venerdì, 29 febbraio 2008
Una giornata uggiosa. Sempre musica è. Meglio di quella che mi gira attorno. Chiacchiere, corse, rincorse, segreti, silenzi, manovre, confessioni, sussurri, grida. Parole più che musica. Che mal di testa. Qualche volta non si trova la chiave per tutto, nemmeno quella della tua stanza d'albergo. Poco male, la ritroveranno. Non c'è nulla che valga la pena di portar via. Né da parte mia, né da nessuna altra parte.
E' il solito mare d'inverno. E' il solito male d'inverno. Siamo tutti sull'orlo del baratro. Siamo tutti in manette.
venerdì, 29 febbraio 2008

È strano come tutti noi difendiamo i nostri torti con più vigore di quanto facciamo con i nostri diritti.
Gibran K. Gibran
giovedì, 28 febbraio 2008
Una scienza, cioè una conoscenza immaginaria della verità assoluta.
Lev Tolstoj
mercoledì, 27 febbraio 2008

La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa.
Henri Poincaré
martedì, 26 febbraio 2008

La fisica sta facendo passi giganteschi verso la metafisica. I fisici riescono infatti a lavorare da anni sull'invisibile e sull'inesistente.
Luigi Malerba
martedì, 26 febbraio 2008
"Tanto non vengo" canta Giua a Sanremo. E cos'è l'inno delle frigide?
lunedì, 25 febbraio 2008

La tecnica arriverà a una tal perfezione, che l'uomo potrà fare a meno di se stesso.
Stanislaw Jerzy Lec
domenica, 24 febbraio 2008
Laurie Anderson e Radiohead (e anche un la-la-la amarcord di "A horse with no name") come cura preventiva. Vaccino. Prevenire è meglio che curare. Mi salverà l'iPod.
Oltre le grandi finestre è buio. A Levante ci sono le solite poche luci gialle. In alto la massa scura delle montagne. Sotto provano. Il fratello gliel'aveva detto: è stata tua la colpa.
Nuche. Acqua naturale. La giostra è già cominciata.
domenica, 24 febbraio 2008

L'Uomo si aspetta che la scienza lo faccia diventare immortale, in questo mondo, non nell'altro. Ma rimarrà deluso perché la Scienza vive nel tempo e se può risolvere alcuni problemi materiali dell'uomo, non offre soluzioni per il suo destino. Lo abbiamo detto: non dà un "senso alla vita". Si limita a organizzarla, oppure a darle il senso di non avere senso, di essere un processo fortuito ed estremamente improbabile.
Henri Laborit
sabato, 23 febbraio 2008

Chi va formando la lingua universale è la scienza, perché essa ha bisogno, per progredire, di termini conosciuti da tutti.
Carlo Dossi
venerdì, 22 febbraio 2008
Se è verde o si muove, è biologia. Se puzza, è chimica. Se non funziona, è fisica.
Arthur Bloch
giovedì, 21 febbraio 2008
A proposito di Newton... il famoso fisico stava sotto un albero, quando gli cadde la mela sul capo... Dunque, si mise a pensare: come mai la mela cade in giù invece che in su? Certo, per fare queste grandi scoperte, oltre che gran geni bisogna essere anche un po' scemi. Come può venire in mente a qualcuno che una cosa possa cadere in su?
Achille Campanile
mercoledì, 20 febbraio 2008
da www.corriere.it
Si torna a parlare del celeberrimo «punto G», l'area della vagina che sarebbe fondamentale per l'orgasmo femminile. Il professor Emmanuele Jannini Docente di Sessuologia Medica, dell'università de L'Aquila, lo ha «fotografato» in un gruppo di donne individuandolo in un piccolo ispessimento della parete che divide la vagina dall'uretra. Le donne che hanno questo particolare anatomico sarebbero quindi quelle che possono avere il cosiddetto «orgasmo vaginale». Jannini ha osservato questa piccola area su un campione di donne attraverso un semplice strumento di uso routinario nella diagnostica ginecologica, l'ecografia transvaginale. Il suo studio è stato pubblicato su una delle riviste mondiali più prestigiose nel campo della sessuologia, il Journal of Sexual Medicine.
La ricerca è stata eseguita «Chiedendo a un gruppo di giovani se avessero o meno orgasmi vaginali - racconta Jannini - e osservandone l'anatomia della vagina con l'ecografia transvaginale». Nove donne avevano dichiarato di avere orgasmi vaginali, 11 no. Nelle prime si riscontra una conformazione più ispessita della parete tra uretra e vagina, spiega Jannini, fatta di corpi cavernosi (come quelli del pene) della parte interna del clitoride, ghiandole (i "resti evolutivì" della ghiandola prostatica), terminazioni nervose che usano il meccanismo biochimico dell'eccitazione maschile». «Ci siamo fatti dirigere per la prima volta dalla donna alla ricerca del punto G», aggiunge l'esperto raccontando una curiosità del lavoro: una ragazza che aveva detto di non avere orgasmi vaginali, presentava invece l'ispesimento e dopo lo studio ha compreso di poterne avere, a conferma della tesi di Jannini. «Nessuno prima d'ora aveva usato l'ecografia per indagare questo aspetto ancora così poco conosciuto dell'anatomia femminile - fa notare Jannini - e questo la dice lunga sul ritardo culturale sulla sessualità femminile. Sul punto G abbiamo preferito un dibattito fatto di opinioni e non di scienza, io stesso ho tenuto per due anni i miei risultati nel cassetto prima di pubblicarli». Della stessa opinione la Simonelli che però sottolinea: «La direzione da prendere per approfondire e confermare questi dati è un attento esame istologico sulla natura cellulare di questa zona». L'equipe di Jannini in parte lo sta già facendo con alcune indagini sull'effetto del testosterone, da sempre associato anche nelle donne a maggior desiderio sessuale, sull'anatomia di questa struttura.
mercoledì, 20 febbraio 2008
mercoledì, 20 febbraio 2008
Una medicina è una sostanza che iniettata in un ratto produce un articolo.
Arthur Bloch
martedì, 19 febbraio 2008
Non credere alla favole. Erano vere.
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 18 febbraio 2008
"Lo sciovinismo delle particelle deve scomparire: noi non siamo fatti della sostanza dominante nell'universo. Nel cosmo, gli esseri umani, le stelle e le galassie visibili sono solo tracce sedimentarie, qualcosa su cui l'universo sembra quasi aver avuto un ripensamento". Basterebbe questa considerazione di Martin Rees per rendere cosmica la disperazione esistenziale di Roquentin. Non solo le canne pensanti di Pascal, cioè noi, siamo un'inezia all'interno dei multiversi (i molteplici universi, che a me fanno venire in mente la visione di Castorp nella "Montagna incantata" di Thomas Mann), non solo noi, ma le galassie stesse e la materia, l'atomo, la sostanza di cui siamo fatti sparirà, perché sono una bazzecola nello spaziotempo.
Rees è l'Astronomo Reale d'Inghilterra, un titolo che ha nella denominazione qualcosa di fiabesco, quasi a voler ammorbidire la natura scientifica del suo lavoro. I suoi anni e anni di studi Rees li ha poi concentrati in "Il nostro ambiente cosmico", pubblicato nel 2004 da Adelphi, ma scritto del 2001. Le date sono importanti perché nell'astrofisica un mese può cambiare tutto. Allora, io non so dire se nelle teorie e nelle certezze esposte qui ci sia qualcosa che le scoperte successive hanno reso ridicolmente obsoleto. Non lo so e non mi interessa, perché quello che c'è scritto (la parte che ho capito, che non è neanche tanto, ma basta lo stesso) mi ha sconvolto.
Come figlio di Sartre sono sensibile al Nulla e all'Essere. Ciascuno di noi, se non crede nell'immortalità dell'anima, quando pensa alla propria morte e a quello che c'è dopo, è assalito dal terrore più cupo. Il Nulla. La totale scomparsa della coscienza, dell'Io. 'O Nirvana 'e chi ll'è bbivo, a loro e a tutti i bonzi tibetani. Io voglio ricordarmi di me. Non posso scomparire come lacrime nella pioggia, come un replicante qualsiasi del cazzo. Questo pensiamo, quando qualche volta ci guardiamo allo specchio o stiamo precipitando nel sonno, e, per un attimo infinito e abissale, scopriano che tra la vita e noi può esistere una frattura, anzi succederà e noi non saremo più. Svanisce il mondo e noi dentro il mondo. O svaniamo noi con dentro il mondo. Fa lo stesso. E che cazzo siamo campati a fare? Per riprenderci pensiamo: siamo uomini e siamo immortali. La coscienza fa di questi scherzi, persevera se stessa, a colpi di illusioni. Ora Rees spiega che prima o poi, questione di miliardi di anni, scomparirà anche l'atomo. Perché l'atomo, che è alla base di quanto riteniano non solo l'essere, ma la materia tutta anche quella senza coscienza, sarà distrutto, perché è una parte ininfluente del nostro ambiente cosmico, e buonanotte ai suonatori. I miliardi di galassie sono una fetecchia all'interno dell'universo e dei mutiversi elevati a potenza a doppia cifra. L'antimateria sommergerà tutto, peggio che nel finale più devastante che possiamo immaginare di "Star wars". Mannaggia a morte.
Scompare l'atomo, avete capito? L'atomo, tutti gli atomi. E che resta? Hai voglia di illuderti con una resurrezione dei corpi, hai voglia. Non resuscita niente, perché, puff, l'atomo, il mattoncino primordiale della materia si sfrantummerà in questo Nulla della miseria.
Non è che ho capito molto delle parti più strettamente scientifiche del libro. Ma le ho lette come il dazio che si paga, per esempio, a Marcel Proust nelle sue interminabili descrizioni che sappiamo ci promettono una magnifica epifania letteraria. Pure qui arriva la scoperta che è un pugno in faccia che potrebbe farti piangere. E' l'urlo di Munch, è lo straziante finale di "Sogno di una notte di mezza estate" nella versione di Lindsay Kemp. Eppure queste due immagini sono lontanissime dal poter rappresentare l'annientamento cosmico. A che ci è servito sapere? Anche tutte le ipotesi fantascientifiche di una conservazione della nostra coscienza sotto forma di software non saranno la nostra immortaliltà, perché senza l'atomo non si cantano messe.
lunedì, 18 febbraio 2008
La cosa più tremenda che puoi fare a un uomo è ridere di lui.
Mae West
lunedì, 18 febbraio 2008
Il ridicolo non esiste: chi ha osato sfidarlo a viso aperto ha conquistato il mondo.
Octave Mirbeau
domenica, 17 febbraio 2008
Questo è un post per stomaci forti, astenersi signorine e benpensanti.
Qualche sera fa ero a Gianturco, periferia est di Napoli. Chi non c'è mai stato sappia che, a essere realisticamente cinici, il sito di stoccaggio di rifiuti che vorrebbero fare nell'ex-Manifattura Tabacchi, secondo me, sarebbe una valida operazione di arredo urbano, tanto è inguaiato quel quartiere maledetto. Capannoni industriali dismessi pieni di immondizia normale, speciale e tossica, strade e strade tutte uguali, altrettanto ingombre di monnezza e che paiono non portare da nessuna parte, depositi di grossisti cinesi, cani randagi, zoccole a quattro zampe e a due gambe, angoli bui per scambisti, altiforni, facce patibolari fuori dei bar, semafori e il ponte della Circumvesuviana. Nella sera, mentre parlo con un poliziotto, passano treni e nei rettangoli dei finestrini illuminati vedo facce che non mi vedono. Vanno, vengono, vivono, muoiono e il mondo non ne avrà memoria.
Gianturco è buona per i sociologi tristi e per i No global che non si arrendono. Cammino con un poliziotto, lasciate perdere perché, cammino ed è ormai notte. E lui che là vive mi racconta le ferite di un quartiere che sono quelle di Napoli moltiplicate per i topi che lo abitano. E parla di puttane, travestiti che tutte le sere, soprattutto nei fine settimana battono dovunque. Non è che mi interessi più di tanto. Le metropoli sono piene di gente che si prostituisce. Vendono non solo il sesso, se è per questo. A via S., continua l'agente, ci lavorano i transessuali. Con i loro clienti vanno a scopare in fondo a un viale di industrie abbandonate. Là dietro ci abita sola una vecchietta che si fa i fatti suoi e suo figlio, un armadio d'uomo, ma scemo che ha paura di tutto, più della madre. Ascolto con un orecchio solo, mi guardo attorno e penso che fa molto freddo e che sarà difficile trovare un taxi per tornare in centro. E il poliziotto parla: "A via S. arrivano molti professionisti e vanno a travestiti, io li capirei se andassero a donne, ma chi si chiava i ricchioni non li capiscono proprio, non è che li condanno, ma non li capisco, a me non piace". Insomma una tirata etero ripetitiva e molesta. "Vengono con Suv o con macchine da centinaia di migliaia di euro". Ascolto e faccio fatica a immaginarlo. Via S. è un budello stretto, reso ancora più impraticabile da montarozzi di monnezza. "Sai, che fanno questi malati?" mi chiede. Che fanno? "Aspettano, dopo che i clienti se li sono inculati, che buttano via i preservativi, allora questi chiavici scendono dalle loro macchine, li vanno a raccogliere e se li succhiano".
Azz, faccio io, "Ultima fermata Brooklyn". Cosa? fa lui. No niente è un romanzo di Hubert Selby jr, ci hanno fatto anche un film. "Ah, se non mi credi" insiste lui "una sera ti porto a vederli e con la videocamera li riprendiamo". Lo guardo e non dico niente, o forse dico che va bene, per non deluderlo. Ma in realtà in testa mi torna la frase di "Ultima fermata Brooklyn". L'ho anche rintracciata. Quando la lessi mi sembrò un'esagerazione da scrittore maledetto.
Eccola:
" - E quella Leslie, poi? - O!! la sozzona - se ne va per Central Park verso le 5 del mattino in cerca di preservativi usati per succhiarseli".
Ho uno stomaco forte, ma quando la lessi mi disgustò. Letteratura, pensai, puor épater les bourgeois. Non era vero. Perché oltre il romanzesco c'è Gianturco.
Colonna sonora consigliata: Timmy Thomas, Patti Smith e Amy Winehouse.
domenica, 17 febbraio 2008
Il ridicolo disonora più del disonore.
François de La Rochefoucauld
domenica, 17 febbraio 2008
È molto pericoloso che una donna s'accorga che suo marito è ridicolo e che faccia questa scoperta in collaborazione con un altr'uomo.
Alphonse Karr
sabato, 16 febbraio 2008
L'uomo dell'intelletto trova quasi tutto ridicolo, l'uomo della ragione quasi niente.
Johann Wolfgang Goethe
sabato, 16 febbraio 2008
Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù negative, la tema del ridicolo impigrisce l'esercizio delle attività individuali e frena i movimenti iniziatori.
Giuseppe Giacosa
venerdì, 15 febbraio 2008
da www.ansa.it
ROMA - "Mi sottoporrò alle analisi del sangue perché penso di avere la sindrome di Klinefelter". Lo ha detto il direttore de "Il Foglio" Giuliano Ferrara, intervistato da Maurizio Belpietro su "Mattina 5", facendo riferimento alla donna che ha abortito nei giorni scorsi al Policlinico di Napoli alla quale era stato diagnosticata una malformazione del feto legata alla sindrome di Klinefelter. Questa sindrome , ha spiegato Ferrara, è dovuta a un difetto dei cromosomi che determina tra l'altro un'alterazione degli organi sessuali; "e siccome ho testicoli piccoli e grandi mammelle - ha aggiunto - farò le analisi". Parlando della sua lista per la vita Ferrara ha ricordato che l'iniziativa "ha indotto molti a ripensarci sulle tematiche affrontate". "Vado da solo e solamente al Senato". Quanto ai finanziamenti per la lista, Ferrara ha detto : "parto con un mio assegno di 250 mila euro la cui foto verrà pubblicata, così come la foto dei miei testicoli".
Certo per fare una confessione del genere ci vogliono le palle. Anche piccole, ma ci vogliono.
venerdì, 15 febbraio 2008
Non è facile farsi un'idea di quanto spirito sia necessario per non essere ridicoli.
Nicolas de Chamfort
venerdì, 15 febbraio 2008
Si ama un paese non appena vi si conoscono bene molte persone ridicole.
Elias Canetti
giovedì, 14 febbraio 2008
Il ridicolo è parte del brutto.
Aristotele
giovedì, 14 febbraio 2008
Nulla rivela meglio il carattere degli uomini di ciò che essi trovano ridicolo.
Johann Wolfgang Goethe
mercoledì, 13 febbraio 2008
Quando resto perplesso di fronte al libro di un maestro mi chiedo sempre se non sia una mia incapacità a comprendere. Considero "Lolita" di Vladimir Nabokov uno dei capolavori della storia mondiale della letteratura: è il romanzo della scoperta e della vitalità, del rimpianto della giovinezza e della felicità del racconto. La storia della ragazzina è, naturalmente, un pretesto letterario. Così mi sono armato di buona volontà per portare a termine "Invito a una decapitazione" (pubblicato da Adelphi). E' un romanzo tosto nel quale mi sono perso varie volte. Non è che sia difficile: è complesso e richiede un'attenzione molto forte, una concentrazione senza sosta, una particolare predilezione per le descizioni minuziose e grottesche allo stesso tempo. Ci sono delle pagine bellissime, e, arrivato alla fine, non mi sono pentito della mia cocciutaggine a leggerlo comunque. E' il classico romanzo che bisognerebbe rileggere, ma io ormai non ho più tempo e voglia di rileggere i libri (al massimo qualche racconto di Borges, qualche passo del Vangelo di Luca e una città invisibile di Calvino, prima di dormire).
"Invito a una decapitazione" è un romanzo claustrofobico, scritto in russo da Nabokov negli anni Trenta del secolo passato e riscritto in inglese negli anni Cinquanta. Come si intuisce dal titolo, è la vicenda di un condannato a morte che aspetta il giorno dell'esecuzione. Qualcuno ha paragonato questo romanzo a Kafka. Nabokov nella prefazione non riconosce il confronto, anche se lo gradisce. Ci sono molti elementi che fanno pensare all'autore del "processo", ma Nabokov è più caricaturale e a tratti comico. Si è sempre sospesi tra sogno e realtà, tra leggerezza e gravità. Il protagonista, Cincinnatus C., è stato condannato a morte per la sua opacità. Forse quello che vive è tutto un sogno, perché dei sogni il romanzo ha la logica esatta e caotica, evanescente e matematica.A tratti (nelle pagine migliori) mi ha fatto pensare a una versione cupa e penitenziaria di "Alice nel paese delle meraviglie". Ma è una suggestione molto personale, giustificata dalle mie empatie e dalle mie idiosincrasie letterarie. Diciamo che del libro ho capito poco, ma l'atmosfera mi ha suggestionato. Avrei voluto capire di più, per fugare le perplessità.
mercoledì, 13 febbraio 2008
Se di certi uomini non s'è mai visto il lato ridicolo, vuol dire che non lo si è cercato bene.
François de La Rochefoucauld
mercoledì, 13 febbraio 2008
Il ridicolo scaturisce da un contrasto etico fra cose che sono messe in collegamento in maniera innocua per i nostri sensi.
Johann Wolfgang Goethe
martedì, 12 febbraio 2008
Ci si poteva innamorare delle canzoni di Jim Croce nel 1977, per di più senza conoscere una parola d'inglese? Si poteva? Che ne so? A me è successo. Con quella faccia zingara, sempre allegra nonostante fosse morto da quattro anni in un incidente aereo, appena trentenne, canzoni schitarranti, I got a name, I got a dream, I got a song. Diceva pure I got a song?, Boh, l'ho sentita centinaia di volte 'sta canzone e non mi ricordo. A inglese non sto molto meglio di trent'anni fa. Ma soprattutto "Bad Bad Leroy Brown", che, se non sbaglio, ha poi cantato pure Frank Sinatra. E anche quella che dice che New York non è la sua casa o che lui non ha una casa a New York, nun m'allicorde cchiù. Insomma quella. Che volete? Non fate i pignoli. Ho mangiato un ottimo cous cous innaffiato da Klèos di Punta Licosa, nel Cilento, e chi sta meglio 'e me?
Comprai il disco per regalarlo a una mia innamorata. Erano gli anni degli ellepì. Non resistetti alla tentazione di ascoltarlo. Lo ascoltai e me lo tenni. E' stato uno dei dischi sui quali la testina dello stereo (opportunamente appesantita con un gettone telefonico per evitare che saltasse) ha scavato solchi come canyon. Credo di averlo ancora da qualche parte. Tutto graffiato. Ma non ho più lo stereo. Però, niente paura, ho i cd e li ho anche riversati tutti sull'iPod.
martedì, 12 febbraio 2008
L'ottimismo non è altro che un modo di difendere la propria pigrizia e irresponsabilità.
Antonio Gramsci
lunedì, 11 febbraio 2008
L'ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il pessimista teme che sia vero.
Artnur Bloch
domenica, 10 febbraio 2008
Chi provoca le catastrofi? Gli irrequieti, gli impotenti, gli insonni, gli artisti falliti che hanno portato corona, spada o uniforme e, più che tutti loro, gli ottimisti, quelli che sperano a carico degli altri.
Emil Cioran
sabato, 09 febbraio 2008
Avevo sempre pensato di aver letto chissà quanti libri di Curzio Malaparte. Ma mi son messo a ricordare e ho scoperto che avevo letto solo "La pelle", che, a suo tempo, ma anche ora a tanti anni di distanza dalla lettura, mi piacque. Mi piacque persino il film proto-splatter che Liliana Cavani ne trasse. Solo "La pelle", quindi. Ma avevo letto tanta roba su di lui, m'ero aggirato attorno alla sua villa a Punta Massullo, a Capri, avevo visto negli anni i suoi romanzi e la sua figura controversa far capolino nel dibattito pubblicistico, cosicché ricordavo (male) di aver divorato tanta quanta roba sua. Riflettevo su questo, mentre leggevo "Il compagno di viaggio", un inedito pubblicato da Excelsior 1881, un bel racconto lungo che dovrà essere stato la bozza di un romanzo. E' scritto solo come quel geniaccio di Malaparte sapeva fare: furbo, svelto, retorico, commovente, allusivo, sensuale, a tratti scarno, a tratti barocco.
"Il compagno di viaggio" racconta di Calusia, alpino bergamasco che nel settembre del 1943, porta il corpo senza vita del suo tenente in un cassa da morto da Reggio Calabria a Napoli. Sembra un capitolo perso (e ritrovato) di "La pelle", ma anche l'essenziale trama del viaggo a ritroso di 'Ndria Cambria, dallo Scill'e Cariddi alla bocca vorace della città del vulcano. 'Ndria Cambria è l'eroe del prodigioso "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo". Sembra persino il soggetto di un film neorealista. Dentro, infatti, si ritrova il clima di quegli anni assieme a tutti i temi cari a Malaparte: i vinti (che non sono ancora diventati i vincitori di "La pelle"), la forza, il coraggio, la resistenza procace delle donne e il loro sfruttamento. Malaparte sembra limitarsi a descrivere, ma il suo racconto è un sottile j'accuse sul disastro umano che porta con sé ogni guerra persa.
Nonostante sia un abbozzo "Il compagno di viaggio" ha delle pagine molto suggestive: l'alba del giorno della battaglia sullo Stretto, i vari incontri di Calusia con gli invasori, la vecchia maitresse che, come una regina orientale, va a procurarsi donne per il suo casino nelle terre lucane, gli scugnizzi che rubano la cassa del morto, credendo che contenga cibo trafficato con la borsa nera, e che scoprono con terrore il volto mummificato del tenente Edoardo Pignatelli. Sono dei flash impressionanti, che pure nella secchezza di un racconto mai finito, Malaparte riesce a far scattare, per imprimere nella mente l'orrore di una guerra che si sta perdendo.
Ma il messaggio che alla fine Malaparte vuol far passare è che dalle macerie della guerra sta nascendo una nuova classe, quella dei ladri. E che dai ladri l'Italia dovrà difendersi, perché i ladri sono i suoi veri nemici, non gli "invasori alleati".
sabato, 09 febbraio 2008
Un ottimista non sarà mai piacevolmente sorpreso.
Arthur Bloch
venerdì, 08 febbraio 2008

E' stato solo un caso che i romanzi di Georges Simenon che ho appena letto di seguito siano entrambi ambientati a La Rochelle. "Il viaggiatore del giorno dei Morti" (stampato da Adelphi) è più bello di "i fantasmi del cappellaio" e sarebbe potuto essere il romanzo perfetto (almeno come "L'uomo che guardava passare i treni") se avesse avuto un finale all'altezza delle prime 250 pagine che, invece, si divorano tutto d'un fiato. All'occhio del lettore superficiale, come al solito, succede poco. Eppure è uno di quei libri con un personaggio del quale senti subito la mancanza quando hai finito di leggere. Capita, eh. A me è capitato con "Cent'anni di solitudine", ma anche, solo per fare altri tre semplici esempi, con lo Svedese di "Pastorale americana", con Barney della "Versione" di Mordeai Richler e con "Il giovane Holden". Avrei dovuto anche aggiungere il Roquentin della "Nausea", ma mi sembrava troppo auto-fetenziale, ehm. Gilles Mauvoisin, allora, è il protagonista di un romanzo che potrebbe essere destrutturato con in mano le regolette che Propp mise a punto, a suo tempo, con la sua "Morfologia della fiaba". C'è un giovane eroe, appunto Gilles, un luogo ostile, un viaggio, una sfida da combattere, il lieto fine. Anche se il "vissero felici e contenti" è a tre.
Be', vado per ordine. Gilles è un diciannovenne, figlio di artisti che viaggiano per l'Europa, tra circhi e teatri. Rimane improvvisamente orfano di entrambi i genitori e non può che tornare alla natìa La Rochelle dove c'è un vecchio zio. Arriva che lo zio è morto da mesi e che lui ha ereditato una fortuna immensa, ma (e lo scoprirà un po' alla volta) anche una serie di documenti segreti con i quali lo zio (uomo solitario, avido e cattivo) ricattava i ricchi della città (altrettanto avidi e cattivi). Conosce anche la moglie dello zio, una giovane donna che tradiva l'uomo. Gilles scopre di essere attratto dalla donna, ma nonostante questo si sposa con una giovane, la prima donna che ha visto sbarcando a La Rochelle. L'ha vista dall'oblò della nave che lo riportava a casa, mentre la ragazza baciava appassionatamente un suo coetaneo.
La faccenda s'intreccia in vario modo, ma la tecnica collaudatissima di Simenon di ritrarre i personaggi e l'ambiente con la leggerezza di tocco, la fluidità dei meccanismi narrativi, l'essenzialità lessicale, rende tutta la prima parte del libro un'inebriante bevuta d'acqua. Perché di questo è capace Simenon: ubriacarti con l'acqua. Il finale (che non svelo, perché ci sono dei delitti e c'è un'indagine) è precipitoso e apparentente contraddittorio. Forse è indeciso, come lo è nei sentimenti il giovane Gilles, che impara subito la crudeltà e la morte del vivere in provincia.
venerdì, 08 febbraio 2008
E' solo non pagando i propri debiti che si può sperare di vivere nella memoria dei commercianti.
Oscar Wilde
giovedì, 07 febbraio 2008
Chi è dedito al commercio sa fissare il valore di ogni cosa, senza costituirlo, e precisamente sa fissarlo secondo il bisogno dei consumatori, non secondo il proprio più personale bisogno.
Friedrich Nietzsche
mercoledì, 06 febbraio 2008
Noi viviamo in una specie d'Arcadia disonesta in cui il furto si contenta di esercitarsi sotto la forma prudente del commercio.
Alphonse Karr
martedì, 05 febbraio 2008
Più ricca è la fantasia, più ti senti povero.
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 04 febbraio 2008
La fantasia si insegna. E’ come una sponda imprecisata, che viene toccata dal pensiero, soltanto se qualcuno ce ne indica i paraggi.
Alberto Bevilacqua
domenica, 03 febbraio 2008
Vi avevo promesso che per un po' di tempo non vi avrei accistiàto con i romanzi di Georges Simenon. Be', ho mantenuto la parola. Poi non ce l'ho più fatta. sono andato a rota, e ho deciso che me ne sparerò due di seguito. Il primo è "I fantasmi del cappellaio" (edito, come sempre, da Adelphi) che è anche uno dei non-Maigret più famosi. E ci sono dei buoni motivi per dirlo. E' la storia della lucida, metodica follia di un borghese bottegaio in una piovosa La Rochelle di dicembre. Bar fumosi, infinite partite a carte, cognac e vino bianco, stradine strette, decadute dimore gentilizie, marinai, professionisti panciuti e soddisfatti di sé, vecchie signore, zitelle, vedove o mogli tristi, prostitute dalle case accoglienti e silenziose. E i fantasmi di una finta pace sociale che copre magagne, odii e ipocrisie.
Simenon è strepitoso nel saper descrivere gli ambienti, nel dar forma ai personaggi, pescando dettagli dal passato o dando rapide accelerazioni al racconto che verrà. E qui, come mai, realizza uno sfondo cittadino degno della commedia balzachiana.
Non si può dire molto della trama, si rischierebbe di togliere gusto alle necessità dello sviluppo narrativo che esige, in questo Simenon, disvelamenti minimi e progressivi. C'è una serie di delitti e ci sono due personaggi centrali che si confrontano: il cappellaio e il suo dirimpettaio, un piccolo sarto armeno. In palio c'è una taglia i ventimila franchi, che per il sarto equivalgono a sei mesi di lavoro. So bene che dando solo questi dettagli rischio di mandarvi fuori strada. Ma è meglio depistarvi involontariamente che togliere il piacere di un testo. Il finale è frenetico, sembra inatteso, ma il lettore che riesce a immaginare tutte le possibilità non ne esce stupito.
Il romanzo ha avuto un'elaborazione racchiusa in due anni. Prima c'è stato un racconto dal punto di vista del sarto, poi un altro racconto con un finale diverso, infine il romanzo, dal punto di vista del cappellaio, completamente ribaltato rispetto alle due versioni precedenti. In appendice a questa edizione c'è il primo racconto e il finale del secondo. Leggerli, a romanzo finito, crea uno strano effetto. Diventano tutti fantasmi. In fondo la letteratura è fatta di fantasmi.
domenica, 03 febbraio 2008
La bellezza di qualunque genere, quando è al vertice della sua espansione, stimola inevitabilmente alle lacrime uno spirito sensibile. E dunque la malinconia è il più legittimo fra tutti i registri poetici.
Edgar Allan Poe
sabato, 02 febbraio 2008
Gli esquimesi hanno un numero enorme di nomi per definire quello che noi, in una botta sola, chiamiamo neve. A Napoli, nonostante sia 'o paese d'o sole, non c'è un unico modo per indicare la pioggia.
Stasera piove. E tornando a casa senza ombrello, mi sono ritrovato a dire a me stesso, rincuorandomi, vabbuò pellechéia. Sottintendendo: si può fare, non rischio la bronchite se torno a casa a piedi.
Pellechéia è uno dei modi per definire la pioggia. Purtroppo sta scomparendo nella lingua napoletana. Si dice che pellechéia quando pioviggina, ma a gocce così leggere che appena bagnano l'asfalto e i bàsoli. E' una pioggia che lascia quasi asciutti i vestiti, ma poi se 'ncasa 'a mano, può trasformarsi in pioggia vera e propria. Quando pellechéia di giorno, soprattutto in primavera, è un bello spettacolo. Il mondo lo si ammira attraverso una piscina o uno schermo mobile. Sembra di stare in Irlanda (anche se non ci sono mai stato).
Quindi a Napoli non si limita a chiòvere, a piovere, che è l'indicazione generica. Ci sono altri modi per indicare l'acqua che viene giù dal cielo. Adesso, senza stare a rifletterci più di tanto me ne vengono in mente almeno altre quattro.
Si dice che chiove a zeffùnno, quando piove in gran quantità. E' quasi un diluvio. Zuffunnà significa sprofondare, sommergere.
Schizzechéia è facile da capire: è una pioggia a gocce ben definite, ma rade. E la condizione peggiore per portare l'ombrello che per lo più diventa un ingombro.
'A trupèa (o trubbèa) è il classico temporale estivo. In genere viene con il vento improvviso e segna spesso la fine della bella stagione. Infatti c'è 'a trupéa 'e aùsto (agosto).
E infine c'è 'o patapate 'e l'acqua. E' una pioggia improvvisa e violenta (simile alla trupéa, ma quasi sempre senza forte vento). E' un acquazzone che non dà scampo. Lungo, interminabile. Quando diluvia (chiove a zeffùnno) è venuto 'o patapate 'e l'acqua.
Per stare in tema liquido, molto baumizzante, ascoltavo Gavin Bryars. Questa malinconia deve pur finire, prima o poi.
sabato, 02 febbraio 2008
Il lato diabolico della malinconia è quello non solo di far ammalare le sue vittime, ma anche di renderle presuntuose e miopi, addirittura quasi superbe.
Hermann Hesse
venerdì, 01 febbraio 2008
La musa della transizione è la malinconia.
Francesco De Sanctis