martedì, 31 luglio 2007

Michelangelo AntonioniAzz, è morto pure Michelangelo Antonioni. Ingmar Bergman se l'è chiamato. Succede sempre così. Uno appriesso a n'ato. Pace all'anema lloro.
Però una cosa la voglio dire, parlandone da vivi: non mi sono mai piaciuti molto, nessuno dei due.
E' perché, come sapete, io in fatto di cinema sono un poco scemo.

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categoria:cinema, addii
martedì, 31 luglio 2007

Josip BrodskijIn agosto è lesta
solo la mosca nella gola di una brocca secca.
Josip Brodskij

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categoria:poesia
martedì, 31 luglio 2007

Paul VeyneLa scienza non è la forma superiore della conoscenza che si applica a dei "modelli in serie", mentre la spiegazione storica si occupa, caso per caso, dei "prototipi"; data la natura dei fenomeni, la prima ha per invarianti dei modelli formali; la seconda, delle verità ancora più formali. Per il fatto di essere tutta congiunturale la seconda non cede alla prima in fatto di rigore.

Paul Veyne

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categoria:storia
martedì, 31 luglio 2007

AfaHa scritto da qualche parte Goethe, l'immenso Goethe, che quando vedeva un errore di stampa esultava, meravigliandosi perché qualcosa di nuovo era stato creato. Se lo dice lui, mi consolo molto. Perché io faccio refusi (così vengono gergalmente chiamati gli errori di stampa) anche quando penso. Sono la mia dannazione. Recentemente ne faccio più di prima (ma tenesse coccòsa? M'aggia fa' vedè 'a nu buono miedeco). Ve ne sarete accorti pure voi che leggete questo blog. Per fortuna i blog hanno la funziona "edita"  e anche dopo molto tempo, quando si acchiappa il refuso, lo si può correggere e via così.

Poco fa, mentre stavo commentando da qualche parte, mi è venuto fuori un refuso bellissimo, me ne sono accorto a tempo e l'ho corretto. Ma non era un refuso, era una nuova parola che nasceva, grazie alla stretta vicinanza tra due lettere sulla tastiera del computer. Be', volevo scrivere "agosto" ed è venuto fuori "afosto". Ho esultato come esultava Goethe. Non so se qualcun altro ha mai incocciato questo nelogismo. Ma con il caldo di queste giornate e alla vigilia dell'arrivo del generale Agosto è stato un annuncio profetico.

Buon afosto a tutti, allora.

p.s. L'immagine non è mia. L'ho pescata con Google. E il tizio della foto non lo conosco.

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categoria:lampi
martedì, 31 luglio 2007

Daniel PennacScrivere la storia significa incasinare la geografia.

Daniel Pennac

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categoria:storia
martedì, 31 luglio 2007

NietzscheLa storia, pensata come pura scienza e divenuta sovrana, sarebbe una specie di chiusura e liquidazione della vita per l'umanità. L'educazione storica è invece qualcosa che è salutare e promette futuro solo al seguito di una forte corrente vitale nuova, per esempio, di una cultura in divenire, cioè solo quando viene dominata e guidata da una forza superiore e non quando è essa stessa a dominare e a guidare.

Friedrich Nietzsche

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categoria:storia
lunedì, 30 luglio 2007

La donna dHo il sospetto che la traduzione abbia devastato questo romanzo. Un sospetto che trova forza in una nota finale in cui si sottolinea la difficoltà di trasportare in italiano le acutezze, le metafore e le arditezze di cui Ramòn Gòmez de la Serna ha disseminato "La donna d'ambra" (edito da Marlin). Avevo preso il libro animato da grandi aspettative. Un mio amico spagnolo che ama molto Napoli me ne aveva magnificato le qualità. Io avevo comunque ridimensionato mentalmente e preventivamente gli elogi, conoscendo la sua sviscerata passione per Ramòn, come lo chiama confidenzialmente lui, e molti spagnoli alletterati.

Il libro è ambientato a Napoli, agli inizi del Novecento. E forse solo qualcuna delle descrizioni della città e delle abitudini dei suoi abitanti in quegli anni non delude. Per il resto il romanzo è così piatto da far sprofondare nella noia. E' una storia d'amore contrastata per un antico delitto e con un finale tragico. Ma dove, per oltre 200 pagine, accade ben poco, tranne le interminabili passeggiate solitarie in coppia (con la donna d'ambra, che di nome fa Lucia) per Napoli, sotto l'ombra inquietante e simbolica del Vesuvio. E poco altro, come la passione laterale del protagonista, lo spagnolo Lorenzo, per una raffinata prostituta. Lorenzo e Lucia, quindi, che verso la fine, vanno anche a pranzare ad Agnano in un ristorante che si chiama "I promessi sposi", tanto per citare e far torto Manzoni, per chi non avesse notato l'omonimia dei personaggi con quelli del lago di Como.

Gòmez de la Serna (di cui avevo letto con divertimento i bozzetti erotici raccolti in "Seni") è un autore fluviale e complesso. Capace di metafore arditissime di considerazioni brillanti e a volte strampalate. Ecco, la versione italiana di "La donna d'ambra" annacqua tutto con uno stile scialbo, a tratti complicato e sempre ripetitivo, anche nel lessico, senza nessuno sforzo di elaborazione, nel quale riesci a notare con fastidio solo e proprio le considerazioni strampalate. Leggi e aspetti con ansia che finisca. Prosegui con il desiderio di abbandonare tutto, ma pensi che è un dispetto immeritato per l'incolpevole (forse) Gòmez de la Serna. Così leggi e ti distrai. Ma non c'è problema, perché non ti perdi nulla. Avanti il prossimo.

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categoria:letture
lunedì, 30 luglio 2007
Stamattina ci sono riuscito. Le ho portato il caffè a letto.
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categoria:piaceri
lunedì, 30 luglio 2007

Sesso e coca col parlamentare
Mele (Udc): "Sono io ma niente droga"

Mercoledì l'Udc di Casini organizza il test antidroga, bocciato dall'aula, davanti a Montecitorio
di CLAUDIA FUSANI


<B>Sesso e coca col parlamentare<br>Mele (Udc): "Sono io ma niente droga"  </B>

Cosimo Mele (Udc)

ROMA - Si chiama Cosimo Mele, ha 50 anni, pugliese, deputato, in questa legislatura è membro della commissione Ambiente e qualche anno fa, nel 1999, fu coinvolto in una brutta storia di tangenti e corruzione. Alle 20 e 38 di stasera, dopo trentasei ore di atroci dubbi e cristiane sofferenze fa outing con l'agenzia di stampa Ansa "per evitare - dice - speculazioni politiche a danno del partito": " Quel parlamentare sono io, ma droga non ne ho vista e la signora mi era stata presentata quella sera a cena da amici". La "signora" è la squillo che è finita in overdose all'ospedale San Giacomo sabato mattina dopo una notte a luci rosse in compagnia di un parlamentare - e di un'altra squillo - all'hotel Flora, un luogo e un mito della "Dolce Vita" di Fellini, dove Mastroianni accompagnava Anita Ekberg e faceva a cazzotti con i paparazzi.

L'autodenuncia arriva dopo una giornata segnata da un tam tam senza tregua. Una "caccia" sulle basse frequenze dei telefonini, "allora, chi è?", "tu lo sai?", "ah è lui, e perché non lo dicono?". Telecamere e microfoni in cerca di indiscrezioni in una via Veneto quasi deserta mentre la direzione dell'hotel non rilascia dichiarazioni. Arriva in una domenica di fine luglio, la prima delle lunghe vacanze estive, in cui la ricerca del nome del parlamentare ha tenuto banco tra le top five della giornata, in buon piazzamento tra il dibattito politico sul welfare, gli incidenti stradali, le elezioni giapponesi e l'appello del Papa che chiede il disarmo del nucleare.


Soprattutto, l'outing di Mele arriva perchè preteso dal suo stesso partito. Dopo che in serata Luca Volontè, stato maggiore dell'Udc, quando probabilmente i sussurri sul parlamentare coinvolto nel festino sono diventati insopportabili, dichiara: "Chi si droga non può legiferare, chi è complice dello sfruttamento della prostituzione non può parlare di famiglia, figli e diritti umani. Un deputato al droga party con prostitute? Si faccia avanti. La vita privata è sacra ma per chi si occupa di rappresentare il popolo e legiferare per il bene comune, è lecito chiedere una condotta più consona e non drogarsi".

La ragazza-squillo che è finita all'ospedale sta bene. E questa è la cosa più importante. La sua collega non ha avuto problemi. Il parlamentare si era, fino a stasera, dileguato. La polizia, che è intervenuta, ha messo tutto per iscritto, ha ricostruito la dinamica della serata con nomi, cognomi e tipo di sostanze con presunte dosi utilizzate. Il verdetto finale è: "Nulla di penalmente rilevante". Fatti privati, dunque. Storia chiusa.

Un po' difficile, che si chiusa, visto che tra i protagonisti c'è un parlamentare della Repubblica, che l'uso di droghe e relativo dosaggio è oggetto di dibattito - e scontro - parlamentare dall'inizio della legislatura (il ministro Ferrero deve portare in Consiglio dei ministri il nuovo disegno di legge che riscrive la Fini-Giovanardi) e che proprio in questi giorni è stata bocciata la proposta del presidente dell'Udc Pierferdinando Casini di sottoporre i parlamentari al test antidroga. L'Udc però non si ferma. E mercoledì mattina organizza il test in piazza di Montecitorio. Spiega Michele Vietti (Udc), prima però di sapere che il responsabile è un suo compagno di partito: "Un parlamentare deve essere trasparente e coerente. Se io faccio il test all'autista che guida il pullmino della scuola, a maggior ragione lo devo fare a chi guida il pullman della vita pubblica". Giustissimo.

Mele è uscito allo scoperto spinto dalle polemiche della giornata. La senatrice azzurra Mariella Burani Procaccini aveva preteso che si sapesse "il nome del parlamentare che accompagnava le due signorine, una delle quali ricoverata in overdose: la gente deve sapere chi è costui. In queste situazioni non c'entra la privacy a cui comunque un parlamentare in parte rinuncia nel momento in cui è eletto, riceve la fiducia dei suoi elettori da cui viene anche stipendiato". Si era fatto sotto anche Francesco Storace, transfuga da An e diventato leader di un nuovo partito, "La destra": "E' scandaloso che un parlamentare debba essere protetto perché fa uso di droga".

Fin dal pomeriggio le indiscrezioni avevano stretto il cerchio intorno all'Udc che - amarissima ironia del destino - proprio per mercoledì ha organizzato il test antidroga per i parlamentari. Franco Grillini, sinistra democratica, era contrario a pubblicizzare il nome prima e lo è ancora di più adesso: "Sul piano umano il collega Mele ha tutta la mia solidarietà, la caccia al nome è sbagliata. All'Udc invece mi permetto di ricordare che è caratteristica degli uomini avere vizi privati e pubbliche virtù. Il partito di Casini quindi moderi l'estremismo: vedi cosa succede nel partito che fa della sessuofobia e del probizionismo la sua ragion d'essere...".

Volontè promette che "il deputato coinvolto mercoledì non sarà presente al test antidroga" e che "difficilmente voterà la legge a settembre". Significa che dimissioni di Mele saranno accettate? Eppure venerdì l'aula ha lavorato dalla dieci alle due della mattina dopo, duecento votazioni per approvare la riforma dell'ordinamento giudiziario. L'Udc ha votato contro. Ma Mele era già a cena con l'amica. "Appunto - insiste Volontè - il deputato non solo ha preferito un coca-fiesta al suo dovere ma ha pure infangato l'onore di tutti i colleghi". Mele insiste: "Un fatto privato, l'avventuretta di una sera...". Si dispera: "La cosa più difficile è stato dirlo a mia moglie...". Certo, pensare che è un deputato dell'Udc che fa del proibizionismo una bandiera e della lotta allo sfruttamento della prostituzione un obiettivo di governo, c'è da mettersi le mani nei capelli.

da www.repubblica.it

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categoria:sesso, cristianesimo
lunedì, 30 luglio 2007

La storia insegna che la storia non insegna nulla.

Alessandro Morandotti

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categoria:storia
lunedì, 30 luglio 2007

Eugenio MontaleLa storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta. In ogni caso molti anelli non tengono. La storia non contiene il prima e il dopo, nulla che in lei borbotti a lento fuoco. La storia non è prodotta da chi la pensa e neppure da chi l'ignora. La storia non si fa strada, si ostina, detesta il poco a poco...

Eugenio Montale

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categoria:storia
domenica, 29 luglio 2007

Tatuato

Ho pochi pregiudizi, ma molto radicati. Uno è quello contro i tatuaggi. Piccoli, grandi o medi non fa differenza. Non li sopporto e basta. Sono contrario a qualsiasi intervento sul corpo. Mi sono anche intestardito per un po' a voler impedire che mia figlia si facesse i buchi ai lobi dell'orecchio. Insomma un talebano del corpo nature. Mi danno noia, e questo è il massimo, anche le mie sìsole. Per chi ha meno di quarant'anni e non è napoletano, traduco. Sono le due piccole cicatrici affiancate sul braccio sinistro, quasi sulla spalla, che restano dopo la vaccinazione fatta nell'infanzia.

L'estate è la stagione in cui i tatuaggi sono mostrati con tutta la loro invadenza. Da qualche anno la moda è dilagata. E' inutile che vi stia a raccontare il come, il quando, il quanto e il perché. Non faccio il sociologo. Dico solo che è una moda che, a differenza del pantaloncino a pinocchietto, per dirne uno, non passa senza lasciare il segno. Il tatuaggio te lo porti fino alla tomba. Inciso sul tuo corpo.

Ma da che cosa nasce il mio pregiudizio, a parte la loro invadenza? Nasce da qualcosa che ho appreso da bambino. I tatuaggi se li fanno i carcerati. Anche i marinai, però. Ma i marinai nel mio paesino di agricoltori non se ne vedevano. Di carcerati scarcerati sì. Qualcuno. E il tatuaggio era un segno, per noi bambini, per capire di stare alla larga, incitati in questo pregiudizio dai nostri genitori, che in fatti pedagogici andavano per le spicce. Così il tatuaggio per me ha sempre qualcosa di losco. I camorristi, oltre ai vari cuoridigesù e madonnedipompei, coltelli e stronzate loro,  usavamo spesso una semplice sigla: M.V.M., cioè Mamma Vita Mia. Poi c'erano i tre puntini a triangolo tra pollice e indici. Insomma, tutta una simbologia elementare che neanche conosco. Mi basta il pregiudizio.

Oggi, con tutto il dilagare di tatuaggi (nomi in lettere gotiche - persino Cannavaro l'ha fatto - draghi, disegni maori) il pregiudizio è perlopiù estetico. Ma il pregiudizio inculcato nell'infanzia mi aiuta ancora. Mi aiuta a rafforzare, vedendo come le incisioni sulla pelle sono dilagate, l'idea che a Napoli i figli della borghesia (piccola e grande) si comportano sempre più come i giovani camorristi: frequentano le stesse discoteche, usano le stesse auto passando insieme con il rosso, buttano la stessa monnezza per strada, si riforniscono dallo stesso pusher, parlano lo stesso dialetto imbastardito dall'italiano tv, hanno gli stessi tatuaggi.

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categoria:nausea
domenica, 29 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecNella storia contano anche i fatti non avvenuti.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:storia
domenica, 29 luglio 2007

Roland BarthesIl discorso storico è essenzialmente elaborazione ideologica, o, per essere precisi, "immaginaria", se è vero che l'immaginario è il linguaggio attraverso il quale l'enunciante di un discorso (entità puramente linguistica) "riempie" il soggetto dell'enunciazione (entità psicologica o ideologica).

Roland Barthes

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categoria:storia
sabato, 28 luglio 2007

Christopher HillLa storia deve essere riscritta da ogni nuova generazione, perché, se il passato non cambia, è il presente che muta; ogni generazione rivolge al passato domande diverse, e nel rivivere aspetti diversi delle esperienze dei suoi predecessori, scopre di avere con esse nuovi punti in comune.

Christopher Hill

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categoria:storia
sabato, 28 luglio 2007

Roland BarthesLa narrazione storica muore perché il segno della Storia è ormai più intelligibile che il reale.

Roland Barthes

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categoria:storia
venerdì, 27 luglio 2007

goetheScrivere la storia è un modo come un altro di liberarsi del passato.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:storia
venerdì, 27 luglio 2007
Roland BarthesLa Storia è isterica: essa prende forma solo se la si guarda - e per guardarla bisogna esserne esclusi.  

Roland Barthes

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categoria:storia
giovedì, 26 luglio 2007


Ci sono canzoni che non sono belle, al primo ascolto. Anzi disturbano. Ma con il tempo ti entrano nel cervello come un tarlo e alla fine riesci ad apprezzarle se non ad amarle.

"Uomo bastardo" di Marcella Bella e "Dimmi che mi ami" di Loredana Berté sono due canzoni di questo tipo. Tra di loro però sono molto diverse, nella mia personale percezione. Quella della Bertè è proprio e solo una bella canzone, trascurata perché l'ingombrante figura di Loredana ne ha offuscato le qualità. La versione sul disco è, secondo me, migliore di quella dal vivo a Sanremo che propongo, trovata su YouTube. E' troppo arabeggiante negli arrangiamenti e la Berté ne teatralizza  l'esecuzione. La versione in studio è più asciutta e la si apprezza meglio. "Uomo bastardo" non è bella come "Dimmi che mi ami", ma la procacità fintamente signorile di Marcella Bella la rende un cult del trash patinato, imperdibile. Da notare la scritta sul vestito all'altezza del culo, una vera paraculata, trucidissima. E poi il testo, da vittima di Califano, sedotta, leccata e buttata via, è da vera donna di destra. Titilla il nostro machismo inalienabile. Ciascuno di noi, nell'amore e nel sesso, vorrebbe essere un uomo bastardo. Ma mica ci riusciamo. 

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categoria:musica
giovedì, 26 luglio 2007

AsimovLe leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno maggior valore.

Isaac Asimov

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categoria:storia
giovedì, 26 luglio 2007

Roland BarthesLa finalità comune del Romanzo e della Storia narrata è di alienare i fatti: il passato remoto è appunto l'atto di possesso della società sul suo passato o il suo possibile.

Roland Barthes

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categoria:storia
mercoledì, 25 luglio 2007

Guerre politichePer me, paradossalmente, è più difficile scrivere dei libri che mi sono piaciuti molto che di quelli che ho schifato. Stroncare è facile, sapendolo comunque motivare bene. Elogiare è un'arte più difficile. Richiede la capacità di sfuggire al banale e al ridicolo. Ma dinanzi a "Guerre politiche" di Goffredo Parise (Adelphi) questo rischio voglio correrlo.

Me la potrei cavare dicendovi: leggetelo e basta. E sarebbe la cosa migliore, perché stare a rincorrere la raffinata e chirurgica scrittura di uno dei più importanti narratori italiani del Novecento è un esercizio suicida. "Guerre politiche" raccoglie gli scritti giornalistici, da inviato in zone di guerra, di Parise. Parla del Vietnam, dell'Africa, del Laos e del Cile, un mese dopo il golpe di Pinochet. Chiunque faccia o voglia fare il giornalista dovrebbe leggerli. Furono pubblicati su settimanali ("L'Espresso") e quotidiani ("Corriere della sera") tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta.

Quando ho cominciato a leggerlo sono stato preso da un desiderio di lentezza generato da due sentimenti paralleli: la voglia di gustarmi a pieno tutta la felicità e l'acutezza descrittiva di Parise e la necessità di fermarmi a riflettere su queste immagini e sulla loro capacità di svelare, con la loro nudità, concetti profondi, molto umani, che nessun'analisi politica può rendere con altrettanta chiarezza. Parise, a differenza di Kapuscinski, che pure amo, non parte con un bagaglio di conoscenze politiche, sociologiche e antropologiche. Parise arriva con l'occhio dell'uomo interessato all'uomo e alla Storia che può attraversare la sua storia personale e alle storie personali che possano far capire che direzione sta prendendo la Storia.

Racconta il Vietnam come uno scontro mitologico tra giganti tecnologici (oggi diremmo dei Rambo) anche fisicamente achillei (gli americani) e un popolo compatto di formiche, di combattenti che si nascondono, di lillipuziani che colpiscono e stanno per scacciare l'ingenuo e violento Gulliver che è arrivato in Indocina. E' un paragone buttato là, che non rende tutto il sottotesto di questi scritti. Leggere il Vietnam di Parise, dopo aver visto tanti film sulla sporca guerra asiatica (il supremo "Cacciatore" di Cimino, innanzitutto), è rivedere tutte quelle immagini con un effetto strabico: penetrare dopo quello che è stato svelato prima.

Le pagine africane riguardano la nascita, l'ascesa e la rapida fine della repubblica del Biafra. Leggere "Guerre politiche" in questo caso mi ha fatto conoscere qualcosa di cui avevo un ricordo confuso e sbagliato. Per me la parola Biafra è sempre stata legata a ricordi dell'infanzia. La fame in Biafra. Ma immaginavo che con Biafra si indicasse un'area geografica non un'entità politica e nazionale. Biafra evocava bambini neri denutriti e panciuti. Erano quelli che la propaganda cattolica della fine degli anni Sessanta imponeva nelle parrocchie con grandi manifesti e giornaletti distribuiti durante la messa domenicale e che mia madre portava a casa. Servivano per far arrivare soldi e aiuti a quei morti di fame, sia detto senza disprezzo, attraverso i missionari. Però non sapevo, e non ho saputo fino a quando ho letto Parise, che il Biafra era uno stato vero e proprio che, a suo modo, si trovò al centro di uno strano intreccio di tribalismo, guerra di religione (tra cattolicesimo e Islam), lotta per il controllo dei pozzi petroliferi e guerra fredda. E' una storia semplice e complicata, quasi alla Le Carré, ma che Parise racconta nel momento dell'agonia, con mercenari conradiani, ma molto moderni e tecnologici, e colonnelli africani avidi e senza scrupoli. Attorno mercanti d'armi e dentro migliaia e migliaia di profughi, compesi i bambini neri scheletrici e panciuti. L'annotazione iniziale di Parise mette subito sotto una luce particolare tutta la vicenda, tragica e buffa del Biafra. Lo staterello cattolico che aveva operato la secessione dalla Nigeria, per acquistare credito presso l'opinione pubblica mondiale, s'era affida a una società di pubblicità che si occupava del marketing del neonato Paese. Hai capito i biafrani? Avevano anticipato di quasi trent'anni la fine della politica che abbiamo cominciato a vivere in Italia dal 1994.

Quello che racconta del Laos (e del suo meraviglioso e gentile popolo) e del Cile (con il suo ottocentesco, romantico e sconsclusionato presidente Allende) andatevelo a leggere direttamente. Ne trarrete godimento e cultura.

Un'ultima curiosità: nel libro si parla molto di comunismo e comunisti (soprattutto nelle pagine  indocinesi). Parise non è comunista, in quegli anni era difficile non esserlo. Ma prova a capire e a spiegare con curiosità e simpatia un universo di valori che non era suo e che nonostante sembrasse in forte avanzata, mostrava dei segni di estrema debolezza. Parise li coglie e lascia che il lettore si faccia la propria idea. Ed erano in anni in cui tutti erano convinti che il mondo diviso in blocchi fosse destinato a sopravvivere per secoli e secoli. Fosse l'eternità.

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categoria:letture
mercoledì, 25 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecNon aspettatevi troppo dalla fine del mondo!

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:cristianesimo
martedì, 24 luglio 2007

Tazza di caffè

Volevo portarle il caffè a letto. Per una volta volevo farlo io. Lei lo fa da quasi vent'anni. Volevo portarglielo io, per una volta, perché m'ero svegliato presto, ch'era schiarato giorno da poco. E lei dormiva e l'ho lasciata dormire fino a quando l'ho vista entrare in cucina, quando avevo già riempito la moka e l'avevo messa sul fornellino, per farlo salire, il caffè. Non era raro, un tempo, che a preparare il caffè del dopopranzo fossi io, e spesso pure quello di metà mattinata, quando sono a casa o siamo a casa. Un tempo. Ora è sempre più improbabile che sia io a riempire la moka di acqua e miscela e aspettare che salga, piano all'inizio e rapido alla fine. E' difficile che lo faccia io. Il caffè del risveglio, invece, è un suo lavoro, e credo anche un suo piacere. E' sempre stato così. Perché io ho la carburazione lenta. Entrare nel giorno è sempre una fatica.

Quando lei ha fretta, quando lavora, quando scappa via all'alba, lascia la tazza sul comodino. Forse mi chiama, prova a svegliarmi. Ma io non la sento. O se la sento resto in quello stato dolcemente catalettico che precede l'ordine interiore di alzarsi, di alzarsi perché è tardi, perché sta diventando tardi, perché presto sarà tardi. Ma spesso, il caffè delle mattine d'inverno è un caffè ormai freddo, o se va bene tiepido. Senza quel caffè però non so cominciare. E', comunque, il suo bacio.

Poi, stamattina, che era da poco schiarato giorno, e il silenzio era rotto solo dalle canzoni degli Avion Travel che ascoltavo di sottofondo, mentre tutto taceva, poi stamattina del caffè, all'inizio, non ho sentito la necessità. Tutto era tranquillo, quasi un prolungamento del sonno, ancora, era l'ultimo sonno rubato al giorno, regalato dalla notte, per farmi assistere in quei minuti dilatati dai nostri angeli custodi, che di notte ci spiegano il mistero dell'essere, del perdersi, alla scoperta della presenza a sé stessi. E così mi son detto: è l'ora buona per riprendere a scrivere il romanzo (sì, perché, lo avrete immaginato, sto scrivendo il secondo romanzo) che ho lasciato lì a sedimentare da mesi. Sarà lievitato da solo come un pane da cuocere o si sarà sciolto come un gelato lasciato sul tavolo? Non lo so. So che è presto per tutto. E all'improvviso diventa tardi.

Volevo portarle il caffè a letto, ma lei si è svegliata. E poi è stata lei a portarmelo, silenziosa, qui, accanto al computer. E ora è da qualche parte nella casa. Forse di nuovo a letto.

Playlist: dopo tutto "Danson Metropoli" degli Avion Travel, "Malambo No. 1" di Yma Sumac, "Tu si na cosa grande" cantata da Massimo Ranieri, "Era de maggio" cantata da Mirna Doris, "Te lo leggo negli occhi" cantata da Dino e "Devil & Dust" di Bruce Springsteen.

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categoria:piaceri
martedì, 24 luglio 2007

Blaise PascalMeglio non digiunare, e sentirne umiliazione, che digiunare e sentirsene compiaciuti.

Blaise Pascal

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categoria:piaceri
lunedì, 23 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecGli obesi vivono di meno: però mangiano di più.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:piaceri
domenica, 22 luglio 2007

Fuori, il vuoto;
dentro, il vuoto;
fuori e dentro il vuoto;
vuoto del vuoto
del vuoto del vuoto;
infine, tutto è vuoto.
Zenrinkushu

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categoria:poesia, nulla
domenica, 22 luglio 2007

Sergio QuinzioIl nichilismo l'abbiamo già alle spalle, di fronte abbiamo il nulla.

Sergio Quinzio

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categoria:nulla
sabato, 21 luglio 2007
Osip Mandel

Da solo guardo dritto in faccia al gelo:
non va da nessuna parte, non vengo da nessun posto,
e respira il miracolo della pianura
tutto ondulato, stirato senza grinze.
In questo niente inamidato chiude gli occhi il sole -
il suo socchiudere è calmo e confortato...
Boschi di dieci cifre - o quasi...
E la neve scricchiola negli occhi come pane innocente.
Osip Mandel'stam

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categoria:poesia, nulla
sabato, 21 luglio 2007

Luigi MalerbaIl nulla è un argomento stupendo per uno scrittore perché sul nulla si può dire tutto.

Luigi Malerba

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categoria:nulla
venerdì, 20 luglio 2007

La lettera da BenaresCominci a leggere certi libri per puro spirito di curiosità, poi ti ci addentri con una crescente curiosità morbosa mista a indulgenza indolente. Sono libri di cui sostanzialmente potrebbe non fregarti niente, ma che poi ti attirano perché vai a ficcare il naso in faccende familiari di personaggi famosi, ma senza quella pruriginosità gossippara che ormai sottende a qualsiasi biografia o autobiografia. "La lettera da Benares" di Toni Maraini (Sellerio), sorella di Dacia e figlia di Fosco, è un libro con molti alti e bassi, nato come lunga lettera al padre, viaggiatore ed etnografo (diciamo così per non entrare troppo nella scazzetta del prete) e scrittore, recentemente riscoperto, dopo la morte avvenuta tre anni fa.

Toni scrive al padre dopo aver ritrovato una lettera che lui le ha scritto, ma non le ha mai spedito, dall'India. Nasce così un viaggio nella memoria di una famiglia cosmopolita e dispersa per il mondo, ma molto intellettuale e di successo. Ci sono belle pagine amare sulla prigionia della famiglia in un campo di concentramento giapponese, durante la Seconda guerra mondiale, altre meno belle in cui fa analisi sull'Islam e religioni varie (con annesso casino sul presunto scontro di civiltà), pagine divertite su piccole faccende domestiche. In alcune parti c'è enfasi, in altre della tenerezza un po' stucchevole, ma nel complesso ne esce un ritratto familiare (e anche storico-letterario) molto particolare che fa piacere conoscere.

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categoria:letture
venerdì, 20 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecGrande è la forza del nulla: non gli si può far niente.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:nulla
venerdì, 20 luglio 2007
KhayyamPoi ch'ogni cosa al mondo nel nulla finisce,
Pensa che tu sei nulla, e già che ci sei, sta' lieto.
Omar Khayyam
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categoria:poesia, nulla
giovedì, 19 luglio 2007

DickSecoli di deriva nel vuoto, in attesa che passasse una qualche forma di vita a cui aggrapparsi per diventare... magari è quella la fonte della sua conoscenza: non l'esperienza, bensì l'interminabile e solitario meditare.

Philip K. Dick

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categoria:nulla
giovedì, 19 luglio 2007

David CooperIl Vuoto è ciò che è definitivamente al di là del momento ultimo dell'esperienza. E' dove in definitiva tende l'esperienza, senza poterne oltrepassare la soglia.

David Cooper

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categoria:nulla
mercoledì, 18 luglio 2007

Emil CioranQuando si impara ad attingere nel Vuoto a piene mani non si paventa più il domani.

Emil Cioran

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categoria:nulla
mercoledì, 18 luglio 2007

Samuel BeckettL'unico modo in cui si può parlare del niente è di parlarne come se fosse qualcosa, così come l'unico modo in cui si può parlare di Dio è di parlarne come se fosse un uomo, e l'unico modo in cui si può parlare di un uomo, persino i nostri antropologi l'hanno compreso, è di parlarne come se fosse una termite.

Samuel Beckett

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categoria:nulla
martedì, 17 luglio 2007

Roland BarthesIdealmente il vuoto è lo spazio anteriore di ogni semiofania.

Roland Barthes

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categoria:nulla
martedì, 17 luglio 2007

Emil CioranIl Nulla era senz'altro più confortevole. Com'è difficile "dissolversi" nell'Essere.

Emil Cioran

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categoria:nulla
lunedì, 16 luglio 2007

Nanni MorettiLa satira non ha padroni, quindi sta bene sotto ogni padrone.

Nanni Moretti

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categoria:cinema, comico
domenica, 15 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecQuando non si sa di che ridere, ecco che compaiono i satirici.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:comico
sabato, 14 luglio 2007

MagliettaEccola qua, la maglietta con la quale si invitava ad accogliere Berlusconi a Napoli.

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categoria:politica
sabato, 14 luglio 2007

La morte eroicaJean-Pierre Vernant è morto lo scorso gennaio alla venerabile età di 93 anni. E' stato uno dei maggiori studiosi della civiltà della Grecia antica. E' stato anche uno dei capi partigiani, comunisti, della Resistenza francese. Una bella testa e un bel personaggio. Dopo tomi ponderosi scritti assieme a Vidal-Naquet, nella vecchiaia si è dedicato maggiormente alla divulgazione di qualità. Questo libretto di neanche cinquanta pagine, "La morte eroica nell'antica Grecia" (Il melangolo) raccoglie (ma non è precisato da nessuna parte) il testo di una conferenza (suppongo) e un'intervista, oltre che una piccola biografia di Vernant. Roba che leggi in meno di un'ora. E ne vale la pena anche come forma di ripasso di quanto si conosce di Achille, Ulisse, Ettore, Priamo, Teti, Omero, Iliade e Odissea. Il tema è la morte eroica, racchiusa e simboleggiata in quella di Achille. L'excursus di Vernant è rapidissimo e va avanti per suggestioni, accenni ed evocazioni, ma con una scrittura piana e per niente infarcita di specialismi (qua e là c'è qualche necessario termine greco).

La tesi è nota e anche scontata. La morte eroica era per gli antichi Greci un modo per superare la morte, per conquistare l'immortalità tra i posteri. Roba che poi Ugo Foscolo vi ha dedicato gli interi "Sepolcri", anche se il modo per raggiungere l'immortalità, in Foscolo, è letterario e non eroico-guerriero. Altre battaglie, insomma. Nella rapida lettura si focalizzano alcuni episodi dei poemi omerici. C'è il duello tra Achille ed Ettore e la devastazione del cadavere del Troiano da parte dell'Acheo, proprio per tentare di negare la morte eroica al rivale. C'è Ulisse legato all'albero della sua nave che ascolta il canto delle Sirene per sentirsi immortale in vita, ascoltando le lodi delle incantatrici traditrici.

Si scopre, però, buttato lì a caso nell'intervista, qualcosa del pensiero politico degli antici Greci, i quali consideravano chi era soggetto a un re come una persona non umana, sebbene ne riconoscessero, come nel caso degli Egiziani, la sapienza. Era una società aristocratica, quella dell'epoca degli eroi omerici. Agamennone era un re tra i re, ma verso il quale si poteva ostentare rabbia e disprezzo, come fa Achille. Il concetto aristocratico del potere è rimasto nei geni dei Greci fino a tutto il periodo ellenistico. Ed è stato alla base del moderno concetto di democrazia.

Vernant è più bravo a dirlo: "Si ha così l'idea di questa comunità guerriera di uomini che non vogliono essere sottomessi all'autorità incontrollabile di un sovrano, di uomini che vogliono essere liberi, che costituiranno una comunità con al centro uno spazio libero in cui ciascuno dice ciò che ha da dire. Questo rifiuto proviene dall'idea che un uomo è un uomo, anér, solamente se è libero dalla sottomissione a un'autorità sovrana. E' l'idea che verrà democratizzata, e ciò concernerà non solo i capi guerrieri, l'aristocrazia guerriera, gli Eupatridi, ma infine tutti gli Ateniesi, tutti i cittadini di Atene, contadini e abitanti della città. L'intero corpo civico incarnerà questi ideali di non-dominazione da parte di altri".

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categoria:letture
sabato, 14 luglio 2007

Oscar WildeFin quando la guerra verrà considerata un male, avrà sempre del fascino. Quando verrà giudicata volgare, allora cesserà di essere popolare.

Oscar Wilde

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categoria:guerra
sabato, 14 luglio 2007

VoltaireChe cosa diventano e che m'importano l'umanità, la beneficenza, la modestia, la temperanza, la mitezza, la saggezza, la pietà, quando una mezza libra di piombo tirata a seicento passi mi fracassa il corpo, e io muoio a vent'anni fra tormenti indicibili, in mezzo a cinque o seimila moribondi, mentre i miei occhi, aprendosi per l'ultima volta, vedono la città dove sono nato, distrutta dal ferro e dal fuoco, e gli ultimi suoni che odono le orecchie sono le grida delle donne e dei bambini che spirano sotto le rovine: e tutto per i pretesi interessi di un uomo che non conosciamo?

Voltaire

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categoria:guerra
venerdì, 13 luglio 2007

CucchiainiC'è la granita e ce sta 'a rattata. La prima è quella artigianale o industriale, nel contenitore-frullatore, che basta aprire il rubinetto e scende giù nel bicchiere, mentre l'elica mescola tutto incessantemente. La rattata, che anche chi non è napoletanofono capisce, perché va tradotto in "gratatta", è prodotta manualmente con una specie di pialla acchiappa-ghiacchio che viene passata sulla stecca di ghiaccio, appunto, tenuta in fresco (ai miei tempi giurassici nei paesi della "pre-mazzonia" dove crescevo) sotto un panno di iuta.

'A rattata era l'unico gelato che ci era concesso da ragazzini. Si andava al chiosco di legno che sta in un angolo della piazza assolata, come un catino rovente che non  dava tregua al sudore nemmanco quando la canicola e il sole carcareante avevano cessato di lanciare le loro saette, si andava e si comprava 'a rattata. Il ghiacchio grattato con la pialla, che la tizia metteva in un secchielo di latta (quello che la mattina serviva a riscaldare il latte) che ci portavamo da casa. Ghiaccio, solo ghiaccio. Poi si andava a casa e si aggiungeva il caffé rimasto dalla mattina (e tenuto in frigo), o il succo del limone spremuto all'istante (con un cucchiaino di zucchero) o, quando si voleva andare di lusso, la menta o l'orzata dal bottiglione della zia. E poi via, sulle scale del cortile a mangiare prima avidamente e poi, quando il bicchiere si stava inesorabilmnete svuotando, piano piano, ma non pianissimo per non far diventare acquetta scialba i granelli gelati. Era il nostro gelato, la nostra granita e la nostra estate.

Poi, negli anni, al chiosco di legno cominciarano ad attrezzarsi e 'a rattata te la preparavano loro. Ma per me non aveva lo stesso sapore. Son dovuti passare decenni per scoprire che la rattata esiste ancora. Stamattina, passeggiata improvvisa e piacevole per Toledo, assieme a I. Al Ponte di Tappia c'era un carrettino di granite e c'era una donna dall'accento straniero. Io ho chiesto una granita al limone che è stata presa dal tradizionale contenitore centrale. I., invece, ha voluto una granita all'amarena, di quella che si versa dai bottiglioni, messi in prima fila sul carrettino. Mentre io già sorbivo la mia, ho visto che la donna delle granite tirava su un coperchio rettangolare per far apparire la stecca di ghiaccio. E ha preso la pialla per fare 'a ratatta. All'anema 'e Proust. Un colpo di madeleine proprio alla gola. Mentre io ero fermo con il cucchiaino di plastica tra il bicchiere e la bocca, immobile e affatato, la tizia straniera ha messo 'a rattata, compatta, all'apparenza un unico pezzo della forma dell'interno della pialla, nel bicchiere e vi ha versato un'abbondante quantità di liquido rosso e denso. Il ghiaccio ha preso colore, mostrando le tracce dei suoi cristalli. 'A rattata. Esiste. Resiste. Ed è più di una reliquia. E l'evocatrice di ricordi legati alla fabbrica di un mio zio, nelle terre capuane e alle letture del realismo magico. Tutto si tiene e tutto si mischia nella mente, con il cucchiaino che gira e rigira per dare sapore... Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conosscere il ghiacchio...

Playlist: "Could You Be Loved" (Bob Marley), "Gasoline Alley" (Rod Stewart), "Tato Wa Biso" (Ray Lema), "Pays tropical" (Jorge Ben), "Bent Sahra" (Rachid Taha, Khaled & Faudel) e "Wooden Ships" (Jefferson Airplane).

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categoria:piaceri
venerdì, 13 luglio 2007
Boris Vian

Signor Presidente,
non voglio far la guerra
non sono sulla terra
per ammazzar povera gente.
Boris Vian

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categoria:poesia, guerra
venerdì, 13 luglio 2007
Wislawa Szymborska

Dopo ogni guerra
c'è chi deve ripulire.
In fondo un po' d'ordine
da solo non si fa.
C'è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
Wislawa Szymborska

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categoria:poesia, guerra
giovedì, 12 luglio 2007

Sun TzuConoscere il nemico e te stesso permette interventi senza pericolo.

Sun Tzu

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categoria:guerra
giovedì, 12 luglio 2007

George OrwellLa guerra è, essenzialmente, un modo di fare a pezzi, di dissolvere nella stratosfera, ovvero di sprofondare negli abissi del mare, quei materiali che altrimenti si sarebbero potuti usare per render più comoda la vita delle masse, e quindi, a lungo andare, renderle anche più intelligenti.

George Orwell

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categoria:guerra
mercoledì, 11 luglio 2007

Non ricordo la Canzonissima del 1968. Troppo ragazzino. Ma questa magnifica e malinconica marcia firmata da Paolo Conte l'ho imparata ad amare dopo. E ho anche ritrovata questa biondissima Patty Pravo molto vintage. Imperdibile.

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categoria:musica
mercoledì, 11 luglio 2007

Cormac McCarthyLa guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un'effrazione dell'unità dell'esistenza. La guerra è dio.

Cormac McCarthy

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categoria:guerra
mercoledì, 11 luglio 2007

Stanislaw Jerzy LecUn tempo gli uomini erano più vicini. Le armi non arrivavano lontano.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:guerra
martedì, 10 luglio 2007

Hermann HesseSoltanto in guerra è permesso uccidere, perché in guerra nessuno uccide per odio, per invidia o per proprio tornaconto, ma perché è richiesto dalla comunità.

Hermann Hesse

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categoria:guerra
martedì, 10 luglio 2007

Umberto EcoLa guerra non mette più di fronte due patrie. Mette in concorrenza infiniti poteri. In questo gioco singoli centri di potere si avvantaggiano, ma a spese degli altri. Se la vecchia guerra ingrassava i mercanti di cannoni, e questo guadagno faceva passare in secondo piano l'arresto provvisorio di alcuni scambi commerciali, la nuova guerra, se arricchisce i mercanti di cannoni, mette in crisi (e su tutto il globo) le industrie dei trasporti aerei, del divertimento e del turismo, degli stessi media (che perdono pubblicità commerciale), e in genere tutta l'industria del superfluo - ossatura del sistema -, dal mercato edilizio all'automobile.

Umberto Eco (1991)

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categoria:guerra
lunedì, 09 luglio 2007

Daniel DefoeUn uomo veramente grande, anche se è costretto ad annientare il nemico secondo le leggi della guerra, non gode della sua sventura.

Daniel Defoe

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categoria:guerra
lunedì, 09 luglio 2007

Elias CanettiOgni guerra contiene tutte le precedenti.

Elias Canetti

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categoria:guerra
domenica, 08 luglio 2007

Ragionevoli dubbiSarebbe anche troppo facile fare giochi di parola sul titolo del terzo presunto legal thriller all'italiana di Gianrico Carofiglio, pubblicato come gli altri due da Sellerio. "Ragionevoli dubbi", appunto, ragionevoli. Questo romanzetto ha tutti i difetti dei precedenti, con l'aggravante di una quarantina di pagine in più. Forse è meno divagante. Ci sono meno personaggi inutili. Ma manca la minima capacità di far conoscere ed appassionarsi a quelle figurine scialbe che mette in fila. Chi è abituato a frequentare Simenon sa di cosa parlo. Ma tirare in ballo il maestro franco-belga per parlare del magistrato-scrittore di Bari è come sparare sulla Croce Rossa. Non si fa. Sono due campionati diversi, forse anche due sport diversi.

"Ragionevoli dubbi" è' roba che potevo leggere solo sotto l'ombrellone, quando non ci si accorge che finalmente lo si sta finendo. Quando ci si può distrarre per una quindicina di pagine tanto non succede niente che valga la pena ricordare. Insomma, c'è una storia giudiziaria più compatta, articolata e abbondante. Ma lo scarto tra le parti divagatorie, e che dovrebbero far conoscere la vita privata del protagonista, e quelle più legate al processo finale è maggiore. Una delle due parti sembra posticcia. C'è meno mazzamma, però risalta di più l'insufficienza delle capacità narrative di Carofiglio, l'elementarietà dei suoi meccanismi e la piattezza di una prosa levigata e cellofanata che non lascia tracce nel lettore. Il meccanismo poi è sempre lo stesso: tutte le prove sembrano condannare l'imputato e l'avvocato Guerrieri (il Montalbano di Carofiglio) lo salva con un piccolo stratagemma, ma veramente così piccolo che è facilmente intuibile anche da chi non ha mai letto un poliziesco. E questo forse è uno dei segreti del successo. Far sentire il lettore più intelligente dei personaggi. Una forma rudimentale e pezzottata di suspence.

Eppure qui c'era un personaggio interessante: l'imputato Paolicelli, ex fascista, ingiustamente accusato di traffico internazionale di droga. Avremmo voluto sapere un po' di più della sua vita passata. Per capire anche perché il suo difensore ne è attratto. C'è solo un piccolo episodio certo, nel quale l'avvocato Guerrieri, da ragazzino, è malmenato da un gruppetto di fasci del quale fa parte Paolicelli. Ma tutto è accennato e abbandonato, con un'ostentazione che dovrebbe rappresentare una scelta, ma, secondo me, è solo una prova dell'incapacità di Carofiglio di dare spessore ai personaggi. Basterebbe una frase, un rigo appena. Ma per poterlo fare bisogna essere uno scrittore.

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categoria:letture
domenica, 08 luglio 2007
Auden

Dopo la Guerra Giusta,
la Guerra Santa che aveva salvato
la Cristianità, ci furono
più palazzi e più clero,
meno studiosi e case.
Wystan Hugo Auden

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categoria:guerra
domenica, 08 luglio 2007

George OrwellLa guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna.

George Orwell

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categoria:guerra
venerdì, 06 luglio 2007
Bellemou
Volevo rilassarmi. Potevo e lo stavo facendo. Il mare, la sabbia dorata, le fonti carsiche di acqua dolce dove andare a rinfrescare i piedi. L'orizzonte pulito, azzurro e oro. Poca gente attorno, sotto gli ombrelloni a spicchi bianchi e blu. Prima verdure alla griglia, bruschette di pomodoro, un gelato, un caffè. Il fresco, quindi, e una playlist per rilassarmi. Volevo rilassarmi. Neanche leggere. E cosa è scattato? E' scattata "Rani Myaleg" di Bellemou Messaoud. Lui, il padre del rai algerino. La tromba che può farti ballare. Avrei voluto stare sulla terrazza bianca con alle spalle punta San Francesco (e la sua chiesetta che visiterò) e di fronte le terrazze, per immaginare di stare ad Orano, poter ballare, guardando ragazze dai vestiti rossi che stendono lenzuola al sole e poi, magari, fumano una sigaretta appoggiate alla balaustra, fissano il mare. E si rilassano.
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categoria:viaggi, musica
giovedì, 05 luglio 2007
ViesteEppure pensavo che fosse più facile da raggiungere. Ma ne è valsa la pena, arrivare qui a Vieste per un finesettimana lungo. Mai stato nel Gargano, sempre sfiorato. Un anno sono stato alle Tremiti, ma partii da Termoli. Ne è valsa la pena anche se ho percorso una trentina di chilometri di mulattiera, in un paesaggio che mi ricordava il Pelio greco. Molto fresco, ma io avevo altro per la testa. Per esempio la strada che non finiva mai. Intravedevo magnifiche spiagge di sabbia che le onde lunghe, spinte e increspate da un vento di levante, rendavano quasi californiane, sebbene striminzite e racchiuse, come bomboniere, tra faraglioni e falesie bianchissime, dalle cime verdi. Tre colori forti, di base: bianco, azzurro e verde. Quanto basta per far riposare la mente.
Alla fine siamo arrivati, anche facilmente, in un orario tutto sommato decente, in un bed & breakfast ricavato da un vecchio convento. Una camera grande, vista sul mare e uno stupendo colpo d'occhio sull'Adriatico sconfinato. Un terrazzo attrezzato per prendere il sole. E sul filo dell'orizzonte nuvole grandi e basse e lontane che sembravano iceberg. Bastava girarsi però, buttare lo sguardo abbagliato verso il paese, per godersi il bianco e il grigio dei tetti, e le altre terrazze, e i balconi, e le stanze, e le finestre, in complicate prospettive escheriane. Tutto restituiva l'ambiente mediterraneo, algerino, nordafricano, eppure con l'occhio rivolto ai Balcani, all'Oriente, a Bisanzio.
In fondo alla strada c'è una chiesetta, forse intitolata a san Francesco o a san Pietro. Ho visto e sentito turisti (attempatelli, perlopiù) che venivano via dopo averla visitata.Dovremmo essere sulla punta più a est del Gargano, dello sperone.
Il vento si è poi calmato. Domani mi affido a qualche protettore pagano, a una divinità naturale, a un Eolo stanco e a un Posiedone esausto, per ritrovare il canzo di un bagno tranquillo. Non ho voglia di girare, per altri paesi. Se ci sarà un'altra opportunità la coglierò. Ora no, voglio perdermi in queste stradine, in queste piazze dai nomi risorgimentali, tra bar, ristoranti, focaccerie, negozietti di cianfrusaglie. E poi guardare il mare di notte. E il faro che si accende e si spegne, se si accende e si spegne.
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categoria:viaggi
giovedì, 05 luglio 2007

Giuseppe MarottaVi mettete in bocca un lupino e masticandolo aspettate… non sentendo niente lo inghiottite e ne pigliate un altro, continuamente un altro finché ne rimangono. Siete all'eterna ricerca del sapore, ho parlato chiaro?... È una fissazione, un puntiglio.

Giuseppe Marotta

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categoria:piaceri
mercoledì, 04 luglio 2007

Ad occhi chiusiE' modesto, è modesto assai Gianrico Carofiglio. Ho già parlato di "Testimone inconsapevole", dicendone le pochezze e le ruffianerie per i lettori di bocca buona, che hanno affinato il pessimo gusto con le serie tv. M'ero ripromesso di non leggere nient'altro di questo autore alla moda, sebbene, spinto da consigli vari, avevo comprato in una botta i tre romanzi incentrati sull'avvocato Guido Guerrieri. Poi, giusto per non sentirmi in colpa per i soldi buttati e approfittando della tolleranza che ingenerano l'ombrellone e il caldo di luglio, ho deciso di leggere anche gli altri.

Naturalmente anche per "Ad occhi chiusi" (Sellerio) non posso che confermare il giudizio negativo dell'altro libro: andatevelo a cercate, se volete, al tag "letture" (12 gennaio 2007). Solo che questa volta mi sono incazzato di meno, sia perché l'effetto spiacevole della delusione era stato sostituito dall'effetto rassicurante della conferma dell'effetto spiacevole della delusione. Due delusiooni per lo stesso autore fanno quasi un'approvazione. Meno per meno fa più, evidentemente. Bah.

Lo stile è piatto, pulito, neanche fastidioso. La storia è scritta con tante divagazioni e tanti piacionismi. Ad esempio le citazioni musicali da quarantenne acculturato, dai Rem a Lou Reed, a Jim Morrison, le ricette gastronomiche (quando un investigatore mette mano ai fornelli sono tentato di passare ad altro), i libri comprati e regalati. Tutte fastidiose citazioni messe sul tavolo per sedurre il lettore, per assicurarsene a prezzi stracciati la complicità, facendo l'occhiolino quasi come in uno spot. A un certo punto c'è anche una sarchiaponata che vorrebbe suggerire un indovinello. Per descrivere un'uscita del suo protagonista nella Bari notturna (tra parentesi: gli accenni a Bari sono i più piacevoli per me, mi ricordono le lunghe passeggiate, nel giorno dell'attesa della nave per i Balcani, ogni estate, in pratica), Carofiglio cita Edward Hopper. Poi descrive un bar dove l'avvocato Guerrieri va a finire, e dove ci sono pochi avventori. E', per l'inclita e il colto, la descrizione di "Nottambuli", il famosissimo quadro del 1942 appunto di Hopper, riprodotto in centomila foto. E passi, ma Carofiglio chiude il bozzetto con una marpionissima considerazione: "non riuscii a liberarmi della sensazione inquietante di avere già vissuto - o di avere già visto - quella scena". Chi conosce il quadro capisce, chi non lo conosce quando poi lo scopre pensa ma che bravo (o ma che furbo, se è un poco smaliziato) e si sente gratificato. Piccoli trucchi per un piccolo libro.

Ma sapete che vi dico? Sono proprio masochista. Ho già messo mano a "Ragionevoli dubbi".

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categoria:letture
mercoledì, 04 luglio 2007

Corrado AlvaroQualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste, grandi e deserte, con lo sfondo d'un muro di mattoni. Non è soltanto la piazza padana, questa, ma la piazza delle città di pianura in genere; vien fatto di ricordare qualche luogo simile in città dell'Oriente dove, nel fitto delle vecchie città tartare e mongoliche, si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città sono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza; un'altra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. Sono composte di pochi elementi: un vecchio palazzo da una parte, o un muro di vecchio mattone, una fila di case basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estate e la neve d'inverno ricordano la pianura; sono una lacuna e uno strappo nel ragionamento rigoroso della città ben costruita, e hanno il loro infinito.

Corrado Alvaro

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categoria:arte
martedì, 03 luglio 2007

Lepisma saccharinaChi ha troppi libri li conosce bene: sono i pesciolini d'argento. Piccoli insetti casalinghi che io ho visto per la prima volta ch'ero ragazzo, quando a casa i libri che portavo cominciarono a diventare tanti. Ne arrivarono anche alcuni in spessi cartoncini, presi da un deposito di via Consalvo. Ho sempre pensato che l'invasione fosse partita da quel lontano pomeriggio estivo di oltre trent'anni fa. Poi i pesciolini d'argento, le diverse generazioni di pesciolini d'argento, mi hanno accompagnato nei vari traslochi che ho fatto, tirandomi dietro, come il guscio di una lumaca, tutta questa carta inchiostrata e incollata che mi circonda. All'inizio, quando ne feci l'improvvisa conoscenza, mi spaventarono quasi. Era il naturale ribrezzo che ispirano gli insetti casalinghi. Pensavo quasi che mordessero. Invece sono animali molto miti, si spaventano per la luce e quindi vanno in  giro di notte, si nutrono delle copertine dei libri (ho scoperto che preferiscono quelle azzurre ruvide dell'Adelphi) e con il passare dei decenni hanno morsicchiato con avidità il "Taccuino di un vecchio sporcaccione" di Charles Bukowski (edizioni Guanda, però) e la sovraccopertina nera di "La moneta di ferro" di Jorge Luis Borges (edito da Rizzoli). Li considero ormai quasi due trofei, i libri rosicchiati, ovvio.

All'inizio temevo che si moltiplicassero come le blatte che di notte, in qualche casa che ho abitato, ho visto passeggiare a gregge ("Sembrano pecore nere" diceva mia madre). Invece il pesciolino d'argento (che non raggiunge mai dimesioni spaventose) è un animale solitario e poco prolifico. Preistorico, dai tempi preistorici, lunghi. Credo che viva una sola stagione o poco più. Qualche volta ho visto aggirarsi dei pesciolini anche in bagno, negli angoli più umidi e pieni di appetitose e minuscole schifezze che a loro piacciono. Normalmente li schiaccio con il piede quando ne vedo per terra. Càpita, durante gli improvvisi risvegli notturni, per impellenze urinarie, in genere, dopo abbondanti bevute serali, frequenti in questa stagione. Quando ne trovo nei libri, sui dorsi dei libri, mi limito a buttarli giù dalla finestra, anche se, poveretti, tentano di rimanere attaccati al loro cibo, che è anche la loro casa, con tutte le zampette possibili.

Il nome scientifico, datogli da Linneo nel Settecento, è addirittura lezioso: Lepisma saccharina. Appartiene alla categoria dei Tisanuri, nome quasi giapponese. Mi sono messo a cercare con Google e ho trovato di tutto. Wikipedia è abbastanza dettagliata. Scrive:

Il pesciolino d'argento (Lepisma saccharina, Linneus, 1758) è un insetto lucifugo, veloce e privo di ali; è sinantropico, ovvero lo si trova nelle abitazioni umane, ed è molto diffuso. L'aspetto del corpo dell'insetto, argenteo e oblungo, giustifica il suo nome comune. Il nome scientifico, invece, è legato al fatto che questo insetto si nutre di carboidrati come lo zucchero o gli amidi. Appartiene all'ordine Zygentoma o Thysanura, ed esiste sul nostro pianeta da oltre trecento milioni di anni.

Trecento milioni di anni. Alla faccia dell'evoluzione. E' rimasto un essere miserabile. Ma saperlo così antico mi induce alla tenerezza. L'intruso sono io, in pratica. Sul cibo aggiunge:

Il cibo preferito del pesciolino d'argento sono le sostanze che contengono amido o polisaccaridi come la destrina usata negli adesivi: l'insetto ama quindi la colla, le legature dei libri, le foto, i francobolli, lo zucchero, i capelli, la forfora e la polvere. Non disdegna neppure cotone, lino, seta, insetti morti o persino la sua stessa exuvia (la pelle persa nella muta). In caso non trovi altro cibo, il pesciolino d'argento può arrivare a rovinare capi in pelle (cinture, scarpe) o indumenti in fibra sintetica. Tuttavia, può restare senza cibo per mesi senza soffrirne.

 Visto che ci sono copio anche le voci "Habitat", "Riproduzione" e "Disinfestazione":

I pesciolini d'argento sono piuttosto comuni nelle dimore umane. Si trovano spesso, fra l'altro, sotto i frigoriferi, nei bagni ben riscaldati, nelle fessure e nelle crepe delle tegole. Amano rosicchiare libri, tappezzerie e tessuti. Possono essere talvolta confusi con un'altra specie con abitudini e aspetto molto simili, la Thermobia domestica, che però preferisce ambienti più caldi, come forni di panetterie.

A causa delle abitudini notturne dei pesciolini d'argento, il loro comportamento sessuale è stato scoperto solo di recente. Per tutto il processo dell'accoppiamento, il maschio e la femmina corrono tutt'in giro. Il maschio depone una spermatofora, una capsula di seme coperte da filamenti simili a quelli di una ragnatela o di un bozzolo. La femmina trova la capsula e la raccoglie, dando luogo a una "inseminazione indiretta".

Il pesciolino d'argento viene spesso considerato insetto infestante, sebbene i danni provocati da questo animaletto siano trascurabili e la sua presenza non comporti alcun pericolo per la salute. Negli edifici, i pesciolini d'argento sopravvivono solo in presenza di umidità e di fessure in cui nascondersi; eliminando almeno una di queste condizioni, spariranno. Altre misure che si possono mettere in atto per eliminare i pesciolini d'argento (o almeno decimarne temporaneamente la popolazione) includono: una miscela 1:1 di borace e zucchero è un'esca efficace per uccidere i pesciolini d'argento; l'odore di soluzioni a base di ammoniaca dovrebbe scacciare i pesciolini d'argento nell'arco di 24 ore; per catturare i pesciolini d'argento, spruzzare intonaco su uno strofinaccio umido e bianco, e lasciarlo per tutta la notte in un angolo, vicino alla tana dei pesciolini; un'altra tecnica consiste nel lasciare nei pressi della tana degli insetti, sempre di notte, una patata grattuggiata, la mattina dopo la patata può essere gettata via insieme ai pesciolini che vi saranno rimasti; per allontanarle dai libri è sufficiente inserire tra i volumi qualche foglia di alloro.

'Sta faccenda dell'alloro, è molto poetica, però.  Ho anche scoperto che c'è chi li alleva. Un tizio che in un sito scrive:

Questi insetti li avrete già notati in casa vostra quali ospiti indesiderati (per lo più nel bagno, o dove abbonda vecchia carta "dimenticata"). Si tratta di insetti molto primitivi con un ciclo vitale piuttosto lento e poco produttivo, tuttavia grazie al loro colore iridescente ed ai loro movimenti rapidi sono in grado di scatenare l'istinto di caccia anche nel più schizzinoso o debilitato dei rettili (a me hanno salvato un'Anolis carolinensis che improvvisamente aveva deciso che grillini, larvette e mosche non gli andavano più ed era rimasto digiuno per 15 giorni). Visto quindi il poco spazio richiesto e le cure nulle penso sarebbe sempre bene tenerne un piccolo allevamento d'emergenza. Per inciso ne esistono anche molte varietà selvatiche (le trovate nella lettiera dei boschi, come i collemboli) che potete tranquillamente inserire in terrari ricchi in vegetazione ove formeranno spontaneamente (predatori permettendo) una piccola colonia.
Come ho detto molte case offrono spontaneamente "pesciolini d'argento", se no recatevi in cantina, meglio se ci avete lasciato qualche vecchia collezione di fumetti, sarà lì che li troverete intenti a fare banchetto!

Allevarli: basta una vaschetta con un po' di sabbia sul fondo (da inumidire con parsimonia di tanto in tanto). Il luogo ideale dove tenere la vaschetta sarebbe nell'armadietto sotto il lavandino del bagno o della cucina (parenti permettendo). Come cibo stracciate pezzi di carta ed aggiungete un po' di mangime in scaglie per pesci. Noterete le ooteche in primavera ed estate da cui nasceranno piccole copie dei genitori. Sembrerebbe tutto molto facile, purtroppo il ciclo vitale delle Lepisma nelle mie mani è risultato annuale (benchè la letteratura riporti fino a 3 anni di vita) ed i nuovi nati piuttosto scarsi, quindi non avrete mai un contenitore brulicante di prede.

Se avete avuto la pazienza di arrivare a leggere fin qui, ma se siete degli appassionati divoratori di libri l'avrete fatto, incuriositi da questo vostro rivale che letteralmente li mangia i libri, senza dare il minimo segno di evoluzione intellettuale, così credo, ma dopo aver letto la "Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams (fatelo anche voi, è divertentissimo) ho qualche dubbio sulla superiorità dell'intelligenza umana, insomma, se avete avuto la pazienza di leggere e di non aver perso il filo come ho fatto io, insomma voglio solo dire che stamattina, poco dopo le sette ne ho ammazzato uno di questi pesciolini d'argento. Erano anni che li lasciavo vivere tranquillamente. Ma saranno state le grandi pulizie che ho fatto nei giorni scorsi che gli hanno messo a soqquadro case cartacee e abitudini preistoriche. Sia come sia, stamattina, quando m'ero appena seduto al desk con il Mac che troneggia bianco tra una selva di scatole metalliche e fili neri di altri aggeggi inutili (cordless, modem e altre cose di cui ignoro nome e funzioni), m'ero appena seduto e stavo aggiornando il blog con la frase di Oscar Wilde. E' stato allora che l'ho visto. Velocissimo è uscito da sotto una di queste scatole metalliche nere, dove s'era nascosto. Questa prima volta è stato più veloce di me e s'è infilato sotto qualcosa. Ho sollevato un po' di oggetti. Niente. Vabbé, mi son detto, l'hai fatta franca. Però il fatto che fosse uscito dalle sue tradizionali residenze di cellulosa, per cibernetizzarsi con computer e modem qualche inquietudine me l'aveva messa nel cervello. E poi mai s'era avvicinato alla mia tana. Un'invasione di campo. Ecco.

Mentre mi aggiravo in queste paranoie e ficcavo il naso nei blog linkati, l'impavido essere preistorico è ricomparso, non so da dove. Forse ha trovato casa nel sotto-desk dove ho accumulato cd-rom con appetitose custodie di cartoncino. E' stato un attimo che con lo scatolino rigido di plastica degli occhiali l'ho scamazzato. Precisamente gli ho scamazzato la parte posteriore del piccolo corpo. Si è agitato meno di due secondi. Fine.

Questo è stato l'avvenimento di oggi, mi son detto. Ero soddisfatto, ma a poco a poco ha cominciato a farsi strada nel mio umore un senso di pietà e di commiserazione, buddista. Poveraccio, che mi ha fatto di male? Da quando, anni fa, ho letto "Piccolo karma" di quello straordinario e sottovalutato scrittore che è Carlo Coccioli, ho maturato una visione molto commiserevole e compassionevole dell'universo, umano, animale (soprattutto verso gli animali piccoli con i quali ci accaniamo bestialmente, non parlo di cani e gatti viziati peggio di figli unici di famiglie borghesi). Ricordo che Coccioli descrive l'incontro con un ragno, un innocuo ragno, ma brutto come tutti i ragni, nel lavandino del suo bagno in una di quelle case di legno perse sul confine tra Messico e Stati Uniti. Non ricordo più se l'ammazzò e poi se ne pentì o se lo lasciò vivere. Ma quelle pagine hanno cambiato il mio rapporto con questi tranquilli esseri ai quali la prevalenza dell'uomo ha distrutto l'habibat. Stanno aspettando che ci autodistruggiamo per riprendere la loro storia di milioni e milioni di anni. Alla faccia nostra. E dei libri sanno cosa farne: mangiarli.

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martedì, 03 luglio 2007

Oscar WildePer essere egoista bisogna avere un Ego.

Oscar Wilde

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categoria:egoismo
lunedì, 02 luglio 2007

Power InfernoMettiamola così, tanto per scatenare i miei due lettori, adoro la filosofia, ma non sopporto molti filosofi (quasi tutti). L'ho studiata con grande passione la filosofia, al liceo, grazie a dei magnifici professori (l'ho pure portata come seconda materia all'esame di maturità: in quell'età giurassica si usava così), ho fatto qualche esame all'università dove sono stato imbottito di storicismo, peggio di un kamikaze pronto al martirio e bramoso di vergini uri, ma ho amato Giambattista Vico (almeno a qualcosa sono serviti quegli anni tra Mezzocannone, Porta di Massa e Marchese Campodisola). Però non sopporto i filosofi oscuri.

Sono io che non capisco o sono loro che non si fanno capire? Io protendo per la seconda ipotesi. Dico, per dirne una facile, perché con le difficili non mi arrisico: ma perché devono ostinarsi a usare la parola "ermeneutica" quando è più comprensibile il sinonimo più popolare e leggeremente (ma solo leggermente) un po' imperfetto come "interpretazione". Sì lo so, lo dice anche il più fesso tra i dizionari comuni,  ermeneutica non significa interpretazione, semmai l'arte, la scienza dell'interpretazione. C'è una differenza. Sì, c'è una differenza, ma non se ne cade il mondo (e il palazzotto filosofico) se si usa la parola più semplice.

Confesso che non mi sono azzardato a leggere filosofi oscuri come Wittgenstein. Pure Spinoza, mi hanno detto, non scherza. Ricordo come un incubo la lettura di Cassirer all'università. Mi riposavo e godevo con le belle favole di Vico. E vogliamo parlare di Lacan? No, per pietà, no. Ho appena fatto smammare tutti i volumi intonsi e impolverati dei suoi Seminari. Preferisco vivere. E poi io la psicanalisi la schifo. L'ho detto e pensatela come volete voi, non me ne frega e non rispondo a chi si ritenga offeso. Visto che mi ci trovo, confesso pure di aver letto pochi classici filosofici. Kierkegaard e Platone a 17 anni. Platone l'ho poi riletto anche in seguito e ritengo il "Simposio" uno dei capisaldi del pensiero e dei sentimenti, un libro che ha costruito la nostra idea di umanità e di amore. Ho letto Marcuse a 21, ammiscato a Marx, ad altra roba made in Francoforte e a David Cooper. Vico a 22, e ve l'ho detto. Nietzsche e Cartesio a 35 e nella vecchiaia ho avuto pure il tempo di spulciare Deleuze. Ah, dimenticavo Lyotard. Che l'hanno accidere. Della sua condizione postmoderna, ricordo che non capii una sega, anzi capii che era una sega, di Lyotard. Vedi alla voce Lacan.

Tutto 'sto paraustiello per dirvi che ho letto "Power Inferno" di Jean Baudrillard (edito nel 2003 da Cortina). L'ho ritrovato mettendo ordine in quella sentina di parole impolverate che era diventato il mio studio. L'ho messo da parte, Baudrillard. Settanta paginette scritte larghe, le faccio fuori in tre quarti d'ora mi sono detto. E così è stato. Un libro scritto a caldo (o quasi, nel 2002, comunque) sull'attentato alle Torri Gemelle andava già letto da tempo. Certe cose invecchiano subito. Ora o mai più.

Insomma è il solito Baudrillard, un misto di simbologie, concetti che s'intrecciano a concetti, che vi si specchiano, che svicolano, che ti fanno perdere il filo. Comincio a capirci quando il linguaggio (come aveva ben fatto in "L'America", grande libro, quello) diventa pieno di cose, di oggetti, persone e animali, flora, fauna e cemento, che intendo e non astruserie da nouveau philosophe. Ma che ci posso fare? So' nu poco strunzo. Voglio capire senza sforzo, come facevo con Platone, con Vico (e so' quattro) , altrimenti datemi Luciano De Crescenzo e non se ne parla più. L'ho detto, l'ho detto, non biasimatemi per questo. E' una vendetta la mia. 'Mparateve a ve fa' capì e nun tiratevi le pippe a tanto a copia. Vabbè, sto esagerando con il povero Jean, che qualcosa di buono e semplice pure lo dice in questo libretto.

Cito solo due cose che ho capito. Il resto lo lascio a chi vo' fa' 'o prezioso, o meglio il supponente. "Il terrorismo non inventa niente, non inaugura niente. Porta semplicemente le cose all'estremo, al parossismo. Esacerba un certo stato di cose, una certa logica della violenza e dell'incertezza" e molto più avanti aggiunge e specifica: "La vera vittoria del terrorismo consiste nell'aver precipitato l'intero Occidente nell'ossessione della sicurezza, cioé in una forma velata di terrore perpetuo". Non è originale (forse lo era cinque anni fa), ma è ben detto.

La seconda. Baudrillard mette in chiaro la differenza tra universalità e globalizzazione. In poche parole: "L'universalità è quella della dei diritti umani, delle libertà, della cultura, della democrazia. La globalizzazione riguarda le tecniche, il mercato, il turismo, l'informazione". Chiaro, preciso. Detto questo, "la globalizzazione degli scambi pone fine all'universalità dei valori. E' il trionfo del pensiero unico sul pensiero universale". Ben detto. Chiaro, preciso, anche se a me 'sta storia del pensiero unico mi sa un po' di propaganda tardo-sessantottina. Ma è passabile. Qui sta, però, il salto fatto da Baudrillard che quando si fa capire è molto acuto e popolare. "A globalizzarsi" scrive "è innanzitutto il mercato, la profusione degli scambi e di tutti i prodotti, il flusso perpetuo del denaro. Culturalmente, è la promiscuità di tutti i segni e di tutti i valori, cioè la pornografia. Perché la diffusione globale di tutto e di niente sul filo delle reti è la pornografia: nessun bisogno dell'oscenità sessuale, questa copulazione intereattiva è sufficiente. Alla fine del processo, non si ha più differenza tra il globale e l'universale. Anche l'universale viene globalizzato, la democrazia e i diritti dell'uomo circolano esattamente come qualsiasi prodotto globale, come il petrolio come i capitali". Chiaro, preciso. La democrazia non si può esportare come si esportano i telefonini e le mozzarelle, è un valore non è una merce. Però io mo' mi addimàndo, mo' che mentre scrivo pilucco dal piatto, che I. la dolce mi ha portato, crostini svedesi, taleggio, feta greca e salame napoletano, mentre si fa sera e un veliero s'intravade, vicissimo, in quello spicchio di mare che l'edilizia selvaggia mi ha concesso, mentre succede tutto questo e io accompagno il piluccamento con abbondanti sorsi di falanghina di Cellole, ora che succede questo io sono universale o globalizzato?

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categoria:letture
lunedì, 02 luglio 2007

Hermann HesseSenza l'amore di sé neppure l'amore per gli altri è possibile. L'odio per sé stessi è esattamente identico al flagrante egoismo, e conduce alla fine al medesimo crudele isolamento, alla medesima disperazione.

Hermann Hesse

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categoria:egoismo
domenica, 01 luglio 2007
Francesco Guccini

E ognuno vive dentro ai suoi egoismi
vestiti di sofismi
e ognuno costruisce il suo sistema
di piccoli rancori irrazionali, di cosmi personali
scordando che poi infine tutti avremo
due metri di terreno.
Francesco Guccini

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categoria:musica, egoismo