Meno è intelligente il bianco, più gli sembrerà stupido il negro.
André Gide
Meno è intelligente il bianco, più gli sembrerà stupido il negro.
André Gide
La purezza della razza non esiste. L'Europa è un continente di meticci.
Herbert Fisher
Parlare di un romanzo che è piaciuto molto è davvero difficile. Sono sempre tentato dal silenzio o da frasi secche e assertive del tipo: "Leggetelo, ne vale la pena". Così queste cose che scriverò frettolosamente (e a lettura appena terminata) su "Il libro delle illusioni" di Paul Auster (Einaudi) saranno molto personali e confuse, ispirate dalla vena illusoria di tutto il romanzo.
In breve la trama. David Zimmer è un professore universitario. Improvvisamente si ritrova solo (perché la moglie e i due figli muoiono in un incidente aereo), ricco (perché riscuote una portentosa assicurazione) e depresso (per ovvi motivi). A tirarlo fuori dalla depressione è la comica di un attore del cinema muto, Hector Mann, scomparso (nel senso che non si più saputo nulla di lui) nel 1929. Decide di vedere tutti i suoi pochi film e di scrivere un libro. Dopo l'uscita del libro è contattato da una donna che gli dice che Hector è vivo, ormai ottantenne, e sta per morire. Dal Vermont dove Zimmer vive, superando la paura di volare, va nel New Mexico e parla per pochi minuti con Mann. Intanto gli è stata raccontata la vita dell'attore, dopo la sua misteriosa scomparsa. Ha saputo che è scappato da Hollywood perché implicato nella morte di una donna (morte di cui per molto tempo nessuno aveva saputo nulla, e quindi anch'essa misteriosa), ha girovagato mezz'America, cambiando nome e vivendo dei lavori più vari, poi ha salvato una donna, perdendo un polmone, e se l'è sposata. In New Mexico ha realizzato dei film che nessuno ha mai visto e nessuno dovrà mai vedere, perché dovranno essere bruciati entro 24 ore dalla sua morte. Zimmer riesce a vederne solo una. Poi tutto si dissolve nelle fiamme. Mann e i suoi film. Muore anche la moglie, Frida. E muore anche Alma, una giovane donna legata a Mann e che per qualche notte diventa l'amante di Zimmer.
E' una storia molto complessa, raccontata con una leggerezza e una capacità narrativa inusuali, e dove come in un gioco di scatole cinesi, un caleidoscopio di parole, un gioco di illusioni, compaiono molti personaggi, mentre cinema e letteratura si mescola. E c'è un rimando molto significativo alle "Memorie dell'oltretomba" di Chateaubriand, che Zimmer sta traducendo, quando nella sua vita ricompare Mann, e che Auster cita come epigrafe: "L'uomo non ha una sola e identica vita; ne ha molte, ed è la sua miseria. Alla fine apprendiamo, che come per Chateaubriand, il libro è stato pubblicato dopo la morte del narratore. Tutto illusione, tutto vita e tutto morte.
Auster è tecnicamente bravissimo. E' tra i maggiori esponenti del postmodernismo, di sicuro tra i più attrezzati, capace di costruire un mondo e personaggi realissimi e farli svanire in un gioco di rimandi. E' capace di inventare film e raccontarli come testi letterari (non a caso è stato anche sceneggiatore e ha firmato un film straordinario come "Smoke"). E' bravo.
Vivere nel mondo di oggi ed essere contro l'uguaglianza per motivi di razza o colore è come vivere in Alaska ed essere contro la neve.
William Faulkner
Non c'è razzismo tra i ricchi. I ricchi hanno prodotto, se mai, le dottrine del razzismo; ma i poveri ne producono la pratica, ben più pericolosa.
Umberto Eco
Il razzismo è l'inferno.
Tahar Ben Jelloun
È Wasp, ma quando viaggia
sul metrò si domanda
come mai quasi tutte
le facce aristocratiche che vede
sono facce di negri.
Wystan Hugo Auden
L'assessore alla Cultura del Comune di Napoli, Nicola Oddati, sa suonare la chitarra. Non si ricordano invece grandi meriti specifici da quando si occupa della cultura, tranne il triste tramonto del Pan, neonato museo a via dei Mille, la via più chic dell'unica città coloniale del mondo che non ha il quartiere europeo (per dirla con il famigerato Edoardo Scarfoglio). Ed è un tipetto da esportazione il nostro assessore, va anche in tourné, una tourné speciale perché non serve a fare soldi, ma a spenderli. E si tratta di soldi dei contribuenti, cioè nostri.
Sul palco del Bar Rio di Monterrey in Messico lo scorso luglio si è esibito in un medley di Santana e di classici napoletani, ritmi latino-partenopei, a colpi di chitarra elettrica. Vedere YouTube per credere. Gli intenditori capiranno dalle prime note che non eccelle nemmanco come chitarrista, robetta qualunque. Chiunque di noi ha un amico che in una festa casalinga sa fare di meglio. Non c'è bisogno di un palco a Monterrey.
Ma cos'era andato a fare a luglio l'assessore in Messico? Preparava il terreno per il Festival delle Culture che là si sta tenendo adesso. Oddati è andato, ci informano le cronache del Tgr campano, a perorare la candidatura di Napoli come città ospitante del Forum del 2013. Perché evidentemente lui, giovane com'è, spera ancora di stare in politica tra sei anni. Beata ingenuità. Il Comune di Napoli, da qui alla conclusione del Forum, avrebbe in programma un bel po' di altre lunghe e affollate trasferte. Il governo ha finanziato la candidatura (e quindi i viaggi musicarelli) con cinque milioni di euro. Ma, leggendo i giornali, si scopre che la candidata favorita è Dakar. Essere fottuti dai senegalesi è dura. Sì, ma loro hanno Youssou N'Dour, mica Nicola "Carlos" Oddati.
Niente moralismi, per carità. Ma con i tempi che corrono non era meglio mandare un depliant dell'Azienda di Soggiono e Turismo o un vecchio film di Vittorio De Sica? O una compilation di Massimo Ranieri? Avremmo sparagnato e accumparuto e sarebbe stata un'altra musica. Perché, si sa, c'è la Casta e c'è Casta Diva.
Le cose che sappiamo meglio sono quelle che non abbiamo mai imparato.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasformi e spinga verso l'esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l'uomo moderno designa con strana superbia come l'"interiorità" a lui propria.
Friedrich Nietzsche
Chi poco sa, vada sempre per la strada maestra.
Baltasar Graciàn
In realtà si sa solo quando si sa poco. Col sapere subentra il dubbio.
Johann Wolfgang Goethe
Quanto sa, gl'impedisce di sapere quanto dovrebbe.
Carlo Dossi

Se non avete mai frequentato le avventure del commissario Sanantonio della polizia parigina vi siete perso molto, molto divertimento soprattutto. Della sua sterminata produzione io ho letto davvero solo una 'nticchia. Un paio di romanzi, venticinque anni fa. Comprati su una bancarella. Uscivano negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta in edicola, a cadenza mensile, prima pubblicati da Mondadori, poi da una casa editrice nata ad hoc, la Erre. Negli anni Novanta degli altri libri è stato pubblicato da un altro editore. E, infine, qualche anno fa i toscani di Le Lettere, pieni di buona volontà, avevano cominciato a ripubblicare e ritradurre tutto. Ma, per quello che ne so, hanno stampato solo sette inchieste di quella funambolica canaglia di Sanà.
Io lessi Sanantonio e mi divertii molto, anche se, poco più che ventenne, avevo molta puzza sotto il naso e preferivo autori "più profondi". Che ingenuo. Ma qualcosa mi è rimasto dentro, però, inconsciamente. Perché, a dire di I., scrivo i miei post migliori come Frédéric Dard (l'autore delle inchieste di Sanantonio) scriveva i suoi romanzi. Che bel complimento. Ma non me ne ero mai accorto.
Tutto è successo stasera, quando stavamo perdendo tempo a Port'Alba, prima di andare al cinema, tra le bancarelle e la folla di padri, mamme e figli che andavano a comprare i libri scolastici. Mentre I. era da Amodio a rifornirsi di materiale da cartoleria, ho trovato ben 10 volumi di Sanantonio. Qualche titolo a caso, per farvi fare un'idea: "Promesse da marinaio", "Concerto per pizzi e giarrettiere", "Com'è bella Venezia!", "Fammi cose turche!", "Il filo per tagliare il burro". Li ho presi tutti. Due euro ognuno e ho chiesto lo sconto al librario che me li ha dati tutti per 15. Poi, seduti a un bar di piazza Dante, ho detto a I., moltro scettica per l'acquisto, di dare un'occhiata ai libri. Si è subito divertita e se n'è uscita con alcune sue considerazioni. Una che metteva in dubbio la casualità del ritrovamento di Sanà. E l'altra che trovava molti tratti in comune tra la mia scrittura e quella di Dard di cui stava facendo allora la scoperta. "Ma dai, è uguale" diceva. E io a spiegarle che me n'ero pure scordato di aver letto, ventenne, Sanantonio. Ma che comunque concordavo con lei sulla faccenda dell'influenza. Sarà stata inconscia, che vuoi che dica?
E via a raccontarle come piacesse molto anche a un nostro comune amico, mio compagno di liceo e nostro compagno di università. Anzi le ho raccontato di come il nostro amico avesse scoperto Sanantonio. Me lo raccontò lui stesso. Ebbene, stava facendo un viaggio in treno. Nel suo scompartimento c'era una bella ragazza che leggeva un libro di Dard. Il mio amico per attaccare bottone la sfruculiò un po'. "Ma come leggi i libri di Sant'Antonio" la sfotté. "Ma di quale santo parli?" rispose piccata la ragazza, che se non ricordo male forse era pure francese. Solo allora il il mio amico si accorse della gaffe. Non so se poi fece amicizia con la tipetta, di certo comprò i libri di Sanantonio e se ne appassionò. Forse ne ha letti anche più di me. Anzi di sicuro ne ha letti più di me.
Se volete saperne di più sul commissario, potete ficcare il naso in www.commissariosanantonio.it. C'è di tutto e di più.
Non ho mai creduto alla teoria del complotto sull'incidente che dieci anni fa uccise Lady Diana, Dodi e l'autista Henri Paul. Come non ho mai creduto a tutte le speculazioni sul coinvolgimento della Cia nel rapimento di Aldo Moro. Sicuramente, nel caso della morte di Lady Diana, ci sono dei punti oscuri, qualcosa che non torna, molte frettolosità dell'inchiesta che, andando a fondo, si trovano in quasi tutte le indagini. Forse Henri Paul non era propriamente ubriaco. Forse è stato il flash di un fotografto, forse qualche servizio segreto ha voluto eliminare un personaggio ingombrante come l'ex moglie di Carlo d'Inghilterra e madre del futuro re che, se fosse continuata la la love story tra la principessa e il playboy egiziano, avrebbe potuto ritrovarsi con un fratellastro mezzo musulmano. Di sicuro c'è, che il mondo, soprattutto quello dei gossip e quello che crede di vedere una realtà profonda e nascosta dietro tutto quello che accade, non si rassegna alla banalità della vita. Non riesce a credere che un mito mondano come Diana Spencer possa morire in un incidente stradale. Ma forse non morì in un incidente stradale la ben più mitica Grace Kelly? Sulla morte degli idoli (nel caso di Lady Diana, un idolo patinato e basta) ci si arrovella molto. Anche sulla banalissima morte di Mozart per una semplice questione idraulica (la pessima qualità dell'acqua nella Vienna di fine Settecento) si è speculato per secoli, a cominciare da Puskin, mettendo in mezzo il povero Antonio Salieri, nelle vesti di un avvelenatore. Si vuole una morte all'altezza della vita, quest'è tutto. Di indiscutibile c'è che, per ora, la verità ufficiale sull'incidente nel tunnel dell'Alma ha molti punti controversi.
Però tutto questo è solo lo sfondo del libro, dell'inchiesta, del romanzo su uno scrittore che sta scrivendo un romanzo, di Beppe Sebaste ("H. P. L'ultimo autista di Lady Diana", ripubblicato ora da Einaudi, dopo la prima edizione di Quiritta di due anni fa). Il libro è, appunto, un romanzo su un romanzo, un'inchiesta su un'inchiesta. Tecnica e struttura non nuova, che però Sebaste, lavorando sull'idea di raccontare la vita e la morte di un uomo ordinario coinvolto in un episodio straordinario, porta avanti quasi sempre con grande capacità narrativa, mescolando la sua vita personale (è personaggio di se stesso, lui e i suoi amori, i suoi viaggi, i suoi studi, il suo lavoro, le sue letture, i film visti), alcuni nodi filosofici e letterari (con abbondanti riferimenti a Levinàs, Hillman, Althusser, Derrida), gli incontri con gli amici e i familiari di Henri Paul e la vita quotidiana a Parigi, tra bar, ristoranti e boulevard.
Sebaste non ha una tesi su quella tragica notte di fine agosto del 1997. Io, e lo riferisco solo per un flash di vanità, ero lì, quel giorno, prima a Disneyland e poi proprio lì, per ragioni professionali, non che abbia qualcosa a che fare, con l'inghippo. A quei tempi avevo ancora una Uno bianca (poi mi è stata rubata), ma a Parigi ero andato in aereo. E non sono bravo a fotografare. Soprattutto evito di usare il flash. Fine dell'intermezzo cazzeggioso. Sebaste ripete, però, spesso e con convinzione, che il povero e ingenuamente misterioso (come può esserlo ognuno di noi se la sua vita viene passata al setaccio con occhi incriminanti) Henri Paul è stato un comodo capro espiatorio. Stupì infatti, allora, come, dopo il primo giorno in cui al Ritz erano così reticenti da non voler dire neanche il nome dell'autista, il secondo giorno dopo l'incidente fu stabilito che il tasso alcolico nel sangue di Paul fosse troppo alto.
Ma, ripeto, il libro di Sebaste contiene molto altro. Contiene soprattutto dieci anni (e un anno in particolare più di tutti) della vita dell'autore. Qua e là, certe digressioni sono moleste, inutili, sovrabbondanti. Ma quello che Sebaste prova a fare è un discorso sulla verità e sulla letteratura. Lo si comprende da questo passaggio, nella penultima pagina: "Il problema non è mentire, così come la soluzione non è la verità. Il problema è come ci si sente. Siamo quello che di noi vedono gli altri, anche se sappiamo di essere altro". Qualcosa che, banalizzando, possiamo definire pirandelliano. Cammina, cammina, sempre là si torna. E visto che ci sono riporto anche un'altra bella frase del libro, con la quale chiudo: "A volte sognare è così simile alla realtà che non si capisce a che cosa serva".
A che serve il sapere, se non ha in sé nulla di pratico? Il saper vivere è oggi il vero sapere.
Baltasar Graciàn
E mica a Napoli ci può essere un azzurro normale. Azzurra e basta è solo la casacca di Maradona. Per il resto c'è sempre l'azzurro con qualcos'altro. Come il lavoro, che può essere nero, a tempo determinato, precario o un lavoretto. Così è il colore di questa città. Azzurro cupo, azzurro straziante, azzurro e grigio, e nero, e gli altri "mille culuri" di "Napul'è".
E via per Toledo. Lo ripeto (e a quelli tra di voi che hanno la memoria elefantina qualche rimembranza di scorribbande tra pruvàse e carnacotta tornerà alla mente). Era cominciata con un tamarrissimo Peter Frampton, ma poi ho optato per il veleno (chi sa, capisce) con gli Almamegretta, l'Equipe 84, Lisa dagli occhi blu, il Kobra della Rettore e via con Demis e Power to the Small Massive. Ci sono finanche entrati dei pezzi di vetro mentre, con la mia camicia rossa (Levi's brasiliano presa al mercatino dell'usato) e sotto una t-shirt nera con la mappa della metropolitana di Mosca (comprata in loco, come sempre accade per una forma bastarda di nostalgia preventiva), vagavo walk in blue side e dancing in the dark. All'ombra è meglio.
E via verso Port'Alba e poi a comprare taccuini neri della Pigna (quelli con la Tavola Pitagorica) o, sempre neri ma a quadretti, della Cartotecnica Monzese, o ancora i Marble Memo (verdi, rossi e blu), ormai fatti Cina. Napule è mille culuri e pure il mondo ha i suoi colori. Tra piazza Miraglia, via San Sebastiano (le chitarre elettrice, quelle acustiche, il liceo, un bar dove si lamentano del traffico - via Marina è bloccata - e dei prezzi), i furgoni per le consegne che ostacolano i pedoni, ché è stretta la via e la foglia non c'è), Calata Trinità Maggiore. E alla fine piazza Plebiscito perché c'è il Presidente che porta inciso nel suo il nome di questa città puttana che per lui ha indossato il suo abito migliore. Azzurro. Il cielo è azzurro.
Però, la carnacotta non l'ho mangiata. L'ho solo vista, appena inoltratomi per una deviazione (quante deviazioni ho?) e devozione verso la Pignasecca. E la foto non è neanche mia. L'ho presa da questo sito: www.naplesnocomment.org/naplesphoto.
Nasconditi, altrimenti non verrai a sapere nulla.
Elias Canetti
I rasoi fanno male;
I fiumi sono lunghi;
Gli acidi lasciano tracce;
E le pillole danno i crampi;
I fucili non sono legali;
I nodi scorsoi non tengono;
Il gas ha una puzza orrenda;
Tanto vale vivere.
Dorothy Parker
Messo il cuore in pace con il santo, dedico questa canzone a una persona (lo sapete chi è e quindi non fate gli spiritosi) che condivide con me un giorno speciale.
ti accorgi che il silenzio
ha il volto delle cose che hai perduto
ed io ti sento amore,
ti sento nel mio cuore
stai riprendendo il posto che
tu non avevi perso mai
non avevi perso mai
non avevi perso mai...
p.s. E' una straordinaria Mina a Canzonissima del 1968. Poi "La voce del silenzio" l'ha fatta di recente, benissimo, anche Massimo Ranieri.
(Ansa). Napoli, 19 settembre 2007 - Alle ore 9.30, il duca Riccardo Carafa della deputazione di San Gennaro, ha sventolato il fazzoletto bianco, annunciando ai fedeli l'avvenuto miracolo della liquefazione del sangue del santo patrono di Napoli. Nel Duomo partenopeo, dove si svolge la cerimonia, sono migliaia i credenti riuniti in preghiera. Visibilmente emozionato per l'evento l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, il quale si è rivolto ai fedeli annunciando il miracolo.

ROMA - "Stop automatico" all'aumento dell'indennità dei parlamentari. Lo chiede il segretario dei Ds Piero Fassino ai Presidenti di Senato e Camera. Il leader della Quercia interviene sulla complessa questione del taglio dei costi della politica. In un giorno, tra l'altro, in cui l'aula di Montecitorio sta votando il bilancio della Camera che non è immune da polemiche e attacchi dell'opposizione. Se nei dibattiti e in conferenza stampa, infatti, i politici promettono tagli e misure, nella realtà succede che nelle busta paga dei senatori ci sono da agosto 200 euro netti in più. Moltiplicati per otto: gli arretrati dell'anno.
Altro sangue, altro miracolo. Aspettiamo. Oggi come sempre.
I parenti di un suicida gli rinfacciano come una colpa di non essere rimasto in vita per riguardo alla loro reputazione.
Friedrich Nietzsche
Poche volte Georges Simenon ha raccontato storie di uomini fuori dell'ambiente borghese e piccolo-borghese. "Il Presidente" (Adelphi) è uno di questi casi. Il romanzo è del 1957. Tre anni dopo ne ricavarono anche un film con Jean Gabin come protagonista. "Il Presidente" racconta gli ultimi giorni di un ex-ministro ed ex-premier francese. In molti hanno riconosciuto Clemenceau (il socialista, poi radicale e paladino dell'umiliazione tedesca dopo la prima guerra mondiale), Ma Simenon ha sempre negato. Del resto poco conta, a qualcuno doveva pure ispirarsi per raccontare le miserie e ricatti della politica, l'arte dei dossier e i controlli ossessivi degli avversari.
Il Presidente di Simenon è ormai un vecchio ultraottentenne che vive in una casa isolata, poco lontana da una falesia, in Normandia, "dove uno dei prossimi visitatori sarebbe stata la morte". Vive accudito e sorvegliato da infermiera e domestici, controllato più che protetto da poliziotti 24 ore su 24. L'unico legame con il mondo e con il suo passato politico è una radio e i documenti compromettenti per avversari ed ex-discepoli che ha conservato e nascosto in vecchi libri. A Parigi stanno nominando un nuovo primo ministro, l'ex-portaborse del Presidente. E' un arrivista di cui il vecchio uomo politico conserva una lettera che potrebbe stroncargli la carriera. Crede di averlo in pugno. Accadrà altro che non svelo (ho già detto troppo della trama).
Rispetto agli altri romanzi c'è una maggiore indulgenza a descrivere paesaggi e ambienti, elementi di cui solitamente Simenon è parco. Ma soprattutto c'è lo sguardo perennemente volto verso il passato del Presidente. La vecchiaia sua è però attiva, nonostante il corpo stia per abbandonarlo. C'è di rimarchevole la descrizione dei lunghi minuti in cui l'anziano politico perde i sensi e vede se stesso, chi lo circonda e alcune persone che hanno ossessionato la sua esistenza con una distanza che solo la rassegnazione alla morte e l'appagamento di una vita intensa possono dare. E c'è, in seconda fila, il piccolo mondo di Simenon.
Nessuno mai si è tolto la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato.
Guido Morselli
La paura della guerra atomica è un fenomeno carsico. Esce allo scoperto periodicamente. Dissolto il chiacchiericcio, della proliferazione delle armi nucleari non se ne parla per anni e anni. Si fa un po' di casino per la Corea del Nord e un po' di più per l'Iran. E tutto finisce nel dimenticatoio. In realtà, con il crollo dell'Unione Sovietica è diminuito il terrore di una distruzione totale del pianeta per una guerra atomica. Addio dottor Stranamore, insomma, con il suo ordigno "fine di mondo". Si è sviluppata, però, un'altra preoccupazione: quella del traffico di materiali radioattivi verso paesi che non avendo accettato la moratoria atomica sono disposti a fabbricarsi le proprie bombe con i pezzi che sarebbero venduti illegamente dalla Russia o dagli altri stati dell'ex Unione Sovietica. Di più: si teme che i materiali per fabbricare la bomba vadano i mano a terroristi, islamici in particolare, pronti a tutto, compreso, come s'è visto, il martirio suicida.
Di William Langewiesche, giornalista americano, vi ho tessuto in più occasioni le lodi. E le devo ripeterle anche per "Il bazar atomico" (Adelphi), uscito lo scorso giugno contemporaneamente negli Stati Uniti e in Italia. E' un gran libro perché, oltre agli argomenti che vi dirò, ha la capacità di riportare alla ribalta un tema che spesso dimentichiamo e di farlo rendendolo appassionante e comprensibile quando è generalmente considerao ostico. E' la dote dei migliori giornalisti di scuola anglosassone. E non si tratta di divulgazione, alla Piero Angela (con tutto il rispetto), ma di una vera e propria inchiesta (a vote avvincente come un romanzo, ma sempre documentatissimo e con i piedi nella realtà) che l'ha portato dalla Russia al Pakistan, dall'Olanda ad altri luoghi critici del bazar atomico.
Il libro è in gran parte incentrato su Adbul Qadeer Khan, un nome che ai più non dirà niente. E' il padre dell'atomica pakistana, l'"atomica islamica" come viene pomposamente definita nei paesi musulmani. Khan, che negli ultimi anni è finito in disgrazia, è uno scienziato e soprattutto un grande affarista (per sé e per il proprio paese), scatenato nel commercio illegale di materiali nucleari, nello specificio di tecnologia per costruire le centrifughe che servono per produrre l'uranio arricchito, indispensabile agli ordigni nucleari. Il ritratto che ne fa Langewiesche è spietato, com'è spietato lo scenario attraverso il quale Khan si muove. Spionaggio, diplomazia dai triplici giochi, scienziati venduti, armatori senza scrupoli, trafficanti d'armi e di droga e grandi masse ottuse e plaudenti.
La prima parte del libro è meno inquietante. Langewiesche ha voluto rassicurare da un lato per dare una sventola dall'altro. In pratica, "Il bazar atomico", nel primo capitolo, rassicura sul traffico di materiali nucleari dalla Russia verso l'esterno. Nel senso che non lo nega, ma dimostra che è molto complicato e poco interessante, perché si tratta di materiale ormai scaduto, conservato male e quindi si bassa qualità. Semplifico un po' le cose, perché altrimenti mi toccherebbe ricopiare il libro per intero. Ben più preoccupante è il commercio che avviene attraverso ditte e tecnici europei.
La tesi di Langewiesche, dimostrata in poco meno di duecento pagine, è che la proliferazione nucleare, alla quale sono interessati paesi come il Pakistan, l'Iran, il Brasile, la Turchia e la Libia è un fenomeno difficile da controllare e che risponde ad equilibri geopolitici che fanno molto comodo ai paesi industrializzati. Il rischio di una distruzione del pianeta, causata da una guerra atomica che coinvolga le grandi potenze, è molto remota. Sono invece possibili guerre nucleari locali (immagino con ricadute spaventose, sebbene limitate, nel resto del mondo), perché i regimi che si stanno impossessando della tecnologia atomica sono corrotti, incontrollabili e molto bellicosi.
L'istinto di autoconservazione è a volte la molla del suicidio.
Stanislaw Jerzy Lec
Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l'idea del suicidio, mi sarei ucciso subito.
Emil Cioran
C'è un solo problema filosofico veramente serio: il suicidio.
Albert Camus

Da qualche giorno a Napoli è partita la guerra ai parcheggiatori abusivi e agli automobilisti che affidano le proprie chiavi a guardiani senza autorizzazione, sulla scia di quella ai lavavetri inaugurata a Firenze. E' una battaglia cominciata alla napoletana, con un assessore che decide e il sindaco che smentisce. La faccio breve, perché sono robe che avrete già letto e sentito e perché poi voglio commentare la foto che ho postato. In pratica si scontrano due linee: chi vuole la tolleranza zero e chi dice che accattonaggio e affini sono un problema secondario, si tratterebbe spesso di una persecuzione verso la povera gente. Quest'ultima è la tesi del sindaco, Rosa Russo Iervolino, che ha dichiarato e ribadito che la città ha problemi più seri a cui pensare. Condividiamo, ma vorremmo un po' di vivibilità anche nei problemi minimi, che se sono appunto minini, immagino siano di più facile soluzione. Ma su questa storia s'è discusso già tanto in vari blog, quindi basti quello che ho detto. Perché? Perché questa foto spiega molte più cose di Napoli, dell'atteggiamento che hanno i napoletani verso una condizione moralmente miserevole della propria città, di qualsiasi trattato sociologico.
Descrivo la foto. Il signore seduto è un parcheggiatore abusivo, anzi è colui che ha capeggiato la rivolta dei parcheggiatori di ieri mattina, una piccola masaniellata che ha paralizzato per ore una parte della città. Il signore chiede il suo micropizzo a via De Gasperi, poco lontano dalla zona universitaria e la cosiddetta city, zona Porto, non distante dal Comune e dal Maschio Angioino. Presumo che i suoi clienti abituali che, affidandogli la propria auto, contribuiscano a congestionare più di quanto sia tollerabile quelle strade, immagino che siano clienti non proprio sprovveduti, impiegati, funzionari, studenti e docenti. La signora che sta affidando le chiavi dell'auto al soddisfatto posteggiatore appartiene a qualcuna di queste categorie. Ora si può anche discutere che a Napoli non ci siano parcheggi, o che siano costosi o che siano lontani dai luoghi di lavoro, che il servizio pubblico sia scadente, che i tassisti siano esosi o imbroglioni. Si può dire questo ed altro. Ma è il solito serpente che si morde la coda. Se tutti vogliono arrivare in centro e parcheggiare sotto il proprio ufficio, gratis possibilmente, il caos è inevitabile. Si deve decentrare di più, si dice. E va bene. Si possono fare tante altre proposte e tante altre chiacchiere. Resta il fatto che io sento discutere delle soluzioni al traffico a Napoli da quando sono nato, più o meno. Chiacchiere su chiacchiere.
La sto tirando per le lunghe, perché poi in fondo io voglio farvi notare un particolare della foto. Avete visto che libro ha tra le mani la signora? E' "Intoccabili" di Saverio Lodato e Marco Travaglio. Si proprio Travaglio, il giustizialista, l'integerrimo accusatore del marcio che corrode la nostra politica e la nostra società. Cioè la signora che sta commettendo il piccolo (per lei minimo) gesto di illegalità, sta favorendo una persona che (secondo i fautori della tolleranza zero) è un estorsore e anche un evasore fiscale. Cosa avrà capito del libro che presumo stia leggendo? Probabilmente che la battaglia per la legalità non la riguarda. Se le si chiedesse perché affida l'auto a un parcheggiatore abusivo, risponderà che non ha alternativa e che il problema è un altro. Il problema è sempre un altro. Ma quale? Secondo me, il problema è uno solo: a Napoli tra quello che si pensa o si proclama pensare e quello che si fa non c'è nessuna relazione, se non quella di contraddizione. I lettori dell'incolpevole Travaglio sono anche (ribadisco anche) questi.
Se ci fosse una forma corrente, anzi ufficiale, di uccidersi, il suicidio sarebbe molto più facile e molto più frequente. Ma poiché, per farla finita, ciascuno si deve cercare il proprio modo, si perde talmente tanto tempo a meditare su delle inezie che si dimentica l'essenziale.
Emil Cioran
Per essere divertente è divertente, ma non tanto da meritarsi lo sperticato elogio di chi lo definisce il Philip Roth italiano. Ce ne vuole e ce ne vuole, affinché l'originale Gaetano Cappelli lo diventi. "Storia controversa dell'inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo" (Marsilio) è un romanzo spassoso, con personaggi tratteggiati bene, con molti flash back nel passato, ben orchestrato nella parte iniziale, con una trama che riesce a mescolare, con arguzia e tecnica collaudata, provincialismo, presunto jet set, briganti lucani e ricchi newyorchesi, passioni e tradimenti. Il finale è un po' schiacciato, quasi si trattasse di un film dei Vanzina. Non c'è happy end, tutto per una cafonissima e sballata telefonata.
Non sto a riassumervi la trama, dico solo che Cappelli è bravo, rispetto alla media degli scrittori contemporanei italiani. Non sta a scrutarsi l'ombelico o a ficcare il naso nel condominio o a tracciare la propria esile e banale autobiografia come se fosse un Matusalemme diventato saggio per scienza infusa. Insomma, Cappelli racconta un certo tipo di modernità, di piccolo universo patinato e di realtà culturale marginale, di mondanità molto ostentata ma senza profondità e senza bellezza.
Il romanzo scivola via, catturando l'attenzione e strappando quanche sorriso. Non è poco di questi tempi. Meriterebbe però di non essere maciullato nel meccanismo mediatico che esalta e distrugge. Paragonarlo a Roth è, agli occhi di chi ha letto con cognizione di causa Roth, un modo per rovinarlo. Anche dire che è bravo a descrivere le scene di sesso, quando in questo romanzo di sesso ce n'è in dosi minime da letteratura rosa, molto meno di quanto se ne trova in un settimanale familiare, è una tecnica controproducente per istigare alla lettura. Basta dire che, nonostante certi peccati veniali, Cappelli ti porta dove vuole, senza strafare. E già molto di questi tempi.
Se perdoni a tutti, chi perdonerà a te?
Mino Maccari
Il mondo non sa mai perdonare a chi non è colpevole di nulla.
Stanislaw Jerzy Lec
Sottilmente, silenziosamente e segretamente, l'odio dilaniò la tua natura, come il lichene morde le radici di qualche pianta esangue, finché arrivasti a non vedere altro che gli interessi più miseri e gli scopi più meschini.
Oscar Wilde
L'odio può nascere nella mente; non c'è bisogno che sorga dal "cuore". L'odio nato nella mente è forse il più virulento.
Ezra Pound

Lungo un quarto di secolo era mutato il rumore delle strade, il linguaggio delle persone, il valore delle cose, l'umore dei giovani, il passo delle donne, non solo nei grandi continenti ma nella stanza accanto, tra le pareti di casa. Era cambiato tutto meno la cosa che decide di ogni altra, l'inimicizia come spirito del mondo.
Luigi Pintor

Vedere Napoli tutt'assieme, come una cartolina di cielo e mare, crea lo stesso effetto ottico del famoso passo leopardiano, quello nel quale in poeta racconta il dolore concentrato in un giardino fiorito. Quando lo osserviamo nella sua interezza, spiega più o meno Leopardi, ci appare di rara grazia. Poi, come ricordano tutti quelli che 'sto brano l'hanno studiato a scuola, avvicinandosi si scopre il dolore del fiore trafitto e succhiato dall'ape, si scorge il ramo spezzato e calpestato. E così via.
Napoli, ma forse tutte le altre bellezze (non si può scoprire nulla dopo l'ermo colle), Napoli è così. Soprattutto quando è passata la tempesta del dì di festa e si guarda con occhio disincantato il semaforo infranto da un sasso, l'asfalto rognoso, la fontana che perde acqua da ogni foro, si sente la puzza di orina, quando si passa accanto a un qualsiasi angolo un po' più segreto, o quella del grasso colato dai motori delle bancarelle che unge finanche gli occhi. Le bottiglie di plastica ammucchiate dai calci in un recesso della spiaggia. Una zoccola che passeggia sugli scogli. Il dorso sudato di un vecchio panzuto. I capelli impomatati di un ragazzo in motorino, seduto davanti alla sua mariarca lipidica, che sfila spavaldo nell'isola pedonale. I cestini traboccanti di bicchieri e fogli di giornali con i caratteri cirillici.
Non si sente un'ape volare.
Odierò, se mi sarà possibile; altrimenti, amerò mio malgrado.
Publio Ovidio Nasone
L'anima dei cristiani che si è liberata dal peccato, di solito è poi rovinata dall'odio per il peccato. Osserva i volti dei grandi cristiani! Sono volti di grandi odiatori.
Friedrich Nietzsche
E' uno de' vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed essere odiati, senza conoscersi.
Alessandro Manzoni
L'odio non rende soltanto ciechi e sordi, ma anche incredibilmente sciocchi.
Konrad Lorenz
Sfogliando il numero di "Panorama" da stamattina in edicola sono attratto da un articolo che Stella Pende dedica a di Roberto Calasso, mister Adelphi, passandone al setaccio le amicizie e affibbiandogli il nomignolo di "Snobel italiano" Ma mi fermo alla fine del secondo capoverso, mi fermo (e non proseguo più) quando leggo questa frase: "Editore e amico fatale di scrittori fatali come Bruce Chatwin, Milan Kundera e Joseph Roth". Elamadonna, ma a furia di praticare esoterismi Calasso è diventato anche un invidiabile medium. Certo ha pubblicato tutt'e tre questi grandi scrittori. Ma come ha fatto a essere amico di Joseph Roth, l'ebreo errante, il pellegrino della Cripta dei Cappuccini, uno dei più appassionanti cantori della Finis Austriae? Ma come ha fatto? Lo evocherà periodicamente con una seduta spiritica? Perché è difficile essere amico di una persona morta nel 1939, quando si è nati nel 1941. E' fatalmente impossibile.
Mi sono fermato lì. Magari l'articolo aveva altre cose interessanti. O altre fatali puttanate.
Ci fecero fare la pace; ci abbracciammo, e da allora siamo nemici mortali.
Alain-René Lesage
Il mio odio si è fatto vecchio - è disprezzo.
Stanislaw Jerzy Lec
Confesso che finora ho seguito con indifferenza e fastidio crescente il chiacchiericcio che sta portando alla nascita del Partito democratico. Mi annoiano le finte sfide, la lotta per le poltrone. Tutta roba già vista. Tanto si sa che vincerà (meno male) Walter Veltroni che trovo una persona seria e credibile, anche se attaccato alla mammella adolescenziale come se fosse un totem. Però è il meglio che c'è in giro. Dicono, gli informati e i maliziosi, che non sia neanche tanto buonista come vuole far credere. Se è vero, mi è ancora più simpatico. E' con questo spirito che ho letto "La nuova stagione" (edito da Rizzoli) che raccoglie il discorso che alla fine di giugno Veltroni ha tenuto al Lingotto di Torino, arricchito da una introduzione e da un decalogo. E' una cosetta che tiri via in poco più di un'ora.
E' stata una lettura che però, tranne alcuni punti condivisibili, ha fatto crescere in me l'indifferenza (e molte perplessità) verso il nascente Partito democratico. Il sospetto (da molti dichiarato come certezza) che sia un partito di plastica ne esce rafforzato dalle pagine, pur chiare e necessarie in molti parti, di questo libro dei sogni (nessuna palingenesi o catarsi, ma un sogno vagamente alla Mulino Bianco, che pure sarebbe una cosa buona). Quello che non mi convince è proprio la negazione, addirittura etimologia, del partito come normalmente lo si intende in Europa, in America e nel mondo intero. Il partito porta vanti interessi di parte, di una parte o di alcune parti, non di tutte le parti. Non si può pensare a un'entità politica che piaccia a tutti. La democrazia è contrapposizione prima e governo (di chi vince) dopo, nel rispetto di vinti e vincitori. Il bene generale e generalizzato viene dopo, non può essere il presupposto. Non voglio dire che debba prevalere il settarismo, il corporativismo sociale o quello che lo stesso Veltroni definisce il "principio identitario" (quest'ultimo è necessario per esprimere un parere e, a maggior ragione, un peso politico, altrimenti tutto diventa un omogeneizzato, una pappetta per neonati incapaci di pensare), però piacere a tutti porta a dispiacere a ognuno.
Anche il tanto invocato modello bipartitico americano è qualcosa che va ridimensionato. Democratici e Repubblicani americani sono sempre più simili. I partiti sono coacervi di lobby. Hillary Clinton è forse più simile a Rudolph Giuliani che a Barack Obama. O viceversa, Obama è più simile a Giuliani della signora Clinton. E poi ogni modello fa storia a sé, ogni paese ha le sue regole secolari e le sue attitudini. Ma resta fermo l'obiettivo di ridurre la frammentazione dei partiti (spesso personali) italiani. Ridurre, non schiacciare. E aggregarsi per obiettivi comuni per qualcosa e non contro qualcosa. Oggi, come dice bene Veltroni (e non solo lui) l'Italia è il paese dove tutti mettono veti e nessuno decide. Bisogna invece decidere, per il bene comune, ma con idee schierate. Non si possono accontentare sempre e comunque tutti.
Accenno solo alla difficoltà di guidare un partito con dentro la Binetti e gli ex-Pci. Non so chi, alla fine, ha aderito e chi no, chi sta aderendo e chi vuole aderire. Ma dentro ci sono posizioni etiche e politiche molto distanti. C'è anche molto vecchiume, soprattutto in Campania. Io continuo a stare alla finestra, e ogni tanto chiudo le imposte per non sentire l'inutile e fastidiosa caciara. Spero solo che Veltroni sia migliore (ancora migliore) di quanto si legge.

Stamattina alle 5 è morto Luciano Pavarotti. Era malato di cancro da molto tempo. L'alba gli è stata fatale. E' stato un grande tenore e un ingombrante personaggio, ma straordinario missionario della lirica. Pure gigione e capace di giocare (non risultati a volte imbarazzanti) con il rock. Ci metteva il cuore, però, la faccia e la voce inarrivabile. Quando se n'è andato lucean ancora le stelle.
C'è tanto amore nell'odio, quanto odio nell'amore, è una questione di endocrinologia.
Henri Laborit
L'odio deve rendere produttivi. Altrimenti è più intelligente amare.
Karl Kraus
Nei 29 anni che ci separano dal sequestro Moro sono stati scritti molti libri. E l'anno prossimo prevedo una valanga di ricostruzioni giornalistiche usa-e-getta. Così mi sono preso la briga di procurarmi qualcosa di prima mano, com'è "Brigate rosse" (Baldini & Catoldi) di Mario Moretti, il famigerato e militarista Mario Moretti. Si tratta di una lunga intervista a Carla Mosca e a Rossana Rossanda. E' un documento interessante perché racconta non solo del rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, ma anche della storia intera della Br. Lo fa uno dei soci fondatori e uno degli esecutori testamentari. Ovviamente certe posizioni vanno prese con le molle, ma ci sono molte verità.
I cinquantacinque giorni del sequesto Moro sono stati per la generazione che ha vissuto in prima persona quel guazzabuglio di politica, rabbia, sesso, allegria e solitudine che è stato il 77 come una linea d'ombra conradiana. La scoperta che avevano ucciso il nostro futuro. Né con lo Stato, né con le Br, si gridava. Ma lo Stato a mano armata di Cossiga e il partito a mano armato di Moretti e compagni sembrarano coalizzati contro i nostri spazi politici e anche contro le nostre stesse esistenze.
Ma bando alle recriminazioni postume. "Brigate rosse" è interessante perché fa capire dall'interno, e per bocca del protagonista considerato come il più spietato, le dinamiche delle Br. Il caso Moro innanzitutto. Si è detto già molto (troppo) sulla polemica liberazione-esecuzione. Un Moro libero, era convinzione di molto e anche dei brigatisti Morucci e Faranda, sarebbe stato più destabilizzante. Ucciderlo è stato l'apice e la fine delle Br. Già la Braghetti (che aveva partecipato al sequestro) nel suo libro "Il prigioniero" (da cui è stato tratto il bel film di Bellocchio, "Buongiorno notte") aveva spiegato come nelle logiche Br questo ragionamento non funzionava. Loro volevano un riconoscimento che non c'era stato. Che la morte di Moro chiudesse gli spazi politici al cosiddetto Movimento a loro importava poco. La partita era tra lo Stato e le Br. Gli altri andassero per i fatti loro. E, più o meno, quello che confessa lo stesso Moretti che fa piazza pulita anche della tesi del complotto dei servizi segreti. Molta (troppa) sinistra s'è sempre appigliata a questa stronzata (il grande vecchio, la Cia, Gladio) per dire che le Br erano il frutto di una grande manovra contro la sinistra. Le Br erano nate nelle fabbriche, erano profondamente di sinistra, anche se sinistre. Nascevano dall'operaismo, dal marxismo-leninismo. I brigatisti sapevano che la rivoluzione la si fa con le armi. Alla sinistra che poi negli anni è diventata politicamente corretta non è andata mai giù la presenza nel proprio album di famiglia (per dirla con la Rossanda) di questi parenti ingombranti. Erano degli intrusi. Per quelle belle anime patinate e in carta riciclata Che Guevara è una canzone, una t-shirt e un precursore di George Clooney. E no, il brigatismo è un figlio legittimo del leninismo. E bisognava farci i conti. Né con loro, né con lo Stato, certo. Ma loro, le Br, discedevano dai nostri stessi lombi.
Quello che invece è stata una scoperta è l'organizzazione delle Br. Dall'esterno sembravano un monolite. L'agguato di via Fani e altri attentati era l'espessione della loro potenza geometrica. Moretti ne dà invece una descrizione umana, troppo umana, ai limiti della sgangheratezza. Terroristi all'italiana. Geniali, ma per caso. A sentire lui erano quasi come il Gruppo Tnt di Magnus&Bunker. Lì, sì, che c'era un Numero Uno. Il loro arsenale era fatto di scarti della seconda guerra mondiale, in gran parte. Sfuggivano all'arresto più che per la loro bravura per l'incapacità di chi doveva arrestarli. Non è difficile da credere, però. Per annientarli bastarono un po' di pentiti, comprati dal generale Dalla Chiesa. E finiì tutto, con la scia di sangue delle cellule impazzite e braccate. Moretti però ci tiene a non far sembrare la loro storia come una saga alla Segretissimo. E ha ragione. Le Br finirono quando finì il mondo politico ed economico di cui erano figli, dice. Ed è vero. Il capitalismo si ristrutturava, gli operai diventavano marginali. Con chi la facevano la lotta armata? Con i ragazzotti del proletariato metropolitano? E sì, facevano mmarenna a sarachiello.
Se nutriamo odio verso qualcuno, è perché odiamo in lui qualcosa che è in noi. Quel che non è in noi non riesce a darci emozioni.
Hermann Hesse
L'odio è una cosa morta. Chi di voi vorrebbe essere una tomba?
Gibran K. Gibran

Quel che ci serve è l'odio. Da esso nasceranno le nostre idee.
Jean Genet
Odiare - è dar troppa importanza all'odiato.
Ugo Bernasconi
L'odio, come devi ancora imparare, è, considerandolo dal punto di vista intellettuale, la negazione eterna. Considerandolo dal punto di vista emotivo è una forma di atrofia, e uccide ogni cosa meno se stesso.
Oscar Wilde
Non si odia finché la stima è ancora poca, ma solo quando si stima qualcuno come uguale o superiore.
Friedrich Nietzsche
L'odio che parla solo attraverso gli sguardi, è sofferenza.
Karl Kraus
Com'è stupido colui che vuol mascherare l'odio che è nei suoi occhi mettendo un sorriso sulle sue labbra.
Gibran Kahlil Gibran
Anche una domanda sbagliata può ottenere una risposta giusta.
Alessandro Morandotti