Tutte le città sono invisibili. Ce l'ha insegnato Italo Calvino. Tutte, dietro e dentro la vita quotidiana, spogliate dal vestito della festa o purgate dalle meschinità comuni, possono essere scrutate, pescando negli interstizi, nelle fessure, negli angoli sporchi e in quelli lucidati. E' là che possiamo trovare le nature più segrete, reali, vere. Là tutto diventa visibile. Queste fessure o cicatrici possono essere un luogo, un volto, una parola, un gesto, un suono, un odore, un ricordo, un'idea o anche un libro. "A immaginare una vita ce ne vuole un'altra" di Elena Stancanelli (edito da Minimum fax) è nello stesso tempo uno strumento e una traccia per scovare la Roma invisibile. E' un viaggio tra non-luoghi, ipo-luoghi e iper-luoghi. Detta così sembra una faccenda complessa e socio-antropologica. Invece no, è un bel racconto, una forma di giornalismo empatico, in prima persona e contemporaneamente laterale.
La Stancanelli è fiorentina e, vent'anni fa, appena laureata, è andata a vivere a Roma. Può quindi sentire Roma come sua e come estranea. Questo le consente di viaggiare con il suo vespino avanti e indietro per le strade della Capitale, dal centro alle periferie, ma anche nel tempo tra gli anni Settanta a oggi, e tra cinema, musica e letteratura. Se non s'è ancora capito, è un libro che mi è piaciuto e, tranne alcune sbandate e divagazioni (poche, grazie a dio), mi ha convinto e anche conquistato. Il motivo è semplice: è un libro fresco e profondo. Dentro c'è, appunto, quello che delle città, della nostra città, qualunque essa sia, non sappiamo vedere perché ci siamo abituati e lo ignoriamo considerandolo uno stereotipo. La Stancanelli va dal Tufello a Corviale, dagli ipermercati al Verano, dai sex-shop ai quartieri dei trans, dalla Trappa di via Laurentina a Casalpalocco. In mano ha i libri di Cristina Campo e negli occhi i film di Pier Paolo Pasolini, nelle orecchie una musica complessa che mescola De Gregori e Alan Sorrenti (come termine e inizio, la fine degli anni Settanta). Leggendo il suo libro è stato inevitabile pensare al primo episodio di "Caro diario" di Nanni Moretti. C'è la stessa accumulazione appassionata e divertita, un po' di disillusione, ma che, a differenza di Moretti, guarda avanti.
Le facce invisibili della città visibile raccontano la complessità metropolitana, ma anche rapporti sociali, ricchezze e povertà, desideri e bisogni. Immigrati. Piccolo-borghesi. Donne e uomini lobotomizzati dalla televisione. Ma tutti hanno una speranza e raccontano un pezzetto dell'umanità intera. Il mondo è, anche se muta ogni secondo, un immenso sistema saussuriano, trasportato dal linguaggio alla vita intera, dove appunto tutto si tiene. Ma solo per poco. Si sposta un granello del Sahara è abbiamo modificato il mondo o l'ha cambiato il vento. In questo labirinto la Stancanelli ci va con molta curiosità e noi con lei, quasi sempre sedotti.
Voglio chiudere con tre noticine. La prima è una correzione. A pagina 67, la Stancanelli scrive che nel primo governo Berlusconi, Cesare Previti era ministro della Giustizia. Lo era Alfredo Biondi. Previti era ministro della Difesa, anche se ficcava spesso il naso in affari giudiziari. Lo segnalo per un'eventuale correzione in una seconda edizione che le auguro.
La seconda è una frase molto secca e bella, che tiro via dal mare della scittura come un pesce guizzante, sul corpo ridotto a feticcio dal mito della fitness: "I nostri muscoli servono soltanto a indossare i vestiti con maggiore eleganza".
La terza nota riguarda i blog. Non tutti gli abitanti della blogosfera, almeno, e credo che non riguarda me, i pochi che frequento o coloro che pascolano gradevolmente da queste parti. La Stancanelli si riferisce al testo di un volantino di rivendicazione di un attentato a Radio Città Futura nel gennaio del 1979. Lo attribuisce a Giusva Fioravanti. E' un testo delirante, effettivamente. Lei l'ha letto e riletto, scoprendo in esso una "imbarazzante sensazione di familiarità", quella che fa prevalere la rabbia sulla sintassi. E capisce che somiglia ai post dei blog. Scrive: "Il discorsino di Fioravanti mi ricorda moltissimo gli interventi scalmanati sui blog in rete, i famigerati commenti, o post, il cui anonimato è protetto da fantasiosi nickname. Uno spazio franco, spesso colonizzato dall'imbecillità. Parole senza responsabilità, vagonate di rancore, razzismo, gomitate a caso. I commentatori anonimi dei blog scrivono come un terrorista, ma stanno col culo sulla sedia. Non mi viene in mente niente di più disgustoso" (pag. 30). Be'. in parte, in gran parte, condivido, soprattutto sulla frettolosità con la quale si scrivono i post, ma è il loro carattere (beviamo al carattere, direbbe Arkadin). Mi viene, però, anche da chiedere: ma quali blog ha frequentato e frequenta la Stancanelli? Non è una semplice autodifesa. Ci sono blog e blog. Moltissimi non anonimi, altri nei quali l'identità del blogger è facilmente rintracciabile. Altri, come questo, in cui la rabbia, quando c'è, non prevale sulla sintassi. Ma non mi sento per niente offeso. Sento che non mi riguarda. Volevo solo informare il signor P. Magari lui ci ripensa e, dopo quattro anni, decide di farmi fuori, prendendo il mio posto, giusto per farsi riconoscere dai pochi che non sanno ancora chi è, ma ai quali manco interessa chi sia. Gli basta sapere che esisto, che esiste Roquentin.
Quest'ultima nota, sbandata nell'autobiografico, non c'entra molto con "A immaginare una vita ce ne vuole un'altra" che è un bel libro e, in filigrana, una lezione di moderno giornalismo letterario.