Bisogna battersi per il diritto alle eccezioni. Che "l'eccezione confermi la regola" solo se lo vuole.
Stanislaw Jerzy Lec
Bisogna battersi per il diritto alle eccezioni. Che "l'eccezione confermi la regola" solo se lo vuole.
Stanislaw Jerzy Lec
Chi fa di se stesso una bestia si sbarazza della pena di essere un uomo.
Hunter Thompson
Homo sum: humani nihil a me alienum puto.
Terenzio
Io amo l'umanità: è la gente che non posso sopportare.
Charles M. Schulz
Lo confesso: a leggere "Breve storia del futuro" di Jacques Attali (edito da Fazi) mi sono perso. A un certo punto non ho capito più niente, e quello che leggevo non mi interessava. Era un turbinio di ipotesi e deduzioni economico-politico-militare-culturali e tanto altro, così intrecciate e messe in fila così rapidamente che ho pensato che per fortuna il futuro ha una storia lunga. Non è che non sia interessante, è pure documentato, ma è così intriso di spirito francese, di quelli che hanno capito come andranno le cose e anche come non andranno, che hanno dubbi e ti spiegano certezze. Insomma, incasinati. Del resto, ditemi, dopo il razionalista Cartesio e l'umano, troppo umano, Pascal, quale altro grande filosofo hanno avuto i francesi? Non dite Sartre, perché sgamo subito la vostra ruffianeria.
Torno al libro. Attali prova a fare delle previsioni sul futuro, partendo dallo strumento interpretativo dello sviluppo dell'Ordine mercantile, natura e organizzazione dell'uomo da qualche millennio (più o meno). Il mercato, o meglio i mercanti, hanno in mano il potere. Prima fa una una breve storia del passato, partendo dal Medioevo e identifica nove "cuori" , ovvero nove città, attorno alle quali, a turno, l'Ordine mercantile si è sviluppato. Si va da Bruges a Los Angeles, passando per Venezia, Anversa, Genova, Amsterdam, Londra, Boston e New York. Dai mulini a vento a Silicon Valley. Poi passa a prevedere il futuro. Per farla davvero breve, tra una quarantina d'anni (ma è difficile che io ci sia) s'imporrebbe una sorta di Iperimpero, poi ci sarebbe un Iperconflitto e, alla fine, trionferebbe un'Iperdemocrazia. Un po' hegeliano, come impianto dialettico-evolutivo. Hegeliano è pure il disegno del percorso della civilizzazione, da Oriente a Occidente, per tornare in Oriente. La Terra è tonda, si sa. Vedi la "Fenomelogia dello spirito", o sfoglia qualche manuale di filosofia del liceo. O cerca su Google.
L'ho detto: mi sono smarrito. Mi aspettavo una "narrazione" più dettagliata, meno accelerata. Sembrava di stare su un ottovolante. E' vero che lo stesso Attali mette le mani avanti, dicendo che basta una piccola variazione e tutto il suo disegno va a rotoli. Allora perché s'è preso la briga di raccontarcelo? Per farci venire il mal di testa? Tra le tante qualcosa l'azzecca. Per esempio la crisi dei mutui americani. Però Attali è stato preceduto dalla realtà. Lui la colloca più in là negli anni. Invece già fa parte della lunga storia del passato (e anche del presente). Se mi mettessi a dirvi tutto quello che Attali s'è fidato di mettere a cuocere staremmo qui fino a domani mattina. Dico solo che, dal groviglio delle sue ipotesi, ho ricavato solo uno svaporìo della materia. Lui parla di robot, di identità nomadi, di sgretolamento dei confini geografici e anche biologici, di evanescenza del sapere. Più leggevo e più pensavo ai fumetti di Moebius. Forse sarebbe stato meglio leggere un fumetto.
Noticina finale. A un certo punto, Attali parla delle migrazioni dell'immediato futuro e elenca alcune delle frontiere più permeabili: "russo-polacche, turco-greche, turco-bulgare, italo-libanesi e messico-americane" (pag. 112). Passi per la frontiera russo-polacca (anche se in mezzo ora c'è la Bielorussia, ma forse intendeva l'enclave di Kaliningrad?). Ma, Attali, che ti sei fumato? La frontiera italo-libanese? In mezzo ci stanno un bel casino di paesi. Forse è un errore di traduzione. Bisognerebbe controllare sull'originale francese. Probabilmente Attali ha scritto "italo-libica", ma anche in quel caso non è una frontiera, ma semmai è una rotta.
Gli uomini, razza di giganti puerili, che somigliano insieme ai mammut e agli insetti, sfuggenti e pesanti ad un tempo com'erano: un esercito di pazzarelli massicci, che tentavano di volare con ali di gesso, guerrieri che credevano di conquistare quand'erano disprezzati, di possedere quando venivano derisi, di godere quando non avevano potuto far niente più che assaggiare.
Joseph Roth
Ahi!
C'è qualcosa che chiude,
una schiude, una resta dov'è;
c'è
dell'asciutto e dell'umido
nelle cose, cosicché piatte l'une altre ripide.
Sembrerebbe il sussurro dell'acqua.

L'inchiesta di Luigi De Magistris, che coinvolge Clemente Mastella e Romano Prodi, si chiama "Why Not", in inglese "Perché no" che è anche il titolo di una vecchia canzone di Lucio Battisti. Why not si pronuncia Uainot, che all'orecchio di un napoletanofono assume un diverso significato: Guaio 'e notte, che si pronuncia Uaienot (in più c'è una semplice "e"). Insomma 'st'inchiesta si sta trasformando in un guaio di notte. Non aggiungo altro perché altro non ho capito.
Edificare l'uomo è gratuito.
Anna Maria Ortese
Quel che è grande nell'uomo è che egli è un ponte e non una meta: quel che si può amare nell'uomo è che egli è transizione e tramonto.
Friedrich Nietzsche
Don Camillo: "Gesù, al mondo ci sono troppe cose che non funzionano".
Cristo: "Non mi pare. Al mondo ci sono soltanto gli uomini che non funzionano".
Giovanni Guareschi
L'uomo non sa quanto sia antropomorfico.
Johann Wolfgang Goethe
Riusciremo un tempo, grazie a un raffinamento supremo, a vedere il mondo con la freschezza dello sguardo del troglodita.
Stanislaw Jerzy Lec

E' venuto 'o papa papa 'e l'acqua.
La parola "civiltà" è carica di vibrazioni etiche e morali, retaggio cumulativo della nostra autostima. La contrapponiamo a barbarie, a ferocia, a bestialità addirittura, mentre significa niente più che "vivere nelle città".
Bruce Chatwin
Giovanni Moro è il figlio di Aldo Moro. Oggi ha 49 anni. Quando suo padre fu sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse aveva solo 20 anni. Lo ricordo ancora come un giovane allampanato, poco più grande di me, con la faccia da bravo ragazzo, molto diverso da me, che allora ero quasi un fricchettone. Un bravo ragazzo. Cattolico, immaginavo. Impegnato, immaginavo. Per lui provavo una grande curiosità e una grande simpatica. Mi sembrava una persona seria, costretta a maturare più in fretta di quanto fosse necessario. Leggendo questo suo libro, "Anni Settanta" (Einaudi), questa simpatia è confermata. Potrei stare a raccontare, dettagliatamente, il libro, che, nonostante certe caratterizzazioni molto personali, è interessante, non solo per il suo punto di vista interno (come, appunto, figlio di Moro), ma anche per il punto di vista, un po' sghembo, con cui guarda un decennio (lui dice decade) cruciale per l'Italia. Vorrei, fare un'analisi seria, ma, dopo una stressante giornata di lavoro e un'abbondante bevuta di un Sirah maremmano (buono, eh), ho scarsa capacità di concentrazione. Quindi, se vi capita, leggetelo 'sto libro. E fatemi sapere.
Così, nonostante il libretto, a metà strada tra memoir e pamphlet, meriti di più, mi riesce solo di focalizzare l'attenzione su un capitolo, che Giovanni Moro intitola "Fantasmi" e in cui parla del rapimento e della morte di suo padre. Chi, suo malgrado e per sua magnanima benevolenza, segue questo blog, sa che sono molto attratto dagli anni Settanta e dal sequestro Moro, in particolare. Per questo ho scritto e scriverò di quegli anni. Ci sono, nel libro di Giovanni Moro, molti concetti e analisi interessanti che meriterebbero un'attenzione migliore e più approfondita di quella che un post (dal notevole tasso alcolico) può concedere. Parlo dei capitoli sulla cittadinanza e su alcuni pregiudizi e contraddizioni di quegli anni cruciali, secondo me, per la storia d'Italia. Quindi vi invito a essere indulgenti nei miei confronti se accenno a un solo argomento, e frettolosamente. Mannaggia e me e al vino.
Mi ha colpito, e la faccio breve, il concetto di "non-decisione", praticato dalla Democrazia Cristiana di fronte al sequestro Moro. E' vero sul rapimento e su quegli anni definiti di piombo ci sono troppe ombre, troppe reticenze. Però al di là della contrapposizione tra dietrologia e "revisionismo", c'è una certezza: la Dc non fece nulla per salvare Moro, Moro il presidente, Moro il pazzo, Moro il sequestrato, Moro il catto-comunista. Fu una non-decisione. E pure le non-decisioni sono decisioni. E possono essere peccati. Peccati di omissione.
Quanto alla psicoanalisi, essa non è né più né meno che un ricatto.
Ezra Pound
Quanta roba puoi mettere in un'alba. Quanta ne puoi ritrovare dopo. Il buio che si lascia sperciare dalle luci di due barche, in un triangolo di mare, piccolo, che mostrerà tra qualche minuto il profilo, torbido di nuvolaglia, della Costiera. Dove vanno, così veloci, a quest'ora?
Sette sono le finestre, grandi, del palazzo antico che so giallo e sottomesso a Pizzofalcone. Una sola è illuminata, bassa, sul tetto di Cappella Vecchia. La luce è grigia, dentro. Fuori incombono le tracce di un temporale notturno. Una donna si muove, rapida pure lei. Tutto è fermo, nonostante il vento, che più forte arriverà, dicono. E lo sentirò sulla faccia.
Una canzone. Napoletana.
Lo psicanalista è un individuo che per risolvere i propri problemi si finge capace di risolvere quelli altrui.
Alessandro Morandotti
Ho comprato questo libro su una bancarella. Da un po', ve ne sarete accorti, giro per bancarelle. Ne avevo sentito parlare e, poi, con un altro romanzo, l'autrice, Rosa Matteucci, è finalista al premio Napoli. "Lourdes" (edito da Adelphi), nonostante la brevità mi ha, dopo un leggero divertimento iniziale, addirittura annoiato, sebbene ci fossero tutte le premesse e le caratteristiche per essere un testo spassoso o comunque originale. Un po' di originalità comunque ce l'ha ed è nel finale, che per necessità dovrò svelare.
Come potete immaginare è il resoconto di un pellegrinaggio a Lourdes. La protagonista è Maria Angulema, una marchesina decaduta e impoverita, che va nella cittadina francese come accompagnatrice di malati veri e finti. Ci va perché deve superare il dolore dell'improvvisa morte del padre. E' un viaggio pieno di personaggi grotteschi, usciti da un quadro di Bosch o di Ribera, sporchi, insolenti, bavosi, meschini, cattivi (almeno quelli che incontra Maria), tranne un bellissimo e muto angelo spagnolo, Gonzalo. Maria in questo viaggio scopre la propria inadeguatezza alla vita e al rapporto con gli altri, soprattutto di vecchi, qualcuno dei quali in passato era stato contadino alle dipendenze della sua ricca famiglia. Maria resiste anche a certe forme di umiliziazione che tentano di imporle le sue superiori. Però tutto il resoconto, capìta l'antifona, diventa ripetitivo. Qua e là, la Matteucci per insaporire la minestrella infila un po' di dieletto burino dell'Umbria, di cui i personaggi sono originari. Interessanti, comunque, sono gli stili linguistici e propriamente narrativo, che mescolano alto e basso, fetori e illuminazioni.
E' una sorta di discesa agli Inferi che nel finale spiega il suo senso, se ho ben capito, di una sorta di percorso iniziatico. Nelle ultime pagine la protagonista incontra Dio, il Padre. Ha l'illuminazione. E cos'è una sorta di Siddharta de noantri? Effettivamente sono rimasto spiazzato. Non mi aspettavo l'ennessimo romanzetto parodistico anticlericale, però l'abbrivio del racconto sembrava portare verso altri tipi di illuminazione e redenzione. Ho avuto anche il sospetto che fosse un modo ancora più spietato di ironia. Ma credo, invece, che voglia essere una forma aggiornata di misticismo pret-à-porter. Fatto con intelligenza.
Una certa psicoanalisi è il mestiere di lascivi razionalisti che riconducono a cause sessuali tutto quel che esiste al mondo, salvo il loro mestiere.
Karl Kraus
Un uomo che va dallo psicanalista dovrebbe farsi curare il cervello.
Arthur Bloch
Davanti al santuario in cui sogna un artista, ci sono ora degli stivali sporchi. Sono degli psicoanalisti che se li sono tolti.
Karl Kraus
Lo psicanalista sta allo psichiatra come l'astrologo all'astronomo, come l'alchimista al chimico.
Alessandro Morandotti
La psicoanalisi è quella malattia mentale di cui ritiene essere la terapia.
Karl Kraus
Cari amici blogger, da stamattina non c'è più il Sorryso di Laura. Non c'è più. Per sempre. L'abbiamo conosciuta e le vorremo sempre bene.
Quando c'è bisogno di toccar ferro o legno, ci si accorge che il mondo è fatto di alluminio e vinile.
Arthur Bloch
L'invidia cerca e trova.
Cesare Zavattini
Gli uomini invidiosi dal fiuto più sottile cercano di non conoscere troppo il loro rivale per potersi sentire superiori a lui.
Friedrich Nietzsche
L'odio è un malcontento attivo, l'invidia un malcontento passivo. Per questo non ci si deve meravigliare se l'invidia sfocia così presto in odio.
Johann Wolfgang Goethe

Raccontiamola dall'inizio. Domenica mattina c'erano nella Villa Comunale a Napoli degli stand di alimenti di agricoltura biologica. Roba che ispira, in genere, la mia diffidenza. Ci siamo comunque fermati. E, tra le altre cose, abbiamo comprato delle marmellate. Ad attirare I. e me è stato un comune, ma differenziato, richiamo proustiano. Erano marmellate di susine sorrise e, soprattutto, di ciliege della Recca, bianche e rosse. Ne abbiamo comprato tre vasetti: susine e le due ciliege, appunto. Le produce una masseria di Chiaiano. Siamo stati anche un po' a parlare con il tipo che vendeva le marmellate e che ne era il produttore. In pratica la sua fattoria si trova pressappoco nella zona delle vecchie e dismesse cave di tufo.
Le ciligie della Recca, mi son detto, sono, mammamia, quelle della mia infanzia. A Settecainate ne avevamo un filare. saranno stati una decina di ciliegi della Recca dalla polpa bianca. A giugno si andava a raccoglierle. Non per venderle, ma per delle interminabili scorpacciate. Mia madre ne metteva un po' da parte e faceva la marmellata. Era una marmellata un po' inchiommosa, secca, tendente al solido. Ma buona. Sapeva di poco, in quegli anni in cui prendevano piede le strepitose marmellate industriali. Naturalmente noi ragazzi preferivamo le marmellate industriali. E così mia madre smise di fare la sua marmellata con le ciliege di Settecainate (ora Settecainate è una grande discarica, ormai piena, dove si vanno a cibare gabbiani e ratti). Tutto passa, diceva il poeta, in preda all'ora della sfioritura, io non sarò più giovane, né mi tenterà più a vagare la terra dalle betulle telose. E sì, come Esenin, son malato di infanzia e di ricordi. Lassàmme perdere.
Però, un altro ricordo malato voglio regalarvelo, se apprezzate questo tipo di regali. C'era una volta la collina dei ciliegi. Altro che Lucio Battisti. Era semplicemente la collina dei Camaldoli, vista dal versante nord, da Chiaiano, appunto, e da Marano. A fine aprile, negli anni Settanta e primi anni Ottanta, quando passavamo mattinate e pomeriggi interi nel 160 nero (Giugliano-Piazza Dante), Chiaiano e Marano erano tutte bianche per i ciliegi fioriti. Sembrava un paesaggio giapponese. Se ti applicavi potevi anche produrre qualche striminzito haiku. Qualche macchia di bianco spuntava anche dietro i muri di tufo scrostato. Era un ciliegio imprigionato in un cortile di Marianella. Poi la collina dei ciliegi è diventata di mattoni. Città giardini la chiamano. Ma è una finzione di calcestruzzo e camorra.
Ora c'è, rieccolo, il sapore di questa marmellata, morbida. E per festeggiare l'ennesima madeleine proustiana, stasera, abbiamo fatto le cose in grande (nel nostro piccolo). Il tizio della fattoria biologica ci aveva detto che la marmellata di susine si sposava benissimo con il formaggio e I. ha comprato del pecorino al pepe dell'Etna e mi ha telefonato al lavoro. Quando torni a casa porta del vino, ha detto. Figuratevi era un invito a nozze. Ho preso un Dolcetto d'Alba. E abbiamo fatto l'unità dell'Italia gastronomica: formaggio siciliano, marmellata napoletana e vino piemontese. Be' il risultato non è stato male. Mi ha sicuramente aiutato a scrivere questo post.
Playlist: "Cirano" (Francesco Guccini), "Due mondi" (Lucio Battisti), "Grapefruit moon" (Tom Waits), "Can't take my eyes off of you" (Eldissa), "Angie" (Rolling Stones) e "I'm easy" (Keith Carradine).
L'invidioso mi loda senza saperlo.
Gibran K. Gibran
Vista la sterminata produzione, non tutti i romanzi di Frédéric Dard sono azzeccati. Per esempio in "Di' buongiorno alla signora" (Mondadori), Sanantonio si arravoglia un po' su se stesso, prova ne è che un paio di volte l'autore deve tirare le fila dell'intreccio perché capisce che il lettore s'è perso. Sanantonio e i suoi tre sbrindellati moschettieri vivono la loro prima avventura da investigatori privati. Hanno lasciato il distretto di polizia di Parigi e hanno fondato la Paris-Detective Agency. Il primo cliente è un nazista che ha trovato rifugio in Uruguay e che torna in Europa, a Parigi per la precisione, per far visita a un amico.
Il poliziottesco parte bene. L'amico (un industriale di bidet) che ospita il nazista muore in un albergo di Amsterdam dove è andato per viaggio di lavoro. Cause naturali. Per niente naturali sono invece le cause della morte della prostituta con la quale il nazista ha passato la notte. La ritrova sgozzata la mattina accanto a sé nel letto. La storia scivola con il solito stile buffo e sboccato di Sanantonio. Si va a finire in un casino di alto bordo e quindi entrano in gioco puttane e maitresse, ambasciatori e una bellissima Gertrude che ha l'aspetto di una silfide e che non sfugge alle grinfie sessuali dell'arrapato seduttore. Il finale riserva qualche sorpresa, ma il romanzo a metà si affloscia e esige un'attenzione superiore a quanto poi effettivamente concede. Non tutti i Sanantonio riescono col buco. Questo fa storia perché è il primo in cui il bell'Antoine lavora senza il manto protettivo della polizia parigina.
Non è cieca la via da cui si può fare marcia indietro.
Stanislaw Jerzy Lec
Più lunghe le strade, più le città felici.
Josif Brodskij
Non è possibile tornare nelle caverne! Siamo in troppi.
Stanislaw Jerzy Lec

La butto qui, così come m'è passata per la testa, stamattina, mentre strapazzavo energicamente le gengive con lo spazzolino. Metto, insomma, le mani avanti, perché quando mi pèrito di scrivere qualcosa su Borges mi sento sempre inadeguato. Sapete no?, l'ho scritto e riscritto: aver letto i suoi racconti da giovincello velleitario mi ha cioncàto le mani. O meglio di lui o niente. Quindi niente.
Be', fatta la riverenza ('a capa mia sotto ai piedi vostri, maestro), m'è venuta questa illuminazione sbiancante. Spazzola spazzola, si pensa pure. Allora lo vuoi dire? E lo dico, lo dico? E che fretta che avete. Che dovete fare? Niente. Perché se state a perdere tempo sul blog non avete un cazzo da fare. Quindi leggete e non protestate. La devo tirare per le lunghe, perché la cazzata che ho in testa deve lievitare al punto giusto.
Pensavo questo: i racconti di Borges hanno molti livelli di lettura. E che bella scoperta, direte voi. Ce l'ha insegnato Dante (attraverso la bocca del prof d'italiano del liceo) che tutta la poesia (specialmente la sua Divina Commedia) ha diversi livelli di lettura: letterale, allegorico, un altro che mi so' scordato e l'anagogico. O era l'analogico? No, quello riguarda le videocassette buonanina.
Io nei racconti di Borges ho individuato tre approcci: incisivo, molare e premolare. No, scherzo. Secondo me il Colgate che ho usato è quello cinese, sfuggito al sequestro della finanza, perché cazzeggio peggio di Paolo Hendel quando si fa di Chianti. Insomma, lo dico e così potete ritornare ad altre più interessanti occupazioni. Quando leggi un racconto di Borges, una qualsiasi delle sue Finzioni, gusti per prima cosa il racconto ispirato spesso e volentieri alla letteratura di genere (fantascienza, racconto d'avventura, giallo o quello che gli pare e vi pare). Quindi, innanzitutto, il piacere del testo, del perdersi nel testo, senza altri pensieri. Poi, leggendo leggendo, cominci ad entrare nella profondità filosofica (boom, l'ho detta grossa) del racconto. C'è sempre qualcosa che ha a che fare con la realtà, il razionalismo, l'essere, il non-essere, la dialettica e Schopenhauer (ne dico uno a caso, perché poi Borges frequentava di più i pensatori del Settecento). Azz, dici, però. Anvédi il cecàto. Poi, terzo e ultimo livello, la botta finale. Borges sta scherzando. Vi ha portato a sperdere. Tra specchi, labirinti e giochetti vari, si ritorna alla letteratura, a te stesso. E questa è la lettura analogica.
Be', andate a fare qualcosa di meglio ché avete già perso troppo tempo con questo blog.
Parlare molto di sé può anche essere un modo per nascondersi.
Friedrich Nietzsche
Qualcuno mi sa dire come si fa a impedire la comparsa della finestrella di chi si collega al profilo mentre stai scrivendo un post? Chi lo sa? E' l'ennesima volta che ho perso un post (a mio giudizio molto divertente) di cui avevo scritto già una corposa parte, perché mi è apparso l'avatar di chi si stava collegando in quel momento al mio profilo. Non so perché succede 'sto fatto. Appena uno ficca il naso nel blog mentre stai scrivendo rischi di perdere quello che hai scritto. Ma chi ha inventato 'sta cosa folle? E soprattutto come cavolo si toglie?
Non è la prima volta che succede. Ogni volta ho riscritto, per quello che mi ricordavo. Ora non lo farò. E dico a quelli di Splinder: visto che state a fare manutenzione in continuazione risolvete 'sto sfaccimmo di problema. Che me ne fotte a me di chi si sta collegando il quel momento?
Se la gente si ascoltasse di più, parlerebbe di meno.
Arthur Bloch
Potete anche darmi del masochista. Un Carofiglio singolo non mi piace, e che faccio? Ne prendo due insieme. Siete autorizzati a dirmene di tutti i colori. E' che mi piacciono i fumetti, quelli di carta (disegnati e scritti) e quelli in celluloide. Mi piace la velocità dei fumetti. Quelli belli si leggono rapidamente e avidamente. Se poi il fumetto non convince, quasi sempre si va avanti lo stesso, tanto lo strazio è di breve durata. Ebbene, dico subito, che "Cacciatori nelle tenebre" (Rizzoli) dei Carofiglio Brothers (Gianrico il giudice e Francesco l'architetto) è meno peggio di quanto temessi. Ma stiamo sempre un po' al di sotto della sufficienza. Per questo continuo a meravigliarmi dell'entusiasmo verso i suoi presunti legal thriller e anche, sfogliando i siti appositi, verso questo fumetto. E' davvero poca roba. Basterebbe, per capirci, una frase come questa che neanche in un fotoromanzo andrebbe scritta: "Non c'è un'aria bella stasera per le strade deserte e brulicanti di cose nascoste". Mamma, che tensione.
In brevis, il personaggio principale è qui Carmelo Tancredi, figura secondaria nei romanzi (spunto per niente originale, basta aver frequentato un po' di letteratura e, nello specifico, Alvaro Mutis). E' un poliziotto a capo di una sezione fantasma della questura di Bari. Si occupa, assieme a tre sodali molto stereotipati (gli stereotipi fanno, comunque, bene al fumetto) di bambini scomparsi o peggio. La storia ruota attorno agli snuff movie. E a un incubo ricorrente di Tancredi che non viene spiegato, perché si minaccia un prequel e un sequel. Siamo stati avvertiti.
Il disegno è pulito, ma modesto e tradisce l'attività di illustratore di Carofiglio jr. Certe facce e certi tratti fisici sono ripetitivi e ripetuti. Gli scorci di Bari hanno inquadrature da cartolina.
Quello che mi sorprende è la presunzione degli autori e la superficialità di tanti lettori. Carofiglio uno e due, in una conversazione a fine libro con Vincenzo Mollica, si peritano di ricordare i riferimenti (colti e popolari, fumettistici, letterari e cinematografici) di cui è disseminato l'esile storia. Troppa grazia, davvero. Sono così labili che potrebbero stare dovunque e venire da qualsiasi parte. Non li cito neanche, sarebbe un'offesa per gli originali. E i lettori, poi, si sdilinguiscono come chi non ha mai letto un legal thriller o un fumetto. La verità è proprio questa, non li hanno mai letti.
Bisogna parlare come si parla quando si fa testamento: meno parole, meno contestazioni.
Baltasar Graciàn
Visto che ne ho trovato una dozzina su una bancarella di Port'Alba, tanto valeva cominciarli a leggere subito (ma non uno dietro l'altro) i romanzi di Sanantonio, dico, scritti da Frédéric Dard. Li leggerò un po' a casaccio, come li ho trovati. E anche perché la loro natura pulp consente un andamento bizzarro, random direbbe chi parla latino (comincio già sanantonieggiare, che sta per cazzeggiare). "Metti il tuo dito dove ho il mio" fa parte dei libri pubblicati da Mondadori. Scritto nel 1974, tradotto in italiano (da Bruno Just Lazzari) tre anni dopo, nel fatidico 1977, ma questo non c'entra nulla. Coincidenza. E se non è coincidenza lo vedremo con il tempo e con le letture. Peccato che non ho trovato in rete la copertina. Accontentatevi di una foto un po' buffa di Dard. E' un vero pulp che mescola sangue, sesso e soldi. Al centro c'è la congiura contro un ministro, il signor X, nell'imminenza di elezioni politiche. Dentro Dard c'infizza di tutto: belle donne innanzitutto, per emulare e sbeffeggiare James Bond, un'ammucchiata che avrebbe potuto ben sfigurare in "Eyes wide shut", architetti seduttori e ben dotati (proprio quello, of course), un sognifero e un insultatore, misteriosi fratelli che vivono nel Marais (sembrano personaggi usciti da "Miracolo a Milano" di De Sica, ricordate il tizio che, riparato da una piccola tela, in cambio di una moneta, faceva i complimenti, sempre gli stessi complimenti, ai suoi clienti) e un simpatico e velenosissimo insetto brasiliano, il Bardanus Venenus, chissà se esiste veramente. L'intrico è gustoso e sboccatissimo (almeno per quei tempi), ma sempre molto ironico e un poco surreale. Tutto sopra le righe, come un autentico pulp. Certe battute sono ormai dei reperti di costume, non fanno più molto ridere, altre ancora adesso sono portentose. Credo che la traduzione sia stata abbastanza faticosa, perché si capisce, anche leggendo Sanantonio in italiano, che certi giochi di parola funzionano meglio (o solo) nell'originale.
Io non domando a che razza appartiene un uomo; basta che sia un essere umano; nessuno può essere qualcosa di peggio.
Mark Twain
Dopo tutto c'è soltanto una razza: l'umanità.
George Moore
Le verità sulle Brigate rosse sono state tante negli anni. Troppe, sicuramente troppe. Due, però, sono le linee dominanti: quella del grande complotto internazionale, che faceva del gruppo terroristico un burattino nelle mani di grandi vecchi, e la linea che vuole le Br come un fenomeno tutto italiano, un po' sgangherato, ma pienamente inserito nell"album di famiglia" della sinistra. Dietro ciascuna linea ci sono visioni del mondo diverse, ma anche tante cose da nascondere, molti sensi di colpa e l'incapacità di vedere oltre e dentro. Io ho sempre diffidato della linea complottista, portata avanti da molte persone legate al vecchio Pci e alla famiglia di Aldo Moro, e, scopro ora, anche da uno dei fondatori delle Br, Alberto Franceschini, che l'ha raccontata in un libro del 2004 ("Che cosa sono le Br", edito da Rizzoli e scritto, sotto forma di intervista, con Giovanni Fasanella). Da poco ho letto anche il libro-intervista del 1994, "Brigate rosse", di Mario Moretti, fatto con Carla Mosca e Rossana Rossanda. Moretti racconta la sua verità, del tutto opposta a quella del complotto. E Franceschini, per gran parte del suo libro, non fa che dipingere Moretti come un uomo dei servizi della famigerata scuola parigina Hyperion, diretta da Corrado Simioni, cofondatore con Renato Curcio del Collettivo politico metropolitano, che poi confluì nelle Br, attraverso l'unione con il gruppo di Reggio Emilia, guidato proprio da Franceschini. Nelle ultime pagine, Franceschini stronca anche il libro di Moretti, alla fine di un percorso pieno di riferimenti ad atti processuali, ma anche di reticenze (sue e altrui) e di insinuazioni. Ne esce male pure Giangiacomo Feltrinelli descritto come uomo dei servizi segreti dell'Est. C'è, insomma, un grande polverone alla "Segretissimo", dove a un certo punto spunta persino l'Abbé Pierre. Di tutto di più, come nel film di Martinelli, "Piazza delle cinque lune". Tutti implicati, tutti colpevoli, tutti complottardi. La dietrologia più sfrenata, in molti casi neanche suffragata da atti, ma da dichiarazioni smentibili, da sentito-dire. Perché, non dimentichiamolo, Franceschini, che da tantissimo tempo si è dissociato, pagato fino in fondo il suo conto con la giustizia, è un uomo libero, ma è finito in galera nel 1974, subito dopo il sequestro del giudice Sossi. Dell'affaire Moro sa poco e niente e va a tentoni, collegando tasselli e voci. E' un lungo atto di difesa nel quale però Franceschini, secondo me, non ne esce bene. Sembra l'asino in mezzo ai suoni, schiacciato dalla congiura di Simioni e Moretti. Fa anche calare un'ombra di sospetto sul silenzio di Renato Curcio. E verso Prospero Gallinari ha un atteggiamento molto diversificato nel tempo. Insomma, Franceschini sembra fare la figura del fesso. Ma siccome fesso non è, sicuramente gioca pure lui una sua partita postuma di polveroni incrociati. Nella postfazione, poi, il giudice Rosario Priore, mette in mezzo anche l'affare Mitrokhin, e si sa come è andata a finire con quel dossier.
Tutto questo per ricordare come la sinistra non riesce ancora a fare i conti con le Br. Il terrorismo rosso è nato da una costola dell'estremismo degli anni Sessanta e Settanta. Farne un fenomeno eterodiretto è non volersi assumere le proprie responsabilità. Ricordo ancora che in quegli anni di parlava di Brigate bianco-nere. Secondo me, passeranno altri trent'anni e non si capirà che cosa è davvero successo, tanto è il casino premeditato che si sta facendo su Br e sul caso Moro. Moretti, nel suo libro, liquida con poche parole Simioni. Secondo il sequestratore e l'assassino di Moro, i rapporti con Simioni s'interruppero nei primi anni Settanta. Secondo Franceschini, Moretti ha sempre fatto su e giù da Parigi per incontrare il capo di Hyperion. Nessuno dei due la racconta giusta. Ma Moretti si difende (sta ancora in carcere, anche se, per quanto ricordi, in regime di semilibertà), Franceschini spara ad alzo zero su tutti, ma non fa capire il senso della protezione internazionale che le Br avrebbero avuto in quegli anni. Mi sono sempre chiesto, ma davvero hanno messo insieme tutto quel piombo solo per impedire al Pci di andare al governo? Sarebbe (ed è) bastato di meno. L'idea dell'Italia come un campo di battaglia tra Est e Ovest mi sembra molto arzigolata. Qualcosa c'era, ma credo che si sia espresso nell'attentato a Giovanni Paolo II. Fu il suo pontificato, nato in quel terribile 1978, a dare la botta finale al crollo del socialismo reale, la grande e tragica bugia sul comunismo. Ma qui si apre un altro capitolo complottardo che non finisce più. Basta così.
Il corpo umano non è in grado di contenere nello stesso tempo l'alcool e l'antisemita. Basta che ci entri un po' d'alcool, perché cominci ad uscirne l'antisemita.
Stanislaw Jerzy Lec
Il razzismo è una teoria biologica infondata, allo stadio attuale della specie umana, ma di cui si capisce la generalizzazione dovuta alla necessità, a ogni livello di organizzazione di difendere strutture ormai sorpassate.
Henri Laborit