sabato, 30 giugno 2007

Anguria

Quand'ero ragazzino, età giurassica, lo so, esistevano ancora le cugnòle. E per qualche anno hanno resistito pure i cocomeri. Ma da qualche decennio c'è il trionfo dell'anguria. Gli esperti di faccende agricole sapranno spiegare che c'è una ragione per questa prevalenza (il razionale è reale e il reale è razionale, tagliava corto il sublime Hegel, quello dell'ultimo disco di Lucio Battisti). Forse l'anguria è più resistente, s'infràceta più lentamente. O sarà per altro. Magari è più facile da coltivare o da trasportare. Ma tant'è l'anguria ha monopolizzato il mercato.

Ieri ne ho comprata una di quasi dieci chili e ce la siamo scofanata tra cena e pranzo. Ne è rimasta ben poca. Pure i meloni cantalupo hanno campato poco in casa. Ne erano sei, non so quanti ne siano rimasti. E' il caldo, è l'estate, è quello che volete. Dicevo della prevalenza dell'anguria. Innanzittutto i napoletani veraci la chiamano mellone d'acqua, per distinguerla dal mellone vero e proprio, quello giallo (o verde da appendere al balcone e da mangiare a Natale, alla faccia della resistenza), il cantalupo e altre varianti di polpa gialla o bianca. E' anche chiamato mellone rosso, da cui una famosa canzone di Renato Carosone: "t'è piaciuto, t'è piaciuto e tienatélla cara cara, se il mellone è uscito bianco mo' cu' chi t'a vuò piglià?".

Un tempo esistevano anche i cocomeri e le cugnòle, frutto quest'ultimo il cui ricordo si perde nella notte dei tempi, ed è quindi un dovere darne testimonianza in un post. A futura memoria. V'ìssena scurdà 'a cugnòla? Nun sia maie.

Be', il cocomero ve lo ricordate. Era rotondo come un pallone, ma più grande. La buccia era verde scura e resistente. Mia moglie mi ha detto (e la memoria è scattata pure a me, attivando qualche neurone proustiano) che da bambina incideva la scorza dura del cocomero con un coltellino e disegnava delle facce. E' vero, è vero. Lo facevo anch'io. La polpa del cocomero era più scura di quella dell'anguria e più saporita, secondo me. Aveva la tendenza a smaturare però, a diventare filacciosa e marcia. Ma, preso al punto giusto, il cocomero era molto più saporito dell'anguria.

E la cugnòla, la cugnòla vi starete chiedendo, se avete avuto la forza di arrivare a leggere fin qui. Ebbene, la cugnòla che ricordo io era un'anguria dei poveri, a vederla. Era più lunga e aveva una forma più cucuzzelesca. La buccia era più chiara. Prevaleva il bianco, a larghe chiazze, sul verde. Poteva anche essere tagliata in verticale, a fette rotonde. La parte più bianca e insapore, tra la buccia verde e la polpa rossa (evviva il tricolore, l'anguria è un frutto nazionalista), era più spessa. Quindi la parte mangiabile era modesta. Non ricordo se fosse più buona dell'anguria. Forse sì, forse no. Più probabile che no, visto che la cugnòla ha soccombuto (si dice così o no? se no, ditemelo, così aggiusto, non voglio passare per ciuccio). Della cugnòla s'è persa la memoria anche nei dizionari di napoletano. Via, sparita. Misero frutto minore, destinato, nella lotta darwianiana per la selezione, a soccombere (questo è giusto, eh?). Però che pena. Anche dal fruttivendolo la Storia la scrivono i vincitori. Se fate una ricerca su Google di cugnòla (con e senza accento) non c'è traccia. Dopo questo post, qualche curioso ne troverà, volendo, una testimonianza.

Un'ultima notarella. E' da quando ero ragazzo che sento la battuta sull'anguria come il frutto migliore che esista. Perché? Ma perché mangi, bevi e ti lavi la faccia. A me questa battuta non mi è mai piaciuta. Perché  non sopporto le mani appiccicose, figuriamoci la faccia. Delle angurie ho, comunque, dei bei ricordi legati alle estati degli ultimi anni Settanta. Ricordo le pagliarelle sulle strade secondarie che dalla Domiziana portavano verso i paesi interni dell'Aversano e quindi alla mia Giugliano. D'estate, quando si ritornava da Castelvolturno (che era già un cesso, come oggi, ma c'erano le ragazze che ce la davano, a gratis), con la 850 beige (un modello e un colore turpe, da film di Sergio Rubini, lo ammetto, ma era così, che ci posso fare) dell'unico nostro amico motorizzato, ci fermavamo a queste pagliarelle, che esponevano le angurie già affettate. Ce ne scofanavamo in quantità ciclopica. Era il caldo della sera, era il sale sulla pelle, era il piacere che avevamo alle spalle, era la marènna in pineta (panino con la simmentàl, che vi credete?), era quello che volete voi, ma non finivamo più. Pure perché costavano poco, erano alla portata delle nostre esauste tasche. Ne mangiavamo così tante, che prima di risalire sull'850 beige dovevamo svuotare la vescica. E chi  non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia. Quest'è.

p.s. Ho scritto sorseggiando, come una vecchia signora, un bicchierino di Strega. Ben si adatta a questo tempo perduto (e ritrovato) da quattro soldi, o da quattro semini neri sputati nel palmo della mano.

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sabato, 30 giugno 2007

Oscar WildeL'egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell'esigere che gli altri vivano come pare a noi.

Oscar Wilde

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venerdì, 29 giugno 2007

Arne MelchiorIl clima danese rende una rivoluzione semplicemente impossibile. Chi può scendere per strada dimostrando o facendo la rivoluzione se è costretto a tenere l'ombrello aperto? Ci sono anche coloro che attribuiscono la mancanza di chance rivoluzionarie al fatto che il danese deve consumare il suo pasto caldo non oltre le sei e mezza di sera, e se non ha chiuso con la rivoluzione prima dell'ora di cena, tanto vale lasciar perdere!

Arne Melchior

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categoria:rivoluzione
giovedì, 28 giugno 2007

AlbicoccaC'è sempre qualcuno che ti fa la domanda fessa, qual è il tuo frutto preferito? Io da ragazzo dicevo la ciliegia, ma tanto per dirne uno. O forse perché effettivamente mi piacevano, le ciliege. Sono buone le ciliege della Recca, quelle di Chiaiano, rosse fuori e bianche dentro. Crescendo non ho cambiato risposta. Poi me l'hanno sempre chiesto più raramente, mica faccio il fruttivendolo (magari, meglio ca me 'mparavo zappatore..). Così con gli anni ho cominciato ad amare l'albicocca, la nostra dolce ed erotica cresòmmola, anche un poco porno, come vi dirò a breve.

Ho cominciato con i succhi di frutta e con le marmellate. Ma il piacere della cresòmmola è nel frutto, tutt'intero. L'albicocca, che ha un nome lezioso, a me pare lezioso, non è un frutto che ama essere conservato. E' fatto per essere mangiato nella sua stagione, che è questa. Non mi state ad azzélliare sulle varie specie di cresòmmola. Non le conosco, mica faccio lo zappatore (magari, meglio se me 'mparavo fruttaiuolo...). Ci sono quelle piccole e ci sono quelle grandi, come le persone. Io preferisco quelle giuste. Bravo, direte, e quali sono? Quelle giuste, né grandi, né piccole, ma soprattutto rotonde, color albicocca, con le due natiche ben sagomate e che, quando vengono aperte, fanno scorrere una sola goccia che immagini saporita e già pregusti l'arrapamento del morso. Sono quelle che non si sfrantùmmano in mano e fanno colare tutto il liquido sulle dita. Sono quelle che hanno la polpa porosa, come la carne nuda di una donna, come quella pelle che scopri quando apri piano piano le natiche di una femmina, e accarezzi quella linea che ti fa precipatare in una voragine (almeno due) di arrapamento.

La cresòmmola sta al culo, come la sfogliatella riccia sta alla figa. Mangiare è un piacere, anche sessuale. Era Sartre a scrivere "A Napoli, ho scoperto l'immonda parentela tra l'amore e il Cibo". Io vado per le spicce e parlo di sesso, precisamente. Una cresommòla la puoi mangiare in tanti modi. Ma gran parte del piacere sta nel divaricamento delle paccucce. Un colpetto preciso dei due pollici e il frutto mostra quell'oggetto strano che è il suo osso, primitivo, schiacciato, ma pulito, duro come un'animale corazzato. E' un ammonimento, anzi un custode, come l'eunuco davanti a un harem pieno di zoccole velate, di odalische arrapate, insomma. Lo togli, quell'osso selvaggio e non resta che lavorare di denti. E' un piacere che, però,  finisce in un solo morso, al massimo due. Poi viene la polpa masticata e lì siamo alla soglia dell'orgasmo vegetale. Ma il trucco sta nel saper mordere, bisogna immaginare (e poi praticare) di avere davanti due natiche pronte per essere lavorate come un'albicocca matura al punto giusto, due natiche che pulsano di vita, come un frutto di stagione. Ed è fatta. Chiedetelo alla vostra partner questo regalo botanico, che si coglie ora, tra giugno e luglio. Poi ci saranno solo succhi e marmellate.

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giovedì, 28 giugno 2007

Marx-EngelsI filosofi si sono limitati a interpretare in modi diversi il mondo, si tratta ora di trasformarlo.

Karl Marx e Friedrich Engels

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giovedì, 28 giugno 2007

Rosa LuxemburgLe rivoluzioni non sono state battezzate nell'acqua di rose.

Rosa Luxemburg

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categoria:rivoluzione
mercoledì, 27 giugno 2007

Leo LonganesiTutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

Leo Longanesi

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mercoledì, 27 giugno 2007

Joseph de MaistreNon sono gli uomini che guidano la rivoluzione, è la rivoluzione che guida gli uomini.

Joseph de Maistre

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categoria:rivoluzione
martedì, 26 giugno 2007

Massimo DQuando c'è la rivoluzione, essere rivoluzionari fa più paura che quando della rivoluzione se ne parla soltanto.

Massimo D'Alema (1998)

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categoria:rivoluzione
martedì, 26 giugno 2007

Il CheRicordatevi che l'importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. E' la qualità più bella di un rivoluzionario.

Ernesto Che Guevara

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categoria:rivoluzione
lunedì, 25 giugno 2007
Corto MalteseNun trovo arreciétto. Sto leggendo un pessimo libro di cui non vi dirò manco il titolo e l'autore (perché me l'ha mandato con una dedica, e sarebbe antipatico rivelarne nome e cognome), vado avanti per inerzia, alternando sconcerto a nausea e a rabbia. Ma come può il maggior editore italiano pubblicare roba del genere? Ba', la dura legge dell'editoria. Ma non è questo che mi rende inquieto, anche perché alterno la lettura con brevi dormitine sudate, tra letto, divano e altro, aggiungendovi la lettura strascinata di un grande classico del quale vi ammannirò un'epopea in stile erodoteo, a pizzichi e a muzzechi, insomma.
Non è questo che non mi fa trovare arreciétto. E' che da oggi sono in ferie. Vacanze improvvisamente raddoppiate non per mie esigenze, ma mi va bene. E allora non solo devo pensare a che cosa fare stasera, quando il caldo sfiaterà, magari vado al cinema senza allontanarmi troppo, allora bevo acqua e acqua, devo pensare a molte e molte serate, e anche a molte e molte giornate. E così penso (mi limito a pensare, agire fa sudare) che potrei infilarmi in qualche last minute. Magari verso New York (ma costa troppo), Lisbona (che pure costa) o Praga (che è abbordabile): una bella vacanza in due. Partiremo insieme per un viaggio per città che non conosco. E sì, il viaggio resta sempre quello che promettono due occhi di ragazza. E anche i nostri occhi quando mantengono intatto lo spirito del ragazzo.
Intanto, nun trovo arreciétto. Vorrei buttar via un po' di libri che non leggerò mai. Manco se campassi altri duecento, e che stanno minacciosi alle mie spalle (e anche di fronte, e anche nelle altre stanze, ma quanti ne sono mammamia, al solo pensiero starnutisco per l'allergia). Ma che vogliono? Ma perché scrivono? Ma perché nun ce fanno sta cuièti? Fa caldo, cari scrittori e scriventi, fa caldo e 'a capa nun ce 'o ddà. Non fiato. Vorrei essere come il vascello del vecchio marinaio. Per giorni e giorni immobili siam stati... come nave dipinta su oceano dipinto.
E' bafuogno, di più non posso.
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lunedì, 25 giugno 2007

Bruce ChatwinLa Rivoluzione è la Via della Libertà, anche se il risultato finale è una maggiore servitù.

Bruce Chatwin

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categoria:rivoluzione
lunedì, 25 giugno 2007

Leo LonganesiCercava la rivoluzione e trovò l'agiatezza.

Leo Longanesi

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categoria:rivoluzione
domenica, 24 giugno 2007

MurphyPiù è sporca l'uniforme dei ribelli, più sono alte le possibilità che il regime venga rovesciato.

Arthur Bloch

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categoria:rivoluzione
domenica, 24 giugno 2007

Leo LonganesiUn'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

Leo Longanesi

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categoria:rivoluzione
sabato, 23 giugno 2007

Oscar WildeC'è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé.

Oscar Wilde

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venerdì, 22 giugno 2007

Il clan dei MahéGiuro, per quanto possa valere un giuramento dello spergiuro Roquentin, allievo anche di desinenze dell'Arkadin dei veleni di scorpione, giuro che per un po' non vi accisterò con le mie letture di Simenon. E' che è una dipendenza, più di una monomania. E' una droga della quale non si può fare a meno. E' come la coppia dei sublimi algori, Battisti-Panella (che sto ascoltando di sottofondo). Ne sei irretito come una mosca nella tela del ragno. Ma giuro, giuro da spergiuro davanti a un tam tam d'Africa, che per un po' non parlerò più di Simenon. Più che giurare, prometto, perché poi è più facile non mantenere la parola. Ché, in quest'estate che è scoppiata, qualche Simenon me lo trascinerò in vacanza. Quindi non è mai detto.

E' il carattere, brindiamo al carattere.

Intanto vi dico de "Il clan dei Mahé" (Adelphi) che è un romanzo insolito per l'ambientazione. Anche se ci sono molti romanzi "esotici" di mastro Simenon. C'è un grande personaggio al centro della storia. Grande e grosso, nel senso di obeso. E' il medico di un paese della solita provincia francese che si perde nel sogno mediterraneo dell'isola di Porquerollos. Si chiama Mahé, il nome di un'isola dei mari tropicali. Mahé ha solo 35 anni, ma è ormai un vecchio, irretito come una mosca nella tela dei legami familiari, di una madre che gli ha costruito una vita agiata, ma media, anonima e comoda. C'è un clan attorno a lui, quello dei Mahé, che potrebbe essere la palla al piede della realtà che ci trasciniamo appresso. Mahé va Porquerellos per una prima vacanza, per caso. Il posto lo ossessiona, e lui sarà costretto ad ammetterlo con il tempo. Nell'isola si trova ad assistere, per obblighi professionali, alla morte di una povera donna tisica ed è attratto dalla giovane esile figlia della donna, dal suo vestito rosso, che diventa il simbolo del desiderio di perdersi, di abbandonare tutto e vivere in un mondo tutto diverso, atroce forse, netto nei colori, abbagliante nella luce, misterioso nei rapporti umani. Mahé, dopo la morte della madre, tornerà a Porquerollos, come una falena attratta dalla luce che la ucciderà.

Il finale è molto bello e non ve lo rivelerò. Non è un libro strepitoso, come accade spesso con Simenon, ma è una lettura che ti dopa, che non ti lascia stare, ti chiama. E' straordinaria la capacità descrittiva alla quale per una volta il mastro franco-belga si abbandona. Perché gli serve. Perché l'ambiente, la scenografia dell'estate mediterranea è un personaggio. Sarà il Mefistofele, sotto forma di un'ombrina. che lo farà perdere nella verità sfolgorante, che sarà l'amore, la vita, l'acqua, la morte, la domanda, la risposta.

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categoria:letture
venerdì, 22 giugno 2007

Camillo SbarbaroSi comincia a scrivere per essere notati, si seguita perché si è noti.

Camillo Sbarbaro

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giovedì, 21 giugno 2007

Bandiera americana

Caldo africano, meta spagnola, mare napoletano, musica americana. Ieri la mattinata mi ha regalato questo. Così. a pompa l'iPod restituiva Bruce Springsteen e Neil Young. E io, nel pomeriggio, per omaggio ai miti della giovinezza e dell'incompiuta maturità, ho indossato una polo strepitosa e contestata da i vetero-marxisti che mi girano attorno. E' una polo che ho preso, qualche anno fa, in un duty free dell'aeroporto di Washington. Molto camp: una sventagliata di stelle e strisce messe di smerza su un fondo blu carico che fa anche da filigrana, grazie alla riproduzione del testo autografo della dichiarazione d'indipendenza del 1776. Roba che ti scambiano per un elettore di Bush. E voi sapete come la penso.

Non lo sapete? E vabbuò, repetita juvant. Io ho sempre amato l'America. E non ero affetto da veltronismo precoce. E' che l'America era la musica che ascoltavo, i libri che leggevo, i film che andavo a vedere. Era Bob Dylan prima e Springsteen e Patti Smith dopo, era Philip Roth e Charles Bukowski, era Martin Scorsese e Roberto De Niro. E chi più ne ricorda più ne metta. Per me la Rivoluzione non era stare a zappare per mesi e mesi su una zolla di terra arsa nelle montagne albanesi, ma sfrecciare su una decappottabile lungo la Route 66, con accanto una strafiga bionda, una pin-uppona scesa apposta per me dai profumati calendari dei barbieri che quand'ero piccirillo assai non mi facevano guardare, ma solo annusare. Era questa la Rivoluzione. Per gli altri era confusa, addirittura antirivoluzionaria. Per me era chiarissima.

p. s. L'illustrazione è volutamente provocatoria. Mettere la copertina di "Born in the Usa" di Springsteen con il jeans fotograto di dietro, la t-shirt bianca, il cappellino rosso e la bandiera mi sembrava troppo rassicurante. Comunque, eccovela.

Born in the Usa

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categoria:musica, america, riflessioni
giovedì, 21 giugno 2007

Mordecai RichlerAi miei tempi quando una donna diventava una star del cinema doveva girare in occhiali da sole e foulard, se non voleva essere fermata ogni due metri; adesso basta che si vesta.

Mordecai Richler

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mercoledì, 20 giugno 2007

GraciànLa fortuna serve per vivere, la gloria giova dopo la morte: quella vale contro l'invidia, questa contro l'oblìo.

Baltasar Graciàn

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martedì, 19 giugno 2007

Giacomo LeopardiIl mezzo più efficace di ottener fama è quello di far creder al mondo di esser già famoso.

Giacomo Leopardi

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lunedì, 18 giugno 2007

L"L'orologiaio di Everton" di Georges Simenon (pubblicato da Adelphi) ha al centro un personaggoo simile a quello di "Il piccolo librario di Archangelsk". Si somigliano molto. Vite anonime in una bottega di provincia, poche aspirazioni (anzi una: quella di godersi l'anonimato), una moglie volgare che l'abbandona. E un gesto sconsiderato (non clamoroso, necessariamente) che sconvolge le loro esistenze e quelle altrui. Ma ci sono delle differenze. Proprio su queste sottigliezze narrative, sulla capacità di modulare gli stessi temi in condizioni diverse come in un infinito gioco del tressette (sempre le stesse regole, sempre le stesse quaranta carte, ma il gioco delle combinazione dà infinite possibilità) applicato alla letteratura, si fonda la straordinaria capacità narrativa di rende Simenon. Ritrovare i suoi personaggi, con nomi diversi in paesi diversi, applicarsi alla tenacia dello scrittore (con la sua stessa tenacia, da lettore) a scavare con poche parole nei sentimenti più inconfessabili e nelle psicologie più complesse, è un piacere al quale si cede volentieri.

Simenon vuole conoscere, con avidità,  l'uomo comune e punta sul momento in cui scatta la molla della trasgressione. Galloway, l'orologiaio di Everton, nello stato di New York, fa parte di coloro che chinano sempre la testa. Una sola volta l'ha alzata, facendo un gesto sconsiderato. Ha sposato Ruth, donna volgare che è stata con tutti i suoi colleghi e che lo lascia poco dopo il matrimonio con un bambino di sei mesi, Ben. Galloway lo crescerà da solo, identificando la sua vita con il ruolo di padre e illudendosi di conoscere perfettamente il figlio. Invece, Ben è uno sconosciuto. A sedici anni scappa di casa con una ragazzina di quindici, uccide un automobilista, spara alla polizia, dopo la breve follia si consegna e sarà processato. Ma quello che scuote Galloway, nel profondo della sua coscienza, è che suo figlio si rifiuta di vederlo. E' una scoperta che cambia il rapporto di Galloway con il mondo (sebbene continuerà a vivere sempre allo stesso modo) e con la sua vita.

Simenon racconta tutto con la semplicità e l'essenzialità che conoscono i suoi lettori, evitando di cadere in facili psicologismi e sociologismi. Non è un romanzo tra i più brillanti del maestro franco-belga, ma è appassionante. E' un frutto tardivo, maturo però, di quella scia letteraria che ha fatto propri i temi gidiani del gesto gratuito, della fuga dal quotidiano. Ma Simenon, sotto l'apparenza di una rassicurante normalizzazione dei suoi personaggi, è più pessimista del ribellismo individualista di altri, perché i suoi uomini e le sue donne, perdono anche i sogni nel momento in cui ne prendono coscienza, o provano a realizzarli. Non c'è fuga.

p. s. A me questo libro ha ricordato, in alcune parti e nel tema della fuga criminale dei due giovani, il film "La rabbia giovane" e, di conseguenza, "Assassini nati".

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categoria:letture
lunedì, 18 giugno 2007

GraciànLa fortuna si desidera e talvolta perfino si aiuta; la fama, bisogna sudarsela.

Baltasar Graciàn

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domenica, 17 giugno 2007

ErodotoLe pagine finali delle sue "Storie" Erodoto le dedica ancora ai Persiani, che sono stati la sua grande passione. Quel popolo potente, misterioso e anche crudele, il Barbaro per eccellenza, il nemico invasore dell'Ellade, lo seduce. Lo storico greco sembra ammirarne il gigantismo che nasconde tutta la fragilità della propria potenza militare perché è poggiata su fondamenta umane, quindi soggette a gesti folli e inspiegabili. Un popolo, quello persiano, che non ha gli dei giusti e che profana i templi altrui.

Prendendo commiato dal lettore (ma probabilmente il finale è casuale, perché l'opera è incompiuta), ricorda le parole di Ciro sulla natura degli uomini in rapporto alle terre dove nascono e vivono. Da paesi molli nascono uomini molli, dice Ciro ai suoi cortigiani. E li convince a rinunciare a conquistare paesi meno aspri e duri di quello in cui loro abitano. Così, e sono le ultime parole di Erodoto (IX, 122), i Persiani "preferirono dominare, pur abitando uno sterile paese, piuttosto che servire ad altri, coltivando una fertile pianura".

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domenica, 17 giugno 2007

Stanislaw Jerzy LecDiventare famoso, per potersi permettere l'incognito.

Stanislaw Jerzy Lec

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sabato, 16 giugno 2007

ErodotoDopo la vittoria di Platea contro l'esercito persiano guidato da Mardonio, i Greci cominciano il saccheggio dell'accampamento degli invasori asiatici. Erodoto riferisce un aneddoto molto intruttivo che è una lezione contro l'avidità dei guerrafondai. Lo propongo per intero. E' nel libro IX delle "Storie" (cap. 82).

"Si racconta, poi, anche questo: che Serse, ormai in fase di fuga dalla Grecia, lasciò le proprie suppellettili a Mardonio. Pausania, dunque, vedendo la tenda di Mardonio splendidamente adorna d'oro, d'argento, di tappeti e tende a vari colori, diede ordine a quelli che facevano il pane e ai cuochi di allestire un banchetto identico a quello che solevano fare per Mardonio. Quando quelli ebbero eseguito il comando, allora Pausania, al vedere i letti d'oro e d'argento accuratamente distesi  e le stoviglie pure d'oro e d'argento e gli arredi magnifici del banchetto, pieno di stupore per la profusione di lusso che aveva davanti agli occhi, comandò ai suoi servi, per ischerno, di preparargli un pasto alla maniera spartana. E poiché, quando questo fu preparato, grande era la differenza fra i due, Pausania, ridendo, fece chiamare i capi dei Greci e giunti che furono disse loro, mostrando l'uno a l'altro apparato del banchetto: 'Uomini di Grecia, volevo mostrarvi la stoltezza del Medo, il quale, avvezzo a un tale tenore di vita, è venuto qui da noi, per portarci via questa misera cena'".

Avrebbe commentato mia madre, con la sua saggezza popolare e contadina: "Certa gente non si abboffa nemmeno di terra di camposanto".

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categoria:letture
sabato, 16 giugno 2007

ErodotoA Platea si svolse la battaglia decisiva tra Greci e Persiani. Erodoto la descrive nel IX e ultimo libro delle sue "Storie". Lo spartano Pausania, assieme agli alleati ellenici, Ateniesi in primis, sconfigge l'esercito di Mardonio. Serse è ormai lontano, sta tornando a casa con il grosso della sua invincibile, eppur battuta, armata. Erodoto, dopo aver raccontato la decisiva battaglia, rende onore anche a chi si è più distinto tra i guerrieri.  Tra tutti gli eroismi Erodoto racconta anche l'infausta fine dello spartano Callicrate, "l'uomo più bello che fosse venuto al campo greco" che morì fuori dalla battaglia. "Quando Pausania faceva i sacrifici" racconta lo storico "costui, che se ne stava seduto al suo posto, fu ferito al fianco da una freccia" (libro IX, 72). E continua:  "Orbene, mentre gli altri accorrevano in battaglia, egli tratto fuori della schiera, moriva di mala morte e diceva ad Arimnesto di Platea che non gli rincresceva tanto da morire per la libertà della Grecia, quanto perché non aveva potuto far valere la forza del suo braccio e non si era distinto per alcuna azione degna di lui, come era suo vivo desiderio". Questa morte, fuori dalla battaglia decisiva, può essere anche un bell'apologo delle sorti della bellezza. Si potrebbe stare a filosofeggiare per molto tempo. A me fa pensare che la bellezza, uno dei fini per i quali la vita andrebbe vissuta, è destinata a essere vittima del male fuori dalla battaglia, a essere distrutta in modo casuale, senza eroismo. Come uno scarto. Invece dà valore e piacere all'esistenza. Be', stamattima sono in vena estetizzante. Non so di stasera.

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categoria:letture, bellezza
sabato, 16 giugno 2007

GraciànMolti ci paiono grandi personaggi, finché non si abbia occasione di conoscerli da vicino.

Baltasar Graciàn

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venerdì, 15 giugno 2007

ErodotoGli ultimi quattro libri delle "Storie" di Erodoto sono dedicati alla guerra tra i Persiani e i Greci. Un racconto lunghissimo e meticoloso. In particolare il VII libro (Polimnia) descrive l'invasione di Serse fino alla battaglia delle Termopili e il libro VIII (Urania) presenta la battaglia navale di Salamina. Il IX e ultimo (Calliope), che ancora devo cominciare, è incentrato sulla seconda invasione dell'Attica da parte di Mardonio. Leggendo direttamente come Erodoto racconta sia le Termopili che Salamina si scopre quanta retorica sospetta ci sia nell'attuale esaltazione delle gesta del fiero re spartano Leonida che con i suoi trecento soldati avrebbe arrestato l'avanzata del barbaro Serse, consentendo alla civiltà greca, e quindi a quella che oggi definiamo occidentale, di non soccombere ai piedi di una tirannia asiatica. Proprio in occasione dell'uscita del film (peraltro molto trascinante) "300" questa interpretazione delle Termopili è andata per la maggiore. Grande Leonida, eroe della forza contro le mollezze da drag queen di Serse, ma anche della chiacchierona democrazia degli effeminati ateniesi. Be', siamo di fronte a una falsa lettura.

Io ricordavo, dalle lontane giornate di studio liceale, che la battaglia decisiva era stata un'altra, perché alle Termopili i Greci avevano perso, sebbene con un sacrifico eroico, perché impari. Ricordavo bene. Perché, come la racconta Erodoto, alle Termopili vinse Serse e varcò lo stretto passaggio che portava nell'Attica, si diresse alla conquista di Atene, per poi sognare di devastare e assoggettare il Peloponneso. Gli ateniesi, guidati da Temistocle (ecco, il vincitore, il vero vincitore), abbandonano la città e si rifugiano sull'isola di Salamina. Sul mare i Greci, e gli Ateniesi in particolare, sono superiori (in destrezza e non in quantità di imbarcazioni). Nelle acque del golfo Saronico va in scena la disfatta dei Persiani che si ritireranno verso l'Asia, con una marcia che prefigura le disfatte napoleoniche in terra russa (niente neve, ma peste e carestia a volontà). A impedire che la Grecia, e l'Occidente, fosse orientalizzata non fu, quindi, l'eroico Leonida, ma il furbo Temistocle.

Non sono in grado di entrare in dotte discussioni storiche (e per di più di storia antica) e vengo così a quello che mi interessa dire. La storia del pensiero è costantemente attraversata da correnti irrazionaliste che sostengono la prevalenza della forza, del divino, dell'illogico, dell'irrazionale, appunto, nei destini (altro termine irrazionale) del mondo. Di tanto in tanto queste correnti emergono per la loro natura carsica e trovano affluenti contingenti che le riforniscono di acque (religiose, nella fattispecie contemporanea). Oggi si esalta Leonida, eroe achilleo, e si nasconde che la vittoria contro la tirannia arrivò da uno stratega, forse meno valoroso, ma scafato, ulisside in quanto ad astuzia. Il modello democratico ateniese è quello vincente, anche se meno suggestivo. Anch'io, in qualche post di alcuni mesi fa, esaltavo la possanza e la grandezza di Leonida. Quindi il fascino di figure alla Achille (al quale pure è stato dedicato "Troy", altro peplum movie che esalta la forza a colpi di effetti speciali) è un fascino potente che s'insinua anche nelle menti più restie a idee irrazionali. Eppure Achille, che pure dà la bella morte a Ettore, fa una fine di merda: ucciso da una freccia di Paride. A sconfiggere Troia sarà l'astuzia di Ulisse, con il trucco del cavallo. Ulisse è astuto, anche forte (ma non come Achille), ma è soprattutto intelligente, capace di scoprire il tallone vulnerabile degli altri. Mentre Achille il tallone vulnerabile se lo porta con sé e alla fine ne morirà.

Leggevo un po' e poi guardavo il mare di Posillipo (sollievo al dolore), ascoltando musica, questa musica: "Hader Ya Zahr" (Mohamed Mounir), "Pe di Boi" (Cesaria Evora), "Adarghral Introduction" (Abdelli), "Laziza" (Abdel Ali Slimani), "Suite Sudarmoricaine" (Alan Stivell), "Igganniw" (Abdelli), "Mar Desconocido" (Pink Martini), "Mozart l'Egyptien" (Hughes De Courson), "Awa Awa" (Wes), "La Comparsa" (Eliades Ochoa), "Forest Power" (Deep Forest) e "Go on Trough" (Afro Cell Sound System).

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categoria:riflessioni, letture
venerdì, 15 giugno 2007

Oscar WildeL'intelligente non sa ascoltare e lo sciocco non sa parlare.

Oscar Wilde

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categoria:pensiero
venerdì, 15 giugno 2007

VauvenarguesIl difficile non è essere intelligenti, ma sembrarlo.

Luc de Clapiers de Vauvenargues

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categoria:pensiero
giovedì, 14 giugno 2007

Voglio regalarmi, per questa giornata che è cominciata con un mal di testa che l'aspirina sta smorzando, per questa giornata che segue un'altra giornata di parole, tra Erodoto e la periferia, una giornata di parole e poi di amore, voglio regalarmi per questa giornata, dopo un'altra giornata di passi perduti, tra collina e desideri,

voglio regalarmi, per questa giornata che sarà di parole, ancora una volta, voglio regalarmi una canzone che amo e che mi rilassa, che fa sognare, una canzone appiccicata a un video che ne esalta la seduzione. Godiamocela assieme.

Bruce Springsteen, "I'm on fire" (da Born in the Usa).

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categoria:musica, america, piaceri
giovedì, 14 giugno 2007

SchopenhauerNon chi ha volto ringhioso, ma chi lo ha intelligente, appare temibile e pericoloso: come è certo che il cervello dell'uomo è un'arma più terribile che l'artiglio del leone.

Arthur Schopenhauer

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categoria:pensiero
giovedì, 14 giugno 2007

Jerome D. SalingerNon capisco proprio a cosa serva sapere tante cose ed essere tanto intelligenti e così via, se non riuscite a essere felici.

Jerome D. Salinger

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mercoledì, 13 giugno 2007

PessoaDal momento in cui esiste l'intelligenza, la vita tutta è impossibile.

Fernando Pessoa

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mercoledì, 13 giugno 2007

Ugo OjettiVedi di non chiamare intelligenti solo quelli che la pensano come te.

Ugo Ojetti

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categoria:pensiero
martedì, 12 giugno 2007

La palma della notizia più divertente del mese (o anche di più) va alla visita di Bush in Albania con la scomparsa del suo orologio. E poi dicono la Duchesca a Napoli. E' ovvio che parliamo per luoghi comuni. Per macchiette. Insomma, voglio scherzare. E poi, noi napoletani in quanto a furti di orologi dovremmo stare con due piedi in una scarpa. Ma il lesto albanese è stato abilissimo. Sfilare in pubblico l'orologio all'uomo più potente e più scortato del mondo ha dell'eroico, roba da Guinness dei primati.

A me fa venire in mente una battuta che gira da qualche anno.

Il ministero del Turismo albanese ha lanciato una nuova campagna pubblicitaria. Lo slogan è questo: "Venite in vacanza in Albania, la vostra auto è già qui".



Aggiornamento del giorno dopo: l'orologio Bush l'aveva messo prudentemente in tasca. Ma, comunque si trattata di un orologio da 50 dollari.

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categoria:america
martedì, 12 giugno 2007

NietzscheBisogna guardarsi dal diventare acuti troppo presto, perché contemporaneamente si diventa troppo presto sottili.

Friedrich Nietzsche

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martedì, 12 giugno 2007

Henri MichauxPer comprendere, l'intelligenza deve sporcarsi. Prima di tutto, perfino prima di sporcarsi, bisogna che sia ferita.

Henri Michaux

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categoria:pensiero
martedì, 12 giugno 2007

Questo video dovrebbe essere postato in un commento al post sul Napoli di Sorrysorry (andatelo a leggere con tutto il thread), ma lo posto qui, per spiegare il sentimento popolare, con l'ironia beffarda di Nanni Moretti.

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categoria:cinema
lunedì, 11 giugno 2007

Ti trovo un po"Ti trovo un po' pallida" di Carlo Fruttero (Mondadori) è un virtuosistico esercizio di stile, oltre a essere un eccezionale racconto. Fu scritto nel 1979 e pubblicato in due puntate su "L'Espresso" con la sigla della premiata ditta "Fruttero&Lucentini". In realtà fu scritto dal solo Fruttero, che scelse la doppia e collaudata firma per non dar spazio a dicerie su una inesistente e presunta separazione della coppia letteraria, che negli anni seguenti continuò tranquillamente a produrre opere a quattro mani. Ora esce in un volumetto che restituisce la paternità unica allo scrittore torinese ed è corredato da una parte nuova intitolata Backstage che ne raddoppia le modeste dimensioni di racconto lungo con una spassosissima ricostruzione della genesi del testo e un ritratto in due parti che rende simpatico persino Pietro Citati.

"Ti trovo un po' pallida" è una ghost story, una storia di fantasmi, genere insolito per l'Italia. Non è ambientata in nessun castello tenebroso e non è immerso  nelle brughiere nordiche, ma nelle campagne etrusco-mondane della Toscana meridionale. Non c'è la luna, ma un sole spietato. E il demone è meridiano, come piace a me. Mediterraneo e non britannico. Tutto il racconto è il ritratto di un demi monde uscito dalle persecuzioni più spietate di Alberto Arbasino. Ricordo che negli anni in cui fu pubblicato cominciava a prendere piede, nel linguaggio comune, la definizione di "vacanza intelligente", una definzione patrocinata proprio da settimanale come "L'Espresso". Con gli anni la definizione è diventata ridicola, ma in quel periodo era di moda. Fruttero la uccide nella culla. Tutti i personaggi, a cominciare dalla protagonista, Gea, sono di una vacuità piena di sé da far paura, e si dimenano in scampagnate frivolo-culturali. E' un mondo internazionale che qualche decennio dopo ha fatto guadagnare a quella parte dell'Italia centrale il nomignolo di Chiantishire o giù di lì.

"Ti trovo un po' pallida" comincia in prima persona, poi passa alla seconda e finisce con la terza, senza che il lettore meno smaliziato se ne accorga. Un motivo c'è, ma non si può rivelare. E' una costruzione raffinatissima e indolore. Lo stile e il lessico riescono a disegnare lo scenario, fluido e gassoso, e i personaggi, vanesi e rusticamente glamour, in modo leggero e indimenticabile. Meritevoli di essere trascritti due passaggi, uno dei quali, il primo, riportato in quarta di copertina.

"Ti trovo un po' pallida, arrivi da Milano?" mi dice severa Malvina, che crede nell'abbronzatura come Hitler credeva nella superiorità della razza ariana.

Guccio è un uomo che dice sempre tutte le cose che una donna sogna di sentirsi dire, e di cui in fondo si vergogna. Al quarto giorno s'era già stabilita fra noi una completa irrealtà, mi sembrava di andare a letto col diario che tenevo a quattordici anni.

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categoria:letture
lunedì, 11 giugno 2007

Stanislaw Jerzy LecSolo i geni e gli stupidi sono intellettualmente autosufficienti.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:pensiero
lunedì, 11 giugno 2007

Hermann HesseSe l'umanità si estinguesse tutta, tranne un unico bambino di mediocre intelligenza che non avesse avuto alcuna istruzione, questo bambino ritroverebbe intera la via delle cose e sapebbe riprodurre tutto, dèi e demoni, paradisi, leggi e divieti, antichi e nuovi testamenti.

Hemann Hesse

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categoria:pensiero
domenica, 10 giugno 2007

Maksim GorkijUn uomo buono può essere stupido e tuttavia rimanere buono. Ma un uomo cattivo non può assolutamente fare a meno di essere intelligente.

Maksim Gorkij

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domenica, 10 giugno 2007

goetheLe persone intelligenti sono sempre il miglior manuale di conversazione.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:pensiero
sabato, 09 giugno 2007

Gli intrusi"Gli intrusi" di Georges Simenon, edito come gli altri da Adelphi, è scritto e raccontato con i controcazzi (le lettrici ben educate perdonino questa intemperanza lessicale). C'è tutto l'armamentario voluttuario della narrativa del maestro franco-belga, e di più c'è una capacità di raccontare che strizza l'occhio, ma come per un gioco raffinato, alle nuove tecniche narrtaive in voga negli anni Quaranta, quando Simenon scrive questo prodigioso romanzo.

E' un poliziesco sui generis. C'è il personaggio centrale formidabile: un avvocato che, da 18 anni, annega il dolore con bottiglie di Borgogna, senza però ubriacarsi. C'è una figlia silenziosa, una governante nana, una banda di giovani scapestrati e annoiati, un delitto in una casa vuota. Più di tutti stupisce positivamente la capacità tecnica di Simenon di raccontare in terza persona con l'occhio del personaggio centrale, come se dietro le sue spalle ci fosse una telecamera che vede e giudica quello che passa davanti agli occhi e nella mente di un uomo che uscirà dal suo guscio di fumo e di disprezzo.

C'è anche il processo finale, scritto meglio di quanto possa ancora fare oggi un Carofiglio di questi, ma anche un americano dei bei tempi. L'ultima pagina riserva una curiosità napoletana.

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categoria:letture
sabato, 09 giugno 2007
EseninChe essi moderino la baldanza
noi abbiamo un tantino più di cervello.
Serghej Esenin
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categoria:poesia, pensiero
sabato, 09 giugno 2007

NietzscheQuando un uomo pensa molto e con intelligenza, non solo il suo volto, ma anche il suo corpo acquista un aspetto intelligente.

Friedrich Nietzsche

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categoria:pensiero
venerdì, 08 giugno 2007

Vicoli di Napoli

Passeggiando per il Centro Antico di Napoli o andando a sperdersi nelle periferie, si fanno delle scoperte straordinarie. Basta applicarsi alle targhe stradali. Tanto che viene voglia di andare a conoscere personalmente i membri della commissione toponomastica per consegnargli un Tapiro d'oro e un diploma per la fantasia. Nella foto, scattata stamattina a puro scopo documentario, si può ammirare l'acuto spirito filologico della commissione che contemporaneamente tiene conto delle esigenze dei postini e dei mittenti novantenni che non sanno ancora che il vicolo (per la precisione una traversa di via San Biagio dei Librai che porta a via Tribunali) ha cambiato il nome per ben tre volte. Una pignoleria da premiare.

Ma dove la commissione (ma c'è una commissione al Comune di Napoli o tutto è affidato a un impiegato dalla cultura enciclopedica, reduce dai quiz di Amadeus?), dove la commissione si è sbizzarrita è nelle periferie, territorio dal punto di vista toponomastico vergine: hic sunt leones. Degrado, monnezza, tossici, condomini condonati, però, vivaddio nomi che fanno tanto cultura. Prendete Pianura: è tutta arte e lirica. C'è via Artemisia Gentileschi (dove abita la nostra Sorryso, un bacio, smack) dove la spazzatura, quando non la bruciano, ha delle dimensioni caravaggesche. C'è via Pablo Picasso, dove invece la monnezza è cubista e va osservata da diversi punti di vista dai trinariciuti passanti. E poi via Claude Monet: ma ve la immaginate la nonnina che va all'anagrafe e deve dire dove sta di casa? Ma come, non lo sapete sto a via Clàude Monètte? C'è via Gino Severini che s'incrocia con la più naturale via Comunale Collettore Palmentiello. Con i filosofi greci la commissione ha voluto prendersi qualche libertà, così via Talete di Mileto è molto più lunga di via Platone. Ognuno ha le sue preferenze. E poi la filosofia di Talete è più facile da imparare. Platone, che palle lui e i miti. Releghiamolo in un vicoletto. E poi via con la lirica: via Nabucco, via Aida, via Tosca e via Trovatore. Verdi-Puccini 3-1.

Quello che poi non si capisce è che per godersi un po' di Rossini bisogna scarpinare fino alla lontanissima Secondigliano dove c'è via Barbiere di Siviglia. C'è anche via Scala di Seta, eh. Mica si valorizzano solo le opere per melomani. Qui a Secondigliano c'è il top della toponomastica napoletana. Siamo nel cosiddetto rione dei Fiori, meglio noto come Terzo Mondo, terreno della faida tra scissionisti e clan Di Lauro. E' un posto che se non ci siete mai stati evitatelo, tranne se non avete una predilezione per la cocaina tagliata male e il piombo sparato bene. Qui la mente dei toponomasti, i masti dei topi, si è lasciata prendere la mano. E' letteratura pura e anche per lettori di bocca raffinata. C'è via Gerusalemme Liberata, e passi, ma pure via Praga magica. Ora vorrei sapere quanti napoletani conoscono Angelo Maria Ripellino. Quanti? Al Terzo Mondo manco uno, per loro Praga magica può essere tranquillamente il nome di una giostra di Edenlandia. Mica è finita: c'è via Certosa di Parma, via Misteri di Parigi, via Racconti di Pietroburgo (insomma letteratura e geografia vanno a nozze a Secondigliano). Non pago della letteratura europea il signor Toponomastico ha fatto un'incursione nel cinema di De Sica e Bergman con via Miracolo a Milano e via Posto delle Fragole (che è vicina a via Camposanto, amen). Strawberry field forever, con buona pace pure di John  Lennon.

Sempre a Secondigliano si vedono le stelle. A viale Altair e a viale Aldebaran (così si rende omaggio anche ai New Trolls), a viale privato dei Pianeti, viale delle Galassie (pieno di buchi neri), viale delle Zodiaco e viale dell'Acquario. E gli altri 11 segni che fine hanno fatto?

Di notevole a Piscinola c'è solo via Leo Longanesi, mentre a Scampia si sono dati da fare con i fumetti. Ci sono via Hugo Pratt (dove c'è il deposito dei camion dell'Asia, l'azienda della nettezza urbana; e mi è parso di vedere anche un Parco Corto Maltese), l'appropriatissima via Andrea Pazienza (ci vedi passeggiare solo Zanardi, e strafattoni della madonna) e via Attilio Micheluzzi, poco lontano da via Bakù che tanto avrebbe affascinato il caro Attilio, il cui esotismo da gran signore tutti ricordiamo e rimpiangiamo con affetto.

A Ponticelli hanno fatto un'ammescafrancesca. Tra le strade con nomi sconosciuti spiccano una via Eduardo Scarpetta (teatro), via Marilyn Monroe (cinema, tendenza Moretti), via Attilla Sallustro (calcio), via Domenico Rea e via Mario Pomilio (scrittori che meritavano di più; a Giuseppe Marotta, scomparso negli anni Sessanta è andata meglio: un vicoletto nei pressi del Rettifilo, comunque in centro). Ci sono pure via Bronzi di Riace, via dei Mosaici e viale delle Metamorfosi (che sai come lo imbocchi e non sai come ne esci) e via Cleopatra (ma ormai siamo arrivati al cimitero di Barra). C'è persino via Odissea. No comment, se non ricordando che per trovare via Eneide bisogna andare a Soccavo e via Iliade addirittura a San Felice al Circeo. Ma portate pazienza la guerra di Troia non ce la faranno mancare.

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categoria:napoletana
venerdì, 08 giugno 2007

Stanislaw Jerzy LecMolti che avevano preceduto il proprio tempo, hanno poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:pensiero
venerdì, 08 giugno 2007

goetheCiò che non si capisce non si possiede.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:pensiero
giovedì, 07 giugno 2007

Oscar WildeIl mistero finale è nel nostro io. Quando si è ben pesato il sole, misurati i gradini della luna e fatto il disegno dei sette cieli stella per stella, resta sempre il nostro io. Chi può calcolare l'orbita della propria anima?

Oscar Wilde

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categoria:identità
mercoledì, 06 giugno 2007

ErodotoPressoché tutto il VII libro delle "Storie" di Erodoto è dedicato alla lunga marcia del re persiano Serse verso la sconfitta cocente delle Termopili, per mano dei trecento eroi spartani di Leonida. Erodoto non tralascia nulla. E' un racconto epico e dettagliato, minuzioso e pignolo. Elenca i popoli che facevamo parte del più grande esercito che si mosse a conquistare la Grecia. Hanno nomi immaginifici e abbigliamenti che lo storico descrive con ricchezza di dettagli. E' anche un lungo elenco di luoghi e di genti che, a mano a mano che il re dei re attraversa le loro terre e soggiorna nelle loro città, si prostano ai piedi del potente satrapo d'Oriente. Sembra una marcia inarrestabile. Non l'ho ancora finita di leggere (so, però, come andrà a finire), ma dal modo in cui Erodoto la racconta si capisce quanto goda nello stupire il lettore con la grandiosità di Serse, e la deve fare più imponente di quanto realmente sia stata per far risaltare l'impresa degli spartani.

Tra i tanti particolari che lo storico greco non lesina mi ha colpito una storia di animali che ha del curioso, agli occhi dello stesso Erodoto, il quale non sa dare una spiegazione. Quando l'invincibile armata di Serse attraversa la Peonia, la Crestonia, fino ad arrivare alla Migdonia (sono terre di cui ho perso la collocazione sopraffatto dai nomi, antichi, abbondanti e abbandonati), ci sono degli strani attacchi. Dovremmo essere nel Nord della Grecia, o forse dalle parti dello stretto del Dardanelli, insomma terra europea o quasi. Ecco il racconto di Erodoto: "Mentre il re passava per questi luoghi, dei leoni assalirono i cammelli che nel suo esercito portavano i viveri: calando, infatti, dalle alture di notte e lasciando le loro tane, i leoni non molestavano nessun altro, né bestie da soma, né uomini, ma facevano strage soltanto dei cammelli. Io me ne domando stupito la ragione; quale mai fosse la causa che spingeva i leoni a risparmiare gli altri esseri viventi e attaccare i cammelli, bestie che non avevano mai viste, né gustate prima d'allora" (Libro VII, 125). Leoni da quelle parti? E' vero che siamo nel quinto secolo avanti Cristo, ma mi sarei aspettato dei lupi. E' questa presenza incongrua che mi stupisce, più del fatto che i leoni della Migdonia gradissero la novità delle carni di cammello. Saranno stati dei buongustai, precursori della cucina etnica.

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categoria:letture
mercoledì, 06 giugno 2007

La casta"La casta" di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (Rizzoli) è un libro sul quale è stato già detto molto, anche se non abbastanza. E' un libro che fa incazzare. Che la voracità della nostra classe politica fosse spaventosa era noto. Ma leggere così, una dietro l'altra, le rapine ai nostri danni perpetrate da questa casta di bramini indiani, fa venire la nausea. Ma è possibile? Certo, lo fanno. Tutti, lo fanno, con qualche sparuta eccezione. Tutti, da Nord a Sud, con accanimento speciale in Sicilia e nel Trentino-Alto Adige, da destra a sinistra.

Di fronte alla marea di cifre viene la nausea. Ci si smarrisce. E' troppo. I soldi incassati con una presunta legalità sono una violenza morale ed economica a chi lavora per pochi euro.

Il costo della democrazia? Macché, è solo la democrazia che ci costa troppo. In altri paesi si spende molto, ma molto bene per tenere in piedi questa cosa sporca che, in Italia con molta faccia tosta, chiamiamo democrazia. E' una sfilata di privilegi, di stipendi d'oro per chi ha in mano il potere, ma anche per i trombati. Mangiano tutti e nun se strafòcano. Non sono mai sazi, soprattutto se sono stati trombati, mandati a casa dagli elettori o da giochi di partito e di corrente. Per chi non ce la fa ad essere eletto c'è sempre una commissione, una consulenza, un consiglio d'amministrazione. E noi paghiamo.

E' qualunquismo? E' solo schifo. La mia paura è che si legge questo libro (che per fortuna sta vendendo come un best seller) e ci si mette l'animo in pace. Si dice: finalmente qualcuno gliel'ha cantate. Finora quello che noto è uno strano silenzio collettivo. Se ne parla, molto sommessamente, su qualche giornale, un po' più forte su altri. E questo è tutto? E sì i politici, la casta tace. Ha la bocca piena.

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categoria:politica, letture
mercoledì, 06 giugno 2007

Adam PhillipsDare un'impressione sbagliata vuol dire semplicemente trovarci di fronte una versione di noi stessi - un'invenzione - che non possiamo condividere. Ma il fatto che altri possano crearci ci spaventa moltissimo; ci spaventa il numero di persone che sembriamo contenere. E ci affanniamo a limitarle, a mantenere in circolazione l'unica storia veramente autentica.

Adam Phillips

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categoria:identità
mercoledì, 06 giugno 2007

Octavio PazNoi siamo nel discorso, e ci sentiamo in qualche modo come stranieri, e troviamo un'alterità nelle stelle, in quello che ci sta vicino, in quelli che ci stanno vicini, e in questo bicchiere d'acqua, in tutto. Siamo di fronte all'altro, e siamo all'altro dentro di noi. Vedere te stesso come gli altri, e anche vedere le stelle come altri. Ma anche vedere te stesso come parte di un tutto.

Octavio Paz

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categoria:identità
martedì, 05 giugno 2007

Aria di Napoli

da www.corriere.it

MILANO - Un morto su cinque nel nostro Paese è dovuto a cause ambientali, allo smog in primo luogo. È l'allarme lanciato da Roberto Bertollini, direttore del programma Salute e Ambiente dell'Oms, proprio in coincidenza con la ricorrenza della Giornata mondiale dell'Ambiente. «In Italia il 20 per cento della mortalità è riconducibile a cause ambientali prevenibili - ha spiegato Bertollini - ricordando che sono le aree della Pianura Padana, insieme ad alcune zone di Olanda e Belgio, ad essere tra le più soggette all'inquinamento, in particolare delle polveri sottili».

PARTICOLATO FINE - «Milano e Torino - ha sottolineato - oltre a alcune zone nel Sud della Polonia, sono tra i centri in Europa caratterizzati dai più alti valori di concentrazione di Pm 2,5, ossia il particolato fine». Particolato che entra subito in circolazione nel sangue: «Secondo le linee guida dell'Oms - ha ricordato Bertollini - il Pm 2,5 dovrebbe attestarsi sui 10 mg per metro cubo, mentre a Milano e Torino tocca regolarmente i 35/40 mg per metro cubo».

VITTIME - Per il Cnr, sono circa 8 milioni gli italiani che vivono in zone ad alto rischio ambientale e lo smog uccide in media 8.220 persone l'anno nelle 13 maggiori città italiane, a causa dell'alta concentrazione di polveri sottili: il che equivale al 9 per cento della mortalità per gli over 30, incidenti stradali a parte. «L'attuale situazione in materia di qualità dell'aria in aree urbane e industriali - si legge nel rapporto - è particolarmente grave per quanto riguarda le polveri, l'ozono, i metalli pesanti. Per tali inquinanti, soprattutto nei grandi centri urbani, si registrano spesso superamenti dei valori limite stabiliti dalla legge». In particolare, i dati riferiti alle maggiori città indicano che oltre il 60 per cento degli ossidi di azoto è dovuto alle emissioni da traffico, così come oltre il 90 per cento del monossido di carbonio. Le automobili sono responsabili anche del 75 per cento delle emissioni di benzene su scala nazionale, di cui oltre il 65 per cento originate in aree urbane».

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categoria:natura, notizie
martedì, 05 giugno 2007

Giovanni PapiniIo mi sono accorto che non posso non essere me stesso.

Giovanni Papini

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categoria:identità
martedì, 05 giugno 2007

Io: abbreviazione di Dio.

Alessandro Morandotti

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categoria:identità
lunedì, 04 giugno 2007

Izrail MetterVorrei essere considerato un essere irripetibile. E sono pronto a pagarne il prezzo all'umanità intera.

Izrail Metter

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categoria:identità
lunedì, 04 giugno 2007

Stanislaw Jerzy LecLo sdoppiamento dell'io è una grave malattia psichica, perché riduce la normale frantumazione dell'uomo in una quantità innumerevole di esseri - al misero numero di due.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:identità
domenica, 03 giugno 2007

GraciànPer essere veramente padroni di sé, bisogna andare anche contro sé stessi.

Balthasar Graciàn

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categoria:identità
domenica, 03 giugno 2007

Emil CioranSono me stesso soltanto quanto sono al di sopra o al di sotto di me, nella rabbia o nell'abbattimento; al mio livello abituale ignoro di esistere.

Emil Cioran

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categoria:identità
sabato, 02 giugno 2007
Giorgio CaproniL'ho seguito.
L'ho visto.
Non era lui.
Ero io.
Giorgio Caproni
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categoria:poesia, identità
sabato, 02 giugno 2007

Josip BrodskijInanimati per natura, gli specchi delle camere d'albergo sono resi ancora più opachi dall'aver visto tanta gente. Quella che ti restituiscono non è la tua identità, ma la tua anonimità.

Josip Brodskij

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categoria:identità
venerdì, 01 giugno 2007

ErodotoSi pensa che le giovinezze interminabili siano un prodotto della società contemporanea. Si è giovani ben oltre i limiti biologici. Quante volte abbia sentito o letto di una persona definita giovane è poi aveva passato i quaranta? Spesso. E ci siamo sentiti consolati. E quante volte abbiamo accondisceso alla baldanza dei vecchietti che proclamano senza pudore di sentirsi giovani nell'animo? Spesso, per consolarci, perché sappiamo bene che la vecchiaia è preferibile alla sua alternativa, come ha detto non so più chi. Si pensa questo, ci si ragiona, e poi leggendo le "Storie" di Erodoto (VII, 13) ci si imbatte in un passo che riguarda Serse. Il re persiano si accinge a portare guerra alla Grecia, quella guerra che avrà il suo epilogo alle Termopili. Serse sta ragionando con il suo consiglio. E lo zio Artabano lo sconsiglia vivamente di intraprendere la guerra contro gli infidi e valorosi greci. Il potente re dei re, che vuole invece combattere, s'incavola e lo cazzéia. Poi si pente e attribuisce il suo scatto d'ira alla propria giovinezza. Il curatore dell'edizione che sto leggendo, Luigi Annibaletto, sottolienea in una nota che quando Serse pronuncia questo discorso doveva essere sulla quarantina. Dice solo questo, e la secchezza del commento fa immaginare che si tratti della semplice correzione di una svista di Erotodo. A me invece piace pensare che allora, siamo agli inizi del V secolo avanti Cristo, 2500 anni fa, il concetto di giovinezza fosse simile al nostro. Ma so che non è così. O forse è tutta colpa di Alessandro Magno, che, giovanotto baldanzoso conquistò mezzo mondo antico, e riportò indietro le lancette della giovinezza ai tempi degli eroi omerici.

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categoria:letture
venerdì, 01 giugno 2007

Jean BaudrillardAuricolari, occhiali neri, elettrodomestico automatico, automobile dal complesso quadro comandi e perfino il dialogo perpetuo con il computer, tutto ciò che viene pomposamente chiamato comunicazione e interazione finisce nel ripiegarsi di ogni monade all'ombra della propria formula, nella sua nicchia autogestita e nella sua immunità autogestita.

Jean Baudrillard

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categoria:identità
venerdì, 01 giugno 2007
AudenChi, nell'udire un nastro
che riporta la sua voce,
non ha il voltastomaco?
Wystan Hugo Auden
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categoria:poesia, identitÃ