Il dubbio fa più illusioni della fede.Elias Canetti
Il dubbio fa più illusioni della fede.
Un corpo ammalato è un corpo vivo. La meccanicità dei processi vitali è interrotta, deviata verso una ridefinizione che non ha termine. E' qualcosa di continuamente creativo.
La malattia è un potente stimolante. Solo che si deve essere abbastanza sani per lo stimolante.
Il mondo preferisce prendersi le malattie veneree piuttosto che rinunciare a ciò che le causa: infatti è più facile curare le malattie sessuali che non l'inclinazione a prenderle.
Karl Kraus
Se l'uomo si mette a riflettere sul proprio fisico o sul proprio morale, scopre quasi sempre di essere malato.
Johann Wolfgang Goethe
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Del resto, tutti già sapevano che andava a cavallo, e parlavano con acredine del suo stato infermiccio. Era veramente malata. Ciò che spiccava in lei al primo sguardo era la sua inquietudine morbosa, nervosa, incessante. Ahimé! la poveretta soffriva molto.
Fedor M. Dostoevskij
Il malato? Un metafisico suo malgrado.
Emil Cioran
Che ci faccio qui? Sono disteso supino in un ospedale del National Health service e continuo a sperare, a pregare che i brividi e le febbri che mi tormentano da tre mesi siano sintomi di malaria - anche se, dopo molti esami di sangue, non mi hanno trovato nemmeno un parassita.
Bruce Chatwin
Le malattie sono, in complesso, già conseguenze e non cause della decadenza.
Friedrich Nietzsche
"Così, dunque, morì Aristagora, colui che aveva sollevato la Ionia. Invece Isteio, tiranno di Mileto, se ne venne a Sardi, con il permesso di Dario".
Poi mi chiedo se è veramente passata la tempesta. Perché non sento augelli far festa. Vedo Napoli, invece, che trova la sua luce e il mare che risplende in barbagli che annunciano il paradiso, se ci fosse un Dante che sapesse cantarlo. E' l'ambiguità di una città e l'ambiguità della vita. Con una nave da crociera che per qualche minuto nasconde la sagoma di Capri, all'orizzonte impennacchita con una nuvola innocua. Con i carghi alla fonda pieni dei container cinesi che ci promettono il consumo e invece consumano noi.
La maggior parte delle mie paure, circa i mali fisici, riguarda i medici e le loro cure, non la malattia.
Guido Ceronetti
Un po' di salute ogni tanto è il miglior rimedio per l'ammalato.
Friedrich Nietzsche
AVEZZANO - E' salito sul pulpito e ha dichiarato il proprio amore, con tanto di bacio in bocca, al collega cerimoniere, assistente dell'officiante durante la messa vespertina. L'insolito "coming out" è accaduto qualche giorno fa ad Avezzano, nel santuario della Madonna della Pietraguaria.
La preghiera dei fedeli era appena terminata quando sul pulpito è salito uno dei due cerimonieri. "Ringrazio il parroco per avermi dato questa possibilità, poter fare gli auguri al mio amico", l'altro cerimoniere che gli stava accanto. "Ti amo", e poi quel bacio che ha pietrificato i fedeli, rimasti increduli, e un lungo abbraccio.
La chiesa è gestita dai cappuccini, che cercano subito di minimizzare. "Non c'è nulla di strano a dire ti amo a una persona dello stesso sesso. Dio, infatti, è amore", è la versione ufficiale proposta da uno dei padri. Ma quando gli è stato fatto osservare che alcuni fedeli hanno parlato di un bacio dato sulla bocca il cappuccino si fa sbrigativo: "Non stavo celebrando io, non ho visto se il bacio è stato dato su una guancia o altrove, su questo non saprei proprio cosa dire".
Per la sua dichiarazione, il cerimoniere ha scelto un'occasione pubblica e sacra. Eppure non tutti i fedeli della chiesa di Avezzano hanno apprezzato. Qualcuno ha lasciato il luogo sacro mentre la messa era ancora in corso e altri si sono detti "impietriti" e "scossi". La coppia che sta facendo già parlare molto di sé non sarebbe di Avezzano, ma si sarebbe trasferita in città da qualche mese.
Si crede che il bisogno sia la causa della nascita delle cose, ma in verità è spesso solo l'effetto di cose già nate.
Friedrich Nietzsche
Robert Louis Stevenson non è stato solo un grande scrittore, tra i maggiori di tutti i tempi, ma è stato anche un creatore di archetipi, incisi nei titoli stessi dei suoi romanzi: l'Isola del Tesoro, Dottor Jekill e Mister Hyde. L'avventura e il doppio. Stevenson era molto amato da Borges. Io l'ho scoperto prima e dopo aver letto Borges. Da giovane, ma non da ragazzo. E ho ancora ben radicate nella memoria pagine e pagine dei suoi libri. Stevenson ha avuto una vita non romanzesca, ma romanzabile. E infatti in molti hanno raccontato gli ultimi suoi anni, quelli passati nelle isole del Pacifico, lontano dalla brumosa Scozia, che però lui portava sempre con sé.
Alberto Manguel è uno scrittore argentino, che da ragazzo ha avuto la fortuna di essere uno dei lettori per Borges che da quando era divenuto cieco si faceva leggere i libri che amava da amici e volontari. Manguel ebbe questo privilegio: fu una scuola di formazione unica, che lui ha raccontato in un libretto edito da Adelphi qualche anno fa e intitolato semplicemente "Con Borges". Dal mastro di Finzioni, Manguel ha mutuato ovviamente la predilezioni letterarie. E Stevenson è tra queste. Lo testimonia un suo lungo racconto che è stato appena appena pubblicato da Nottetempo e che s'intitola "Stevenson sotto le palme". Dico subito che una gradevolissima e rapida lettura. Molto ben scritta e piena dell'aura gotica e lucida delle opere dello scrittore britannico. E' ambientato a Samoa, nel caldo annichilente dei tropici australi. C'è il delitto di una conturbante quattordicenne, poi l'incendio di un saloon. Stevenson, che pure gode dei privilegi dei bianchi, è tra i sospettati, perché il suo cappello è trovato vicino al luogo del delitto e una figura che gli somiglia è vista aggirarsi quando divampano le fiamme nel locale pubblico. A Samoa è anche comparso un certo mister Baker, predicatore assatanato e ambiguo che nasconde misteri.
Stevenson è malato e sta morendo, ma i suoi fantasmi letterari sono sempre attivi. E i suoi sogni lo perseguitano. Fanny, la sposa americana, lo accudisce. La storia scivola via come solo un allievo di Borges sa farla scivolare. Manguel entra anche, di sbieco, nell'officina narrativa di Stevenson. Non può non farlo, perché la storia diventa realtà. Tutto ciò che è narrato si realizza, come professano i nativi samoani. L'immaginario è reale, anche se non sempre razionale. Ovviamente nei limiti del possibile il racconto è scritto con uno stile che vuole essere stevensoniano, seguendo due obettivi: guerra agli aggettivi e morte al nervo ottico. Il primo è chiaro. Il secondo è il corollario di una scelta stilistica forte che punta sull'udire (sostanza e forma del narrare) e sull'agire. Manguel non è Stevenson, ma sa rendergli omaggio.
L'amore e il bisogno vincono tutte le leggi.
Martin Lutero
Poi che lo spirito supremo della terra non dormirà pacifico nel vento, finché il bisogno dell'ultimo tra voi non sia saziato.
Gibran K. Gibran
Mi piace leggere i libri di Andrea Camilleri. E ne ho anche letti parecchi. Preferisco quelli senza il commissario Montalbano, anche se trovo le indagini del poliziotto di Vigata molto divertenti. E' solo che, come mi capita per molti libri gialli, dimentico quasi subito l'intreccio. Per i libri di Camilleri scordarsene è addirittura più facile. Li trovo molto seriali, da sceneggiatura tv, anche se molto ben costruiti, ben scritti, spiritosi e capaci di stare sull'attualità in modo critico, senza darlo a vedere al lettore.
Preferisco quindi i libri cosiddetti storici perché, secondo me, Camilleri è più libero dai legacci tecnici della letteratura di genere. Ma anche in quelli mi dà fastidio l'uso sempre più gratuito del lessico siciliano, diventato, ormai, un marchio di fabbrica e una forma di manierismo: una strizzata d'occhio ai fedelissimi. Camilleri, a dispetto di quel che sembra, non fa un uso violento ed esagerato del siciliano. Si limita a variazioni lessicali. Lascia intatta la struttura della frase italiana e la impreziosisce, come un candito in una cassata, con termini della sua isola. Ormai è un gioco scoperto, con il quale i lettori, la maggioranza dei lettori, continuano a divertirsi. Anche io mi diverto, ma vorrei che qualche volta Camilleri cambiasse registro. O che spingesse di più il pedale dell'acceleratore sulla contaminazione anche morfologica dell'italiano, o che si astenesse dal lessico siciliano quando non è strettamente necessario.
Questa era una premessa un po' superflua, per parlare solo di qualche dettaglio di "Le pecore e il pastore" che Camilleri ha appena pubblicato con Sellerio e che già sta vendendo benissimo, come accade per tutti i suoi libri (ringraziando il dio delle classifiche, perché, ripeto, sono libri molto piacevoli da leggere). Il dettaglio di cui parlo è proprio l'uso del dialetto, che per appassionarci a una storia come quella che racconta, e che vi dirò sommariamente a breve, non era necessario tutte le volte che l'autore lo usa. Io l'ho preso come un balzello da pagare.
Camilleri ricostruisce, tra il saggio e il racconto, un fatto realmente accaduto ad Agrigento, alla fine della seconda guerra mondiale. Il vescovo della città è ferito da una fucilata ed è in pericolo di vita. Dieci suore di un convento della sua diocesi decidono di immolarsi per salvarlo. E così si lasciano morire di fame e di sete. L'episodio, segretissimo per molto tempo e ignoto per 11 anni allo stesso prelato, è riportato in una lettera della badessa del convento del sacrificio e lasciato cadere in una nota a pie' di pagina di un testo di storia locale. Allo scrittore siciliano basta questo per far scattare la molla creativa. Così ripercorre, in brevi e acuminati capitoli, la storia del vescovo, il piemontese Peruzzo, quella del luogo dove fu ferito, quella del convento delle vergini suicide che "apparteneva" alla famiglia Tomasi di Lampedusa (e proprio l'autore del "Gattopardo" fa la sua comparsa in alcune parti del libretto), ma soprattutto il clima di banditismo, separatismo, lotte tra contadini, agrari e mafia di quegli anni. Brevi cenni sempre ben piazzati per arrivare al finale in cui, azzardando alcune ipotesi su questo segreto disvelato per caso, l'autore prova a discutere sulle differenze tra martirio cristiano ed eutanasia: tema attualissimo, sul quale Camilleri non si sbilancia. Si limita ad esporre i nodi del problema, ricollegandosi anche, en passant, al caso Welby. In sostanza il sacrificio per salvare altre vite è consentito dalla Chiesa, almeno nei casi ricordati proprio da Camilleri, di Salvo D'Acquisto e di padre Massimiliano Kolbe. Ma la vita resta sacra e suicidarsi è un peccato enorme perché elimina una vita, la nostra, che, secondo il cristianesimo, ci è data in prestito da Dio e quindi non è tecnicamente nostra. Il dibattito è lungo e dura da secoli. Chi vuole appassionarvisi non ha che da andare in qualche biblioteca.
La perfezione non è nell'assenza dei bisogni: la perfezione è nella soddisfazione del bisogno.
Ludwig Feuerbach
Ci sono sei bisogni nella vita: amore, sicurezza, autostima, riconoscimento, nuove esperienze e il bisogno di esprimersi creativamente.
James Dean
Il bisogno fonda gli stati e il bisogno li distrugge. Di fronte al bisogno cede ogni potenza.
Ludwig Feuerbach
18 marzo 2007 Montichiari
Ciao D’Agostino,
ti scrivo in un momento di debilitante calo di autostima: nessuno che mai mi faccia l’omaggio di un ricatto, un tentativo almeno. E sì che sono esposto alla gogna dei molti rumori per nulla dall’età in cui ho cominciato a parlare e a camminare, nove mesi. A quasi sessant’anni, ci vuole una fibra non comune per continuare a vivere senza un minimo di cadavere nell’armadio grazie al quale poter chiedere perdono a un qualche prete, almeno in civile o in toga, e così sentirsi parte della temperie culturale e politica predominante. E’ dura vivere in un paese in cui, se non sei ricattabile, non entri né in Parlamento né in un giornale né in una televisione e pertanto neppure balzi ai disonori, quanto redditizi a medio termine, delle cronache.
Affranto, me lo sono dovuto sognare stanotte, io, Corona che mi chiedeva ventimila euro se no dava alle stampe una mia foto in cui da una tazza del bar alle nostre spalle imbocco una vecchia barbona steso per terra accanto a lei nella neve o quell’altra, la più compromettente, in cui non lo prendo nel culo! Già che ci sono, mi piacerebbe sapere com’è il giudice Woodcock dal vivo, visto che hai appena avuto l’occasione di incontrarlo faccia a faccia: davvero corrisponde alla traduzione letterale del suo stuzzicantissimo cognome?
Il fatto che poi operi in quel di Potenza non fa che accrescere, oltre a una comprensibile eccitazione, la mia simpatia e stima per lui: a me che le sue inchieste finiscano o no in tanto fumo e poco arrosto non importa più di tanto, nel frattempo ha squarciato il velo sui tanti falsi idoli e idoletti dell’immaginario collettivo dell’italiano medio e ha contribuito ad abbassare, mettendolo a seccare al sole della pubblica conoscenza, il livello di guardia del fango da doppia-vita-del-chierichetto che soggiace a questa Repubblichina fondata sul lavoro rispettabile, tutto di facciata, per procurarsi poi lavoretti di un certo tipo a pagamento.
Sembra incredibile, ma il definitivo calcolo psichico e civile della maggior parte degli italiani, anche di panza, politici e imprenditori e baronetti vari, intendo dire, si incista in un morboso mostriciattolo sessuofobico uguale per tutti da sfogare di nascosto sniffando cocaina con noiosissime plastificate carcasse di donna e di uomo e di trans a comando. Possibile che l’orizzonte di tanta gente preposta alle istituzioni e all’alta finanza e all’industria che conta e ai sacri altari e altarini del Paese stia tutto nell’elastico delle mutande proprie e altrui?
Approfitto dell’occasione per dirti che, già un paio di giorni fa, ho espresso per telefono la mia solidarietà a Belpietro, direttore del Giornale, circa la faccenda delle foto a Sircana e relativa trascrizione integrale dell’intercettazione al paparazzo (Ah, Sircana! Non ti saltella sulla punta della lingua una traduzione, parzialmente in inglese, da leccarsi i baffi, e non solo? Sulla mia, sì), solidarietà totale sulla fiducia, nevvero, anche se leggendo qui e là sulla non più paventata ma imminente riforma televisiva Gentiloni che taglierebbe un bel po’ di fiato pubblicitario a Mediaset, un riflesso da dietrologia non riesco del tutto ad azzerarlo nemmeno io (in soldoni, e riportando quanto di birichino si è andato leggendo: se la riforma Gentiloni fosse stata affossata, Belpietro non si sarebbe attenuto con il portavoce di Prodi a un ligio omissis come tutti gli altri organi di stampa, così pruriginosi ma di fatto asessuati, per non dire castrati, cioè italiani tout court?).
Inoltre: si può sapere perché sei stato convocato a Potenza dal giudice Woodcock, al quale, ribadisco, io non riuscirei a trovare un tarlo nemmeno con una lente di ingrandimento? Segreto istruttorio? Civettuolo! Dicono, i suoi detrattori, che ami comparire e che covi il vezzo delle copertine: con il tipo di inchieste che conduce e vista la quantità di figuri e figuranti che tira in ballo, potrebbe forse fare diversamente? Non si diceva la stessa cosa della Boccassini, di Di Pietro, di D’Ambrosio, di Borrelli, di Colombo? Almeno loro ci hanno tentato: sono riusciti a tentarci, e non è poco, in una pletora di magistrati che, non provandoci né tanto né poco, di certo si garantisce l’eleganza del non apparire, lo zelo del tenere bene tirate le quinte, l’umile laboriosità del discreto servo dello Stato e, infine, il cinico amore del quieto e riservato vivere e sentenziare con la suprema sinecura del non esserci possibilmente mai.
Mi auguro, tuttavia, che Corona esca dal carcere al più presto: io non credo che uno che si porta la carognaggine in faccia come un trofeo sia davvero peggio dei troppi beghini che sanno mascherarla da vittimismo e perciò stanno a piede libero. Il tipo avrà certo molte pecche e qualche colpa perseguibile, ma a me sembra più un collettore e organizzatore dei vizi altrui che uno mosso da vizi propri, a parte quello trasformato nella virtù di non soccombere dopo averne passate da giovane, secondo me, di cotte e di crude.
Corona, infine, non è un ipocrita (certo, vedo le cose da molto lontano, ma a naso non credo di sbagliarmi) e in quella gran commedia che è la Giustizia una volta in tribunale lui, proprio a causa della sua fredda ma disperata sfrontatezza, rischierebbe solo di fare l’incongrua fine dell’ingenuo. Quando uno non vede l’ora di snocciolare i propri misfatti, considerandoli vere e proprie medaglie guadagnate nella dura lotta in campo e le uniche che può vantare, merita non solo clemenza bensì una certa considerazione intellettuale, come Chaucer attesta all’indulgenziere venditore di reliquie delle quali lui per primo denuncia la falsità ai suoi compratori infoiati che, pur di averne una, sono disposti a pagarla come fosse autentica.
Come se potessero esistere reliquie che non siano false e compratori delle stesse che non siano scientificamente in malafede! Patacche essi stessi, e molto più del pataccaro che gliele vende, non riescono a godere o a sentirsi assolti e già in odor di paradiso se non tramite patacche. Ma qui si aprirebbe un’autostrada, quindi chiudo il viottolo e ti saluto.
Aldo Busi
E il mare muggirà da tutt'i lati
con l'acqua lor staran fermi adunati
i fiumi ad aspettar.
Jacopone da Todi
Essere diventato adulto è quando ti sai rassegnare all'attesa, è quando non ti pesano più né un lungo viaggio né una santa messa.
Antonio Franchini
"Con il nastro rosa" di Lucio Battisti è una canzone che ho scoperto dopo molto tempo. Fa parte di "Una giornata uggiosa", l'ultimo disco firmato Mogol-Battisti. In quegli anni ascoltavo poco Battisti. Erano anni sospesi tra l'impegno e il riflusso. E quel disco sembrava un po' loffio. Navigavamo per altri lidi musicali. Chissà, chissà chi sei, chissà che sarai. Chissà chi eravamo noi e che cosa siamo diventati. Ma "Con il nastro rosa" era ed è una grande canzone "americana", con le chitarre elettriche del gran finale. Inseguendo una libellula in un prato, un giorno che avevo rotto col passato. Una frase sciocca, un volgare doppio senso. Il sentimento era troppo denso. Mogolate. Rime sarchiaponiche. Paura, avventura, una storia vera, spero tanto tu sia sincera. Però, ragazzi, la chitarra elettrica, che chitarella ruffiana: ti fa anche soprassedere sulla voce in falsetto, che già sembra gli Audio2. Non vorrei aver sbagliato la mia spesa o la mia sposa. Chissà che sarà di noi, lo scopriremo solo vivendo. L'ha cantata anche Mina, e tanti altri pure. Puro pop all'italiana, con una strizzata d'occhio alla west coast, Eagles de noantri. Tante casse... sono all'impasse. Chissà che sarai di noi. Chissà chi sei, chissà chi sei. Lui, Battisti, abbiamo saputo chi era. Era Don Giovanni, L'apparenza, La sposa occidentale, Csar e Hegel. Era questo.
Tutto tace, tutto ha paura di bruciare verso i mezzogiorni, ci vuole un niente d'altra parte, erbe, animali, uomini, caldi a puntino. E' l'apoplessia meridiana.
Louis-Ferdinand Céline
Il piacere è per il bel corpo, ma il dolore è per la bella anima.
Oscar Wilde
Vivere ci consegna al dolore, ma il mistero, anzi il miracolo, è che ugualmente aspettiamo di sopravvivere.
Dante Troisi
Ci sono i dolori sordi e gravi e i dolori acuti, così vivi da produrre abbagli davanti agli occhi. Alcuni non durano che pochi secondi, ma la loro intensità li rende voluttuosi e quasi quasi li si rimpiange quando di dileguano; altri invece formano il sottofondo, si mescolano, si armonizzano così bene che alla fine non si riesce più a dire con precisione quale sia il punto sensibile.
Georges Simenon
Chiunque creda nel valore della sofferenza, chiunque promuova il dolore come necessità o virtù, ci induce fatalmente a domandarci se non abbia per caso trovato, in segreto, il modo di goderne.
Adam Phillips
E' un periodo che leggo romanzi non programmati. Mi capita spesso, cioè è quasi la regola. Così è stato anche per "La stanza di sopra" di Rosella Postorino, pubblicato da Neri Pozza. E' un romanzo d'esordio, dopo che l'autrice, cresciuta in Liguria e trasferitasi poi a Roma, ha pubblicato racconti e un breve saggio. Comunque è un libro che, sebbene non sia nelle mie corde abituali, ho letto senza annoiarmi. La stanza di sopra, che dà il titolo al romanzo, è quella dove giace in un letto il padre della protagonista, la quindicenne Ester. Giace perché è affetto da una malattia invalidante. Attaccato a tubi, in una veglia interrotta solo dal sonno. Lo accudiscono una giovane badante rumena, bionda ossigenata e silenziosa, e la moglie, un'insegnante che nei lunghi anni della malattia del marito, si è lasciata andare fisicamente e psicologicamente, tanto da abbandonare la ragazza in uno stato di totale e indifferente libertà, quasi allo stato brado. A raccontare le proprie giornate è Ester in prima persona. Così conosciamo le giornate vuote e piene della ragazza, i suoi amici e i suoi amori, le inquietudini di adolescente, i pochi ricordi del padre ancora "vivo", ammalatosi quando lei aveva appena cinque anni, la grazia e il tedio a morte del vivere in provincia.
Ester studia poco ma ha un'amica simpatica, secchiona e con un padre burbero che attrae Ester fino a farle compiere un gesto strampalato. Qualche volta Ester va dall'amica, ma la gran parte del suo tempo lo passa con gli amici in un locale della sua città con il mare, adolescenti come lei, imbranati e sempre fatti a birra e a canne. Ester è anche quasi anoressica, magrissima. Conosce un trentanovenne e comincia a uscirci. Questo rapporto la sconvolgerà, ma è già psicologicamente e sentimentalmente sbandata di suo.
Il romanzo, per come è scritto, ricorda molto sia Marguerite Duras, della quale c'è anche una frase a epigrafe ("Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è"), sia Simona Vinci, che è ringraziata nel finale e che, secondo me, è tra le più bravi scrittrici italiane. Proprio la frase della Duras spiega, non a caso, il senso del romanzo della Postorino. E' difficile liberarsi da condizioni costrittive, soprattutto psicologicamente: liberarsi dalla condizione ambivalente (sospesa tra spavento e meraviglia, tra desiderio e paura) dell'adolescenza. Non tutte le parti del romanzo hanno la stessa forza, anzi una bella sfoltita nelle 199 pagine avrebbe fatto guadagnare molto al libro, avrebbe reso più incisivi certi deliri e certe sospensioni del tempo ai quali la Postorino ammicca con destrezza.
PESCARA - Circa 185 mila metri cubi di sostanze tossiche e pericolose. La più grande discarica abusiva italiana, in un'area di quattro ettari nei pressi del polo chimico di Bussi (Pescara), è stata scoperta dal Corpo Forestale di Pescara. Ora è sotto sequestro: fra le sostanze individuate nel corso delle analisi di laboratorio ci sono cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni e metalli pesanti.
240MILA TONNELLATE DA RIMUOVERE L'area è ubicata fra la stazione ferroviaria ed il fiume Pescara: le sostanze tossiche, frammiste a terreni già inquinati, erano ad una profondità media di circa cinque-sei metri. In totale la Forestale calcola che i materiali che dovranno essere rimossi si aggirano sulle 240 mila tonnellate, con un costo di bonifica stimato in circa 58 milioni di euro. Per il sostituto procuratore della Repubblica di Pescara, Aldo Aceto, che conduce le indagini: «il danno è di proporzioni gigantesche». Molte delle sostanze inquinanti sono state assorbite dal terreno, finendo nelle acque del vicino fiume Pescara: si escludono, al momento, problemi per l'acqua potabile. Secondo gli investigatori la discarica individuata, comunque, «è solo la punta di un iceberg»: si pensa che l'area in cui sono stati interrati i rifiuti sia molto più vasta.
MIGLIAIA DI ANNI PER LA BONIFICA - Al momento non ci sono indagati: i reati per i quali si procede sono disastro ambientale ed avvelenamento delle acque destinate al consumo umano. Prima che la situazione dell'area e dell'ambiente circostante possa tornare alla normalità ci vorranno migliaia di anni: un altro problema che si pone è trovare una discarica, di capienza sufficiente, in cui collocare in condizione di sicurezza tutto il materiale pericoloso.
V'è un piacere nel piangere.
Publio Ovidio Nasone
Uno dei vantaggi del piacere sul dolore è che al piacere puoi dire basta, al dolore non puoi.
Ugo Ojetti
Mentre il proponimento d'essere un uomo migliore è retorica ipocrita, essere diventati più profondi è il privilegio di quanti hanno sofferto.
Oscar Wilde
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Come se non bastasse, il suo predecessore Bill Clinton vanta un 182 (il massimo assoluto). Unica parziale consolazione è che rimane tutto in famiglia: penultimo è George Bush senior, con un bel 98. In base al sistema di classificazione adottato, Bush appartiene alla fascia «media» della popolazione (da 90 a 109). Come ogni misura di «intelligenza» questa va presa con le molle, dato che si occupa solo di determinati aspetti cognitivi. Tuttavia, viene segnalata la scarsa padronanza dell'inglese da parte del Comandante in capo, accreditato di un vocabolario di 6.500 parole contro le circa 11mila dei predecessori. Inoltre Bush ha conseguito un Mba di livello base (in amministrazione d'impresa) senza alcun tipo di lavoro di ricerca accademica, quando tutti i Presidenti prima di lui avevano almeno pubblicato un libro o un articolo di carattere scientifico o tecnico. Da notare che il quoziente d'intelligenza non è tutto: secondo le valutazioni dello storico Michael Lind Bush non è il peggior presidente della Storia, ma solo il quinto peggiore: prima di lui verrebbero James Buchanan, Andrew Johnson, Richard Nixon e James Madison. |
Se fosse vero che le sofferenze rendono migliori, l'umanità avrebbe raggiunto la perfezione.
Alessandro Morandotti
Il dolore più intenso e la suprema voluttà si esprimono in maniera assai simile.
Hermann Hesse
Molto è dato a pochi, e poco è dato a molti. L'ingiustizia si è divisa il mondo e niente è distribuito equamente tranne il dolore.
Oscar Wilde
Il dolore è il rompersi di un guscio che racchiude la vostra intelligenza.
Gibran Khalil Gibran
"Chiodo scaccia chiodo". Ma il chiodo resta.
Roberto Gervaso
Il dolore è una ferita che sanguina al tocco di qualsiasi mano, tranne quella dell'amore: e anche allora sanguina anche se non di dolore.
Oscar Wilde
E' uno di quei libretti che leggi in poco più un'ora (cento pagine scarse). E' "Marilyn Monroe non è morta" di Patrick Besson (Giulio Perrone editore). Patrick Besson, che non so se sia parente di Luc il regista, è anche l'autore del libro dal quale è stato tratto il film "Il tempo delle mele". Una sorta di Moccia di vent'anni e passa fa, in salsa francese. Il romanzetto m'è capitato per caso tra le mani e l'ho letto rapidamente, nell'oretta canonica. L'ho anche trovato spiritoso, a tratti. In qualche altro caso è un po' troppo autoreferenziale e troppo legato a certo umorismo francese o a personaggi francesi molto specifici. Ma, nel complesso, non dispiace.
Ebbene, dal titolo si capisce già tutto. Marilyn Monroe, l'attrice che più mito non si può, non sarebbe morta, ma sarebbe vissuta a Nizza, insieme addirittura a John Kennedy, neanche lui morto a Dallas. E, per calcare ancora di più la mano sulle falsificazioni della storia, gli americani non sarebbero nemmanco andati sulla Luna. E' un gioco, che Besson sa condurre in modo divertente e rapido, con battute e situazioni spesso e volentieri fresche. Ma niente di più. C'è anche un'indagine sull'assassinio di un giornalista australiano a Stoccolma. Il tizio ha scritto a sua volta un libro in cui sostiene che l'attrice non è morta. Ma muore lui. Besson invece fa di più: la Monroe la incontra proprio.
E' un romanzo del genere ucronico, ovvero della Storia, in questo caso quella del cinema, fatta con i se. Niente di strepitoso. Però, rispetto a tutti i teorici del complotto, a tutti coloro che vedono i servizi segreti dietro ogni avvenimento di cronaca, dall'invasione dell'Afghanistan alla morte di Lady Diana, rispetto a loro Besson ha il merito di non prendersi sul serio e costruirci un romanzetto spassono, Che vale quel che vale.
Non sono un appassionato di spy-story. Gli intrecci troppo complessi e tutti indirizzati ai colpi di scena mi sfiniscono. Non amo in particolare le spy-story contemporanee e quello meno recenti, per capirci quelle che oggi sono piene zeppe di fanatici islamici, e qualche decennio fa erano infarcite come bigné di marcantoni del Kgb. Sono refrattario anche ai gialli tout court, quelli tutto enigma e sforzo di intelligenza. Se voglio mettere alla prova il mio Q.I. faccio un test o mi applico a qualche testo scientifico particolarmente astruso, non mi accanisco con polizieschi che somigliano più a indovinelli che a romanzi.
Nonostante queste mie idiosincrasie mi sono fatto sedurre da "La frontiera proibita", il romanzo d'esordio di Eric Ambler (Adelphi), una spy-story degli anni Trenta. Dico subito che il libro non mi è piaciuto completamnete, anzi mi ha in gran parte deluso. Ma spiego perché ne sono stato attratto. Innanzitutto mi ha attirato il marchio editoriale dell'Adelphi. Mi sono chiesto: vuoi vedere che dopo il Simenon senza Maigret, la casa editrice di Roberto Calasso ha riesumato un grande scrittore relegato tra gli autori di genere? Poi sono stato incuriosito perché avevo già sentito parlare, o forse solo nominare, altri due romanzi più celebri di Ambler, "Epitaffio per una spia" e "La maschera di Dimitrios", che già dal titolo mi sembravano invitanti. Ancora perché credo che Graham Greene, al quale spesso Ambler è paragonato, sia un grande scrittore al quale non è mai stato data la giusta collocazione nella storia letteraria del Novecento. Con Greene, Ambler condivide, oltre all'origine britannica, anche l'attività di sceneggiatore di numerosi film. E questa capacità si mostra soprattutto nelle pagine finali di "La frontiera proibita", con un inseguimento di auto che è molto cinematografico e scritto molto bene.
Mi aveva attratto anche la storia in sé, riassunta nella quarta di copertina e che ricopio dalla sintesi che ne fa il sito di Ibs. "Se in una affamata repubblica balcanica un genio offuscato dal più selvaggio nazionalismo mette a punto un ordigno capace di sovvertire l'ordine mondiale non c'è da stare allegri. Tanto più che l'Ixania è una democrazia da burla, dominata in realtà dalla vecchia aristocrazia e in particolare dal principe Ladislao e dalla sua bellissima sorella. Il Paese, inoltre, è sull'orlo della rivoluzione e alla macchina infernale inventata dal professor Kassen si interessa anche la Cator & Bliss, una delle più potenti industrie di armamenti. Toccherà al metodico, candido e goffo professor Barstow, improvvisatosi spietata spia internazionale, e a Casey, l'inviato del Tribune che gli fa da spalla, venire a capo di un diabolico intrigo dove ciascuna delle forze in campo rappresenta un'oscura minaccia".
L'ordino di cui si narra è una bomba atomica, anzi la bomba atomica. Ed è curioso come Ambler riesca a anticipare in modo grottesco e "pacifista" la realizzazione dell'ordigno, almeno una decina di anni prima della sua effettiva realizzazione. Indubbiamente dietro la spy-story che Ambler sa raccontare c'è, mascherata da un'ironia tutta inglese nel descrivere un paese balcanico volutamente stereotipato, una sorta di critica alla corsa agli armamenti di quegli anni e al commercio di armi gestito da grandi società anglossassoni. Nel finale c'è un passo paradossalmente critico. Ambler finge che sia uno stralcio di un articolo suggerito proprio dalla società che commercia cannoni e bombe. Eccolo: "Una Ixania disarmata è una potenziale causa di guerra. Bisogna esercitare su questo sprovveduto governo di contadini ogni possibile pressione, per impedire una simile politica di aggressione 'pacifista". Aggressione pacifista: geniale.
Però Ambler non ha avuto il coraggio di osato. Forse non gli interessa neanche. Si è mantenuto nella traccia del genere, arricchendolo con una doppia personalità del professor Barstow che s'identifica in un personaggio romanzesco alla Indiana Jones ante litteram. E i passaggi da una personalità all'altra sono tra le invenzioni più riuscite del romanzo. C'è anche dell'altro, che potrete scoprire leggendolo. Ma se, come me, cercate un pizzico della profondità di alcuni capolavori di Greene, lasciate perdere. O tenetelo da parte per l'estate. Sotto l'ombrellone non ci sta male. E con la copertina Adelphi vi fa pure fare una bella figura.
Come se lei stessa godesse del proprio dolore, godesse di un egoismo della sofferenza.
Fedor M. Dostoevskij
La sofferenza ti spinge a lasciare te stesso. Esci dal tuo piccolo e limitato guscio. E non puoi soffrire se prima non hai amato. La sofferenza è l'esito finale dell'amore, perché è l'amore perduto.
Philip K. Dick
La sofferenza, a differenza del piacere, non porta maschere.
Oscar Wilde
"L'africano" di Jean-Marie-Gustave Le Clézio (edito da Instar) è un libro che ho letto un paio di mesi fa, appena uscito in pratica. Volevo scriverne subito, ma poi sono stato preso da altre cose. Volevo scriverne subito perché è un bel libro, a metà strada tra autobiografia e antropologia. Passato un po' di tempo, avevo lasciato perdere. E devo confessare che non ricordo molto del libro, no, per essere più preciso, non ricordo più quello che volevo scrivere quando la lettura era ancora fresca. La voglia di scriverne sul blog mi è venuta sbirciando le classifiche dei libri più ordinati in Rete, nelle quali "L'africano" è ben piazzato. Questo per dire che quello che scriverò, quel poco che scriverò, è il risultato di una distillazione casuale e di un occasionale spirito di condivisione.
Di Le Clézio avevo letto, più di vent'anni fa, "Il verbale": un romanzo sperimentale degli anni Sessanta (o Settanta, non ricordo più con precisione). Mi era anche piaciuto. Ma allora avevo gusti strani e del libro ricordo solo che c'erano delle intere frasi che l'autore cancellava con una linea orizzontale. Sul contenuto mi confondo con altri romanzi sperimentali (così erano definiti allora) di Claude Simon (poi premio Nobel) e del tedesco Arno Schmidt.
"L'africano" racconta l'infanzia nel Camerun di Le Clézio, dove aveva raggiunto il padre, un tipo molto taciturno che faceva il medico e aveva vissuto gran parte della sua vita da solo a curare malati delle varie tribù. E' raccontata la vita del ragazzino (nel secondo dopoguerra), i suoi giochi, il suo stupore per i grandi spazi, l'adattamento all'essenzialità della vita, i giochi. Poi c'è la figura del padre descritta come una persona misteriosa e lontana anche quando era presente.E' lui l'africano del titolo.
"Ricordo bene ciò che ho ricevuto dall'Africa al nostro primo incontro" scrive nelle ultime pagine Le Clézio "una libertà così intensa che mi eccitava, mi inebriava, mi procurava un piacere quasi doloroso. Non voglio parlare di esotismo: i bambini sono assolutamente estranei a questo vizio. Non perché vedano attraverso gli esseri e le cose, ma perché li vedono per quello che sono. un albero, una buca nel terreno, una colonna di formiche carpentiere, una banda di ragazzini irrequieti alla ricerca di un gioco, un vecchio dagli occhi smarriti che tende la mano scheletrica, una strada di un villaggio africano in un giorno di mercato, per loro sono tutte strade di tutti i villaggi, tutti i vecchi, tutti i ragazzini, tutti gli alberi e tutte le formiche del mondo. Questo tesoro dentro di me è sempre vivo, non può essere estirpato. Molto più che di semplici ricordi, è fatto di certezze".
E' stato questo senso dell'assoluto, di una nascita perpetua del senso, della vita, l'origine e l'immersione nell'origine a colpirmi del libro e dell'idea che mi son fatto dell'Sfrica, di una certa Africa. Ma forse è solo un fantasma, come quello che già oltre settant'anni fa descriveva Michel Leiris.
Il dolore è la passione più insensata e inutile del mondo, perché contempla solo il passato, che generalmente non si può far rivivere, né riparare, mentre non pensa all'avvenire, e non partecipa a nessuna speranza di salvezza, anzi aumenta la pena piuttosto che portarvi rimedio.
Daniel Defoe
Al contrario dei piaceri, i dolori non conducono alla sazietà. Non esistono lebbrosi annoiati.
Emil Cioran
La prosperità, il piacere e il successo possono essere di grana grossolana e di fibra comune, ma il dolore è quanto di più delicato esista sulla terra. Non c'è nulla che si agiti in tutto il mondo del pensiero senza che il dolore vibri di terribili squisite pulsazioni.
Oscar Wilde
Vasco Pirri Ardizzone per “Panorama” in edicola
Paolo Poli, attore di teatro dichiaratamente gay, è stato nominato il 2 marzo dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, grande ufficiale della Repubblica. Poli, classe 1929, è considerato uno dei più grandi interpreti italiani di teatro del dopoguerra. Narratore di favole per bambini alla Rai nei primi anni Settanta, è stato la voce critica del teatro italiano dagli anni Cinquanta in poi con spettacoli di grande successo, caratterizzati da una forte connotazione comica e che si rifanno alla tradizione delle commedie brillanti. Insomma, una maschera vivente, anche per i suoi mille travestimenti e la sua splendida voce in falsetto.
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| (Paolo Poli) |
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| (L'eclettico Paolo Poli) |
Il dolore si esibisce, il piacere e la necessità hanno delle vergogne.
Louis-Ferdinand Céline
Il mondo non ci aveva ancora fatto niente...
Alberto Bevilacqua
Là dove cresce il dolore è terra benedetta.
Oscar Wilde
Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Col coraggio, credo.
Ludwig Wittgenstein
Bisogna essere fermi per temperamento e flessibili per riflessione.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
Pensiamo perché non sappiamo.
Ezra Pound
Non penso quindi tu sei
questo mi conquista.
Pasquale Panella
Necessario non è comprare e godere, ma fare e pensare in proprio.
Anna Maria Ortese
Come mi aspettavo, "Everyman" (Einaudi) è uno dei romanzi brevi di Philip Roth quasi all'altezza di quelli lunghi e complessi. Da un punto di vista quantitativo la concentrazione in poco più di centoventi pagine ha aiutato a dare forza alla storia di questo Everyman, di quest'uomo qualunque. Ormai Roth ha dato molto, quasi tutto, nelle sue grandi narrazioni e i suoi lettori possono sottintendere tutto l'universo sociale, psicologico, sentimentale ed erotico che ha riempito i suoi capolavori, anche leggendo racconti concentrati come "Everyman". Tra i lettori di Roth mi sono sempre accasato tra coloro che amano "Pastorale americana" e "Il teatro di Sabbath" (ereticamente, più il secondo che il primo).
Ma basta con i preamboli. "Everyman" è un libro straziante, eccitante e brillante come sempre. E' un romanzo sulla vecchiaia definita "un massacro". La descrizione delle malattie del protagonista e degli interventi chirurgici ferisce molto più di qualsiasi melodrammatico film o rigoroso documentario. Poche parole che colpiscono nel profondo. Io, che sono sensibile a 'ste cose, ho dovuto spesso fermarmi.
La malattia, la morte, l'abbandono, ma anche l'erotismo, la passione, i legami familiari. E soprattutto la capacità di ribaltare sempre l'immagine dei personaggi. Il protagonista è dapprima molto antipatico. Lo si scopre nelle prime pagine, quando va in scena il suo funerale. Ma poi, ritornando indietro nel tempo, quest'immagine cambia radicalmente. E' un uomo e, come diceva il poeta latino, nulla di umano gli è estraneo. Così come ci sono pagine atroci sul dolore che ne sono di eccitanti sul sesso. Alla fine Everyman entra nel nulla "senza nemmeno saperlo". E' la mostruosità della morte, ma anche della malattia e della vecchiaia, i tabù che tutti vogliono tacere o edulcorare. E Roth ne parla, sapendo che è l'ultima frontiera della pornografia, dell'indicibile che è necessario dire.

Stamattina a via Caracciolo (l'immagine è tratta dal sito del "Corriere della Sera", ed è stata scattata dal fotografo dell'Ansa) i ragazzi facevano il bagno. Tuffi nell'acqua che conosciamo. Forse meno sporca che in passato. Facevano un tuffo nei venti gradi e passa di questo inizio di marzo. Abbiamo scappottato l'inverno quest'anno. Non succedeva da due secoli. Be', almeno ce lo siamo goduto. Ma attrezziamoci a che non si ripeta, che sia l'unico. Però, intanto tuffiamoci.
Per sottrarsi alla fatica di pensare, i più sono persino disposti a lavorare.
Alessandro Morandotti
Qualche volta pensare confonde le idee.
Luigi Malerba
Il pensiero è immortale, a condizione che lo si generi nuovamente di continuo.
Stanislaw Jerzy Lec
Se due hanno un pensiero, esso non appartiene a quello che lo ha avuto prima, ma a quello che lo ha avuto meglio.
Karl Kraus
A cosa vale guardare senza pensare?
Johann Wolfgang Goethe
Che imparino a pensare difficile, perché né il mistero né l'evidenza sono facili.
Umberto Eco