpo diventa trasparente e nelle sue viscere si vede nuotare un pesce. Questo e altro, che mi hanno ricordato, mutatis mutandis, la violenza di molte novelle del "Decamerone" (in particolare il racconto di Jian intitolato "La corona d'oro").
La scrittura è fredda e prende, quando prende, proprio per questo suo carattere. "Tira fuori la lingua" è stato messo al bando perché, secondo la censura cinese, "Ma Jian non è in grado di descrivere i grandi passi avanti compiuti dal popolo tibetano nella realizzazione di un Tibet socialista unito e prospero. Il ritratto del Tibet che esce da quest'opera sudicia e ignobile non ha nulla a che vedere con la realtà, e altro non è che il prodotto dell'immaginazione dell'autore e del suo desiderio ossessivo di sesso e soldi".
Nella postfazione, scritta da Jian nel 2005, è smontato l'infatuamento occidentale per una cultura che la maggioranza conosce attraverso un immaginario da agenzia di viaggio. Scrive, invece, Jian, dopo che ci mostrato sangue e miseria: "In Occidente ho incontrato molte persone che condividono la stessa idea romantica del Tibet che avevo io prima di vistarlo. Il bisogno di credere all'esistenza di un paradiso terrestre, un'utopia dove uomini e donne vivono in pace e armonia, sembra annidarsi profondamente in tutti quelli che sono insoddisfatti del mondo moderno. Gli occidentali idealizzano i tibetani credendoli un popolo gentile e pio, non sfiorato da bassi desideri e avidità. Nella mia esperienza invece possono essere brutali e corrotti quanto chiunque di noi. Idealizzarli equivale a negare la loro umanità".
Tirare fuori la lingua è il modo di salutare dei tibetani. Equivale a una stretta di mano.
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categoria:libri, miti
martedì, 26 agosto 2008

Ezra PoundTutti i grandi cambiamenti sono semplici.

Ezra Pound

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categoria:semplicità
lunedì, 25 agosto 2008

Bill Watterson"Non puoi aprire la creatività come un rubinetto. Devi essere nel momento giusto".
"E quale sarebbe?".
"Il panico dell'ultimo minuto".

Bill Watterson

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categoria:scrittura
domenica, 24 agosto 2008
Dante, lAd Andros abbiamo conosciuto un giovane albanese che si chiama Eddy, così ci ha detto. Da sei-sette anni fa il bagnino alla Gold beach di Kipri, molto frequentata dai giovani greci. Quando ha scoperto che eravamo italiani si è rivolto a noi nella nostra lingua, la parlava molto bene. Sei stato in Italia? gli ho chiesto. No. E come hai imparato l'italiano? incalzo. Indovina? ribatte. Dalla tv, faccio con un tono scontato. Come hai fatto a indovinare? replica meravigliato dalla mia prontezza. Tutti i giovani albanesi imparano l'italiano dalla tv. Qualche sera dopo, l'abbiamo incontrato di nuovo, in un bar di Gavrio. Aveva una stampella e una gamba fasciata. Sono caduto con la moto, ci ha spiegato. Beveva birra e guardava le gare delle Olimpiadi dal televisore a schermo piatto del bar.
Molti anni fa, a Torino, ho conosciuto Ismail Kadaré. Nel suo paese, l'Albania, c'era ancora il regime comunista, ma stava cadendo a pezzi, dopo il crollo del Muro di Berlino. Facemmo colazione insieme nel nostro comune albergo. Con noi c'erano dei sedicenti diplomatici. Kadarè parlava francese con lentezza ed era molto cauto nei suoi commenti, anche solo letterari. Era lo scrittore nazionale, esibito dal regime come un ambasciatore asservito, ma anche il simbolo di una speciale benevolenza che apparentemente gli consentiva di scrivere quello che voleva. Mentre mi parlava guardava più i suoi connazionali che me. Qualche mese dopo chiese e ottenne asilo politico in Francia.
Ho letto diversi suoi libri e trovo straordinari "Il palazzo dei sogni" (una grande metafora kafkiana e borgesiana della dittatura) e "La città di pietra" (un coinvolgente racconto della propria infanzia ad Argirocastro).  "Dante, l'inevitabile" (edito da Fandango) è un libretto del 2005 nel quale Kadaré riflette, per spunti, sul rapporto tra il maestro della "Divina Commedia" e il proprio paese. Ci sono anche delle riflessioni in cui Kadaré lascia capire la sua passione e la sua conoscenza di Dante. E' stato molto influenzato dalla lettura che del sommo poeta ha fatto Jorge Luis Borges. Aggiunge poco.
L'Inferno di Dante è stato molto amato nei paesi sottoposti all'impero sovietico. Tradotto (insieme alle altre due cantiche), letto e studiato. In Albania, in quegli anni, invece non è stato mai tradotto per intero. Ma c'era. Anche perché, come scrive Kadaré nel suo incipit, "il nostro pianeta è troppo piccolo per permettersi il lusso di ignorare Dante Alighieri. Sfuggire a Dante è impossibile come sfuggire alla nostra coscienza".
L'Inferno, per gli intellettuali dei paesi che vivevamo sotto il tallone russo, era una grande rappresentazione del loro mondo, dei Lager e dell'Arcipelago Gulag. Cerchi, gironi. Il più bel libro di Aleksander Solzenicyn s'intitola proprio "Il primo cerchio", non a caso. In Albania, scrive Kadaré, i cimiteri delle prigioni sembravano ispirati al modello dantesco: "In quelle sinistre necropoli giacevano i detenuti che la morte aveva colto durante la loro pena. In base alla legge albanese, quei morti dovevano scontare gli anni restanti lì, sotto terra, prima di poter essere sepolti come tutti. Solo al termine della pena le famiglie potevano recuparare le loro salme. Se nell'Inferno dantesco le anime pagavano per i peccati del corpo, in Albania erano i corpi a scontare le trasgressioni dell'anima".
Il breve saggio si chiude con quello che potrebbe essere l'inizio di un romanzo, un dialogo tra una prostituta albanese e un cliente italiano. Scrive Kadaré: "Come ti chiami? Beatrice... Beatrice? Anche da voi esiste questo nome o è un soprannome che ti sei scelta per il lavoro? No, Beatrice è il mio vero nome. In Albania è comune... Ma lo sai cosa evoca per noi italiani? Certo che lo so: la Beatrice di Dante. Ah lo sapevi... Certo che lo so. L'ho imparato a scuola...". Non è un colloquio, spiega lo scrittore, che vuole ridicolizzare le prostitute e i clienti, ma un modo per spiegare la diffusione del nome nel suo paese. E poi passa subito dal sesso alla morte. Negli anni Trenta del secolo passato, il nome Beatrice si è diffuso in Albania. Dopo la distruzione dei registri battesimali, i loro nomi sono rintracciabili negli archivi della polizia italiana e albanese, "principalmente sulle liste delle giovani annegate cercando di attraversare il mare per andare a prostituirsi in Italia. I loro nomi si leggono sulle targhe commemorative disseminate lungo la costa albanese, da dove partì la loro funesta traversata: Beatrice Hysa, Beatrice Kodheli, Beatrice Marku, Beatrice Brahimi, Beatrice X".
Eddy, il bagnino infortunato di Andros, non è mai stato in Italia. Forse ci verrò da turista, mi ha detto, perché voglio lavorare ancora per qualche anno in Grecia, poi farò un viaggio in Italia, ma alla fine torno in Albania, sono stanco di stare lontano da casa.
Magari leggerà Dante. Sicuramente continuerà a vedere molta tv.
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categoria:libri
domenica, 24 agosto 2008
Shangri-LaQualche tempo fa avevo messo mano a un libro di Lawrence Osborne, l'unico fino allora tradotto in Italia, "Il turista nudo", ma l'avevo messo subito da parte, dopo poche pagine. Mi dava fastidio il tono saccente e svagato, commentoso e spiazzante delle prime pagine. Basta, mi dissi. Un libro di viaggi è fatto per divertire, incuriosire, informare e, per chi ha visitato già i luoghi di cui parla, per ritrovare un'atmosfera, condividerla o arricchirla.
Poi m'è capitato tra le mani l'esile "Shangri-La" (Adelphi). Poco più di 50 pagine. Scritto di recente (accenna persino alla repressione cinese in Tibet della scorsa primavera) e subito tradotto da Matteo Codignola. Be', ho cambiato idea su Osborne. E' un libretto divertente, spiazzante, quasi un apologo della modernità e della globalizzazione, un racconto con quattro personaggi ben tratteggiati: il narratore, La l'autista tibetano e due guide cinesi, di cui una fervente cristiana. La è un autentico spasso: devoto buddista, ubriacone di vino zhang, fatto cioè di radici di erbe medicinali (peggio, a giudicare dagli effetti, del fungo peyote), cacciatore di grossi roditori che rosicchiano bandiere.
Ma più coinvolgente di tutto è proprio il Tibet. Osborne va alla ricerca della mitica città, Shangri-La, al centro dl popolarissimo romanzo "Orizzonte perduto" di James Hilton (da cui fu tratto un altro popolarissimo film). Ma è anche sulle tracce dei luoghi del vero "scopritore" di questo paese povero e incantato, l'austriaco Joseph Rock. In poche pagine, Osborne riesce a restituirmi, amplificandola, una sensazione che ho provato viaggiando, una quindicina di anni fa, in luoghi analoghi. Ovvero, il Sikkim, staterello indiano, tra il Nepal, il Bhutan e la Cina, abitato da numerosi profughi tibetani che, dopo l'invasione cinese del loro paese, hanno costruito qui bellissimi monasteri. Ne ho parlato tanto tempo fa in un post. E mi ha divertito saperne di più (un po’ di più) sui monaci dal cappello giallo (i Gelugpa). Ho ritrovato l’orribile tè al burro di yak e quella miseria incontenibile, dignitosa e indifferente, che circonda chiunque va da quelle parti. Ma anche la semplicità che fa unire la contemporeanità più consumista con la vita ascetica. Io, per esempio, conobbi un monaco, un rimpocé, cioè una specie di maestro, che aveva negli scaffali della sua libreria romanzi di Tom Clancy. Ad Osborne si rivolgono due cerimoniosi monaci per farsi aggiustare un lettore dvd, che, purtroppo, ha istruzioni in russo.
Il viaggio si conclude in un grande albergo di Chengdu, un’immensa città di otto milioni di abitanti, in un albergo che si chiama proprio Shangri-La (“cattedrale di vetro, acciaio e piante artificiali, fra gli accordi di un pianoforte a coda e le canzoni di Barry White”). La, circondato da alta tecnologia, tutta telecomnadi, persino il wi-fi in camera, preferisce dormire a terra senza neanche toccare le “mistiche dotazioni del bagno hi-tech”.
Chi vuole dilettarsi in speculazioni sociologiche e filosofiche ha licenza di farlo. E, per quanto mi riguarda, credo proprio che rimetterò mano a “Il turista nudo”.
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categoria:viaggi, libri
domenica, 24 agosto 2008

NietzscheL'incessante volontà di creazione è volgare ed è segno di gelosia, di invidia, di ambizione. Se si è qualcosa, non occorre propriamente far nulla - e tuttavia si fa molto.

Friedrich Nietzsche

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categoria:scrittura
sabato, 23 agosto 2008

Stanislaw Jerzy LecI plagiari hanno sonni tranquilli; la Musa che è donna, difficilmente farà sapere chi fu il primo.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:scrittura
venerdì, 22 agosto 2008

KilitoFra l'autoplagio ed il falsario, c'è tuttavia una differenza, e di statura. Il primo presto o tardi si fa smascherare. È soltanto questione di tempo. Il secondo, quando è scaltro, cioè quando padroneggia le regole della falsificazione, dissimula così bene i suoi maneggi ch'è quasi impossibile metterlo in imbarazzo, a meno che non faccia delle confessioni spontanee.

Abdelfattah Kilito

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categoria:scrittura
giovedì, 21 agosto 2008
Usain BoltVent'anni fa, al tempo della grande sfida tra Carl Lewis e Ben Johnson, facevo il tifo per quello sgorbio di giamaicano che correva sotto la bandiera canadese contro l'americano perfettino. Era troppo facile tifare per Lewis. Era l'Apollo dell'atletica, bello, forte, salutista, politicamente corretto ante-litteram. Troppo facile. Ben Johnson era invece muscoloso e tarchiato (rispetto a Lewis), era Dioniso (peggio come poi s'è visto). Aveva anche inventato quella partenza detta "a rana", che già il nome, e che, però, lo faceva vincere. Poi s'è scoperto che era dopato e gli hanno tolto le medaglie olimpiche e i record mondiali. A quanto dice Wikipedia ora vivrebbe a Licola. A Licola, capite. In pratica a Giugliano, come un negraccio qualsiasi, come un lenone nigeriano. Magari va a fare footing sul lungolago a Patria. Che storia.
Ora, in questi giochi olimpici di Pechino che non sto vedendo quanto vorrei, brilla un altro giamaicano che corre con la bandiera del suo paese, quella di Bob Marley e Peter Tosh, del reggae e della marijuana. Azz. E ha stabilito due record mondiali, 100 e 200 metri. E' allegro. Ama e balla proprio il reggae. E' Usain Bolt, con questo suo nome da detersivo marocchino e che invece significa, Bolt dico, fulmine. Un fulmine nero, anzi, secondo il suo nomignolo, è Lightning Bolt, Fulmine Splendente. Oggi, tra l'altro, è pure il suo compleanno. Compie 22 anni. Mamma mia, un criaturo. Auguri.
Bolt è la sintesi di Apollo e Dioniso, con quelle gambe che lo fanno volare, con un fisico asciutto, ma soprattutto con la gioia incontenibile e guascone che gli ha fatto guadagnare qualche rimbrotto dai mammasantissima dei Giochi. Corre con un laccio sciolto, incita gli avversari ad acciuffarlo, esulta poco prima del traguardo, non abbraccia i rivali, senza l'ipocrisia del finto decoubertinesimo. Balla, beve birra. E' un ragazzo che vuole divertirsi.
Ora i soliti spaccacapelli suggeriscono che nelle vittorie di Bolt e degli altri giamaicani ci sia una questione genetica. Verso i grandi campioni neri non è mai mancato un pizzico di razzismo. Li esaltano per denigrarli, ma questo è un altro discorso. Magari c'è anche chi ha in mente qualche insinuazione che non confessa. Ma io sarei felice se si scoprisse che i giamaicani prima di scendere in pista si fanno una canna, una sana canna. Umano, troppo umano.
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categoria:sport
giovedì, 21 agosto 2008
Un cuore così biancoJavier Marìas è uno scrittore straordinario e faticoso. Ho letto diversi suoi libri e qualcuno mi è rimasto sullo stomaco. Ma non "Un cuore così bianco" (Einaudi) che ho appena finito di leggere, stremato dalla complessità e dai furori di agosto rovente. Se solo provassi ad addentrarmi in un'analisi appena appena critica finirei per perdermi in un labirinto di parole. Non ve lo auguro. Però "Un cuore così bianco" è un gran libro, forse solo un po' meno coinvolgente di "Domani nella battaglia pensa a me".
Chi non ha mai letto Marìas farebbe bene a cominciare, senza però essere bulimico. Chi già lo conosce sa quanto si rischia di smarrirsi nei temi e nella prosa che lo scrittore spagnolo tira fuori dal suo cappello di artefice magico. Marìas è davvero insuperabile nella costruzione dell'intreccio, usando materiali molto scarni, e nella costruzione della struttura della frase, alternata tra paratattica e ipotattica, molto lunga e proustiana. Non voglio dilungarmi sulla trama. Dico solo che parla di amore, morte, matrimonio, memoria e di tanti altri dedalici percorsi psicologici che la tecnica raffinata e avvolgente (peggio del serpente Kaa nel "Libro della giungla" di Walt Disney, passatemi il paragone blasfemo) riesce a mettere nel pentolone del libro. Gente che guarda e che parla o grida dalla strada verso finestre illuminate. Madrid, New York, L'Avana. Persone che origliano attraverso porte socchiuse o che fissano incontri sessuali scambiandosi videocassette amatoriali con le quali mostrano parti del proprio corpo, anche intime. L'arte di tradurre: Juan il narratore è un interprete e lo è anche la moglie Luisa. Un padre mercante d'arte, fascinoso e misterioso che ha avuto più mogli. Un suicidio che apre le danze. Due falsari, padre e figlio. Desideri mai confessati. L'arte di tacere e quella di non sapere e non voler sapere.
Voglio solo fare due piccole annotazioni secondarie.
La prima. Il romanzo risale al 1991. Intreccia vari periodi: anni Cinquanta e fine anni Ottanta. Molto della costruzione narrativa si deve all'inesistenza in quegli anni (soprattutto negli anni Ottanta) dei telefonini. Suona strano oggi, leggendo un romanzo tutto sommato contemporaneo (non in costume, voglio dire), che i protagonisti non si scambino informazioni così pratiche (e spesso ingiustamente criticate dai pasdaran dell'anti-cellulare) come i "cara, sono in taxi, tra poco sarà a casa", "caro, quando parti?", "dove sei?", "sono qui". Se ci fossero stati i telefonini e i personaggi li avessero usati forse non ci sarebbe stato il romanzo. Così, credo, che in futuro certi intrecci, fatti di equivoci, attese e appuntamenti mancati, non potranno essere più scritti. Suonerebbero falsi. E compratevi un telefonino, così non perdete tempo e non ce lo fate perdere a noi.
La seconda. In un testo, "Vagare con la bussola", sempre di Marìas, in appendice al romanzo, tratto da un volume del 1993, lo scrittore accenna alla sua tecnica di lavoro. Quando comincia un romanzo, dice, non ha mai una mappa, piuttosto si muove seguendo le indicazioni di una bussola, quindi spesso divaga, si smarrisce, torna indietro. L'effetto per chi legge è quello di avere a che fare con un narratore molto abile. Non tutto quello che si scrive, spiega Marìas, deve essere succube della logica da romanzo poliziesco dove ogni dettaglio deve essere significante ai fini dello scioglimento del plot, della scoperta dell'assassino. Benissimo e da sottoscrivere, altrimenti non avremmo mai avuto Céline, Sterne, Cervantes, lo stesso Proust, ma anche l'immenso Thomas Bernhard. Per contro bisognerebbe ricordare agli autori di gialli che ogni dettaglio, nel loro genere, è importante, che non ci portassero a sperdere e che imparassero da Simenon. Sempre in questo testo, Marìas confessa di non sapere mai dove lo condurrà il libro. Segue solo una regola: non cambiare mai quello che ha già scritto, anzi farsene condizionare come un passato reale e letterario, astratto e vincolante. Sarà pur vero, però, ammirando la sua bravura, si stenta a credere che sia vero. Altrimenti Marìas è davvero più bravo di quanto si possa capire dai sui libri. Un funambolo estemporaneo.
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giovedì, 21 agosto 2008

Arthur RimbaudLa morale è la fiacchezza del cervello.

Arthur Rimbaud

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categoria:morale
mercoledì, 20 agosto 2008
Aspirine greche
Per me l'aspirina è come la coperta di Linus. Non riesco a starne senza. Non ne abuso, ma so che se ho il mal di testa basta prendere una compressa e via, è fatta, mi passa. A volte basta anche una sana tazzulella 'e cafè.
Stamattina avevo un leggero mal di testa, quelli che si definiscono di trabazzo, o per dirla in lingua standard, di stress. Mi capita d'estate di svegliarmi con un leggero mal di testa. Preferisco prenderlo subito per la coda, quando è ancora leggero, e mi basta un'aspirina. Stamattina ne ho presa una di quelle che ho portato a casa dalla Grecia, quelle da 300 mg, poco più della metà dei nostri regolamentari 500 mg.
Ogni volta che vado in Grecia compro aspirine che lì costano pochissimo. E sono proprio le aspirine della Bayer (vedi foto), non un prodotto analogo. Le nostre.
In Grecia, una confezione da 30 compresse di Aspirine 300 costa 0,99 euro. Avete letto bene. Le effervescenti con vitamina C (400 mg), 10 compresse, 1,34 euro. Le extra, 10 compresse da 650 mg (quindi più forti delle nostre), costano appena 0,54 euro.
E in Italia? La scatola da 10 delle effervescenti costa intorno ai 4,50 euro, dipende dal farmacista. Io da anni non le trovo a meno di 4,20. E così ho capito che in Grecia una compressa da 300 mg costa circa 3 centesimi (0,03 euro) in Italia una da 500 mg, costa circa 42 centesimi (0,42 euro): 14 volte di più. Sono uscito dalla farmacia greca con tre confezioni, cinquanta compresse, spendendo solo 2,87 euro. In Italia avrei comprato mezza confezione, 5 compresse, dieci volte di meno.
Gli altri conti fateli da soli, che a me rischia di tornare il mal di testa. Provo solo a farmi una domanda, da profano: perché c'è tutta questa differenza?
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categoria:salute
mercoledì, 20 agosto 2008

Adam PhillipsSenza la possibilità di una doppia vita non c'è morale.

Adam Phillips

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categoria:morale
martedì, 19 agosto 2008

Octavio PazSe tutto è naturale, non c'è spazio per la morale.

Octavio Paz

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categoria:morale
lunedì, 18 agosto 2008

krausLa morale è una malattia venerea. In un primo momento si chiama virtù, in un secondo tempo, noia e in un terzo tempo sifilide.

Karl Kraus

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categoria:morale
domenica, 17 agosto 2008

Pier Paolo PasoliniLe persone serie sono prima di tutto immorali.

Pier Paolo Pasolini

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categoria:morale
sabato, 16 agosto 2008
Macellati
Atene, mercato di Odos Athinas, 14 agosto 2008
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categoria:animali
sabato, 16 agosto 2008

Alba sullo IonioE vabbè sono tornato. E da molte ore. Ho ripreso confidenza con la casa e con le abitudini che mi accompagneranno per molti mesi. Il lavoro può attendere ancora un giorno, diciamo fino a lunedì. Napoli, invece, me la sto trezziando: mi sono limitato solo a una pizza e a una birra sul Lungomare. A domani la riconciliazione con la mia città, sarà difficile, però. Mi è bastata la traversata di via Marina che è sempre ridotta una fetenzia: meglio le strade sterrate delle isole greche.

E già la Grecia, basteranno solo poche altre ore per rimpiangere tutti gli azzurri del mondo.

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categoria:ritorni
sabato, 16 agosto 2008

krausLa morale è uno strumento con scasso che ha il vantaggio di non essere mai lasciato sul luogo del delitto.

Karl Kraus

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categoria:morale
giovedì, 14 agosto 2008

Erano sei anni che mancavo da Atene. E l'unica volta che avevo visto il museo archeologico nazionale era stato nel 1978, trent'anni fa. Una vita. Così stamattina, con la famigliuola ci sono ritornato. Della lontana prima visita ricordavo a malapena la maschera di Agamennone. Era tutto un altro museo. L'hanno infatti rinnovato e riaperto quattro anni fa, in occasione delle Olimpiadi. In una mattinata si può vedere abbastanza, se si hanno le idee chiare. Io mi sono soffermato molto nella stanza dell'arte cicladica e in quelle dei bronzi. E ovviamente in quella dell'epoca micenea che ha i reperti più famosi, compresa la maschera del re di Micene. Piacevole la puntata al caffè, all'aperto. Meno interessante la zona dei gadget: non ho trovato quadernetti o altre scemenze che si portano a casa. Meglio così.

Ieri invece lunghissima passeggiata attraverso la città: da Sintagma, con il cambio della guardia degli euzoni in gonnellino, alla parte meno nota della Plaka (per esempio il quartiere degli operai di Anafi che nell'Ottocento furono portati ad Atene per costruire il palazzo reale: è un angolo delle Cicladi ricostruito nel cuore della capitale). Anche qui ad Atene alcune stazioni hanno esposto i reperti archeologici trovati durante i lavori. Quello che vorrebbero fa a Napoli, con la linea 1, tra piazza Municipio e piazza Nicola Amore. Lungo il cammino non sono mancati negozi di souvernir, rigattieri, fast food e ristorantini da scoprire. Odore di kekab un po' dovunque.

Atene è, in questi giorni, una città torrida. Ma la ricordavo peggiore. Dicono che gli amministratori hanno lavorato tanto per ridurre l'inquinamento atmosferico. Le strade sono pulite, spazzini al lavoro sotto la canicola. E poi negozi aperti pure alla vigilia di Ferragosto. Non tutti, ma quasi. Oggi sembra un normale giorno di lavoro, come dovrebbe essere. Immagino che Napoli, dove sarò da dopodomani sera, sia tutta chiusa, come non dovrebbe essere. Comunque i negozi attorno ad Omonia, la zona più commerciale, sono degni del Rettifilo. Un po' più datati. Esistono però strade con le firme famose (alcune ad Ermou, altre nella strada dove c'è l'Hard Rock Cafè - ci siamo stati ieri sera e i miei ragazzi sono andati in estasi).

Siamo in un albergo di Athinas, strada centralissima, a un passo da Ermou e Monastiraki. Tutt'attorno c'è un ambiente molto popolare, grazie ai mercati. Vendono carni (anche teste di pecora a un euro), pesci (granchi giganti), frutta (fichi e uva dolcissima), uccellini in gabbia, melanzane rotonde, armature da samurai, nocciole al sesamo e bevande di ogni genere. Ci sono molte vecchie botteghe chiuse, sbarrate e impolverate. Sembrano trasportate qui direttamente dal Cairo, danno alla città un aspetto mediorientale, levantino. E palazzi cadenti, abbandonati che, in una città italiana, per la loro ubicazione avrebbero scatenato subito le fauci dei pescecani immobiliari. Qui niente, li lasciano così da decenni. 'Sti greci comunque sotto gli ottomani per qualche secolo ci sono stati e non hanno importato solo il kebab e i dolmades.

Oggi pomeriggio vorrei concentrarmi sulla città bizantina. Ma ora devo smettere, perché la radio su cui è sintonizzato l'Internet center da dove sto scrivendo, sta mandando una canzone di Gigi D'Alessio. E che madonna.

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categoria:viaggi
domenica, 10 agosto 2008

Ora che il vento è calato, si apprezza di più l'understatement di Andros. Isola persino un po' snob. Bei baretti, aria vagamente internazionale, senza la caciara dei luoghi più turisti o accorsati delle Cicladi. Oggi, viva la faccia, ci siamo concessi due spiagge due: Fellos e Aghios Kiprianos, entrambe di facile accesso, ovvero nessuna interminabile strada sterrata.

L'unico inconveniente è che fa davvero caldo, caldo greco. Helios ha cacciato Eolo. L'estate è la sua stagione.

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categoria:viaggi
sabato, 09 agosto 2008

Vitali beachFinalmente il vento è calato e possiamo andare nelle spiagge sul lato nord-orientale di Andros. Oggi è toccato a Vitali. Percorso ancora più panoramico e strada ancora più sterrata, nel finale. Dall'alto, a sud si intravedeva di tutto. Di sicuro l'Attica e l'Eubea, ma anche, credo, Syros e altra roba sparsa. Dire mozzafiato è poco, anche perché toccava stare bene attenti alla strada. A nord è spuntata un'isola come un miraggio della maga Circe o di Calipso. Un'isola. Ma quale? Vrakhoi Kalayeroi, che le cartine manco segnano. Per un attimo ho immaginato Skyros. Troppo lontana.

Vitali beach è più piccola di Zarkos, ma è attrezzata con ombrelloni e lettini. C'è la solita taverna, dove abbiamo mangiato la specialità di Andros: la frittata con patate e salsiccia piccante. Ideale per agosto, eh? Per farla scendere c'è voluta tutta la mano del dio Gambrinus. A proposito di birre, qui ho scoperto la Vergina. Macedone. Molto buona. Ne ho comprato sei lattine da mezzo litro.

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categoria:viaggi
venerdì, 08 agosto 2008

Zorkos

Alla fine non abbiamo resistito e, nonostante tutti qui nell'isola ci dicessero che era meglio lasciar perdere ("troppo vento"), siamo andati a Zorkos, una delle spiagge più belle di Andros. E lo è davvero. E' anche vero che stamattina c'era il solito meltemi del sasiccio, ma andava bene lo stesso. Anzi meglio, secondo mio figlio che si è divertito da matti a fare tuffi nelle onde, quasi fosse in California.

A Zorkos, sulla costa orientale, esposta al vento d'agosto, ci si arriva lungo una bella strada panoramica, tra cespugli di macchia mediterranea bruciata dal sole, piccole chiesette bianche, case sparse. Poi la strada diventa sterrata, ma non è disagevole. Un po' lunga sì. Ma andava benissimo. Quando dall'alto abbiamo visto apparire la baia di sabbia quasi bianca, una mezzaluna che racchiudeva un cuore azzurro, c'è stato un "oohh" generale. Saranno state le undici passate ed era ancora deserta, o quasi. Solo un gruppo di indigeni, passatelli e grassottelli, prendeva il sole riparandosi dal vento sotto le rocce del lato nord della piccola baia. Poi a poco a poco è arrivato qualcun altro. Ma erano sempre punti neri sparsi nell'immensità. Una famiglia di americani (in tutto sei) s'è piazzata in una piccola grotta, dopo uno stagno di acqua dolce e un canneto. E' lo spitito dei pionieri, non c'è nulla da fare.

C'era persino una taverna. Pure piu' economica delle altre di Andros: tzatziki, taramosalada, polpettine di zucchine (per due), costolette d'agnello (per due) e spezzatino al limone. Non avevano purtroppo le alici fritte (micro psàri), altrimenti si sarebbe raggiunta la perfezione che non è di questa terra. Da bere birra Kaiser. Il trattore ci ha anche offerto dello tsiropo (un liquorino fatto in casa, abbastanza forte, buono e profumato). E per concludere ci siamo sparati un gelato Hagen-Dazs, che qui, a differenza di Napoli, si trova dappertutto.

Domani si replica. Andremo a Vitali, altra spiaggia a nord-est. Alla faccia di Eolo.

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categoria:viaggi
giovedì, 07 agosto 2008

Accanto a me un bicchiere di vino rosso. Dopo tanta birra e tanto ouzo avevo nostalgia del rosso. Ma mi hanno portato qualcosa di resinato, che non è sgradevole, comunque. Suppongo di qualità. Con il vento che soffia dal Dardanelli, qui la sera sembra di stare in Irlanda. Le tante facce nordiche contribuiscono a creare quest'atmosfera sballata. Giubbini leggeri, maglie di filo, un  porto che sembra uscito da un racconto di Graham Greene o di qualche americano sperduto nell'Egeo. Navi che vanno e vengono. Ma Andros sembra lo stesso deserta. Di sicuro è unica. Dopo più di una settimana tutto diventa familiare e si apprezza quest'aria vagamente distratta. Belle spiagge viste dall'alto. Un sole carcareante che non dà fastidio grazie al meltemi.

Tornerò fresco e abbronzato.

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categoria:viaggi
mercoledì, 06 agosto 2008

Isola che vai, napoletano che trovi. Poteva mancare ad Andros, Cicladi, Grecia? No. Cè' e ha pure un ristorante. Ha accompagnato degli amici in un appartamento accanto a dove siamo alloggiati e poi li abbiamo incontrati tutti assieme sulla bellissima spiaggia (Pisolomnianos, si chiama), a nord di Gavrio, dove siamo stati a goderci, sole, mare e vento fino al primo pomeriggio. Ci si arriva dopo una lunga e tortuosa strada sterrata da far scappare pure le capre. Molto pittoresco. Io li ammazzerei i greci e le loro strade sterrate. Ma imparate a fare un tunnel, un ponte, un cavalcavia. Ci voleva un Suv, ma a noi non ci ferma nessuno.

Il napoletano ci ha dato qualche rapida informazione che ha confermato qualche nostra intuizione. Andros è un'isola che ama restare sottotraccia. Tranquilla e ricca. Non fosse per il vento sarebbe un paradiso. In greco moderno, si chiama ànemos, il vento. All'ànemos 'e chi l'è bbivo. Però il vento rende le serate fresche e stare in spiaggia non è faticoso, anche se si prende molto più sole di quanto si possa immaginare.

Qui viveva e dovrebbe avere ancora molte proprietà la più ricca famiglia della Grecia. Banchieri che adesso vivono in Svizzera. Il greco napoletano mi ha anche detto il nome, ma non lo ricordo più. Qui, secondo il suo racconto, verrebbero in vacanza persino Al Gore e Vladimir Putin (immagino non insieme). Forse per questo, da quando siamo arrivati, c'è un'ingombrante nave militare al largo di Batsi.

p. s. Intanto è morto pure Solzenicyn. L'ho appreso solo stasera dando un'occhiata ai giornali stranieri, ché gli italiani tardano ad arrivare e, come avrete capito dai miei rari collegamenti, Internet non è diffusissimo. Ed è pure più caro che altrove. Quindi stateve buoni e Afrodite v'accunpagne.

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categoria:viaggi, addii
domenica, 03 agosto 2008

AneroussaL'immagine non rende giustizia alla spiaggia. E' Anoroussa beach, a Batsi, nell'isola di Andros, Grecia. Siamo qui dal 29 luglio e c'è un vento dell'Olimpo. E la sistemazione che abbiamo trovato a Gavrio, senza prenotazione com'è nostro solito, è la casa di Eolo: così l'ha ribattezzata mio figlio. Il vento, di mattina molto forte e con raffiche spaventose ma di sera quasi assopito, è l'argomento delle conversazioni e delle incazzature quotidiane, sospesi come siamo tra la voglia di rimanere in questa Ciclade tranquilla, con un turismo che non ha le forme invasive e deturpanti delle altre sorelle dell'arcipelago più famose, e il bisogno di non sentire nelle orecchie questo eterno phon acceso. Ma ci hanno detto che 'sto tormento dovrebbe finire a giorni. Così s'è deciso di stare qui ancora per un'altra settimana. Andros ha spiagge bellissime, ma quasi tutte al lato nord, quello più esposto al vento che soffia dal Dardanelli dritto dritto sulle coste dell'isola, senza incontrare ostacoli. E' aria che, immagino io, viene direttamente dall'Ucraina, attraverso il Mar Nero. Mannaggia a loro. Badanti in Italia, soffianti in Grecia.

Così trascorriamo le nostre giornate in due o tre spiagge del lato sud: Kipri (senza Maresko, eh), Batsi e ora, scoperta di oggi e domani ci torneremo, Anourussa, dove c'è pure qualche nudista che sceglie gli angoli appartati. Perlopiù nordici obesi e qualche loro compagna ridotta come un gambero a rosolarsi le pudenda al cocente sole mediterraneo. Ma noi, casti e schifiltosi (si fosse messa annùra la Bellucci, sarebbe stata un'altra cosa), restiamo nella zona del bar che propone birre fresche, ouzo a buon prezzo e una varietà apprezzabile di hot dog, club sandwich e macedonie a base di karputi (ovvero anguria). Peccato che ogni tanto, in mezzo ai Coldplay, a Gloria Gaynor e ad altra musica passabile ci tocca sorbirci pure Nek.

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categoria:viaggi