
Quand'ero ragazzino, età giurassica, lo so, esistevano ancora le cugnòle. E per qualche anno hanno resistito pure i cocomeri. Ma da qualche decennio c'è il trionfo dell'anguria. Gli esperti di faccende agricole sapranno spiegare che c'è una ragione per questa prevalenza (il razionale è reale e il reale è razionale, tagliava corto il sublime Hegel, quello dell'ultimo disco di Lucio Battisti). Forse l'anguria è più resistente, s'infràceta più lentamente. O sarà per altro. Magari è più facile da coltivare o da trasportare. Ma tant'è l'anguria ha monopolizzato il mercato.
Ieri ne ho comprata una di quasi dieci chili e ce la siamo scofanata tra cena e pranzo. Ne è rimasta ben poca. Pure i meloni cantalupo hanno campato poco in casa. Ne erano sei, non so quanti ne siano rimasti. E' il caldo, è l'estate, è quello che volete. Dicevo della prevalenza dell'anguria. Innanzittutto i napoletani veraci la chiamano mellone d'acqua, per distinguerla dal mellone vero e proprio, quello giallo (o verde da appendere al balcone e da mangiare a Natale, alla faccia della resistenza), il cantalupo e altre varianti di polpa gialla o bianca. E' anche chiamato mellone rosso, da cui una famosa canzone di Renato Carosone: "t'è piaciuto, t'è piaciuto e tienatélla cara cara, se il mellone è uscito bianco mo' cu' chi t'a vuò piglià?".
Un tempo esistevano anche i cocomeri e le cugnòle, frutto quest'ultimo il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, ed è quindi un dovere darne testimonianza in un post. A futura memoria. V'ìssena scurdà 'a cugnòla? Nun sia maie.
Be', il cocomero ve lo ricordate. Era rotondo come un pallone, ma più grande. La buccia era verde scura e resistente. Mia moglie mi ha detto (e la memoria è scattata pure a me, attivando qualche neurone proustiano) che da bambina incideva la scorza dura del cocomero con un coltellino e disegnava delle facce. E' vero, è vero. Lo facevo anch'io. La polpa del cocomero era più scura di quella dell'anguria e più saporita, secondo me. Aveva la tendenza a smaturare però, a diventare filacciosa e marcia. Ma, preso al punto giusto, il cocomero era molto più saporito dell'anguria.
E la cugnòla, la cugnòla vi starete chiedendo, se avete avuto la forza di arrivare a leggere fin qui. Ebbene, la cugnòla che ricordo io era un'anguria dei poveri, a vederla. Era più lunga e aveva una forma più cucuzzelesca. La buccia era più chiara. Prevaleva il bianco, a larghe chiazze, sul verde. Poteva anche essere tagliata in verticale, a fette rotonde. La parte più bianca e insapore, tra la buccia verde e la polpa rossa (evviva il tricolore, l'anguria è un frutto nazionalista), era più spessa. Quindi la parte mangiabile era modesta. Non ricordo se fosse più buona dell'anguria. Forse sì, forse no. Più probabile che no, visto che la cugnòla ha soccombuto (si dice così o no? se no, ditemelo, così aggiusto, non voglio passare per ciuccio). Della cugnòla s'è persa la memoria anche nei dizionari di napoletano. Via, sparita. Misero frutto minore, destinato, nella lotta darwianiana per la selezione, a soccombere (questo è giusto, eh?). Però che pena. Anche dal fruttivendolo la Storia la scrivono i vincitori. Se fate una ricerca su Google di cugnòla (con e senza accento) non c'è traccia. Dopo questo post, qualche curioso ne troverà, volendo, una testimonianza.
Un'ultima notarella. E' da quando ero ragazzo che sento la battuta sull'anguria come il frutto migliore che esista. Perché? Ma perché mangi, bevi e ti lavi la faccia. A me questa battuta non mi è mai piaciuta. Perché non sopporto le mani appiccicose, figuriamoci la faccia. Delle angurie ho, comunque, dei bei ricordi legati alle estati degli ultimi anni Settanta. Ricordo le pagliarelle sulle strade secondarie che dalla Domiziana portavano verso i paesi interni dell'Aversano e quindi alla mia Giugliano. D'estate, quando si ritornava da Castelvolturno (che era già un cesso, come oggi, ma c'erano le ragazze che ce la davano, a gratis), con la 850 beige (un modello e un colore turpe, da film di Sergio Rubini, lo ammetto, ma era così, che ci posso fare) dell'unico nostro amico motorizzato, ci fermavamo a queste pagliarelle, che esponevano le angurie già affettate. Ce ne scofanavamo in quantità ciclopica. Era il caldo della sera, era il sale sulla pelle, era il piacere che avevamo alle spalle, era la marènna in pineta (panino con la simmentàl, che vi credete?), era quello che volete voi, ma non finivamo più. Pure perché costavano poco, erano alla portata delle nostre esauste tasche. Ne mangiavamo così tante, che prima di risalire sull'850 beige dovevamo svuotare la vescica. E chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia. Quest'è.
p.s. Ho scritto sorseggiando, come una vecchia signora, un bicchierino di Strega. Ben si adatta a questo tempo perduto (e ritrovato) da quattro soldi, o da quattro semini neri sputati nel palmo della mano.







L'egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell'esigere che gli altri vivano come pare a noi.
Il clima danese rende una rivoluzione semplicemente impossibile. Chi può scendere per strada dimostrando o facendo la rivoluzione se è costretto a tenere l'ombrello aperto? Ci sono anche coloro che attribuiscono la mancanza di chance rivoluzionarie al fatto che il danese deve consumare il suo pasto caldo non oltre le sei e mezza di sera, e se non ha chiuso con la rivoluzione prima dell'ora di cena, tanto vale lasciar perdere!
C'è sempre qualcuno che ti fa la domanda fessa, qual è il tuo frutto preferito? Io da ragazzo dicevo la ciliegia, ma tanto per dirne uno. O forse perché effettivamente mi piacevano, le ciliege. Sono buone le ciliege della Recca, quelle di Chiaiano, rosse fuori e bianche dentro. Crescendo non ho cambiato risposta. Poi me l'hanno sempre chiesto più raramente, mica faccio il fruttivendolo (magari, meglio ca me 'mparavo zappatore..). Così con gli anni ho cominciato ad amare l'albicocca, la nostra dolce ed erotica cresòmmola, anche un poco porno, come vi dirò a breve.
I filosofi si sono limitati a interpretare in modi diversi il mondo, si tratta ora di trasformarlo.
Le rivoluzioni non sono state battezzate nell'acqua di rose.
Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.
Non sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini.
Quando c'è la rivoluzione, essere rivoluzionari fa più paura che quando della rivoluzione se ne parla soltanto.
Ricordatevi che l'importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. E' la qualità più bella di un rivoluzionario.
Nun trovo arreciétto. Sto leggendo un pessimo libro di cui non vi dirò manco il titolo e l'autore (perché me l'ha mandato con una dedica, e sarebbe antipatico rivelarne nome e cognome), vado avanti per inerzia, alternando sconcerto a nausea e a rabbia. Ma come può il maggior editore italiano pubblicare roba del genere? Ba', la dura legge dell'editoria. Ma non è questo che mi rende inquieto, anche perché alterno la lettura con brevi dormitine sudate, tra letto, divano e altro, aggiungendovi la lettura strascinata di un grande classico del quale vi ammannirò un'epopea in stile erodoteo, a pizzichi e a muzzechi, insomma.
La Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.
Più è sporca l'uniforme dei ribelli, più sono alte le possibilità che il regime venga rovesciato.
Giuro, per quanto possa valere un giuramento dello spergiuro Roquentin, allievo anche di desinenze dell'Arkadin dei veleni di scorpione, giuro che per un po' non vi accisterò con le mie letture di Simenon. E' che è una dipendenza, più di una monomania. E' una droga della quale non si può fare a meno. E' come la coppia dei sublimi algori, Battisti-Panella (che sto ascoltando di sottofondo). Ne sei irretito come una mosca nella tela del ragno. Ma giuro, giuro da spergiuro davanti a un tam tam d'Africa, che per un po' non parlerò più di Simenon. Più che giurare, prometto, perché poi è più facile non mantenere la parola. Ché, in quest'estate che è scoppiata, qualche Simenon me lo trascinerò in vacanza. Quindi non è mai detto.
Si comincia a scrivere per essere notati, si seguita perché si è noti.

Ai miei tempi quando una donna diventava una star del cinema doveva girare in occhiali da sole e foulard, se non voleva essere fermata ogni due metri; adesso basta che si vesta.
La fortuna serve per vivere, la gloria giova dopo la morte: quella vale contro l'invidia, questa contro l'oblìo.
Il mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso.
"L'orologiaio di Everton" di Georges Simenon (pubblicato da Adelphi) ha al centro un personaggoo simile a quello di "Il piccolo librario di Archangelsk". Si somigliano molto. Vite anonime in una bottega di provincia, poche aspirazioni (anzi una: quella di godersi l'anonimato), una moglie volgare che l'abbandona. E un gesto sconsiderato (non clamoroso, necessariamente) che sconvolge le loro esistenze e quelle altrui. Ma ci sono delle differenze. Proprio su queste sottigliezze narrative, sulla capacità di modulare gli stessi temi in condizioni diverse come in un infinito gioco del tressette (sempre le stesse regole, sempre le stesse quaranta carte, ma il gioco delle combinazione dà infinite possibilità) applicato alla letteratura, si fonda la straordinaria capacità narrativa di rende Simenon. Ritrovare i suoi personaggi, con nomi diversi in paesi diversi, applicarsi alla tenacia dello scrittore (con la sua stessa tenacia, da lettore) a scavare con poche parole nei sentimenti più inconfessabili e nelle psicologie più complesse, è un piacere al quale si cede volentieri.
Le pagine finali delle sue "Storie" Erodoto le dedica ancora ai Persiani, che sono stati la sua grande passione. Quel popolo potente, misterioso e anche crudele, il Barbaro per eccellenza, il nemico invasore dell'Ellade, lo seduce. Lo storico greco sembra ammirarne il gigantismo che nasconde tutta la fragilità della propria potenza militare perché è poggiata su fondamenta umane, quindi soggette a gesti folli e inspiegabili. Un popolo, quello persiano, che non ha gli dei giusti e che profana i templi altrui.
Diventare famoso, per potersi permettere l'incognito.
Il difficile non è essere intelligenti, ma sembrarlo.
Non chi ha volto ringhioso, ma chi lo ha intelligente, appare temibile e pericoloso: come è certo che il cervello dell'uomo è un'arma più terribile che l'artiglio del leone.
Non capisco proprio a cosa serva sapere tante cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite a essere felici.
Dal momento in cui esiste l'intelligenza, la vita tutta è impossibile.
Vedi di non chiamare intelligenti solo quelli che la pensano come te.
Bisogna guardarsi dal diventare acuti troppo presto, perché contemporaneamente si diventa troppo presto sottili.
Per comprendere, l'intelligenza deve sporcarsi. Prima di tutto, perfino prima di sporcarsi, bisogna che sia ferita.
"Ti trovo un po' pallida" di Carlo Fruttero (Mondadori) è un virtuosistico esercizio di stile, oltre a essere un eccezionale racconto. Fu scritto nel 1979 e pubblicato in due puntate su "L'Espresso" con la sigla della premiata ditta "Fruttero&Lucentini". In realtà fu scritto dal solo Fruttero, che scelse la doppia e collaudata firma per non dar spazio a dicerie su una inesistente e presunta separazione della coppia letteraria, che negli anni seguenti continuò tranquillamente a produrre opere a quattro mani. Ora esce in un volumetto che restituisce la paternità unica allo scrittore torinese ed è corredato da una parte nuova intitolata Backstage che ne raddoppia le modeste dimensioni di racconto lungo con una spassosissima ricostruzione della genesi del testo e un ritratto in due parti che rende simpatico persino Pietro Citati.
Se l'umanità si estinguesse tutta, tranne un unico bambino di mediocre intelligenza che non avesse avuto alcuna istruzione, questo bambino ritroverebbe intera la via delle cose e sapebbe riprodurre tutto, dèi e demoni, paradisi, leggi e divieti, antichi e nuovi testamenti.
Un uomo buono può essere stupido e tuttavia rimanere buono. Ma un uomo cattivo non può assolutamente fare a meno di essere intelligente.
Le persone intelligenti sono sempre il miglior manuale di conversazione.
"Gli intrusi" di Georges Simenon, edito come gli altri da Adelphi, è scritto e raccontato con i controcazzi (le lettrici ben educate perdonino questa intemperanza lessicale). C'è tutto l'armamentario voluttuario della narrativa del maestro franco-belga, e di più c'è una capacità di raccontare che strizza l'occhio, ma come per un gioco raffinato, alle nuove tecniche narrtaive in voga negli anni Quaranta, quando Simenon scrive questo prodigioso romanzo.
Che essi moderino la baldanza
"La casta" di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli) è un libro sul quale è stato già detto molto, anche se non abbastanza. E' un libro che fa incazzare. Che la voracità della nostra classe politica fosse spaventosa era noto. Ma leggere così, una dietro l'altra, le rapine ai nostri danni perpetrate da questa casta di bramini indiani, fa venire la nausea. Ma è possibile? Certo, lo fanno. Tutti, lo fanno, con qualche sparuta eccezione. Tutti, da Nord a Sud, con accanimento speciale in Sicilia e nel Trentino-Alto Adige, da destra a sinistra.
Dare un'impressione sbagliata vuol dire semplicemente trovarci di fronte una versione di noi stessi - un'invenzione - che non possiamo condividere. Ma il fatto che altri possano crearci ci spaventa moltissimo; ci spaventa il numero di persone che sembriamo contenere. E ci affanniamo a limitarle, a mantenere in circolazione l'unica storia veramente autentica.
Noi siamo nel discorso, e ci sentiamo in qualche modo come stranieri, e troviamo un'alterità nelle stelle, in quello che ci sta vicino, in quelli che ci stanno vicini, e in questo bicchiere d'acqua, in tutto. Siamo di fronte all'altro, e siamo all'altro dentro di noi. Vedere te stesso come gli altri, e anche vedere le stelle come altri. Ma anche vedere te stesso come parte di un tutto.
Io mi sono accorto che non posso non essere me stesso.
Vorrei essere considerato un essere irripetibile. E sono pronto a pagarne il prezzo all'umanità intera.
Sono me stesso soltanto quanto sono al di sopra o al di sotto di me, nella rabbia o nell'abbattimento; al mio livello abituale ignoro di esistere.
L'ho seguito.
Inanimati per natura, gli specchi delle camere d'albergo sono resi ancora più opachi dall'aver visto tanta gente. Quella che ti restituiscono non è la tua identità, ma la tua anonimità.
Auricolari, occhiali neri, elettrodomestico automatico, automobile dal complesso quadro comandi e perfino il dialogo perpetuo con il computer, tutto ciò che viene pomposamente chiamato comunicazione e interazione finisce nel ripiegarsi di ogni monade all'ombra della propria formula, nella sua nicchia autogestita e nella sua immunità autogestita.
Chi, nell'udire un nastro