Non sono mai stato un grande competente d'arte, soprattutto di quella contemporanea. Distinguo Picasso da Giotto, all'università ho fatto un'indigestione di pittura barocca (soprattutto sacra), vado alle mostre, conosco i nomi e le opere degli artisti più popolari, ma non so addentrarmi in spiegazioni chiarificatrici sul perché un quadro, una scultura o un'opera qualsiasi mi piaccia. L'arte concettuale mi seduce a pelle e da tempo avevo intuito che per capirla bisogna guardare all'idea e non alla tecnica. Tutto bene quindi quando nelle prime pagine, già un po' troppo maldestramente spiritose e spiraliformi, di "Lo potevo fare anch'io" di Francesco Bonami (Mondadori), ho ritrovato la correttezza di questo mio naturale approccio. Ho deciso così di leggerlo fino alla fine in modo da avere una bussola per orientarmi nell'arte contemporanea.
Bonami, che non conoscevo, si presentava bene. E' stato direttore della Biennale dell'arte di Venezia nel 2003, è direttore di varie rassegne, curatore di diversi progetti d'arte pubblica, collabora a "Il riformista", a "Vanity Fair" e alla "Gazzetta dello Sport". E questa eterogenea tripletta doveva già insospettirmi. Ma, pagina dopo pagina, sono stato catturato della sindrome della famosa gag di Totò su Pasquale: vediamo questo dove vuole arrivare. Be', dico subito che Bonami non arriva da nessuna parte. L'ha capito lui stesso, tanto che nel finale si autoincensa con queste parole: "Il giudizio più sincero insomma lo potranno dare solo coloro ai quali magari capiterà di leggere questo testo fra cinquant'anni, sperando che nel frattempo non si stato dimenticato". Cinquant'anni? E chi si crede di essere Proust?
Vabbe', entriamo nel merito, per quanto sia possibile. Questo libro è composto da una serie di ritrattini di maestri (o presunti maestri) dell'arte contemporanea. Si parte da Duchamp e dal suo rivoluzionario orinatoio e si arriva alla Transavanguardia e a Cattelan. Su molti artisti censiti da Bonami, secondo il suo legittimo gusto e le sue altrettanto legittime convinzioni, ho imparato un po' di cose. Mi aspettavo di saperne di più. Il titolo, "Potevo farlo anch'io", riprende il pensiero che molte persone, ingenue in fatti d'arte, hanno di fronte alle opere contemporanee. Bonami accenna, più che spiegare come sarebbe stato necessario, alle ragioni che fanno sì che non tutti possono riprodurre l'arte nell'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte (gigionando anch'io, parafrasando con Walter Benjamin). Dietro c'è sempre un'idea, una riflessione sulla realtà che viene semplicemente mostrata, ma trasformata, anche talvolta con il secco atto di mostrarla. Un po' come, azzardo io e non Bonami, il Pierre Menard di Borges che riscrive il Don Chisciotte tale e quale, parola per parola, facendone un'opera completamente diversa. Per capirci dovremmo fare un discorso interminabile e legato, caso per caso, ai singoli artisti, fossero Warhol, Hirst, Koons, Kapoor, Haring e via elencando. Io ho appreso cose molto interessanti su artisti di cui sapevo poco e stentavo a interpretare: il tedesco Gerhard Richter, l'inglese Lucian Freud e il giapponese Takashi Murakami (che stranamente è scivolato via dall'indice dei nomi). E' divertente il ritrattino che viene fatto di Beuys. Bonami lo smonta e lo esalta. Qua e là ci sono degli spunti azzeccati, ma per tutto il resto le spiritosaggini sono insopportabili (ci torno tra un po').
Tra gli italiani, Bonami salva solo il quotatissimo Maurizio Cattelan, quello dei bambini impiccati, del papa schiacciato dal meteorite, anche se ne fa un santino che sembra uscito dai romanzi di Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog. Scamazza invece con un piede i quattro moschettieri della Transavanguardia di Achille Bonito Oliva (Chia, Clemente, Cucchi e Paladino).
Veniamo alle stronzate. Lo stile di Bonami vuole essere brillante, ma troppe volte, a furia di giocare con le parole, gli escono delle battute goliardiche che avranno fatto ridere solo lui, quando seduto davanti al monitor le avrà scritte. Ne riporto solo una: "Se uno vede l'autoritratto nudo di Giorgio De Chirico, del 1945, non può certo dire: 'Che fisico!', al massimo: 'Che metafisico!'". Capito a che livello siamo? Neanche il Bagaglino. Poi è fastidiosissimo quando cita, ogni volta che può Roberto D'Agostino, soprattutto quando si tratta di parlare degli anni Ottanta appiattendoli sull'"edonismo reaganiano". Ho il sospetto che lo faccia perché D'Agostino, nella sua vanità, ogni volta che si trova citato da qualche parte, riporta subito il testo sul suo stracliccato sito Dagospia, che, come sappiamo, è un grande volano di gossip e anche di popolarità e di vendite di libro.
Per finire due strafalcioni, due zarri diremmo a Napoli. A pagina 155 ribattezza il Pierino dei film sboccati Alberto Vitali. Alvaro, si chiama Alvaro. Rimandato. Ne saprà molto di arte, ma lasci stare i film di serie B, anzi ci aiuti a dimenticarli. L'apoteosi Bonami la tocca quando scrive a pagina 113: "La Transavanguardia diventa come il 3-2 contro la Germania della nazionale italiana ai mondiali del Messico del 1970, un ricordo da rispolverare quando le cose non girano più come dovrebbero". Il 3-2? Un avvertimento ai redattori della "Gazzetta dello Sport" che gli passano i pezzi: state attenti a quello che vi manda Bonami. Il 3-2? Ma quella partita, che tutti hanno visto e rivisto, è finita 4-3. E' stata definita la partita del secolo. E tu, caro magister artorum sbagli il risultato? Ci hanno fatto pure un film. Bonami, Bonami, meriteresti un Tapiro di cartone, ma basta un modo di dire che abbiamo a Napoli: "Si nun si' scarparo, pecché rump'o cazzo a 'e semmenzelle?" (trad.: Se non sei un calzolaio perché ti accanisci contro i chiodini?). Pensa all'arte tua.