In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare.
Emil Cioran
In un mondo senza malinconia gli usignoli si metterebbero a ruttare.
Emil Cioran
E' l'ora
prenotturna.
L'ora
romantica della malinconia,
quando una mano passa
sul volto, e
annulla
città e campagne - il mare
lontano: le sue montagne.
Giorgio Caproni
Da bambino vivevo in paese a nord di Napoli che allora era piccolo. La campagna arrivava fin tra le case, fin dentro le case. Paese di contadini, per lo più. E come tutti i paesi lontani da tutto e vicini a niente, aveva indicazioni topografiche vaghe e precise allo stesso tempo. Chi ci viveva le intendeva benissimo, per frequentazione quotidiana ed esclusiva. Beninteso, le strade e le piazze avevano un nome ufficiale con tanto di targa del Comune. C'era (e c'è) l'onnipresente e opprimente via Roma. Ma se chiedevate dove fosse piazza Gabriele D'Annunzio non tutti avrebbero saputo rispondervi. Eppure era la piazza principale dove troneggiava la chiesa di Santo Stefano, l'unica chiesa.
Qualche rara volta che torno mi sento sempre come il ragazzo della via Gluck. Case su case e strade con nomi nuovi. E strade nuove. La campagna emarginata, fuori dalle palle. Se chiedo a qualcuno un indirizzo o se qualche parente mi parla di persone e luoghi, mi tornano in mente le indicazioni di quando ero bambino. Erano riferimenti anche un po' magici, che ho ritrovato nel paese più grande dove mi sono trasferito da adolescente. In questo muorzo di paese c'erano strade e piazze che noi riconoscevamo sotto i nomi di 'a via 'e Marano, 'a via 'e Giugliano, 'a via d'o cimitero, areto Cazzapècura, abbasci'a Cupa, abbasci'o Cavone, 'ncopp'a l'Araùsto (l'arbusto), 'e Fràreche Nove (alle case nuove), abbasci'o Puzzo, 'o vico d'e Vammàne (le mammane), abbiasci'e Putéche (le Botteghe), 'ncopp'o Ponte 'e Surriento, mmiez'o Tunno (il Tondo, un quadrivio). Io abitavo for'a via Nova. Era un'indicazione curiosa, perché la strada che, allora, costeggiava esternamente il centro (oggi è essa stessa centro), era una via antichissima, una strada consolare romana. Il nome Nuova, che persisteva negli anni Sessanta, derivava, suppongo, dal suo rifacimento per mano degli ingegneri di Ferdinando IV di Borbone che creò questa deviazione di via Santa Maria a Cubito, che da Capodimonte lo portava negli sperduti casali dei Mazzoni casertani, mettendo a posto il tracciato antico, per poter facilmente raggiungere le campagne non ancora flegree dove andava a caccia di quaglie. E fece anche costruire il ponte di Surriento (che non è una dialettizzazione di Sorrento, ma un'indicazione geografica, Surriento-A Oriente). Chiamare via Nuova una strada che risaliva forse agli Osci è una delle stramberie che ci offre la capacità tutta napoletana di interpretare passato, presente e futuro come un unico tempo che non distingue le traiettorie.
Chi ha già capito del paese di cui parlo non tema, non ho dimenticato sott'a Treglia, la piazza della chiesa. La treglia è il tiglio. E chiamare la piazza principale Sotto il Tiglio (prima ancora che Branduardi facesse una canzone con questo titolo) dà un bel fascino ai ricordi. Ai miei tempi nella piazza non c'era nessun tiglio. Negli anni Venti (o Trenta) era stato sostituito da un monumento ai caduti della Grande Guerra. E io pensavo che Treglia fosse il nome di quella stramba costruzione. Era fatta di mattoni rossi e aveva (e ha) una forma che allora e adesso mi sembra curiosa. E' una specie di calice capovolto dal quale si staglia un pinnacolo. Non ne ho visto di simili altrove. Con gli anni ('a vicchiaia è na brutta bestia) mi sono sempe più spesso chiesto chi l'avesse progettato. Ora, che sono decenni che non torno sott'a Treglia, mi chiedo se quel calice stia ancora là.
Tutte queste considerazioni sono venute fuori da un'occhiata che ho dato al calendario (o forse dalle citazioni che sto postando sulla malinconia). Tra due giorni è il 31 gennaio. Embè? direte. Il 31 gennaio di celebra san Giovanni Bosco. E la scuola elementare di Q. che io frequentavo da bambino era intitolata a quel santo. Così, l'ultimo giorno del primo mese dell'anno a scuola non si faceva lezione, ma, se non ricordo male, c'era una cerimonia in onore del santo. Comunque non si faceva lezione. Nella mia testa, il 31 gennaio è rimasto un giorno festivo. Scherzi della memoria, che fanno riaffiorare quell'edificio allora moderno, nuovo, stile primi anni Sessanta. Cemento, intonaco grigio, un'ampia, enorme (il bambino che resiste in me la ricorda enorme) sala d'ingresso, aule luminosissime e grandi (vedi alla parentesi precedente), finestre a parete intera. E tutt'attorno campagna. Ci sono tornato una ventina d'anni fa da quelle parti. L'edificio un tempo solitario era circondato da case e case. Chissà come sarà adesso.
Be', per oggi, ho anche scocciato troppo.
Aggiornamento del 1 febbraio 2008: un mio amico di Q. che non legge questo blog mi ha detto ieri che sott'a Treglia, da qualche anno, hanno ripiantato un tiglio. E' davvero proprio tanto tempo che ci manco.
Ora la fascinazione (opposta alla seduzione che mirava alle apparenze e alla ragione dialettica che mirava al senso) è una passione nichilista per eccellenza, è la passione propria del modo di sparizione. Siamo affascinati da tutte le forme di sparizione, della nostra sparizione. Malinconici e affascinati, questa è la nostra situazione generale in un'era di trasparenza involontaria.
Jean Baudrillard
Grazie alla malinconia - questo alpinismo dei pigri - scaliamo dal nostro letto tutte le cime e sogniamo al di sopra di tutti i precipizi.
Emil Cioran
da www.ansa.it.
Gli uomini si dividono in tre categorie: gli sposati, gli omosessuali e gli omosessuali sposati.
Arthur Bloch
La conversazione deve avere una base comune: tra due persone troppo diverse per cultura, l'unica base comune è al livello più basso.
Oscar Wilde

Un senatore di Alleanza Nazionale festeggia la caduta del governo Prodi riempiendosi la bocca di mortadella. Direttamente tra i banchi di Palazzo Madama, mentre un suo camerata stappa una bottiglia di spumante. Ignoro chi sia. Sarà un futurista da Bagaglino, con uno spiazzante sciarpone rosso. Questo è il futuro che avanza.

Un gruppo di militanti della Destra di Francesco Storace festeggia per strada la caduta del governo Prodi. Abiti neri, fiamme tricolori, saluti romani. Sembra una scena degli anni Venti. Questo è il passato che non passa.
Provate seriamente a riflettere su tutte le conversazioni che avete avuto da quando siete al mondo. Tutte quelle discussioni vi hanno mai portato da qualche parte? Se vi rispondete onestamente, dovete convenire che non vi hanno portato a niente.
Georges Gurdjieff
L'arte della parentesi è uno dei grandi segreti della conversazione in società.
Nicolas de Chamfort
Amo molto parlare di niente. È l'unico argomento di cui so tutto.
Oscar Wilde
E la monnezza...
E Mastella...
E mo' pure la bomba...
Basta, spegnete le luci, chiudete Napoli, mandate il pubblico a casa...
Il veleno che uccide i deboli tonifica i forti, che non lo chiamano veleno.
Friedrich Nietzsche
Questo sarà un post indignato.
E ragionare sulla ragione è di tutte le cose la più irragionevole. O se non altro, il tema può essere dibattuto solo da chi si accorga a colpo d'occhio della demenzialità del dibattito.
Edgar Alla Poe
E' decisamente un'opera pulp quest'ultimo romanzo di Michele Serio, "La dote" (edito da Flaccovio). Serio ha quasi scritto libri pulp, ma "La dote" è di un pulp esagerato, ma divertente, tanto da sfondare le pareti del grottesco. Il plot è arrapante. C'è Maria, ragazzina del vico Alabarde, nel quartiere napoletano della Sanità, che all'improvviso cresce un culo che è la fine del mondo. Da un giorno all'altro si trova a essere, da fanciulla insignificante, l'oggetto del desiderio e delle voglie più voluminose di un intero rione. Tutti sbavano per lei e attorno a lei si scatena addirittura una lotta di potere tra boss e aspiranti boss. Come andrà a finire non si può dire perché c'è un colpo di scena finale, che purtroppo i lettori più scafati come me intuiscono fin troppo presto, ma per chi è meno malpensante la trovata finale ribalta in gran parte gli schemi lungo i quali è scivolato il romanzo.
La gente più razionale, per la quale l'esistenza è un'accorta speculazione basata su accuratissimi calcoli dei modi e dei mezzi, sa sempre dove andrà a finire e ci va. Cominciano con l'aspirazione ideale a diventare sacrestani e, ovunque tu li metta, riescono sempre a diventare sacrestani e nulla più.
Oscar Wilde
L'ultimo passo della ragione è di riconoscere che vi sono infinite cose che la sorpassano.
Blaise Pascal
Raramente la forza della ragione prevale sulla ragione della forza.
Alessandro Morandotti
Il mondo tende a diventare materia di amministrazione totale, che assorbe in sé anche gli amministratori. La tela di ragno del dominio è diventata la tela della Ragione stessa.
Herbert Marcuse
REYKJAVIK - Addio a Bobby Fischer, primo e unico statunitense a conquistare il titolo di campione di scacchi, entrato nella storia per la sua sfida con il russo Boris Spassky. Fischer, che aveva 64 anni, è deceduto in Islanda in seguito a una malattia non meglio precisata. La notizia della sua morte è stata data dalla radio islandese. Da molti esperti di scacchi era considerato il più grande giocatore di tutti i tempi. Soprattutto dopo che nel 1972 aveva battuto Spassky strappandogli il titolo mondiale al termine di una sfida che calamitò l'attenzione dei media di tutto il mondo. Nato negli Stati Uniti, viveva in Islanda dopo la disavventura con le autorità giapponesi che lo hanno tenuto per otto mesi in stato di fermo per aver utilizzato un passaporto americano non valido. Nel marzo del 2005 il parlamento islandese, l'Althing, aveva acconsentito a riconoscergli cittadinanza per "ragioni umanitarie", perché, a suo giudizio, era stato sottoposto a trattamenti ingiusti da parte dei governi giapponese e statunitense.
La scelta dell'Islanda non è stata casuale: la storica partita con Spassky del 1972, giocata quando lo scacchista americano aveva 29 anni, si era svolta proprio a Reykjavik e si era caricata di significati simbolici in piena guerra fredda fra Washington e Mosca. In seguito Fischer si era però rifiutato di difendere la corona contro il sovietico Anatoli Karpov (1975), incorrendo nella squalifica della Federazione internazionale degli scacchi. Da allora non aveva più giocato incontri ufficiali fino alla sfida-spettacolo in due fasi (la prima a Sveti Stefan, in Montenegro, la seconda a Belgrado) del settembre 1992 di nuovo contro Spassky (il quale intanto aveva preso la cittadinanza francese). Le autorità americane gli avevano proibito di andare in Jugoslavia, allora sotto embargo dell'Onu. Successivamente è stato incriminato per avere violato l'embargo: rischiava, se fosse tornato negli Usa, fino a dieci anni di carcere. Per questo si oppose alla estradizione negli Usa al momento del fermo in Giappone e chiese asilo politico in Islanda.
Ero un ragazzo quando scoprii gli scacchi. E li scoprii grazie alla sfida secolo: quella di Reykjavik tra Fischer e Spassky. Il mondo intero fu affascinato da quell'incontro che portava sulla scacchiera la guerra fredda. E fu affascinato dalla genialità folle di Fischer il primo americano che ruppe l'egemonia sovietica. Fischer era stravagante. Spassky gelido. Fischer era creativo, aveva sempre la mossa geniale che segnava una nuova regola nella storia dello sport più logico del mondo. Anch'io cominciai a giocare a scacchi. Studiai le sue partite. Soprattutto quelle islandesi. Non ci capivo molto, all'inizio. Poi a poco a poco imparai e divenni anche bravino. Ho smesso da decenni che non gioco, anche se ho provato a trasmettere a mio figlio lo sfizio di far scivolare tra caselle bianche e nere quegli eserciti rigidi d'altri tempi. Ma lui non s'è applicato. Oggi se giocassi una partita perderei in un quarto d'ora. Ma m'è rimasto un grande insegnamento di vita. Si gioca sempre alla luce del sole. Esistono due tipi di uomini: i giocatori di scacchi e i giocatori di poker. I secondi puntano sui bluff, i primi sul cervello. E il cervello di Fischer, pazzo e controcorrente, deve essere stato straodinario.
Solo la scissione e il contrasto rendono ricca e fiorente una vita. Che sarebbero la ragione e la temperanza senza la conoscenza dell'ebbrezza, che sarebbe il piacere dei sensi, se dietro di esso non stesse la morte, e che sarebbe l'amore senza l'eterna mortale ostilità dei sessi?
Hermann Hesse
Gli uomini sono sempre contro la ragione quando la ragione è contro di loro.
Jean-Claude-Adrien Helvétius
Il meccanismo narrativo che sorregge "L'estate di Bob Marley" di Paolo Pasi (edito da Pironti) è quello di "Ritorno al futuro" o meglio ancora di "Peggy Sue si è sposata". Un adulto ritorna indietro nel tempo e si trova a condizionare il passato proprio e degli altri.
Ciò che è razionale è reale; ciò che è reale è razionale.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel
Poi che, se la ragione domina da sola, è una forza che imprigiona; e la passione, se incustodita, è una fiamma che brucia e si distrugge. Perciò la vostra anima esalti fino alla passione, affinché essa canti, e con la ragione diriga la passione, affinché questa viva in resurrezione quotidiana, e sorga come la fenice dalle ceneri.
Gibran K. Gibran

La pioggia s'è scatenata quando ero già sveglio ed era ancora buio. Ho imparato a conoscere l'alba d'inverno e ad apprezzare l'inverno proprio grazie alla pioggia che costringe a rintanarsi a casa, dedicandosi ai piaceri della musica (Battisti uno e due, Mozart, "Music" di Springsteen, ma pure Lou Reed live, Caterina Caselli, Mario Biondi, Khaled, Culture Club, Grace Jones - "I've seen that face before" - e molto soul), a quelli della lettura (uno strano romanzo, non straordinario, ma di cui, prima o poi, vi dirò), quelli del sesso (che non devo spiegarvi). E' l'inverno del nostro contento, alla faccia di Steinbeck. Oggi non lavoro, dovrei approfittarne per smaltire un po' di incombenze burocratiche che, come ogni anno, si attrassano a gennaio. Ma niente, preferisco stare a godermi l'ozio e non negarmi i suoi regali più segreti. Il signor P. ha finito il suo secondo romanzo, l'ha spedito a un editore e a giorni dovrebbe avere una risposta, così posso godermi con lui il dolce far niente. Già il sole spèrcia il cielo nuvoloso e non è escluso che vada a fare quattro passi: Toledo o Lungomare.

Forse finirò di leggere il romanzo che mi insegue tra comodino, divano e scrivania. Finora sono stato a cincischiare tra un libro e un altro. Molti li ho abbandonati dopo qualche pagina. L'età mi ha reso selettivo. Avrei dovuto esserlo anche da giovane. Ricordo ancora, tanti anni fa, quando ero all'università, quello che mi disse uno studente dell'ultimo anno, uno di quelli politicizzati, più politicizzato di me che ero più cretino che creativo, mentre lui era vicino ad Autonomia. All'epoca ero bulimico, avrei letto tutto. Nella vetrina di una libreria avevamo visto l'edizione fresca di stampa dei "Diari" di Robert Musil. Io, che avevo appena divorato "I turbamenti del giovane Torless", sbavavo. Avevo comprato "L'uomo senza qualità" che sta ancora negli scaffali intonso (prima o poi lo leggerò, garantito, appena avrò il piacere di fratturarmi una gamba) e quei due volumi delle Nuova Universale Einaudi, erano una tentazione illusoria, costavano troppo per le mie tasche di studente squattrinato. Il collega di Autonomia, mentre camminavamo verso il capolinea dei bus della Tpn, che allora era in una stradina tra via Pessina e l'Accademia di Belle Arti, con poche parole tagliò la testa al toro del mio insano desiderio. Disse: "Ma che te ne importa dei diari di Musil, quando mai li leggerai?". Appunto.
E stasera cous-cous.
Gli uomini che ragionano sempre non fanno la storia.
Giovanni Gentile
Malgrado gli elementi negativi, vistosi e spesso atroci, con cui la crisi si manifesta e minaccia, le alternative vitali che impregnano oggi il mondo che chiamano ancora Europa (...) il "fanciullino" che portiamo dentro di noi, e che si spaura davanti alla morte, chiederà in angoscia se non possa mai accadere che la civiltà occidentale perisca e che l'Oriente mistico, o l'Africa nera... o i marziani o qualcos'altro l'angosciata immaginazione può configurare, possano per poco o per molto o per sempre sommergere il patrimonio culturale della vecchia Europa... A questa domanda è da rispondere che queste o simili cose "possono" accadere, e che non disponiamo, come Socrate, dei miti per incantare il fanciullino: ma disponiamo di altro, di cui Socrate non disponeva, cioè delle potenze ancora nascoste della ragione.
Ernesto De Martino
Per perdonare alla ragione il male che essa fa alla maggioranza degli uomini, bisogna considerare che cosa sarebbe l'uomo se gli mancasse la ragione. La ragione, insomma, è un male necessario.
Nicolas de Chamfort
La ragione e l'amore sono nemici giurati.
Pierre Corneille
Be', facciamoci anche qualche risata. Facile, facile.
Dal cassettone polveroso del "come eravamo" escono, ogni tanto, dei ricordi bislacchi che ancora riescono a creare qualche emozione, come questa canzone, che a risentirla oggi, con il suo misto di insurrezionalismo sentimentale e sentimenti insurrezionali, e con la musica che vira allo sdolcinato, evoca facce e parole, pensieri pochi. Facce, come quelle delle foto che scivolano, una dietro l'altra. Avevamo pochi anni, e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Ma questa era un'altra canzone. E io non avevo neanche vent'anni, allora.
Il cuore sente, la testa confronta.
François-René de Chateaubriand
La noia mortale che emana da quelli che hanno ragione e lo sanno. Chi è veramente intelligente nasconde di aver ragione.
Elias Canetti
Non si sa mai chi ha ragione, ma bisogna sempre sapere a chi conviene darla.
Arthur Bloch
Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.
Blaise Pascal
Pare che il padreterno - per compensare l'uomo delle enormi deficienze fisiche nei confronti degli animali - lo abbia dotato della ragione. Omettendo però di fornirlo della combinazione per servirsene.
Alessandro Morandotti
È strano che voi compiangete colui che è lento di piede e non colui che è lento di pensiero.
Gibran K. Gibran
Lo scender nell'Averno è cosa agevole,
ché notte e dì ne sta l'entrata aperta;
ma tornar poscia a riveder le stelle,
qui la fatica e qui l'opra consiste.
Virgilio

L'Inferno è l'assenza.
Paul Verlaine
Il Paradiso lo preferisco per il clima, l'inferno per la compagnia.
Mark Twain
Non c'è bisogno della graticola, l'Inferno sono gli altri.
Jean-Paul Sartre
L'inferno non può essere il fuoco - ci sono cose ben peggiori del fuoco.
Walker Percy
Anche Dio ha il suo Inferno: è il suo amore per gli uomini.
Friedrich Nietzsche
"Ma dimmi, Arcangelo Fusco, nessuno si ricorda quassù della sua vita sulla terra?" "Dicono di no, dicono che soltanto quelli che vanno all'Inferno si ricordano, e per questo si chiama Inferno".
Axel Munthe
Meglio essere re all'Inferno che servi in Paradiso.
John Milton
È difficilissimo dar fuoco all'inferno.
Stanislaw Jerzy Lec
Quando parla dell'Avana picaresca dei primi anni del castrismo, Pedro Juan Gutiérrez è imbattibile. Semplice e seducente. Racconta e basta, senza stare menartela con la letteratura. Sono storie e, in questo "Il nido del serpente" (pubblicato da e/o), è ancha sua storia, di sedicenne (e poi di diciottenne e diciannovenne) con un'estrema voglia di sesso e di libertà, in un mondo dove la povertà la fa da padrona. Non contesta e non protesta il Pedro Juan di questo romanzo che tiri via senza accorgertene, non protesta e non contesta, cerca di cavarsela. Non vuole andare via dalla sua Cuba, anche se potrebbe e scopa, scopa con tutte le donne che gli capitano a tiro, vecchie zoccole e maestrine lesbiche, ma che non disdegnano un bel maschio, mulatte assatanate che lo cospargono di oli di belle ragazze con madri che a sessant'anni scoprono il lifting gratuito e l'erotismo corrisposto di venticinquenni. Pedro Juan è pieno di muscoli e di sfaccimma. E' anche corteggiato da finocchi di tutte le età, ma lui, da vero macho latino, se ne tiene lontano, anche se viene sedotto culturalmente dal decadente Signore, un maggiordomo con pose alla Gatsby che custodisce da anni la casa che i suoi padroni, ignoranti e ricchi, gli hanno affidato, scappando a Chicago. E' un passaggio che ricorda un po' "Fragola e cioccolato".
Ma il giovane Pedrito fa di tutto: venditore di gelati (assieme al padre), pescatore di gamberi, soldato tagliatore di enormi piantagioni di canne da zucchero. Dalla sua Matanzas viaggia per l'isola in lungo e largo, sfiorato e attratto dalla santeria. Ha la testa piena di letteratura, finisce anche per comporre haiku, ma ha una fantasia che tende al macabro e ha una voglia ossessiva di infilarlo in qualsiasi corpo femminile. Beve e acquavite fino a stordirsi: un classico che ha fatto guadagnare a Gutiérrez il titolo di Bukowski dei Caraibi.
Il nido del serpente, da cui il titolo, è quella zona d'ombra della mente dove si rifugiano le idee, quelle più inconfessabili. Padro Juan lo custodisce come un sacrario nel quale nessuno può penetrare. Lo aiuta a vivere, mentre tutti attorno a lui cercano di imbottirlo di ideologia, ma è solo un modo per fotterlo meglio. Gutierréz che è sempre vissuto a Cuba, godendo anche di una eccezionale possibilità di viaggiare all'estero, non attacca mai direttamente il regime di Castro. Anzi Fidel e il Che non sono mai nominati nel romanzo. Li limita a criticare, ma solo descrivendo i fatti con crudezza senza giudizi, la miseria dei funzionari e degli approfittatori e affamatori di un popolo che nonostante tutto conserva una frenesia esplosiva.
Finisce con parole che rievocano la beat generation e, in bocca a un disperato gaudente come Pedro Juan, fanno sorridere: "In lontananza si vedevano le luci dell'Avana. Ero ubriaco, disorientato e stordito. Non sapevo che fare. Non sapevo cosa volevo fare né dove andavo. Ma non potevo fermarmi. Credo che fosse l'unica cosa che avevo chiara: non potevo fermarmi. Dovevo continuare a camminare e attraversare la furia e l'orrore".
Le porte del Cielo e dell'Inferno sono adiacenti e identiche: entrambe verdi, entrambe splendide.
Nikos Kazantzakis
A guardare i fastidi che si incontrano da vivi, sembra improbabile che debbano finire solo perché si è morti.
Peter Hoeg
Che cos'è l'Inferno? L'inferno siamo noi stessi.
Thomas Stearns Eliot
Si parla sempre del fuoco dell'Inferno, ma in realtà nessuno l'ha visto. L'Inferno è il freddo.
Georges Bernanos
L'Inferno c'è, ma è vuoto.
Hans Urs von Balthasar
All'Inferno ci va chi ci crede.
Alberto Arbasino
Quando si pensa a come funzionano i congegni più semplici è difficile credere che qualcuno salga sopra un aeroplano.
Bill Watterson
Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.
Arthur Bloch
Preferisco la scritta "proibito l'ingresso" a quella "senza uscita".
Stanislaw Jerzy Lec