
Geoffrey Himes scrive sul "Washington Post" dal 1977 e si vede. Perché, finalmente, riesco a leggere un libro sulla musica rock decente, anzi bello, documentato e persino emozionante, che si legge tutto d'un fiato, dal quale ho imparato qualcosa di più su Bruce Springsteen, cambiando qualche mia idea fossilizzata dall'adorazione. Sto parlando di "Born in the U.S.A." (edizioni No Reply). Sono persino adeguati (e non come al solito molesti) i tre interventi italiani che corredano il testo originale: la prefazione di Gianluca Morozzi (che ben conosce le manie degli springstiniani doc) e i testi finali di Gianluca Brovelli (che ricostruisce la fatale infatuazione da teenager per Bruce) e di Carlo Dalla Chiesa (che racconta il primo concerto italiano, a San Siro, il 21 giugno del 1985).
Ebbene il libretto analizza il periodo più esaltante della carriera di Springsteen: quello tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. La tesi di Himes è che, contrariamente a quanto sostengono anche sotto tortura gli springstiniani duri e puri (me compreso), il disco migliore del ragazzo del New Jersey è proprio "Born in the U.S.A." e non "Born to run", e che la title track dell'album del 1984 è migliore persino di "Born to run" e "Thunder road" che da sempre si contendono al palma di "la canzone di Bruce".
Sebbene io sia tra i "bornturaniani", ho amato e amo "Born in the U.S.A." e da tempo sostengo che è l'album che contiene tutte belle canzoni. Non c'è un momento opaco (come qua e là succede in altri disci). Non a caso da "Born in the U.S.A." è stato tratto il maggior numero di singoli, praticamente quasi tutti. Da questo disco, che vendette in pochi mesi dieci milioni di copie, partì il successo planetario di Springsteen. Himes analizza quegli anni (dal 1981 al 1984) in cui il rocker americano scrisse un'infinità di canzoni che finirono prima nel cupamente sublime "Nebraska" e poi in "Born in the U.S.A.". Ma in tante per vedere la luce dovettero aspettare l'uscita, qualche decennio dopo, di "Tracks". Qualcuna fu eseguita solo dal vivo e poi recuperata discograficamente nei live. Diverse furono incise da altri, molte sono ancora inedite.
Il giornalista americano ricostruisce la complessa nascita della canzone che inizialmente s'intitolava "Vietnam", era molto verbosa e musicalmente più simile a quelle di "Nebraska". Ma presto Springsteen, con un rapido e esaltante percorso di maturazione che lo fece sempre più distaccare dal maestro Bob Dylan e avvicinare alla musica della sua giovinezza (Elvis Presley, innanzitutto), la trasformò in quello che oggi conosciamo. Il brano era addirittura pronto, così com'è, dal 1982. Ma aspettò due anni per essere pubblicato perché Springsteen voleva costruire un disco unico e compatto. E, ovviamente, ci riuscì.
"Born in the U.S.A." è la canzone (e l'album) della fine del sogno americano, del risveglio dopo la corsa. Bruce fa i conti con se stesso e con il proprio paese e capisce che qualcosa non va, che molto deve cambiare, ma l'America resta sempre il suo paese, con le sue corse in auto, le sue donne, il mito della Cadillac rosa, i bar, la worker class, la gente sfruttata, i reduci del Vietnam lasciati a sé stessi, il New Jersey e New York. La vita sua, i suoi sogni, la sua realtà, la sua musica e tutto quello che in questa musica c'è e ci sarà sempre. Eppure, eppure scopre che "nowhere to run", eppure eppure si ripete che bisogna sempre correre.
Himes sa raccontare anche il lato umano, persino comico, di Springsteen, analizzando la sua straordinaria capacità di intrattenitore durante i concerti. E chi ne ha visto almeno uno lo sa bene.
Il disco uscì nel giugno del 1984. Anno formidabile. La Apple lancia il primo Mac. In Canada c'è il primo caso conclamato di Aids, a giugno muore Enrico Berlinguer (una settimana dopo mi laureai, be' conta anche questo, no?), 'o Napule s'accatta a Maradona, Reagan è rieletto presidente degli Stati Uniti.
Ho scritto ascoltando: "Backstreets", "Thunder road", "New York City Serenade", "Pink Cadillac", "Highway 29", "Born in the U.S.A." (ovviamente), "Seeds" e "Indipendence day".