venerdì, 30 novembre 2007
JoyceAvete visto tante volte la sabbia sulla riva del mare. Come son fini i suoi piccoli granelli! E quanti di quei minuti granellini ci vogliono per formare la piccola manciata che un ragazzo stringe giocando. Ed ora immaginate una montagna di questa sabbia, alta un milione di miglia, elevata dalla terra fino ai cieli più lontani, larga un milione di miglia, estesa fino agli spazi più remoti e spessa un milione di miglia: immaginate questa enorme massa di innumerevoli particelle di sabbia, moltiplicata tante volte quante sono foglie nelle foreste, gocce d'acqua nel grande oceano, piume sugli uccelli, scaglie sui pesci, peli sugli animali, atomi nella vasta distesa dell'aria, e immaginate che alla fine di ogni milione di anni venga un uccellino a questa montagna e se ne porti via col becco un grano minuto di sabbia. Quanti milioni sopra milioni di secoli passerebbero prima che quest'uccello abbia portato via un solo piede quadrato di questa montagna, quanti cicli su cicli di epoche prima che l'uccello l'abbia portata via tutta. Eppure, finita quest'immensa distesa di tempo, si potrà dire che nemmeno un istante dell'eternità sia passato. Finiti tutti questi bilioni e trilioni di anni, l'eternità sarebbe appena cominciata. E se quella montagna, dopo essere stata portata via tutta, tornasse a levarsi e l'uccello ritornasse e la riportasse via tutta un'altra volta a grano a grano; e se essa sorgesse e scomparisse tante volte quante ci sono stelle nel cielo, atomi nell'aria, gocce d'acqua nel mare, foglie sugli alberi, piume sugli uccelli, scaglie sui pesci, peli sugli animali, e alla fine di tutte queste innumerevoli resurrezioni e sparizioni di quella montagna incommensurabilmente grande, non un solo istante dell'eternità si potrebbe dire passato: anche allora, alla fine d'una tal durata, dopo quell'infinità di tempo il cui solo pensiero ci fa girare dalle vertigini il cervello, l'eternità sarebbe appena cominciata.

 James Joyce

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giovedì, 29 novembre 2007
Horcynus Orca"A Jutta che meriterebbe di figurare in copertina con il suo  Stefano". Questa era la dedica che Stefano ("il suo Stefano") D'Arrigo aveva scelto per introdurci nel mondo incantato e mostruoso, omerico e novecentesco, lirico, epico, erotico di "Horcynus Orca". Jutta, Jutta Bruto D'Arrigo, era (da oggi bisogna dire era) sua moglie. Una compagna che ha letto, amato, discusso con lui il romanzo dello Scill'e Cariddi e delle fere, della guerra di 'Ndria Cambria e del mare profondo ("dove il mare è mare"), della femminota Ciccina Circé e del dolidoli degli sbarbatelli, "assistendo" il marito per 25 anni, dal 1950 al 1975, quando la Mondadori pubblicò il libro in un'austera e silente edizione (non una nota biografica, un'aletta con un consiglio per l'acquisto, una smilza introduzione, no, solo quelle dodici parole e il Mediterraneo infinito), Jutta è morta a 83 anni. Il "suo Stefano" se n'era andato nel 1992, ma la leggenda dell'Orca svetta con l'imponenza della lingua e della narrazione, madre di tutte le letterature, nel cuore del Novecento.
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categoria:addii
giovedì, 29 novembre 2007

Peter HoegChi vive giornate sempre uguali e non ha preoccupazioni materiali vive in una sorta di eternità.

Peter Hoeg

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mercoledì, 28 novembre 2007
RovinaSimona Vinci ha scritto dei libri che mi sono piaciuti molto. Altri libri. Questo "Rovina" (stampato dalle Edizioni Ambiente), in una meritevole (per l'idea e l'impegno) collana dedicata agli eco-noir, l'ho invece trovato loffio, buttato via. E' una vicenda di speculazione edilizia nella opulenta Emilia. A raccontarla sono alcuni personaggi (un maestra, un insegnante, un'infermiera, un geometra, un'imprenditrice, un operaio e, alla fine, lo stessa scrittrice). A fare da intermezzo dei capitoletti vagamente evocativi. La struttura è quasi simile a "Donne informate sui fatti" di Carlo Fruttero, che, a differenza di "Rovina", è un bel libro.
All'inizio c'è un delitto e alla fine la stessa vittima, brevemente, dà conto della sua morte in una macelleria, con toni un po' splatter. Questo è il massimo (preciserei, per correttezza, il minimo) di sbilanciamento verso il noir. La storia in sé potrebbe pure starci, ma è raccontata senza modulare i registri narrativi dei vari personaggi che, tranne qualche innocua caratterizzazione, parlano e pensano pressoché allo stesso modo. Sono monologhi che vogliono fare i conti con la propria coscienza invece di raccontare una vicenda. La capacità di scandagliare le oscurità della coscienza è sempre stata la forza della Vinci. Ma qui si ferma davvero alla superficie. Ne viene fuori una storia che non è un noir, né un libro di denuncia e né un romanzo della Vinci.
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categoria:letture
mercoledì, 28 novembre 2007

Elias CanettiNell'eternità tutto è inizio, mattino profumato.

Elias Canetti

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categoria:tempo
martedì, 27 novembre 2007

GallinaFresca fresca, appena deposta da "Ballarò". Per chiudere la puntata di stasera, Giovanni Floris ha mandato in onda un servizio sul boom delle multe con l'Autovelox nei comuni della via Flacca, da Sperlonga a Minturno. Anch'io ne ho beccata una questa estate e l'ho pagata, bestemmiando e senza fare ricorso. Veramente ne ho preso un'altra anche più salata a Mondragone (il buco del culo del mondo) e un'altra a Bacoli. E così ho fatto crocianera. Non mi vedranno più dalle loro parti. Neanche di passaggio, perché di passaggio ero.

E', come è noto, una forma di autofinanziamento che hanno adottato i Comuni, i quali ti fanno arrivare un verbale a casa anche se vai a trenta all'ora su una strada dritta, deserta, a doppia corsia. Lo Stato dimezza i finanziamenti e i Comuni si rifanno su chi passa in auto. Siamo di nuovo nel Medioevo. E' come il fiorino dell'esattore del film di Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Ma quello che mi ha fatto ridere del servizio è stata una puttanata che è sfuggita a un simpatico abitante di Minturno. Indicava al giornalista e alla telecamera un apparecchio Autovelox su una stradina di campagna, un pezzetto d'asfalto di una cinquantina di metri e diceva, più o meno: "Ecco, è qui che il Comune ha messo l'uovo dalle galline d'oro".

Della serie: neanche i proverbi sono più quelli di una volta.

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categoria:puttanate
martedì, 27 novembre 2007

Centro direzionale

Per i newyorchesi è facile distinguere i turisti in giro per Manhattan: hanno sempre la faccia rivolta all'insù, guardano le cime dei grattacieli. Ogni volta che mi addentro nel Centro Direzionale di Napoli, mi sento osservato come un turista in America. Ci vado raramente. Stamattina ci sono andato presto. I negozi erano chiusi, i bar quasi tutti aperti. Cornetti e brioche. Cappuccini e caffè. Free press. Scivolando accanto alle rosticcerie si sentivano miscele di fritture, anche vagamente marine. Ero in anticipo sull'orario del mio impegno, così ho girovagato un po' a caso, con lo sguardo rivolto ai grattacieli che si specchiavano nei grattacieli. E agli ascensori esterni che sembravano tante supposte in un incubo di Philip K. Dick. Le forme di Kenzo Tange. E' solo lui il responsabile di questo sogno compresso, di questa metropoli in miniatura, un miscuglio di stili, epoche, desideri, bisogni, razionalismo e labirinti? Solo lui? Non lo so. Altri lo sanno.

Il Centro Direzionale lo devi percorrere con l'iPod che mescola gli Asian Dub Foundation e Massimo Ranieri. Vedi tutto con un altro occhio. Innanzitutto non è un Centro, ma una Periferia Direzionale. Perché, con i mezzi pubblici è quasi più facile arrivare a Scampia o a Pianura che quaggiù, C'è, è vero, una stazione della Circumvesuviana, ma m'è sembrato un miraggio. E deve essere stato così anche per tutti gli altri, ché non ho visto nessuno che c'entrava. Ho anche visto una fontana, immagino che sia una fontana, una grande vasca vuota dal fondale basso, inesistente quasi, con dei rubinettoni da zampillo al centro. Era tutta decorata con piastrelle che ricordavano Licola anni Settanta. Lo ricordate il Lido Blu? Ecco, immaginatelo negli anni Ottanta. Distrutto. Ora credo che non ci sia neanche più, mangiato da sfollati, monnezza, migranti e droga.

Anche in superficie, il Centro Direzionale, in pochi anni, è stato ridotto come lo vedete. Male, ma luccicante. Dobbiamo farci sempre riconoscere, soprattutto a casa nostra.

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categoria:napoletana
martedì, 27 novembre 2007

BorgesTutto accade per la prima volta, ma in  un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

Jorge Luis Borges

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categoria:poesia, tempo
lunedì, 26 novembre 2007

Emil CioranVolete moltiplicare gli squilibrati, aggravare le turbe mentali, costruire case per alienati in tutti gli angoli della città? Mettete al bando la bestemmia. Comprenderete allora le sue virtù liberatrici, la sua funzione terapeutica, la superiorità del suo metodo rispetto a quello della psicoanalisi, delle ginnastiche orientali o della Chiesa, e soprattutto comprenderete che proprio alle sue meraviglie, alla sua assistenza costante, la maggior parte di noi deve il fatto di non essere né criminali né pazzi.

Emil Cioran

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categoria:religione
domenica, 25 novembre 2007
Pane, amore e...Il fascino della divisa. Il fascino di due divise. Il fascino di quello che c'è sotto la divisa. Ma come si fa a non scivolare nel pecoreccio (quelli che hanno studiato dicono boccaccesco) quando si commenta il sesso matto dei vigili napoletani. La storia l'avrete letta su qualche sito. In breve, una ventina di giorni fa (ma la scena libertina è stata spifferata solo ieri), un vigile è stato beccato in un ufficio comunale in faccende intime per le quali, non volendo sembrare volgari, si usa un'espressione latina. Il vostro Roquentin non è improvvisamente diventato pudico. E' che un pompino è un pompino è un pompino, direbbe Gertrude Stein (era lei quella della rosa?). Vabbè, vabbè, divago, come al solito. Allora 'sto vigile stava in piedi, appoggiato alla scivania e sotto la scrivania c'era un'impiegata, in ginocchio da lui. Nel mentre è arrivato un altro vigile, pure lui amante della scatenata signora che non ha neanche potuto gridare cielo mio marito, perché il marito non era. Il marito era da qualche altra parte. Ed è, si dice, ancora ignaro di tutto. Ma se ha fatto due più due, avrà capito di essere ormai il quarto incomodo. L'amante tradito alla vista è svenuto. Non ci sono più i compari di una volta. Ora pare che siano stati tutti trasferiti. Scopassero quanto vogliono, magari tutt'assieme, ma non in Comune. Che devo dire? Dopo questa storia i vigili mi sono diventati ancora più simpatici, perché mi erano già simpatici da ragazzo, quando ho visto Vittorio De Sica ballare il mambo con Sofia Loren, in un film già allora vecchissimo, ma che rivedo sempre divertendomi: "Pane, amore e...". Ve la ricordate pure voi quella faccia malandrina, quelle mosse sbarazzine e le curve giunoniche racchiuse in un vestito rosso? Era rosso? Vabbè, divago ancora, ma una cosa è certa, d'ora in poi, quando incontrerò una vigilessa le chiederò di elevarmi il verbale. Oralmente.

A fare da controcanto c'è invece la storia del comandante dei vigili di Roma. Hanno beccato la sua macchina in divieto di sosta con il permesso di invalidità che apparteneva a una signora. Insomma, Roma si è ancora una volta dimostrata la città del potere e della truffa da magliari. Chi ha una divisa, foss'anche da vigile urbano, la usa per sfruttarla a danno degli altri, abusando del proprio potere. Napoli invece resta la città dell'amore, anzi del sesso. Chi ha una divisa la usa per spassarsela. Qui fottere è meglio che comandare.
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categoria:sesso, napoletana
domenica, 25 novembre 2007

MurphyNon imparerai mai a bestemmiare davvero finché non impari a guidare.

Arthur Bloch

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categoria:religione
sabato, 24 novembre 2007

A immaginare una vitaTutte le città sono invisibili. Ce l'ha insegnato Italo Calvino. Tutte, dietro e dentro la vita quotidiana, spogliate dal vestito della festa o purgate dalle meschinità comuni, possono essere scrutate, pescando negli interstizi, nelle fessure, negli angoli sporchi e in quelli lucidati. E' là che possiamo trovare le nature più segrete, reali, vere. Là tutto diventa visibile. Queste fessure o cicatrici possono essere un luogo, un volto, una parola, un gesto, un suono, un odore, un ricordo, un'idea o anche un libro. "A immaginare una vita ce ne vuole un'altra" di Elena Stancanelli (edito da Minimum fax) è nello stesso tempo uno strumento e una traccia per scovare la Roma invisibile. E' un viaggio tra non-luoghi, ipo-luoghi e iper-luoghi. Detta così sembra una faccenda complessa e socio-antropologica. Invece no, è un bel racconto, una forma di giornalismo empatico, in prima persona e contemporaneamente laterale.

La Stancanelli è fiorentina e, vent'anni fa, appena laureata, è andata a vivere a Roma. Può quindi sentire Roma come sua e come estranea. Questo le consente di viaggiare con il suo vespino avanti e indietro per le strade della Capitale, dal centro alle periferie, ma anche nel tempo tra gli anni Settanta a oggi, e tra cinema, musica e letteratura. Se non s'è ancora capito, è un libro che mi è piaciuto e, tranne alcune sbandate e divagazioni (poche, grazie a dio), mi ha convinto e anche conquistato. Il motivo è semplice: è un libro fresco e profondo. Dentro c'è, appunto, quello che delle città, della nostra città, qualunque essa sia, non sappiamo vedere perché ci siamo abituati e lo ignoriamo considerandolo uno stereotipo. La Stancanelli va dal Tufello a Corviale, dagli ipermercati al Verano, dai sex-shop ai quartieri dei trans, dalla Trappa di via Laurentina a Casalpalocco. In mano ha i libri di Cristina Campo e negli occhi i film di Pier Paolo Pasolini, nelle orecchie una musica complessa che mescola De Gregori e Alan Sorrenti (come termine e inizio, la fine degli anni Settanta). Leggendo il suo libro è stato inevitabile pensare al primo episodio di "Caro diario" di Nanni Moretti. C'è la stessa accumulazione appassionata e divertita, un po' di disillusione, ma che, a differenza di Moretti, guarda avanti.

Le facce invisibili della città visibile raccontano la complessità metropolitana, ma anche rapporti sociali, ricchezze e povertà, desideri e bisogni. Immigrati. Piccolo-borghesi. Donne e uomini lobotomizzati dalla televisione. Ma tutti hanno una speranza e raccontano un pezzetto dell'umanità intera. Il mondo è, anche se muta ogni secondo, un immenso sistema saussuriano, trasportato dal linguaggio alla vita intera, dove appunto tutto si tiene. Ma solo per poco. Si sposta un granello del Sahara è abbiamo modificato il mondo o l'ha cambiato il vento. In questo labirinto la Stancanelli ci va con molta curiosità e noi con lei, quasi sempre sedotti.

Voglio chiudere con tre noticine. La prima è una correzione. A pagina 67, la Stancanelli scrive che nel primo governo Berlusconi, Cesare Previti era ministro della Giustizia. Lo era Alfredo Biondi. Previti era ministro della Difesa, anche se ficcava spesso il naso in affari giudiziari. Lo segnalo per un'eventuale correzione in una seconda edizione che le auguro.

La seconda è una frase molto secca e bella, che tiro via dal mare della scittura come un pesce guizzante, sul corpo ridotto a feticcio dal mito della fitness: "I nostri muscoli servono soltanto a indossare i vestiti con maggiore eleganza".

La terza nota riguarda i blog. Non tutti gli abitanti della blogosfera, almeno, e credo che non riguarda me, i pochi che frequento o coloro che pascolano gradevolmente da queste parti. La Stancanelli si riferisce al testo di un volantino di rivendicazione di un attentato a Radio Città Futura nel gennaio del 1979. Lo attribuisce a Giusva Fioravanti. E' un testo delirante, effettivamente. Lei l'ha letto e riletto, scoprendo in esso una "imbarazzante sensazione di familiarità", quella che fa prevalere la rabbia sulla sintassi. E capisce che somiglia ai post dei blog. Scrive: "Il discorsino di Fioravanti mi ricorda moltissimo gli interventi scalmanati sui blog in rete, i famigerati commenti, o post, il cui anonimato è protetto da fantasiosi nickname. Uno spazio franco, spesso colonizzato dall'imbecillità. Parole senza responsabilità, vagonate di rancore, razzismo, gomitate a caso. I commentatori anonimi dei blog scrivono come un terrorista, ma stanno col culo sulla sedia. Non mi viene in mente niente di più disgustoso" (pag. 30). Be'. in parte, in gran parte, condivido, soprattutto sulla frettolosità con la quale si scrivono i post, ma è il loro carattere (beviamo al carattere, direbbe Arkadin). Mi viene, però, anche da chiedere: ma quali blog ha frequentato e frequenta la Stancanelli? Non è una semplice autodifesa. Ci sono blog e blog. Moltissimi non anonimi, altri nei quali l'identità del blogger è facilmente rintracciabile. Altri, come questo, in cui la rabbia, quando c'è, non prevale sulla sintassi. Ma non mi sento per niente offeso. Sento che non mi riguarda. Volevo solo informare il signor P. Magari lui ci ripensa e, dopo quattro anni, decide di farmi fuori, prendendo il mio posto, giusto per farsi riconoscere dai pochi che non sanno ancora chi è, ma ai quali manco interessa chi sia. Gli basta sapere che esisto, che esiste Roquentin.

Quest'ultima nota, sbandata nell'autobiografico, non c'entra molto con "A immaginare una vita ce ne vuole un'altra" che è un bel libro e, in filigrana, una lezione di moderno giornalismo letterario.

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categoria:letture
sabato, 24 novembre 2007

Taberna

Per prima cosa, questa spiaggia non la conosco. Ho preso la foto dalla Rete. Volevo una taberna greca sulla spiaggia, come ce n'è un'infinità nelle isole e sulle coste elleniche. E' ritornato il caldo e sembra che stia arrivando Ferragosto e non Natale. Durerà poco, perché l'estate di san Martino è finita da tempo. E' che iTunes, di prima mattina, mi propone canzoni e canzoni di Giorgos Dalaras, quella specie di Modugno-Baglioni-Battisti della musica greca e allora rispuntano dalla memoria frammenti incasinati e da qualche altra parte s'infilano desideri.

Quando mi ritrovo a pensare a che cosa farò quando smetterò di vendere le mie giornate a un padrone, penso quasi sempre alla Grecia, a una casetta bianca con una finestra sul mare e l'altra su una taberna con le sedie celesti dove andare a mangiare alici fritte (micro psari) e bere ouzo, come il tipo di "Atlantide" di Francesco De Gregori, solo che lui stava in California a guardare le nuvole. Ma per fortuna o purtroppo il giorno in cui lascerò il mio lavoro è ancora molto lontano. E poi, con i tempi che corrono, mica potrò andare in pensione. Se mi va bene andrò in campeggio. Al posto del Tfr mi consegneranno una tenda canadese.

Be', la dorata spiaggia greca resta uno dei miei sogni prediletti. Finirò come Cederna e Abatantuono di "Mediterreneo" ad affettare melanzane. Ma poi penso che sono un animale metropolitano e che dopo un mese ne avrei le palle piene, come succede, anche in tempi più ristretti, quando in Grecia ci vado in vacanza. Così riduco di molto la distanza e fantastico una casetta nel Cilento, sempre in riva al mare, però. Niente montagne, salite, discese e tornanti del sasiccio. Ma pure lì mi verrebbe nu poco 'e pucundrìa. E allora? E allora, il vero sogno diventa New York, la Città, l'unica città per la quale rinuncerei a Napoli anche questa mattina stessa. Ma figuriamoci, non basterà nessuna pensione, neanche se l'euro si mangia il dollaro. Mi sa che resto a Napoli, tanto mi aspetta la mia terra, se fuochi e veleni non la distruggeranno prima del tempo. Il tempo lontano senza tempo.

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categoria:desideri
sabato, 24 novembre 2007

Ludwig WittgensteinLa religione è per così dire il fondale marino più profondo e calmo, che rimane tranquillo per quanto alte siano le onde in superficie.

Ludwig Wittgenstein

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categoria:religione
sabato, 24 novembre 2007

Pierre Teilhard de ChardinVerrà il tempo in cui l'umanità dovrà fare una scelta tra il suicidio e l'adorazione.

Pierre Teilhard de Chardin

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categoria:religione
venerdì, 23 novembre 2007

Ezra PoundLa fede è un crampo, una paralisi, un'atrofia della mente in certe posizioni.

Ezra Pound

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categoria:religione
venerdì, 23 novembre 2007

NietzscheNon c'è abbastanza religione nel mondo, anche solo per distruggere le religioni.

Friedrich Nietzsche

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categoria:religione
giovedì, 22 novembre 2007

Stanislaw Jerzy LecC'è chi vorrebbe capire ciò in cui crede, e altri che vorrebbe credere in ciò che capisce.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:religione
giovedì, 22 novembre 2007

krausLe religioni tengono conto del fatto che credere vuol dire non sapere niente.

Karl Kraus

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categoria:religione
mercoledì, 21 novembre 2007

KiplingLa fede che non dubita non è fede.

Rudyard Kipling

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categoria:religione
mercoledì, 21 novembre 2007

Alphonse KarrL'avvenire appartiene alla Chiesa che avrà le porte più larghe.

Alphonse Karr

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categoria:religione
martedì, 20 novembre 2007

Pedro Juan GutierrezSenza la fede ogni luogo è un inferno.

Pedro Juan Gutiérrez

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categoria:religione
martedì, 20 novembre 2007

Franco FortiniPer quanto cerchi di dividere
con voi dal vero le parole,
la fede opaca che vivo è solo mia.
Franco Fortini

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categoria:poesia, religione
lunedì, 19 novembre 2007

La sovrana lettrice"La sovrana lettrice" di Alan Bennett (Adelphi) è un libro perfetto. Potrebbe bastrarvi questo.  Sono appena 95 pagine e per condividere il mio entusiasmo vi occorre poco tempo: ne guadagnerete un grande divertimento. Di Bennett credo di aver letto quasi tutto quello che è stato pubblicato in Italia. Tranne "Signori e signore", m'è piaciuto tutto e molto. "Nudi e crudi", "La cerimonia del massaggio" e "La signora nel furgone" sono imperdibili. Eppure "La sovrana lettrice" li supera.

In questo libro tutto è perfetto. E' perfetto il personaggio, la regina Elisabetta. E' perfetto lo spunto: la regina, ormai quasi ottantenne, scopre casualmente il piacere della lettura, che il suo augusto ruolo gli aveva sempre fatto trascurare. E' perfetto il contrasto tra personaggio e spunto. E' perfetta la cornice: l'imbalsamata etichetta di corte messa sottosopra dalla nuova regale scoperta. E' perfetto il modo in cui si sbeffeggiano primi ministri e vecchi consigliori. E' perfetta la caratterizzazione rapida e indimenticabile dei personaggi di contorno, a cominciare dallo sguattero Norman, rossomalpelo e gay, che inizia casualmente Elisabetta II al piacere del testo. E' perfetta la comicità british che solo occasionalmente perde verve, ma è sempre trascinante. E' perfetto il finale affidato all'ultimo rigo e che quindi non posso svelare: un autentico colpo di scena. E' perfetto lo stile, mai sopra le righe e sempre sotto traccia quindi capace di far scaturire la comicità dal contrasto tra vita di Corte, incarichi politici pubblici e una scelta tanto individuale (e solipsistica, secondo la definizione di un cortigiano). E' perfetto l'inizio: la regina che, durante una parata, chiede al presidente francese se conosce Jean Genet. E' perfetto il messaggio: la letteratura è un piacere sopra ogni altro, ma è soprattutto un piacere che consente di cambiare se stessi perché fa vivere altre vite e quindi ci fa conoscere gli altri, i loro sentimenti, ce li fa condividere e quindi crea immedesimazione e simpatia, veri antidoti all'odio e all'indifferenza. E' perfetto. E' perfetto per tanti altri motivi che scoprirete da soli, leggendolo.

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categoria:letture
lunedì, 19 novembre 2007

Ludwig FeuerbachLa religione presenta dunque la contraddizione (singolare, ma comprensibile, anzi necessaria), che, mentre al livello teistico, o antropologico, essa venera come divina l'essenza umana proprio in quanto le appare come distinta dall'uomo, come non umana, al livello naturalistico venera, viceversa, come divino l'essere non umano proprio perché le appare come umano.

Ludwig Feuerbach

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categoria:religione
lunedì, 19 novembre 2007

Drummond de AndradeLa fede smuove le montagne, sostituendole con abissi.

Carlos Drummond de Andrade

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categoria:religione
domenica, 18 novembre 2007
I Viceré

Se da un romanzo è tratto un film, preferisco sempre leggere prima il libro e poi andare al cinema. Così mi sono affrettato a leggere “I Viceré” di Federico De Roberto che avevo in casa da molti anni nella prima edizione Einaudi Tascabili. Vedrò anche il il film. Ho letto sia recensioni positive che stroncature. Sono curioso. “I Viceré” è tra quelle opere di cui rimandi sempre la lettura. Per tirarle fuori dagli scaffali hai bisogno di uno stimolo forte esterno.

Si tratta di un romanzo complesso, lungo 700 pagine, sul quale è pesato per molto tempo il giudizio negativo di Benedetto Croce, ma che ha avuto, soprattutto negli ultimi decenni, molte riedizioni. Pochissimi l’avranno letto, fidandosi della scomunica di Croce. Su Croce vorrei aprire una parentesi. Ebbene, io mi sono laureato in Lettere alla Federico II di Napoli, dove ho mangiato pane e Croce per tutto il tempo. Per la mia tesi ho passato settimane intere a sfiancarmi sulle sue opere dedicate al Seicento. Poi, finita l’uninersità, mi sono imbattutto nell’eredità di Croce che grava come una cappa di fuliggine sulla città. Napoli è piena di crociani, anziani professori e giovani eruditi. Sarebbe ora che ce ne liberassimo. Anche perché poi Croce (e so che mi inimico molti dotti) come filosofo era una mezza schiappa. Stava ancora a fare l’epigono dell’idealismo, quando in Europa succedeva di tutto. Devo fare nomi? Andate a consultare un semplice manuale di storia della filosofia e capirete da soli di chi parlo. Come critico letterario Croce era umorale. E poi esprimeva giudizi solenni usando lo schemino di poesia e  non-poesia. Un meccanismo rudimentale che gli fa fatto bocciare persino qualche passo della “Divina Commedia”. Come filologo era capace, anche se poi non metteva mai una nota a pie’ di pagina. Citava, citava, citava e non sapevi mai dove andare a ripescare i libri di cui parlava. Ha tentato di mantenere un suo piccolo monopolio di fonti in barba a tutte le regole di filologia che egli stesso predicava. È che in Italia, ai suoi tempi, non c’era di meglio. Ma sarebbe ora di consegnare Croce alle Storie Patrie e metterci al passo con il mondo. Chiusa parentesi.

“I Viceré” è un grande romanzo sul trasformismo della politica italiana, sul nostro carattere di furbastri, sulla nostra venerazione mugugnosa per la Casta. Però non è un capolavoro. Non regge il passo con le opere di Giovanni Verga, che era molto più capace di scandagliare le oscurità dell’animo umano e costruire personaggi e storie eterne. Non regge il confronto neanche con “I vecchi e i giovani”, un’opera di Luigi Pirandello che andrebbe riletta, sfrondandola del contesto pirandelliano. Ovviamente “I Viceré” soffre il paragone con “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Ma è un paragone improponibile, sebbene molto proposto. “Il Gattopardo”, vero capolavoro del Novecento, è stato scritto in tutt’altro periodo storico e letterario, con una coscienza storica di Risorgimento e post-Risorgimento ben più formata.

La storia della famiglia Uzeda di Francalanza nella Catania del secondo Ottocento è però molto ben raccontata. Addirittura De Roberto sperimenta tecniche narrative che vanno oltre il verismo, facendo sviluppare la storia, molto intrigata, attraverso le voci di vari personaggi, gestite in terza persona, ma con un’aderenza modernissima. Devo dire che ho sofferto molto le prime settenta pagine nelle quali è descritto il funerale della vecchia principessa Teresa. De Roberto prova a buttarci direttamente nei complessi legami familiari, immergendoci nei dialogi di chi assiste alle esequie. Sono citati tanti di quei personaggi che si rischia di chiudere per sempre il libro, stremati. Ma poi tutto si raddrizza e si acquista familiarità con la dinastia degli Uzeda.

C’è una carrellata di figure dai sentimenti complessi e pronti a voltar bandiera, seguendo i propri interessi meschini e venali, dalle eredità al prestigio aristocratico. Il terribile, avido, invidioso, intrigante e rumoroso don Blasco, lo zio benedettino. La zitellona, donna Ferdinanda che coltiva le memorie familiari e fa l’usuraia. Lo zio duca che diventa onorevole, ma è un ignavo. E poi la seconda generazione, quella di Giacomo, il principe, che frega fratelli e sorelle perché, da primogenito, deve avere la maggior parte della proprietà della casata: è davvero il personaggio più odioso. Suo fratello Raimondo, preferito dalla madre, ma scialacquatore, caratterialmente instabile, viziato, che sciupa tutto per correre dietro a donne di cui si stanca subito.

L’elenco dei personaggi sarabbe lunghissimo. Vado subito alla terza generazione dominata da Consalvo, figlio di Giacomo, bello, colto, intelligente che manterrà il dominio dei Vicerè Uzeda anche sotto la monarchia costituzionale sabauda, facendosi eleggere deputato a Montecitorio. Nel monologo finale che Consalvo fa alla prozia, la zitellona Ferdinanda, vecchia e quasi morente, è spiegato il senso del trasformismo come carattere nazionale (non solo siciliano). E' la loro lotta per la sopravvivenza di classe, racchiusa nella frase: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli affari nostri”.

Questo è il messaggio politico, ma la complessità de “I Viceré” contempla anche tanti altri argomenti. Ci sono saggi e saggi che l’hanno analizzato e starvela a menare ancora a lungo mi romperebbe le scatole. Aggiungo solo che De Roberto cerca di calare nella saga familiare, nel lungo racconto della decadenza e nella rinascita dell’antica famiglia, anche caratteri pseudoscientifici (ma in modo troppo naturalistico, nel senso della corrente letteraria francese), come quello della degenarazione del sangue, per i matrimoni tra consanguinei, una degenerazione che porterà  molti Uzeda alla pazzia o a una perdente originalità.

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domenica, 18 novembre 2007

Emil CioranLe religioni muoiono per mancanza di paradossi.

Emil Cioran

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categoria:religione
domenica, 18 novembre 2007

Giulio CesareGli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero. 

Giulio Cesare

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sabato, 17 novembre 2007

Corrado AlvaroE strascinare la lingua sul pavimento dei santuari, coronarsi di serpenti, non è misticismo. Sono terribili scongiuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo.

Corrado Alvaro

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categoria:religione
sabato, 17 novembre 2007

Ezra PoundUna religione è dannata e confessa la sua estrema impotenza il giorno in cui brucia il primo eretico.

Ezra Pound

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categoria:religione
venerdì, 16 novembre 2007

Ezra PoundMeno sappiamo, più lunghe sono le nostre spiegazioni.

Ezra Pound

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categoria:cultura
giovedì, 15 novembre 2007

Ugo OjettiL'ignoranza è la palpebra dell'anima. La cali, e puoi dormire e anche sognare.

Ugo Ojetti

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categoria:cultura
giovedì, 15 novembre 2007

MontaigneOh, che dolce e morbido capezzale, e sano, l'ignoranza e l'incuriosità, per riposarvi una testa ben fatta!

 Michel de Montaigne

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categoria:cultura
mercoledì, 14 novembre 2007
Villa dei MisteriUn altro sogno. Non so perché stavo scendendo dalla Circumvesuviana alla stazione degli Scavi di Pompei, succede sempre così nei sogni. Sia come sia, appena sceso dal vagone incontro Joanne K. Rowling, l'autrice della saga di Harry Potter. E' lei, anche se nel sogno è più paffutella e vestita come gli anglosassoni in vacanza, sempre un po' scialbi, se non sciatti. Non ricordo chi rivolge per primo la parola all'altro, ma tant'è, ci diciamo che abbiamo la stessa meta: la Villa dei Misteri. Lei me la indica, lontana a metà di una collinetta che nella realtà non esiste. Una lunga passeggiata da fare. L'edificio ha una sagoma tra l'antica casa romana e la pagoda. Nella vita da sveglio sono stato tante  volte a Pompei, ma mai, proprio mai, alla Villa dei Misteri. Sono quelle cose che pensi sempre che hai tutto il tempo per farle e le rimandi sempre. Be', io e la Rowling ci incamminiamo. La strada è un bel sentiero su un terrapieno fiancheggiato da una pineta. Lei mi si mette sotto il braccio e io faccio un po' 'o necchenello, in verità provo ad adularla, fingendo si pensare ad alta voce e dicendo: "Caspita sto sottobraccio alla scrittrice più famosa del mondo". Lei è lusingata e sorride, stringendosi di più a me. Non c'è niente di erotico e, da parte mia, nessun desiderio sessuale, non state lì a fare gli psicanalisti da rotocalco. Alla fine arriviamo su un molo di cemento circondato da un mare limpidissimo come una piscina, nel quale ci sono delle persone (distinguo delle ragazze) che fanno il bagno. Non siamo precisamente in estate. Infatti i nostri vestiti sono un po' pesanti. Dall'altro lato c'è una spiaggia e una specie di stabilimento balneare a palafitta. Le persone in acqua ci invitano a tuffarci. Non c'è altro modo per poter andare alla Villa dei Misteri, dicono o io immagino che dicano. Fatto sta che la Rowling non ci pensa due volte e, vestita, si butta in acqua, cominciando a dare energiche bracciate e dirigendosi verso la spiaggia. Dall'acqua mi invitano a lanciarmi. Ma io spiego che ho con me portafoglio, carte di credito, telefonino e che, se mi tuffassi in acqua, si rovinerebbe tutto. Insomma sono lì a titubare. Penso anche di togliermi i pantaloni, lasciandoli sul molo, ma temo che qualcuno passi e rubi tutto. Lo dico a chi è in mare, alla stessa Rowling che si è fermata e mi aspetta. Insomma non mi tuffo e mi sveglio.

Avevo sete. Mi sono alzato per andare in cucina a bere. Ieri sera ho completato la cena abbondando con il pecorino. Avevo bisogno di qualcosa di solido su cui appoggiare un buon Aglianico che avevo preso dal cantiniere sotto casa. Pecorino e Aglianico sono ognuno la morte dell'altro.
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mercoledì, 14 novembre 2007

Stanislaw Jerzy LecQuello? È di un'ignoranza enciclopedica.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:cultura
mercoledì, 14 novembre 2007

Sacha GuitryIl poco che so lo devo alla mia ignoranza.

Sacha Guitry

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categoria:cultura
martedì, 13 novembre 2007

Bowery Street

Ho una passione per le strade commerciali popolari, quelle un po' laterali, vagamente decadenti, ma in realtà molto vive. Se devo indicarne una è Bowery Street, a New York. Copio da Wikipedia: più comunemente detta “the Bowery”, è una celebre via della “circoscrizione” (borough) di Manhattan, a New York. Approssimativamente delimita i quartieri di Chinatown e Little Italy su un lato, mentre dall’altro il Lower East Side. La via divenne il simbolo della depressione economica e la zona s'impoverì negli anni Venti e Trenta. Negli anni Quaranta il quartiere guadagnò la reputazione d’essere mal frequentato, specialmente da ubriachi e senzatetto. Tra il 1960 e il 1980 lungo la Bowery e dintorni vi era il tasso di criminalità più alto di tutta la parte meridionale di Manhattan, insieme agli affitti più bassi. Negli anni Settanta vi sorse il CBGB, un locale di riferimento per la musica Punk e New Wave, da allora fino ad oggi. Nei locali di Bowery Street emersero importanti icone del punk come Patti Smith, Blondie, i Ramones, Talking Heads ed altri. La musica fu suonata ed ascoltata per le prime volte in quel locale. Negli anni Novanta la via ed il Lower East Side sono stati riqualificati ed una popolazione più agiata ha iniziato ad investire nel quartiere cosicché il prezzo degli affitti risulta tuttora elevato.

Quando sono stato a New York ci sono capitato per caso. Ero solo, conoscevo giusto quattordici parole inglesi. Ci arrivai dopo essere stato a Canal Street per comprare cianfrusaglie, a Elizabeth Street per rendere omaggio a Martin Scorsese e a Mulberry Street per onorare san Gennaro e le ultime tracce di Little Italy. Cercavo una stazione della metropolitana per tornare al mio albergo nell'Upper East Side. Fui abbagliato dalla Bowery. Era ottobre, ma dopo un giorno di pioggia, il cielo era pulito e al sole faceva anche caldo. Partendo dall'incrocio con Canal Street e dopo aver visitato il tempio buddista all'angolo, mi avviai lungo questa strada larga, con negozi e officine ai lati (così ricordo), con tanti adesivi di bandiere americane attaccati ai vetri, con attrezzi agricoli in vendita, commessi con il grembiule che fumavano fuori della bottega e qualche nero, intento in una riparazione meccanica, che alzava gli occhi per vedere chi passava. Inutile dirvi che sembrava di stare in un film, magari in "Smoke" (che però è ambientato a Brooklyn). Non sapevo che era stata la strada del punk e di Patti Smith. Prima (o dopo, non ricordo più) ero stato al Greenwich Village. Lì ero andato consapevolmente, per rendere omaggio ai luoghi della beat generation (cercandone i resti dei locali), di Andy Warhol, Joni Mitchell, Frank Zappa, Woody Allen, Lou Reed, Nina Simone e anche, perché no?, Isaac Hayes, l'autore della colonna sonora di "Shaft" e anche di una meno nota "Cafè Regio". E io al Café Regio, molto fané e intriso di una falsa italianità operistica, tardorisorgimentale, e molto universitario, al Cafè Regio andai a prendere un caffè (pessimo) e a comprare un t-shirt, guardando dal vetro il Village.

Ma Bowery Street, con quell'eco flaubertiano nel nome, mi colpì più del Village. Tanto che non la dimentico. Anche altre città hanno strade di questo tipo. Ricordo Athinas Odos ad Atene, tra Omonia e la Plaka, a ridosso della città turistica. L'ultima volta che ho dormito ad Atene ho scelto un albergo dei quella strada, molto fané anch'esso. Con stanze con le vecchie porte, l'ascensore a gabbia di ferro, la camere con il soffitto alto. Ma era più stupefacente il mondo attorno all'albergo. C'erano vecchie botteghe e negozi ben tenuti frequentati da gente del quartiere. Pochi turisti che puntavano ai luoghi classici. Io invece mi attardavo a guardare merci e facce. Anche a Salonicco, quest'estate, ho girato per qualche ora nel quartiere dove avevamo l'albergo, decentarto rispetto ai luoghi mondani.

Un luogo parigino che aveva ancora le caratteristiche che ho provato a definire è stato un tempo il Marais, già ripulito da tantissimo tempo. Faccio fatica a trovare una strada come la Bowery a Napoli. Potrebbe essere il Rettifilo, ma fa troppo boulevard sfigato. E ora con i cantieri del metrò è pure peggio. Forse via Foria. Certo via Foria. Devo andarci al più presto.

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categoria:viaggi, musica, napoletana
martedì, 13 novembre 2007

GraciànL'ignoranza è sempre rozza.

Baltasar Graciàn

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categoria:cultura
martedì, 13 novembre 2007

goetheGli ignoranti sollevano questioni a cui i sapienti hanno già risposto da mille anni.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:cultura
lunedì, 12 novembre 2007

John ElkannIn un vecchio film di Batman, se non ricordo male è il primo della serie, Vicki Vale (interpretata da Kim Basinger), se non sbaglio, durante un party, chiedeva a un suo amico perché i ricchi sono così strani. E l'altro le rispondeva: "Perché possono permetterselo". E' il primo pensiero che ho avuto leggendo che John Elkann, il vicepresidente della Fiat, nipote di Gianni Agnelli, ha chiamato il suo secondogenito, appena sgravato dalla moglie, con il nome di Oceano. Essì, proprio Oceano. Ma come si fa, dico io, ma come si fa? Oceano.

Allora, io non sono né cattolico, né moralista, né fesso, però a me me pare na strunzata. Quello John già tiene un  fratello scavezzacollo che si chiama Lapo (per una sola lettera non si chiamava Lago) e combina quello che combina (detto con invidia e simpatia. 'o putesse fa' io), e tiene pure un primogenito che ha chiamato Leone. Non poteva scegliere un nome più normale, mettere una supponta al padre che si chiama Alain (perché è ebreo-francese) o a qualche zio, mettiamo allo sfortunato Edoardo? Insomma dare a 'sto criaturo un nome normale, con un santo per il quale festeggiare l'omonastico. Perché, per quanto ne so, non esiste un sant'Oceano. C'è Indiano, Atlantico, Pacifico (che di suo è un nome quasi normale), Se vogliamo fare gli internazionali c'è pure Ocean's Eleven e Ocean's Twelve. Ma santi in paradiso niente. O forse John è un fan di Baricco e avrà pensato a "Oceano mare". E se era femmina come la chiamava? Seta? Insomma 'sto sant'Oceano non l'ho mai sentito. Del resto però il piccolo cadetto che se ne frega dell'onomastico. Per lui ogni giorno è una festa. Si può permettere un onomastico al giorno, un oceano di onomastici.

p. s. A Napoli dicesi nome di fantasia, quando i genitori escono dalla catena generazionale delle supponte, cioè battezzare con i nomi dei nonni e degli zii, con regole ferree che non sto qui a spiegarvi. Per questo io ho una caterva di cugini di cugini che si chiamano Roquentin. Ed è un bel guaio. Ti senti poco originale, per niente unico. Ed è per questo che con i miei figli sono stato di vedute larghe. La femmina ha fatto da supponta alla nonna, a mia madre, ma solo perché il nome ci piaceva (a me e a mia moglie). Be', si chiama Antonia. E il primo che dice che non gli piace lo scancello per sempre dai link e se non è linkato lo banno e annullo il commento. Con il maschio ho scelto un nome di fantasia, ma senza uscire dal seminato, dal calendario. Anche lui, per la regola delle supponte, rischiava di avere un nome originale, liquefacente, ma che a Napoli è molto diffuso, ma ancora di più è diffuso nella mia famiglia. Così abbiamo scelto un nome di fantasia ma latino, corto, semplice, antico e moderno, ma soprattutto che non aveva precedenti in famiglia: Paolo.


Aggiornamento: mi copro il capo di cenere. Esiste un sant'Oceano e si festeggia il 4 settembre. L'hanno precisato Lavinia e John. Forse gli saranno fischiate le orecchie per tutto il giorno, Il 4 settembre è anche la data del loro matrimonio e con questo nome bizzarro hanno voluto ricordare le loro nozze. Sant'Oceano, apprendo, è anche il nome di una contrada di Monopoli (comune in provincia di Bari e non il gioco per allenarsi al capitalismo). Però, mi chiedo, non c'era un altro santo che il martirologio  ricordi il 4 settembre? Per quello che ne so, il 4 settembre a Palermo si festeggia santa Rosalia. Se fosse stata femmina l'avrebbero chiamata Rosalia? Rosalia Elkann (che non suona male). Secondo me, no, manco se fosse resuscitato Garibaldi e avesse rifatto l'imperesa dei Mille. Mo' già mi vedo tutti gli juventini che battezzano il loro pupo con questo nome di vasti orizzonti.
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categoria:puttanate, buonsenso
lunedì, 12 novembre 2007

Santa Maria alla CaritàE' da parecchio tempo che non intorbidisco i vostri occhi con le mie passeggiate napoletano-musicali. E vabbe', stamattina m'è toccata una camminata a vuoto a piazza Carità, per un cazzo personale che volevo risolvere in giornata, ma niente. Inutile informarsi, le risposte che ti danno sono sempre sbagliate. Ormai la gente non sente neanche più le domande di quattro parole secche, facili facili, dove la risposta è un monosillabo, una certezza. Tu chiedi e loro pensano ad altro. Per avere una risposta esatta devi chiederglielo dalla televisione. E' l'unica cosa che ascoltano. Non voglio fare il misterioso. E' che dovevo andare in un negozio. Tre o quattro giorni fa, che sono passato da quelle parti, ho chiesto se il lunedì mattina stessero aperti. E la risposta è stata un "sì, certamente". E certamente stamattina stavano chiusi. Vabbe'. Almeno ho guadagnato una passeggiata pe' Tuleto, senza il casino dello shopping. E con l'iPod a pompa che rimescolava tutto. Con un avvio di Angela McCluskey ("It's been done") a fare da buon viatico, quando andavo fiducioso.  E s'è aggiunto subito Raiz a riportarmi ai suoni eterni e sporchi della città sotto il vulcano, dentro vulcano, caldera e purgatorio, Eden e dannazione. E vabbe', lo sapete, lo sappiamo, lo sanno. L'ho detto, l'hanno detto. L'ho sentito. Femmena, canta Raiz: "Nun è comme na vota, 'e tiempe so' cagnate. L'ommo tutto 'e nu piezzo mo' se chieja, mo' se spezza". Con la frase musicale che sembra girare e avvolgere come un tango che non si balla, ma si pensa. E anche "Nanninella X", quasi come Malcolm. Una canzone che vale un'autobiografia: "Si' crisciuta addò nu grammo 'e core vale cchiù 'e tutte 'e denare che può fa'".

Ci vuole Bob Dylan, quello live del Budokan, ma soprattutto, subito dopo, con il violino roco, incalzante, stridente e malinconico di "Hurricane" ("Pistol shots ring out in the barroom night, enter Patty Valentine from the upper hall")  per ricordarmi che per Melville via Toledo era la Broadway napoletana. Chissà, sia detto senza campanilismo, forse Broadway è la Toledo newyorkese. C'era quel tizio, sicuro di sé, per il quale la felicità era un balcone a Toledo, per affacciarsi sullo struscio e sulla vita infinita, che non finisce mai, senza sosta, un fiume, una scarrafunera. I tempi sono cambiati. Un balcone non basta più. Ci vuole un attico, per allargare lo sguardo sul mare, attraversare il cielo, o girarsi a guardare la grazia bianca di San Martino e le austere e paurose mura di Sant'Elmo. Ci si può commuovere, al solo pensiero, soltanto immaginando, più che ascoltando la tranquillità insinuante, con quel giro di accordi che sembra un martellìo, di "Amarsi un po'": partecipare è difficile, quasi come volare, ma quanti ostacoli. O anche di più di fronte al pilota di Hiroshima di Augusto Daolio, il nomade che fu. La luce di luce più abbagliante. L'ultima luce, quella che Napoli ti nega sempre. Perché non c'è mai l'ultima luce per Napoli. La luce c'è sempre. C'è la luce che a tratti trafora nuvole e palazzi e ti si offre come un afflato mistico che convertirebbe al paganesimo anche una monaca di clausura.

Pure il ritorno è finito. Con due versi che sapete, che so, che sanno: "I've said too much, I haven't said enough". E ho detto tutto.

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categoria:napoletana
lunedì, 12 novembre 2007

Elias CanettiPer timore di complicazioni egli rimase analfabeta.

Elias Canetti

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categoria:cultura
lunedì, 12 novembre 2007
Giordano Bruno

L'ignoranza è madre della felicità e beatitudine sensuale.

Giordano Bruno

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categoria:cultura
domenica, 11 novembre 2007

Alvaro MutisDispiace dover fare le pulci a uno scrittore di successo, autore di uno dei libri necessari in questi anni troppo fatui. Parlo di Roberto Saviano, sicuramente bravo quando si muove nel suo, ma prende degli zarri clamorosi ogni volta che esce fuori dal seminato, dalla sua riserva indiana. È quello che è successo con l'articolo in morte di Enzo Biagi, pubblicato nel numero in edicola de “L’espresso”. Saviano paragona Biagi a un guardiano del faro. Scrive: “Non ho mai visto Biagi come un cane di guardia della democrazia quanto piuttosto come uno che non ha mai abbandonato la sua vocazione di guardiano del faro della democrazia. Un guardiano del faro, come Maqroll il gabbiere descritto da Alvaro Mutis, intento a garantire l’illuminazione affinché si possa entrare serenamente in porto piuttosto che guidare le navi, piuttosto che indicargli le rotte, ne illuminava il punto d’arrivo”.

Il gabbiere è secondo un dizionario della lingua italiana il “marinaio addetto alle manovre delle vele di gabbia”. Il Gabbiere (con la maiuscola questa volta, per piacere) nei romanzi di Mutis (soprattutto nella trilogia, “La Neve dell’Ammiraglio”, “Ilona viene con la pioggia” e “Un bel morir”) diventa, per estensione letteraria (e lo sanno tutti coloro che hanno letto e amato i romanzi dello scrittore colombiano), un personaggio intento, dalle sommità delle navi, “a guardare l’orizzonte e ad annunciare le tempeste, le coste in vista”, insomma tutto il contrario del guardiano del faro. Capisco la rapidità con la quale bisogna scrivere un necrologio così importante, ma il giovane Saviano non poteva restare nell’ambito delle comparazioni che conosce meglio? A Napoli si dice: “Si nun si scarparo pecché rumpe ‘o cazzo a ‘e semmenzelle?”.

Alla cantonata del Gabbiere mi sono fermato e sono passato ad altri articoli. Però sarei dovuto essere più prudente nella lettura. Un pezzo con un attacco che qualsiasi redattore avrebbe cassato mi doveva mettere già sull’avviso, perché il pezzo comincia così: “Mi sveglia una telefonata della direttrice de ‘L’espresso’ che mi annuncia la morte di Enzo Biagi, resto a letto a fissare il soffitto per molto tempo”. Capisco lo sgomento della pagina bianca, ma chi se ne frega?

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categoria:puttanate
domenica, 11 novembre 2007

Robert BrowningL'ignoranza non è innocenza ma peccato.

Robert Browning

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categoria:cultura
domenica, 11 novembre 2007

Stanislaw Jerzy LecLa nostra ignoranza raggiunge mondi sempre più lontani.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:cultura
sabato, 10 novembre 2007
Asso di bastonePer due mattine di seguito mi sono svegliato spezzando un sogno. Così li ricordo abbastanza dettagliatamente. Era da tanto tempo che dei viaggi notturni al risveglio non mi restava più attaccato nulla nella memoria. Sapete come sono fatti i sogni? Confusi e precisi, imbrogliati e diretti, contorti e lineari. Sono sogni. Ricordo sempre la battuta di una delle sorelle Fumo in "Così parlò Bellavista", quando il gestore del bancolotto le dice che non esistono i bersaglieri a cavallo che lei ha sognato e dai quali vuole trarre i numeri da giocare. E lei risponde: "E quello perciò è un sogno". Ci tenevo troppo a riportare questa battuta perché, come avrò scritto da qualche altra parte, sono cresciuto tra un bancolotto e un'osteria, tra numeri da giocare e carte da gioco, con assi di bastone, due di coppe, sette di denari e cinque di spade. Un'infanzia tra Marotta, Esenin (perché si era quasi in campagna) e David Copperfield (il ragazzotto di Dickens non il mago). Ora chi è capace di ricavare i numeri dai due sogni che andrò a raccontarvi è benvenuto. Un terno, ma meglio ancora una cinquina, è un regalo che la vita non mi ha ancora concesso. Spero sempre. E andiamo a incominciare.

Sogno uno. Mia moglie ed io eravamo in Turchia, dove in realtà non siamo mai stati. In viaggio da soli, per la prima volta dopo tanti anni. Stavamo in un villaggio della costa egea, fatto di case con i tetti di mattoni a spiovente, arrampicate su un promontorio. Non so se esistono villaggi così in Turchia, perché, lo ripeto, non ci sono mai stato. Avevamo una stanza in un vecchio albergo che aveva l'aspetto di una casa privata. Un finestrone affacciava su un ruscello dall'acqua limpida che scorreva tra due murate giù per gradoni di cemento. Era più un canale che un vero e proprio ruscello. Limpido, ma anche pieno di piccoli rifiuti che erano stati buttati dalle finestre delle case. Quando mi sono affacciato ho visto qualcosa di nero che risaliva la corrente. All'inizio mi è sembrato un grosso pesce, poi ho capito che si trattava di un cane. Questa che ho raccontato è la seconda parte del sogno. L'ho anticipata perché altrimenti raccontare il sogno era più complicato ancora. Poco prima di trovarmi in quest'albergo ero in spiaggia, seduto su uno scoglio, vicino alle case del villaggio turco. Nel bagnasciuga era infilato un pezzo di plastica bianca. Guardando bene capisco che è il fondo di una bottiglia infilata capovolta nella sabbia. Mentre guardo distrattamente il mare, passa una donna sulla sessantina, una donna del popolo che ricorda molto le contadine degli anni Sessanta nella provincia di Napoli, dove sono cresciuto. Indossa un vecchio abito con un grembiule sporco. Mi si rivolge in turco (immagino che sia turco, era una lingua che non capivo) e mi accusa di aver sporcato la spiaggia, avendo infilato la bottiglia nella sabbia. Io mi difendo dicendole che non ne so nulla. Allora lei aggiunge che sono stati dei miei amici, lo dice in un italiano stentato e se ne va sbraitando. La donna ha i capelli corti e gli occhi azzurri. Ed è la stessa donna che incontro sull'uscio della stanza d'albergo. E' una parente della proprietaria dell'albergo che mi dice: "E' di Bari". Davvero? "E' nata a Bari". E la donna della spaggia dice alcune parole in italiano, spiegando che capisce l'italiano, ma lo parla male. Quando esco dalla mia stanza mi accorgo che hanno rubato il mio aereo privato. L'albergo-casa era accanto a una pista d'atterraggio dove io avevo parcheggiato l'aereo. Ora vedo solo la rampa mobile che si usa per salire sull'aereo. Era un aereo grande. Le donne dell'albergo mi incitano a denunciare il furto, dicendo che nel loro villaggio non è mai accaduto qualcosa del genere. Così mi ritrovo a sporgere denuncia alla polizia di Capodichino, dove mi spiegano che l'aereo non è stato rubato, ma spostato in un hangar perché ingombrava la pista. Tutta la faccenda del furto, durante il sogno, stranamente non mi fa incazzare. Il poliziotto mi dice che devo andare a ringraziare il responsabile dell'aeroporto e il sindaco di Napoli che, in quel momento, sono nello studio della Iervolino a Palazzo San Giacomo. Io vado e mi presento all'usciere che mi indica una grande porta di legno con un'enorme vetrata. La apro e di fronte ho un muro. A destra e sinistra si allunga un vasto corridoio. Guardo da entrambi i lati e, a sinistra, vedo una porta (la seconda o la terza, a destra). E' semi-aperta. Mi avvicino. Busso. Chiedo permesso. Entro. E mi sveglio.

Miracolo di san GennaroSogno due. E' molto più breve, o meglio, ricordo di meno. Devo assistere al miracolo di san Gennaro che, però, non si celebra nel Duomo, ma in una chiesetta di via Tribunali, nei pressi di piazza Miraglia, tra San Pietro a Majella e la pizzeria Vesi. A celebrare la messa sarà Antonio Bassolino, che, mi dicono, s'è fatto prete. Ed effettivamente lo vedo entrare nella chiesetta con una lunga tonaca nera, un cappello da vecchio curato e un paramento verde. Si guarda attorno furtivo, fiero e timoroso nello stesso tempo. La chiesetta è piena, ma non stracolma. Io sono in un angolo, quasi accucciato per terra. E sto mangiando fette biscottate con la marmellata (una delle mie tipiche colazioni). Guardo l'altare e vedo che però a celebrare il rito è, com'è normale, il cardinale Crescenzio Sepe. Bassolino è accanto a lui. Mentre osservo le prime oscillazioni delle ampolline del sangue, della  marmellata mi cola sulle mani. Se c'è una cosa, nella realtà non solo nei sogni, che mi fa andare in bestia è avere le mani appiccicose. Butto la fetta biscottata e comincio a pulirmi le dita, anche leccandole (una cosa che nella realta non faccio mai, perché mi fa quasi più ribrezzo che averle appiccicose). Mentre sono preso da questa frenetica pulizia, avviene il miracolo. Non c'è neanche tanta esultanza. La gente, soprattutto silenziose beghine, comincia a sfollare. Io mi danno: ma come non ho visto il miracolo? Che poi è stato anche abbastanza rapido. Mentre mi avvio verso Port'Alba, davanti al cancello del Vecchio Policlinico, chiedo ad alcune persone a che ora è avvenuto il miracolo, quanto tempo ha impiegato il sangue a sciogliersi. Mi rispondono: meno di mezz'ora. Mi sembra un tempo ragionevole. Poco dopo questa notizia mi sono svegliato.

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categoria:sogni, napoletana
sabato, 10 novembre 2007

GraciànChi non sa non vive veramente.

Baltasar Graciàn

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categoria:cultura
sabato, 10 novembre 2007

goetheNulla è più terribile dell'ignoranza attiva.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:cultura
venerdì, 09 novembre 2007

NietzscheQuando non si capisce, si prende un'aria solenne.

Friedrich Nietzsche

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categoria:capire
giovedì, 08 novembre 2007

goetheTutto è più semplice di quanto si possa pensare e allo stesso tempo più complicato di quanto si possa capire.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:capire
mercoledì, 07 novembre 2007

Stanislaw Jerzy LecTalvolta si accumula tanta sporcizia che buttarla via sembra semplicemente uno spreco.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:natura
martedì, 06 novembre 2007

goetheAnche lo sporco luccica quando brilla il sole.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:natura
lunedì, 05 novembre 2007

MurphyLo sporco costituisce il 90 per cento di tutto.

Arthur Bloch

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categoria:natura
domenica, 04 novembre 2007

Gesualdo BufalinoSe volete saperne di più su di voi, origliate dietro le porte.

Gesualdo Bufalino

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categoria:parole
sabato, 03 novembre 2007

MurphyUna voce di corridoio non acquista credibilità finché non viene ufficialmente negata.

Arthur Bloch

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categoria:parole
venerdì, 02 novembre 2007

Regole di ingaggioSono un fan di William Langewiesche. E quindi sono esentato da spiegazioni e ulteriori motivazioni sul perché mi piacciano tutte le cose che scrive. Questo suo libretto "Regole di ingaggio" (pubblicato or ora da Adelphi) è un atto d'accusa lucido ed essenziale sulla crudeltà dell'invasione americana dell'Iraq. Langewiesche è stato a Bagdad per molto tempo, ha seguito il processo a Saddam Hussein per l'"Atlantic Montly". Così in attesa del suo libro sul processo (se poi lo farà, ma lo farà, lo farà), si può già capire il suo pensiero sulla follia ingiustificabile con la quale ufficiali, sottoufficiali e soldati semplici stanno esportando la democrazia in Medio Oriente. Ottanta pagine, ma sono un macigno. Langewiesche racconta l'eccidio di al-Haditha del 19 settembre 2005. Lo fa da cronista documentato, di persona e sulle carte, senza sbavature letterarie, secco e acuminato.

Che cosa può dire? Che marines e soldati si barricano dietro le cosidette regole d'ingaggio (ovvero i criteri che specificano in quale occasioni si può uccidere, nella fattispecie, dei civili inermi, compresi vecchi, donne e bambini) per spiegare eccidi inutili e crudeli. Langewiesche descrive prima l'attentato in cui muore un militare statunitense, torna indietro a ricostruire il fallimento americano a Falluja, e prosegue con la cronaca dell'immediata rappresaglia dei soldati. Spararano a tutto quello che si muove. Entrando nelle case buie, bloccando auto e massacrando i passeggeri inermi, chiudendo le vittime negli armadi per tranciare le loro vite a colpi di mitra. Langewiesche descrive il sangue con la freddezza di un'autopsia, ma "sporca" la sua prosa apparentemente fredda e neutra con dettagli che ti si ficcano nella memoria e che non dimenticherai mai, come una zoomata rapida: la materia cerebrale che cola dalla testa di una vittima e macchia gli stivali lucidi di un marine.

Gli americani stanno dimostrando in Iraq la loro ignoranza politica e strategica. Del resto, avrete sentito che l'intervento è stato costruito basandosi su una guida turistica della Lonely Planet del 1994. Non capiscono che gli iracheni, gli uomini iracheni, non possono accettare l'annientamento della propria dignità, al di là della morte del dolore quotidiani che la guerra, la guerriglia e l'occupazione provocano. La vendetta, il ciclo infinito delle vendette, nasce da questa dignità fatta a pezzi.

Racconta Langewiesche e sono le sue ultime parole: Un uomo grida: "E' un atto contro Dio! Che cosa aveva fatto di male? Giustiziato in uno sgabuzzino! Bastardi! Neanche gli ebrei avrebbero fatto una cosa del genere! Perché lo hanno ucciso così? Guarda, questo qui sul pavimento è il suo cervello!". Intanto il ragazzo continuava a singhiozzare, buttato a terra sopra il cadavere: "Papà! Voglio mio padre!". Un altro grida: "E' questa la democrazia?". Be', sì. Anzi no. Questa è solo al-Haditha. Ma per gli Stati Uniti è il volto della sconfitta in questa guerra.

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categoria:letture, guerra
venerdì, 02 novembre 2007

Oscar WildeDopo un buon caffè si può perdonare chiunque, perfino i parenti.

Oscar Wilde

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categoria:piaceri
giovedì, 01 novembre 2007

I silenzi degli innocentiE' come la Spoon River dei nostri anni di piombo. "I silenzi degli innocenti" di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo (Rizzoli) è un libro a doppia faccia, però. E lo spiegherò tra poco. Cos'è, innanzittutto? E' una raccolta di testimonianze in prima persona di vittime (gambizzati o sequestrati) o parenti o amici delle vittime del terrorismo rosso e nero. Molti testi sono davvero strazianti, prendono alla gola con un nodo che non scende. Soprattutto quelli in cui si raccontano stragi come piazza della Loggia, a Brescia, o l'Italicus o la stazione di Bologna. A ricostruire le vicende pubbliche e private sono parenti di personaggi noti, come la moglie di Massimo D'Antona, le figlie di Aldo Moro e di Walter Tobagi o vittime importanti come il giudice Sossi. Molti invece sono personaggi di seconda fila, politici locali, dirigenti di fabbriche, o gente comune (queste vittime delle stragi nere). Sono "racconti" toccanti. Tra tutti, l'intervento più lucido mi è parso quello di Benedetta Tobagi. Per la serenità in cui ricostruisce il rapporto mancato con il padre che lei bambina di pochi anni vide morto a terra, pieno di sangue. Per spiegarsi e spiegare la sensazione che ha avuto verso gli assassini di suo padre, la Tobagi cita i "Demoni" di Dostoevskij, quando "mostra come l'autore di un omicidio o di un delitto politico possa rivelarsi una persona piccola, meschina, limitata, superficiale. Profondamente disturbante".

Quello che disturba me, invece, del libro di Fasanella e Grippo è la doppia natura che hanno questi testi. La prima parte ricostruisce, a volte con il ritmo di un racconto molto naturale, per niente letterario, e quindi efficace, l'attentato e lo strazio dell'essere informati della morte di una persona cara, del vederla morta in un obitorio, della sua mancanza immediata e per il resto della vita. Questa è la parte che colpisce fin quasi alle lacrime. Ma poi c'è in tutti (con una o due eccezioni) una seconda parte nella quale, secondo me, sono intervenuti pesantemente gli autori e dove viene ripetuto sempre lo stesso refrain. Anzi alcuni refrain. Il primo, legittimo, ma bastava dirlo una volta e poi basta, è quello della necessità della verità. Tutti sono disposti a perdonare in cambio della verità, una verità che non arriva, in troppi casi, persino a oltre trent'anni di distanza. Molti hanno perso speranza nella gustizia e sono pronti a barattarla con la verità, per trovare la pace con sé stessi. Tutti invocano l'eliminazione del segreto di Stato per molte vicende del terrorismo. Ma poi tutto diventa molesto e ripetitivo quando ciascuno si aggrappa a piccoli elementi per costruire il disegno del grande complotto, soprattutto per quanto riguarda le Brigate Rosse. E' una tesi che Fasanella espone anche in altri suoi libri, come con nell'intervista ad Alberto Franceschini. Ne ho parlato nel post che, da poco, ho dedicato proprio a quel libro. Non voglio ripeterlo. Dico solo che questa ossessione dei complottisti è un approccio a doppia faccia: da una parte c'è la suggestione delle spy-story, tutto non è solo quello che appare, basta enfatizzare un dettaglio ed è fatta, e dall'altra, a sinistra soprattutto, la negazione del carattere comunista delle Br, persone che non farebbero parte dell'album di famiglia, un modo per liberarsi la coscienza da un'atroce verità e da un'imbarazzante parentela ideologica.

Un'ultima nota. Qui e là, Fasanella fa citare ai suoi testimoni alcuni dei suoi libri precedenti. Autopromozione? In ogni caso è fastidioso. Non sarebbe stato meglio fare una nota bigliografica alla fine, elencando tutti i propri libri (e anche altrui, magari) sull'argomento? 

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categoria:politica, letture
giovedì, 01 novembre 2007

NietzscheUno che abbia bevuto del caffè forte non soltanto appare allo specchio più vivace, ma anche lui vede più vivacemente la sua immagine.

Friedrich Nietzsche

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categoria:piaceri