Della serie: libri letti per caso. Una serie alla quale dovreste esservi abituati. E che continuerà, più o meno.
Allora, di questo Charles Simmons non sapevo niente, come la maggioranza dei lettori italiani. "Acqua di mare" è l'ultimo suo libro che ha scritto, nel 1998, ed è il primo che viene pubblicato in Italia (da Rizzoli). Simmons dovrebbe essere ancora vivo e dovrebbe avere 83 anni. Uso il condizionale perché l'intervista che fa da appendice al romanzo è datata dicembre 2006. Questo per giustificare un minimo di nota biografica che gli attocca. Simmons ha fatto per anni l'editor per la "New York Times Book Rewiew". Ha scritto in tutto cinque romanzi, pure brevi grazie a dio. Il primo è del 1964. Facendo i conti ne ha scritti appena cinque in 34 anni. E da nove non scrive più niente, avendo tra l'altra la sua ragguardevole età.
Dico subito che il libro mi è piaciuto. Non è straordinario, in certi momenti vorresti metterlo da parte e dedicarti ad altro e poi senti la voglia di sapere che stanno combinando i personaggi che hai lasciato lì sulla scrivania e che si sono fermati, come nel gioco delle belle statuine, e stanno aspettando che li vai a scuotere. Ma questo succede per tutti i libri.
Il romanzo è chiaramente ispirato a "Primo amore" di Turghenev. Racconta di un'estate a Bone Point, un isolotto della costa atlantica degli Stati Uniti. La storia è raccontata da Michael, un sedicenne che si innamora di Zina, una seducente ventenne di origine russa. Micheal ha anche un forte legame con il padre, Peter, uomo bellissimo, un po' Redford e un po' Kennedy. Con lui c'è una solidarietà che sta diventando virile, ma sopratutto da parte del ragazzo c'è un'ammirazione sconfinata per il padre sciupafemmine e uomo di mare, oltre che valente mediatore assicurativo. Zina però, amata dal ragazzo, s'innamora e ha una relazione proprio con il padre. Finirà tragicamente. Ma questo è detto nel primo rigo del romanzo: "Nell'estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato". Attorno a questo triangolo ci sono altri personaggi, tutti molti ben tratteggiati, seccamente, con una scrittura abituata a togliere più che ad aggiungere. C'è poi uno strano effetto temporale a specchi. Il libro è scritto da un settantenne che fa parlare in prima persona un sedicenne degli anni Sessanta e che oggi avrebbe una sessantina d'anni e quando Simmons ha scritto ne avrebbe potuto avere una cinquantina. Ma l'amore si sa non ha età. E la letteratura men che meno.
Insomma, è il più classico dei romanzi di formazione che, come si sa, possono finire solo in due modi: o che il giovane protagonista si fa una scopata o che muore. Qui muore il padre. E' molto bella proprio la scrittura ("Never a word is wasted", neanche una parola sprecata). Sa, da un lato, di scuola hemingwayna ridotta all'osso e dall'altro di autore postmoderno che ha rinunciato alla complessità muscolare della scrittura e dell'architettura narrativa e si è tenuto solo lo scheletro della complessità. Sa molto di rivista letteraria americana. Ci sono molte pagine dedicate all'amore e all'innamoramento. C'è il mare e c'è l'acqua di mare che ha lo stesso sapore delle lacrime.








La coscienza interviene nei nostri atti per turbare l'esecuzione, la coscienza è una perpetua messa in discussione della vita, è forse la rovina della vita.
Mi è capitato più volte di pensare che qualunque vita umana, per intricata e complessa che sia, consiste in realtà di un solo attimo, l'attimo in cui l'uomo sa per sempre chi è.
Non si è mai abbastanza attenti nella scelta dei propri nemici.

A volte essere nemici facilita.
Come tutti coloro che non hanno mai approfondito la conoscenza dei secoli a cavallo tra la fine dell'Impero romano e la nascita del Medioevo, avevo di Attilia un'idea convenzionale. Il flagello di Dio, il barbaro brutale e devastatore, incolto, l'uomo venuto dalle steppe eurasiche per saccheggiare l'ormai decadente civiltà dei latini, il predone fermato sul Mincio dal grande papa vestito di bianco. Un'iconografia negativa. Uno stereotipo che mi trascinavo dietro dalle scuole elementari. Come tanti altri stereotipi. E' anche vero che con gli anni avevo ridimesionato un po' tutto: riuscivo a leggere il declino e la caduta dell'Impero di Roma come qualcosa che non accade all'improvviso, una scossa di terremoto. Avevo letto e studiato e sapevo che i barbari non erano quello che la parola semplicemente indica e che anzi gli ultimi Cesari, soprattutto in Occidente, avevano come generalissimi, oltre che come soldati e diplomatici, proprio dei barbari (lo stesso Attila ebbe la carica, seppure onorifica, di generalissimo dell'imperatore d'Occidente, Valentiniano III). Questo sapevo. E Attila, con tutta la mitologia che lo circonda, tanto da farne uno dei personaggi decisivi della saga dei Nibelunghi, mi ha sempre incuriosito assai. Così ho letto, posso dire con un pizzico di ingenua esagerazione, avidamente questo "Attila" di Giuseppe Zecchini (edito da Sellerio), che raccoglie e riformula in un libro, nella collana diretta da Sergio Valzaina, una serie di puntate radiofoniche del programma "Alle 8 di sera". Zecchini insegna Storia romana alla Cattolica di Milano e racconta la vita del capo degli Unni e quei decenni convulsi della prima metà del V secolo dopo Cristo, con grande chiarezza, senza ammorbare con citazioni accademiche. Non semplifica, ma parla chiaro, senza neanche esagerare con comparazioni contemporanee. Insomma è uno di quei libri che ti servono a capire e a sfatare qualche luogo comune. Ed è pure avvincente nella narrazione, essendo l'evoluzione di un programma divulgativo.
Dì del bene del tuo nemico solo se sei certo che glielo andranno a riferire.
da
Il vero nemico non ti lascia mai.
Lasciati un nemico per la vecchiaia.
Quando finii di leggere "La versione di Barney" di Mordecai Richler, sentii subito che qualcosa mi mancava. Mi mancava Barney, il suo chiacchiericcio infinito, le sue fobie e le sue passioni, la sua logorrea intricata, i suoi pensieri, che avevano riempito le mie giornate di lettura. Mi mancava lui, tutt'intero. Non accadde solo a me. Quel personaggio così politicamente scorretto, ma così vero, umano troppo umano, era come noi. Ci eravamo legati a lui come ci si lega a un amico, o, di più, come a una parte di sé stessi. Accade raramente, almeno a me. Mi accadeva più da ragazzo. Nella maturità questo senso di vuoto, di assenza di un personaggio letterario, ma verissimo, mi sembrava una reazione impossibile. Mi sentivo smaliziato. Ne avevo lette e viste tante. Ma accadde. Gli altri libri che ho letto di Richler non hanno provocato la medesima passione. Però li ho letti, ritrovando molto di Barney e tutta la cattiveria stralunata di Richler.
Al momento di marciare molti non sanno
L'isolamento è un tagliarsi fuori, ma la solitudine è un vivere dentro.
Un uomo può sopportare molto, finché può sopportare se stesso. Può vivere senza speranza, senza amici, senza libri, anche senza musica, finché può ascoltare i propri pensieri e il canto di un uccello, fuori della finestra, e la voce lontana del mare.
Non bisogna abituare gli altri a fare a meno di noi.
Quando si scoprono dei bei libri, il piacere della lettura aumenta. E' successo così con "Il sogno amazzonico" di Michel Braudeau (Sellerio). Me lo sono trovato nella mani per caso, l'ho sfogliato, ho seguito il rito comune di scrutare indice, alette di copertina, qualche frase a caso. E poi ho deciso che andava almeno cominciato. Non conoscevo Braudeau, mi incuriosiva l'argomento: l'Amazzonia, che come come altri luoghi evocativi già dal nome (Patagonia, Tibet, Malesia e ognuno ha i suoi), come altri luoghi evocativi mi spinge sempre a conoscerne i segreti. Braudeau è un giornalista e un viaggiatore (viàto a isso). In questo di libretto di meno di 100 pagine racconta l'Amazzonia attraverso alcuni personaggi che l'hanno amata o devastata, che hanno tentato di sfruttarla o di capirla. Non torna tanto indietro nel tempo, parte da Candido Rondon, che, animato da idee positiviste, cercò di aiutare questo enorme subcontinente e le sue popolazioni a mantenersi intatte e avviarsi in un modo proprio alla modernità. E' uno dei pochi personaggi positivi che riempiono questo libro. Gli altri, a cominciare da Henry Ford per finire ai vari dittatori militari del Brasile, pensano solo a saccheggiare quello sterminato vare verde.
E ora l'hanno abolito, il limbo. Non ci sono più bambini non battezzati. E dove andranno i grandi che vissero prima di Cristo e che Dante lì pose?
Definirlo un libro è eccessivo. E' prezioso assai però "Il gioco della sera" di Adolf Hoffmeister (pubblicato da Nottetempo, 44 pagine in tutto). E', in sostanza, una conversazione tra l'autore, scrittore ceco vissuto tra il 1902 e il 1973, e James Joyce. L'incontro tra i due ha per argomento la traduzione delle prime pagine del libro più intraducibile della storia, i "Finnegans Wake" di Joyce, appunto. Hoffmeister vuole avere il permesso di tradurle in ceco. Joyce è diffidente. Sa che è un'impresa ai limiti dell'impossibile. Alla fine accetterà, ma con molti tormenti. Il gioco della sera, che dà il titolo alla conversazione, è proprio la traduzione che Hoffmeister e altri suoi amici proveranno a fare del libro di Joyce.
Prendi sempre una camera a due letti: ti sentirai meno solo.
Ci sono persone che aumentano la nostra solitudine venendoci a trovare.
La solitudine è una tempesta silenziosa che spezza tutti i nostri rami secchi; e intanto spinge più in profondità le nostre radici vive dentro il cuore vivo della viva terra.
(ANSA) - NAPOLI, 18 APR - Una vera e propria discarica di rifiuti accatastati sul fondale marino è stata scoperta dalla Guardia Costiera di Pozzuoli e Baia nel corso di una ispezione sulla costa e sui fondali del parco marino di Baia. Scioccante lo spettacolo che si è presentato agli uomini delle Capitanerie: sul fondo marino che va dal porto di Baia fino a Punta Epitaffio e lungo il tratto di spiaggia della Beata Venere hanno localizzato rifiuti di ogni tipo tra cui copertoni, batterie d'auto, bidoni metallici, reti, cavi sintetici, parabordi, catini di plastica, bottiglie, lattine. L'area interessata dalla discarica, oltre a rivestire interesse archeologico di prima importanza è l'habitat in cui vive la posidonia oceanica, specie protetta e considerata ecosistema prioritario dalla stessa comunità europea in quanto alimento base di molti pesci e sistema regolatore della percentuale dei batteri e microrganismi come il plancton.
La solitudine non ama esser scorta svestita e sparge attorno a sé infiniti ostacoli.
Perché, in generale, si sfugge la solitudine? Perché pochi si trovano in buona compagnia seco.
Magazià non è la spiaggia più bella di Skyros e Skyros non è la più bella tra le isole greche. Ne ho già parlato in questo blog, anche in diretta. Però Skyros, con la sua aria sdegnosa, un po' povera, cicladica senza esserlo, bianca e arsa, poco frequentata e difficilmente raggiungibile (anche se mi hanno detto che dall'anno passato c'è una nave pure da Volos, oltre che da Kyme, nell'Eubea), Skyros con tutto questo e tanto altro (le bellissime spiagge di Ghirismata, di Kareflou e Kyria Panaghia) mi ha conquistato per due volte.
da
Si vive come si sogna; perfettamente soli.
Non siamo nati solo per noi.
Essere soli è allenarsi a morire.
Chi sa troppe parole non può che essere solo.
Altro è sentirsi solo al mondo e altro è l'esser soli in due.

Ormai negli anni Sessanta, Georges Simenon aveva acquistato uno stile e una maturità complessa di scrittura tali da rendere unici anche i romanzi incentrati sulle inchieste del commissario Maigret. Lo so che, per il popolo simenoniano, può sembrare una banalità, ma è bene ricordarlo se si vuole godere al meglio "Maigret e il ladro indolente" (edito da Adelphi). In questo romanzo del 1961 ci sono tutta l'aura del simenonismo e ovviamente le caratteristiche seriali e immancabili del poliziesco parigino.
Diego nostro, a rischio di essere blasfemo (ma che me ne frega, non sono un credente), spero che tu nei cieli ci arrivi il più tardi possibile. Abbiamo bisogno di te su questa terra. Santa Maradona di tutti noi, che hai chiuso il cerchio che porta dal pallonetto al tatuaggio del Che, dal Rio della Plata alla Sierra Maestra, non rischi la vita, lo sappiamo. Sei solo in rianimazione, per una delle tue tante rinascite, resurrezioni, che i sepolcri imbiancati tanto odiano per nascondere la loro miserabile esistenza. A te che tutto è concesso, fuori e dentro dal campo, a te che sei il Mozart del calcio e il Caravaggio della vita vera, non deve essere concessa la morte precoce. Chi presto muore è caro agli dei. Tu devi vivere a lungo perché sei caro a noi miseri umani. Tira Diego, tira. E vivi. Alla faccia di chi ti vuole male.
(ANSA) - ROMA, 12 APR - Vivere vicino a siti di smaltimento illegale di rifiuti in Campania comporta un aumento del rischio di mortalità e malattie. Lo rileva uno studio sanitario commissionato dal Dipartimento della Protezione Civile all'Organizzazione Mondiale della Sanità, a cui hanno partecipato Cnr, Istituto Superiore di Sanità, Arpa Campania, Osservatorio Epidemiologico Regionale e Registro campano delle Malformazioni Congenite. Già nel 2005, dalla prima fase dello studio, erano emerse per le province di Napoli e Caserta, maggiormente interessate negli ultimi decenni dal fenomeno dello smaltimento abusivo dei rifiuti, criticità sanitarie che si discostano significativamente dalla media regionale. L'approfondimento presentato oggi ha permesso di stabilire una correlazione statistica tra la presenza di siti di abbandono incontrollato e un aumento degli effetti negativi sulla salute nei 196 comuni delle due province.
da
Perché la chiamavo anima? Perché si allungava e si induriva e poi ritornava piccolo e morbido.
E' vero che l'errore si annida nella stampa dai tempi di Gutenberg. E che nessuno, anche ai tempi del blog (compreso e soprattutto questo), ne è esente. Ormai colpisce solo il refuso (eufemismo per puttanata o ciucciaria) clamoroso. Eccone uno fresco di stampa. Il libro è "Diario di un fumatore" di David Sedaris, il famoso e vendutissimo umorista americano, pubblicato da Mondadori, il più grande e grosso gruppo editoriale editoriale. 
da www.corriere.it 


Guy Debord, il teorico del situazionismo, morto suicida nel 1994, è famoso soprattutto per il libro sulla "Società dello spettacolo". Un'opera così stracitata (spesso a vanvera) che tutti immaginano di conoscere e persino di averla letta. Il linguaggio di Debord, infarcito di una terminologia vetero-marxista, è di difficile (se non impossibile) digestione per chi non è avvezzo a queste pietanze. Dagli anni Sessanta in poi questo modo di scrivere è andato sempre più impolverandosi e ora, appena viene tirato fuori dai cascioni, scatena allergie peggio degli acari più molesti. Sia come sia, e fatta la tara al linguaggio, Debord ha avuto una forte capacità profetica. Poche idee, magari collaudate, ma buone. E con quelle ha studiato, capito e spiegato (con qualche difficoltà terminologica) la società capitalista e anche alcune società del socialismo reale o del comunismo avverato. 
Ogni mercante della speculazione, ogni libero docente, assistente, studente, non si accontenta di fermarsi a dubitare di tutto, ma va oltre.
Finalmente, dopo tanti pacchi, ho trovato il tempo di leggere un libro che valeva la pena. "Donne informate sui fatti" di Carlo Fruttero (edito da Mondadori) me lo stavo trezzéiando da mesi. Era nello scaffale delle letture urgenti. Ma c'era sempre qualcos'altro a cui mettere mano. Poi, complice un viaggio andata-ritorno a Roma, l'ho portato con me e gli ho dato una bella botta. Non devo stare qui a dire quant'è bravo Fruttero e quanto rimpiangiamo la dipartita del sodale Lucentini e quindi la rottura della celebre e giustamente celebrata, coppia della narrativa italiana. Bravi e bravi.
Io dubito di ciò che vedo da solo, ed è certo solo ciò che anche l'altro vede.
E' il dubbio che genera i libri.
C'è stato, i questi mesi, tutto un fiorire di libri, per lo più saggi e rievocazioni, sul 1977. In occasione degli anniversari tondi succede sempre. Di quelli che ho letto, ma non li ho letti tutti, non mi ha convinto nessuno. Troppo personalismo e poco approfondimento. E un fastidioso sbilanciamento sulla componente politico-militare. Il rapporto con il terrorismo è stato centrale per i giovani militanti di quell'anno e di quelli immediatamente precedenti e successi, ma non c'è stato solo quello. Sul 1977, ma anche e soprattutto sul 1978 e sul sequestro Moro, si è concentrato Angelo Quattrocchi con "Ultimi fuochi" (edito da Malatempora). Dico subito che è un romanzo mal riusciuto e in parte mal scritto. Una cosetta. Quattrocchi ha voluto scrivere un thriller fantapolitico che fin quando cerca di raccontare la vita clandestina o semiclandestina di componenti di gruppi terroristici minori rispetto alle Brigate Rosse qualche curiosità riesce a strapparla al lettore. Ma per il resto è di una schiatteria imbarazzante. Sconclusionato alla partenza e abborracciato nel finale. Nel mezzo molte chiacchiere e riunioni, qualche azione terroristica minore, una rapina, un po' di sesso, qualche cena, una sfilacciata storia d'amore. Poca, poca roba rispetto all'ambizione di raccontare una gioventù stroncata. Non c'è profondità, sembra una scopiazzatura sbrindellata di qualche albo di "Segretissimo" (che al confronto acquistano l'aura di capolavori). Le ultime pagine narrano del rapimento Moro. Ed è una traccia quasi giornalistica, ma scritta peggio. Addirittura qualche faccenda, che si immagina centrale o capace di penetrare nei sentimenti di queste figurine che non diventano mai personaggi, qualche faccenda resta appesa. Simbolo di un'incapacità narrativa, ma anche superficialità di analisi.