giovedì, 30 novembre 2006
Una piccola inesattezza qualche volta risparmia tonnellate di spiegazioni.
Saki
giovedì, 30 novembre 2006
Certe persone mentono in modo tale che non si può credere nemmeno il contrario di quanto affermano.
Franz Fischer
giovedì, 30 novembre 2006
Cosa farò a Roma? Non so mentire.
Giovenale
mercoledì, 29 novembre 2006
Ma vi pare a voi che a casa mia c'è una zanzara che ronza e rompe le balle il 29 novembre? Ma che siamo ai tropici?
mercoledì, 29 novembre 2006
Se si accetta una bugia, bisogna accettare tutto ciò che le sta intorno.
Ralph Waldo Emerson
mercoledì, 29 novembre 2006
Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo.
Carlo Collodi
mercoledì, 29 novembre 2006
Bisognerebbe fermare il mondo per almeno due o tre generazioni se non ci fossero più bugie da dire.
Louis-Ferdinand Céline
martedì, 28 novembre 2006
Uno che deve sempre mentire scopre che ognuna delle sue bugie è vera.
Elias Canetti
martedì, 28 novembre 2006
E, dopo tutto, che cos'è una bugia? Solo la verità in maschera.
George Byron
martedì, 28 novembre 2006
Più grosse le spari, meno ti possono dire che non è vero.
Friedrich Nietzsche
lunedì, 27 novembre 2006
Responsabile delle bugie non è chi le dice ma chi le provoca.
Alessandro Morandotti
lunedì, 27 novembre 2006
Quando la menzogna si accorda con il nostro carattere diciamo le bugie migliori.
Friedrich Nietzsche
lunedì, 27 novembre 2006
Tutti mentono; ma non importa, perché nessuno sta a sentire.
Arthur Bloch
domenica, 26 novembre 2006
Per quante volte una menzogna possa essere dimostrata falsa, c'è sempre una percentuale di persone che la riterrà vera.
Arthur Bloch
domenica, 26 novembre 2006
Ci sono bugie tanto commoventi da meritare di essere credute.
Alessandro Morandotti
domenica, 26 novembre 2006
La bugia vive come parassita della verità e si gonfia nell'orgoglio di essere osservata da essa. Non c'è difesa dalla bugia che ha a che fare con l'inchiostro da stampa: si avrebbe ragione solo se si potesse intingere la mano nel calamaio e sporcare la faccia di chi ha mentito.
Karl Kraus
sabato, 25 novembre 2006
Per fare contento chi mi bacchetta sugli eccessivi dettagli gastronomici di questo viaggio uruguayo, vi aggiorno sulla seconda puntata che ho fatto al Mercado del Puerto. Ci sono andato nel pomeriggio di ieri, dopo una breve passeggiata sul Lungomare (una sorta di Villaggio Coppola). Avevo letto sulle fotocopie di una rara guida di Montevideo che uno dei piatti tipi è la morcilla dulce, cioè una salsiccia fatta con sangue di bue e scorza d'arancia. Strepitoso. Mi sono precipitato dall'altra parte della Città Vecchia. Al Mercado stavano già smobilitando, perché è aperto a pranzo e non a cena. Ho trovato la salsiccia, nerissima e sostansiosa. Viene riscaldata su un enorme barbecue. Ci ho aggiunto anche un choto, ovvero un involtino di intestino di pecora ed è fatta. Una birra da due-terzi per mandare giù tutto e una chiacchierata con la vecchia cassiera cicciona, con un inglese molto fragile da parte di entrambi. Io gli ho detto che ero napoletano, e lei si è stupita di vedere un napoletano in Uruguay (italiani, turisti e oriundi ce ne sono a bizzeffe, invece). Io mi sono stupito che fosse di origine polacca. Ma qui è n'ammescafrancesca in salsa spagnola.
venerdì, 24 novembre 2006
Sono stato al Mercato del Puerto, un enorme salone, un ristorante multiplo, con barbecue che arrostivano carne a tutta forza. Salsicce normali e avvolte a spirale, felle di carne, involtoni, braciole, bistecce, hamburger, sanguinacci, persino un mezzo maialino da latte con l'occhietto ancora vivo. Il sogno di Benino, l'abbondanza. Molto pittoresco. Ci siamo fermati al banco di un bar, sempre nel mercato, sempre al coperto, e abbiamo preso un bicchiere di Medio y Medio, un aperitivo locale composto per metà da moscato frizzante dolce e per l'altra da vino bianco secco. Per mandarlo giù, saran state le 11 meno un quarto, ci siamo fatti dare un piatto con salame (dolce e piccante), prosciutto (stranamente buono per stare in Sudamerica), olive e un formaggio molle. Così fanno da queste parti.
E' un posto dove val la pena tornare, magari proprio per mangiare. Ho fatto molte foto, un po' ripetitive: tutta carne era. E fuori ho anche comprato una t-shirt verde chiaro con un sole uruguayano al centro. Ce n'era anche una con la riproduzione del manifesto dei primi campionati del mondo che qua si tennero, ma non avevano la mia misura. Peccato.
Però la cosa più strana, che sembra davvero venir fuori da un romanzo, è accaduta ieri sera all'altro ristorante. Mentre stavamo mangiando la nostra saporita fella 'e carne, si è gentilmente avvicinato al tavolo un signore con un camice bianco aperto con in mano la pompetta per misurare la pressione. E ci ha chiesto se volevamo misurarla. Breve sconcerto. Poi abbiamo capito che era come quello che vendeva le rose. Le persone agli altri tavoli, uruguayani, non erano per niente stupiti. Curioso assai. Come interpretarlo? Be', evidentemente è un modo per capire quando smettere si abboffarsi di salsicce e bracioloni. Se vuoi continuare, ma non ne sei sicuro, che fai? Chiami il tizio che in cambio di qualche pesos di dice di smettere o ti incita con i confortanti livelli di minima. N'ata sasiccia ce trase dint'o stommaco. E vai.
venerdì, 24 novembre 2006
Fatevene una ragione, cari amici che incappate in questo blog: il viaggio mordi e fuggi in Uruguay lo vivrete quasi in diretta. E' che approfitto dei tempi morti e della postazione Internet free proprio accanto alla mia camera.
Ieri sera abbiamo mangiato in un ristorante molto popolare. Era un ex mercato coperto con una vetrata a cupola. Lo spazio era diviso in varie parti a disposizione dei vari ristoranti che avevo quei vecchi e soilidi tavoli di legno delle nostre pizzerie di un tempo. Sarà banale ma molte cose di questo Uruguay mi ricordano l'Italietta degli anni Settanta. Per farla breve, mi sono strafocato un'enorme entrecote con patatine fritte, accompagnando tutto con una birra. Solo quello. E volevo vedere. Era una cosa enorme. Solo il grasso che ho tagliato via sarà stato duecento grammi abbondanti. E non leggete con quella faccia disgustata, la carne era tenerissima, anche se spessa tre dita. Il nostro accompagnatore indigeno ha detto che solitamente accanto alla carne si prende la purea di patate, come ha fatto lui. Nel suo piatto 'a fella 'e carne era affiancata da due mestolate gialle che sembravano due piccole tette flaccide. Ma dai, le patatine fritte fanno più anni Settanta.
Non si è fatto granché dopo. A dormire in albergo, perche' tre ore di fuso addosso ce l'avevamo. E il viaggio interminabile stava lavorando per il mal di testa che puntualmente è arrivato stamattina (ho esaurito la piccola scorta, chissà come sono le aspirine locali?).
giovedì, 23 novembre 2006
L'albergo è in centro. E così, per tutto il pomeriggio, non ho fatto altro che entrare e uscire. Ho anche dato un'occhiata alla libreria antiquaria El Aleph. Ma il ragazzo che stava dietro il banco, leggendo "Cosi' parlò Zarathustra" di Nietzsche, mi ha detto che aveva un solo vecchio libro italiano, una guida delle chiese di Venezia. Ma poi guardando da solo ho visto un Orlando Furioso e un Pitigrilli tutto spaginato. Gli ho poi chiesto se avesse, anche in spagnolo, libri di viaggiatori uruguayani o sudamericani in Europa o in Italia. Si è alzato ed è andato a cercare in una fila polverosissima, la più bassa di tutte, in pratica a terra. Non ha trovato nulla e si è scusato dicendo: "Di solito avviene il contrario, sono i viaggiatori europei o italiani a scrivere dei loro viaggi in Sudamerica". La lettura di Nietzsche gli fa bene.
Le mie sono state escursioni di un'ora che si alternavano a mezz'ore passate sdraiato sul letto, cercando di recupare un po' del sonno perduto a quota 11mila metri. Il centro di Montevideo è una variazione incredibile di grigi. Enormi palazzoni squadrati e altri più aggraziati con qualche vezzosita' liberty. Ma è davvero tutto grigio. E' la polvere. E una sporcizia che non è ancora diventata monnezza. Ci sono tanti uffici di cambio e tante banche nella zona e anche tanti parcheggi. C'è la city qua attorno o forse ci sono dentro. Non lo so bene. Perché Montevideo è una di quelle città che amo visitare da solo e senza mappe a intralciare gli occhi. Qui, in sostanza sono tutte strade parallele che dal mare (o dal rio, il fiume, come dicono gli indigeni) salgono verso la terra. Anche il cielo è grigio e ogni tanto un venticello freddo che verrà dalla Patagonia, suppongo, trasforma l'umidità di questo novembre che prelude all'estate in goccioloni di pioggia di cui nessuno si cura.
Banche e bancarelle con tutto il no global globalizzato, fatto di anelli con pietre, collane artigianali, stampe, quadretti dipinti a mano che trovi dovunque dalla Grecia all'Indonesia, da Scalea a Amsterdam, da Montevideo a dove vi pare. E dietro queste bancarelle i soliti ragazzotti con le treccine rasta e i piercing. Piu' 'nzevati che zezzusi. Sporchi, insomma, che fa tanto contestazione e volontà di non omologarsi.
Pero' la povertà qui non mi sembra miserabile, come altrove e come in certe parti d'Europa e ovviamente dell'Africa. Anche chi ti chiede l'elemosina lo fa con dignità senza essere molesto e insistente.
Siamo in centro, ma ci sono molte case abbandonate e fatiscenti. Segno di una crisi economica che non si è ancora risolta, o di una condizione umana ed edilizia da secondo mondo. E poi l'odore forte e diffuso del letame di cavallo e di formaggio che arriva a zaffate quando meno te l'aspetti. Bar, molti. Dove varrà la pena fermarsi.
giovedì, 23 novembre 2006
E te pareva. Nell'albergo c'è una postazione Internet free. Una pacchia. Proprio davanti alla mia camera, soppalcata e con balconcino con vista su una strada di bancarellari. C'è il bidet (urra) ma non il phon (mannaggia). Siamo in centro, però. Qui manca un quarto d'ora alle 13. Un post giusto per dire che di fronte all'ingresso dell'albergo, molto primo Novecento, con un patio centrale e stanze enormi, c'è una libreria antiquaria che si chiama El Aleph. E te pareva due: non potevo che aver Borges dirimpetto. E di fronte c'è pure la sua Buenos Aires. Mai così vicino. Forse solo quella volta che abbracciai Adolfo Bioy Casares.
Volo interminabile. Atterraggio con virata morbida a un pelo del Rio de la Plata. Qui fanno il bagno perché sta arrivando el verano, l'estate, 'a staggione. Biàte a lloro.
mercoledì, 22 novembre 2006
E rieccomi qui. All'aeroporto questa volta. In un e.point bell'attrezzato. C'è da aspettare fino alle 00.20 per l'imbarco. Orario del cavolo. Ma spero di dormire in aereo. Sarebbe la prima volta. Le mie notti a 11mila metri sono sempre state notti bianche. E' che dormo a pancia in giu'. E quindi...
'Sto aeroporto di Madrid è na cosa grande. Nel senso di enorme. E' tutto un fare avanti e indietro, ma mica solo con scale mobili e tapis roulant? C'è un trenino, c'è un bus. Con il metrò arrivi al terminal 1 (o 2? boh), prendi un bus che ti porta al terminal 4, sbrighi le pratiche solite, poi ti rimetti in un trenino che, secondo me, ti riporta indietro. Ma ho perso l'orientamento da tempo. Ci sono cartelli minacciosi che ti indicano quando tempo puoi impiegare per arrivare a destinazione. Io dovevo andare alla Puerta (ovvero Gate) R, la più lontana, 22 minuti. E' una roba che se hai una coincidenza stretta o sei in ritardo ti può pure venire un pànteco della madonna. Non si fanno 'ste cose, non bisogna essere così precisini, a questo punto l'aereo preferisco perderlo piuttosto che morire per mancanza di fiato. Io per fortuna ero con un anticipo giurassico. E me la ridevo di quelli che correvano. Alla fine arrivi in uno spazio che Augé avrebbe avuto un orgasmo multiplo e ci sono ben tre Puertas. Non tre Gate semplici, però, ma la numerosa serie dei Gate. Divisi per colori, per R, per S, per U. Che potrebbe anche essere l'acronimo della Rappresentanza Sindacale Unica. Bah. Così è 'sto posto. E finora non ci hanno ancora detto se si rimane nella R o si va nella S o nella U.
Ho un po' di appetito. Ma non voglio abboffarmi in qualche postaccio. Mi bastano le patatine di Mac e le olive di Zahara. Semmai un dolcetto americano da Starbucks. Passo il tempo leggendo un romanzo di Mario Benedetti, scrittore uruguayo (puro 'o sale fa 'e vierme). Si intitola "La tregua", una sorta di "Senilità" latinoamericana, scritta sotto forma di diario, ma che non mi piglia, anche se fila via liscio liscio. Leggo e mi chiedo: ué ma che me ne fotte di 'sto catapasemo?
Adda passà 'a nuttata. Ci ho un Faulkner di riserva.
mercoledì, 22 novembre 2006
Ho poco tempo, ora. Sono in uno splendido bar-ristorante sulla Gran Via di Madrid. Poche ore, prima di partire per l'Uruguay, stanotte.
La Gran Via è proprio una gran bella via. Larga con tanti vicoletti che vi si immettono come affluenti. E' la sera madrilena, di un mercoledì qualunque. Dopo aver girovagato per i terminal dell'aeroporto come Tom Hanks nel film di Spielberg ho trovato la metropolitana che mi ha portato in centro. Mezz'ora o meno. Gente che legge, ragazzi con gli auricolari. Sono sceso, cambiando una volta, a Tribunal. E appena fuori della stazione c'era un Gambrinus, una birreria. E te pareva. Luntano 'a Napule nun te fanno stà. Poi una bella strada, che sembra una via Chiaia come la vorremmo. Alberi, solo taxi e piccoli bus, negozi, negozietti e bar invitanti. Ma io sono il solito Roquentin: ho sete e vado a cercarmi un McDonald's, per una cocacola e patatine deluxe. Che mangio guardando il passeggio spagnolo, con l'iPod a pompa: "Besame mucho" di Cesaria Evora, "Volver" di Carlos Cardel e un Caetano Veloso di spiccio.
E poi eccola la tentazione: un Internet point a due euro per mezz'ora.
mercoledì, 22 novembre 2006
Saranno state le tre di notte quando è cominciata la tempesta. Ero già sveglio, però. Avevo sete e ho bevuto. Ma la testa, a scartamento ridotto come accade per gli improvvisi risvegli, era piena di pensieri molesti, noie della giornata che non riuscivo a cancellare e si attorcigliavano in spirali. E c'era il pensiero di una partenza che si sta avvicinando. Aggiungete un leggero mal di testa, che avevo allevato con un bicchiere di vino di troppo, e avrete il quadro completo. Così ora sto seguendo questa tempesta nel Golfo in tutte le sue fasi, prima di dover fare i conti degli soliti danni: scrosci improvvisi, vento che fa sbattere qualche imposta, lampi e tuoni. Nelle poche fasi in cui sono riuscito a prendere sonno ho sognato il temporale, ho sognato che, assieme a improbabili vicini, mi affacciavo da un'ampia veranda che non ho e guardavo le onde che travolgevano il Lungomare fino ad allagare terrazze e parcheggi. Era, nel sogno, una prospettiva ancora più escheriana di quanto possa essere realmente Napoli. Questo gioco di rimbalzo tra realtà e sogno mi ha dato la sensazione di non aver dormito per niente fino all'alba, che ha stentato a manifestarsi. Il risultato è che mi sono svegliato più stanco di quando sono andato a letto. E mi tocca una giornata interminabile che mi porterà , domani mattina, all'altro capo del mondo.
mercoledì, 22 novembre 2006
È più facile dare della puttana a qualcuno, che esserlo.
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 21 novembre 2006
Le parole rubano l'anima. La buttano fuori, nel vento e nella confusione, poi la distruggono.
Simona Vinci
martedì, 21 novembre 2006
Tutte le cose sono ciò che vengono definite, e sono definite secondo ciò che sono.
Tertulliano
lunedì, 20 novembre 2006
Ho letto "In una lontana città" del giapponese Jiro Taniguchi (edito da Rizzoli) perché me l'ha imposto mio figlio, marcandomi stretto. Ha dodici anni e mezzo e il libro, un romanzo a fumetti, racconta di un quattordicenne. Quando gli ho chiesto se il suo interesse per il libro fosse stato stimolato dall'identificazione con il protagonista, Hiroshi, mi ha risposto di no, perché il personaggio è più grande di lui. A quell'età anche sei mesi fanno la differenza. Comunque con la lettura ravvicinata di questo libro c'è stato un gioco di rimbalzo. La lettura di "In una lontana città" l'avevo suggerita io a mio figlio. L'avevo fatto come faccio sempre. Gliel'avevo lasciato accanto al suo letto. Lui ha cominciato a leggerlo e, caso molto insolito (perché legge pochissimo), non ha smesso fino a quando non l'ha finito. Faceva una certa tenerezza, sabato mattina, vederlo con il libro aperto, prima a letto, poi, sempre in pigiama, appoggiato a gambe incrociate su una sedia, ancora in piedi davanti alla finestra, commentando con un gridolino dei passaggi che lo interessavano o lo emozionavano. Così, quando l'ha finito, gli ho chiesto di raccontarmelo. Lui mi ha risposto: "No, lo devi leggere". Perché è bello?, gli ho chiesto. "No, lèggilo anche tu e basta" ha tagliato corto. E mi ha marcato a uomo, portandomi il libro fin sulla scrivania, sotto gli occhi, quando lo lasciavo in qualche altra stanza. Stamattina l'ho finito. Sono circa 400 pagine. "399" precisa lui, che ora è a scuola e non ne possiamo parlare, semmai lui volesse.
Il romanzo disegnato non è male. E' una storia chiaramente ispirata al film "Peggy Sue si è sposata" di Francis Ford Coppola. Un uomo di 48 anni si ritrova a tornare indietro nel tempo, nel 1963, quando aveva 14 anni. Torna ragazzo, nei mesi che precederanno il giorno in cui il padre, improvvisamente e senza un apparente motivo, abbandona la famiglia. Questo ricordo lo tormenta e il giovane protagonista cercherà di impedire che l'abbandono avvenga. Non vi dirò se vi riuscirà, come non ha voluto dirmelo mio figlio. Questo ritorno al passato, con il conseguente ritorno al futuro (alla sua famiglia, che anche lui come il padre ha abbandonato, non per sua volontà, però) cambierà un po' della vita precedente del ragazzo. Alla fine si illuderà che è stato tutto un sogno, ma gli arriverà un libro, scritto da un compagno di scuola al quale (nella seconda adolescenza, ma non nella prima) aveva predetto un destino da narratore, con una dedica che lo definisce viaggiatore del tempo. E' più che una citazione di "Peggy Sue": anche nel film c'è un libro che svela che non si è trattato solo di un sogno.
Come si vede ci sono gli ingredienti giusti per coinvolgere un ragazzo. La scuola, i primi amori, la famiglia, la paura di perdere i genitori, il viaggio nel tempo. Va aggiunto che il tratto di Taniguchi riesce a coniugare la tradizione dei manga e quella europea della linea chiara, con disegni molto accurati e mai incasinati. Per me è stato un ritorno alle mie voraci letture di fumetti di ragazzino, di adolescente, di giovane, continuate fino a non molti anni fa: da Capitan Miki e il Grande Blek fino a Hugo Pratt e Art Spiegelman, passando per Magnus&Bunker e appassionandomi persino a Dylan Dog.
lunedì, 20 novembre 2006
La parola detta non torna indietro.
Orazio
lunedì, 20 novembre 2006
Parlare molto di sé può anche essere un modo per nascondersi.
Friedrich Nietzsche
lunedì, 20 novembre 2006
Torless non trovò risposta. Mentre Basini parlava, durante quei secondi di dubbi e di riflessioni, sui suoi sensi s'era come abbattuto un mare verde-cupo. E dentro questo mare brillavano le parole supplichevoli di Basini, guizzando quali pesci d'argento.
Robert Musil
domenica, 19 novembre 2006
Dobbiamo evitare la trappola delle parole che usiamo, talvolta equivoche quanto le cose che pretendiamo di spiegare.
Predrag Matvejevic
domenica, 19 novembre 2006
Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi.
Alessandro Manzoni
domenica, 19 novembre 2006
Le parole usate per servire a qualcosa si vendicano.
Giorgio Manganelli
sabato, 18 novembre 2006
Da tempo ho elaborato una categoria di Paesi che ho definito inattuali. Ovvero Paesi che se ci sono o non ci sono cambia poco nella storia del mondo. Magari nei secoli scorsi hanno avuto un ruolo, ma poi sono precipitati nell'oblio, nell'indifferenza, nella marginalità. Hanno avuto qualche botta di fama, ma poca roba. Sono paesi che anche il turismo snobba. Invece esistono Paesi che non contano niente nello scacchiere mondiale, ma sono attuali come mete ambite di viaggiatori. Per esempio il Portogallo, la Thailandia, Giamaica o la Tunisia. Ci sono altri paesi che sono considerati mete così strane da essere attuali, come l'Argentina (per la Patagonia) o il Bhutan (chiuso quasi ermeticamente alla globalizzazione). Poi ci sono Paesi molto caratteristici per geografia e per natura (tipo l'Islanda) o per storia politica che s'intreccia al turismo (Cuba, per esempio). E infine i Paesi minuscoli che appartengono alla categoria delle mete stravaganti. Quanti di voi sono mai andati in Andorra o in Lussemburgo? Ovviamente ci sono Paesi attualissimi per la cronaca ma poco interessanti per il resto. Posti dove non andresti mai se non ti ci mandano, con una costosissima assicurazione sulla vita. Diciamone uno: l'Iraq, sempre se non si è un fan del turismo da guerra.
Ogni continente ha i suoi Paesi inattuali. L'Europa, per storia e casini vari, ne ha pochi. Ma ci sono. Metti il Belgio, che dopo il Seicento è diventato una specie di appendice della Francia o un'Olanda povera. Giusto l'Unione europea gli ha dato un ruolo, per il resto le uniche storie che arrivano dal Belgio sono quelle di pedofilia. Anche la Slovenia è inattuale. Si è sfilata dalle guerre balcaniche con danni inesistenti e tra tutte le repubbliche post-jugolave è quella che fa parlare meno di sé. Ora è pure nell'Ue, ma se le andrà bene potrà acquistare un'appetibilità turistica da Austria minore. Anche la Romania è abbastanza inattuale, ormai dai tempi Ceaucescu, resiste un po' per il mito transilvanico di Dracula. E la Bulgaria, se non ci fosse stato l'editto del Cavaliere, sarebbe solo il nome di una squadra di calcio che ci tocca incontrare di tanto in tanto. La Danimarca (costosissima) si difende per il marcio e per Amleto. Le ex repubbliche sovietiche attraggono ancora come novità geografica. Chi conosce la capitale della Moldavia? E chi sa dire in ordine le capitale delle repubbliche baltiche? E la Bielorussia, se non fosse per il tiranno post-comunista che si sono tenuti, neanche ci ricorderemmo che esiste.
L'Asia è troppo esotica e incasinata per avere molti Paesi inattuali. Giusto il Laos, stretto tra Cina, Vietnam, Cambogia, Thailandia e Birmania. Inattuale è la Malesia, passati i tempi di Sandokan non se ne parla più. Inattuale è anche qualche quieto paese della penisola arabica, come l'Oman.
L'Oceania, a parte Australia e Nuova Zelanda, non è inattuale, è quasi del tutto sconosciuta, con tutti quegli arcipelaghi che sembrano l'acne del Pacifico più che nazioni vere e proprie. Dove sono le isole Tonga? Eh, dove sono?
L'Africa è molto inattuale. A parte la fame, le guerre tribali e l'Aids c'è poco altro da aggiungere. Ma chi sa dire di preciso dove si trovino il Malawi, la Zambia (o lo Zambia?), il Gabon (giusto qualche romanziere esperto in raccolta differenziata), il Togo e il Benin (stanno azzeccati da qualche parte dell'Africa occidentale)? Il Ruanda e il Burundi erano famosi qualche anno fa per i genocidi. Ma mo' se li ricordano solo i missionari e chi lavora all'Onu. Il Burkina Faso fa parte della categoria dei Paesi lontanissimi e il suo nome è usato come paragone peggiorativo: cose che neanche nel Burkina Faso... Ma che succeda laggiù chi lo sa, a parte la fame estrema.
Nell'America del Nord il Canada è un poco inattuale, giusto perché soffre della vicinanza degli ingombranti Stati Uniti, ma è un Paese che tutti vorrebbero visitare. In America Centrale l'Honduras è inattuale. Chi ci è mai stato? E il Costarica (o la Costarica?) pure, anche se ogni tanto finisce in qualche Mondiale di calcio. Panama ha il canale e una canzone di Fossati.
Tra i pochi Paesi dell'America del Sud è difficile trovarne uno veramente inattuale. Grazie al turismo, alla politica, al calcio, alla musica e alla letteratura sono quasi tutti attualissimi. La Colombia è Garcia Marquez e il narcotraffico. Il Venezuela è Chavez e "Carràmba, che sorpresa". Le tre Guyane sono Papillon e Gullitt. Il Brasile è il Brasile. Il Perù è Vargas Llosa e Macchu Picchu. Il Cile è Allende (quello morto e quella viva), il ricordo fastidioso degli Inti Illimani e Pablo Neruda. La Bolivia è dove ammazzarono il Che e ora ha un presidente indio. L'Argentina è il tango, Borges, Maradona, Chatwin e chi più ne ha più ne metta. L'Ecuador è il famigerato arbitro Moreno (adda schiattà dove sta mo') di Corea del Sud-Italia. Il Paraguay è quasi inattuale, ce lo ricordiamo perché la capitale è Asunciòn, la più difficile da tenere a mente quando si frequentavano le medie, perché ha dato rifugio ai peggiori criminali nazisti e per il nome dalle sonorità apotropaiche. Che resta? L'Uruguay. A parte le due Coppe del mondo di calcio vinte in tempi giurassici, mi sapete dire che cos'è l'Uruguay? Più inattuale di quel pezzo di Brasile che parla spagnolo e sta di fronte alla spocchiosa Buenos Aires, che cos'è l'Uruguay? Ricordare la capitale è pure facile: Montevideo, che sembra il nome di un canale tv. Ma ditemi il nome di un uruguayano (o uruguagio) che non sia quello di un calciatore. E uno scrittore? I più famosi hanno cognomi e origini italiane: Onetti e Benedetti. E che si fa in Uruguay? E' quello che mi chiedo, perché la prossima settimana mi toccherà andarci.
sabato, 18 novembre 2006
Questo è stato l'anno in cui mi sono infatuato dei romanzi di Irène Némirovsky. Infatuazione è una parola grossa: diciamo che ho letto quelli che sono usciti, a partire dalla prodigiosa "Suite francese", con grande piacere. Così è accaduto anche con "David Golder" (pubblicato da Adelphi) che è stato il romanzo che l'ha lanciata negli anni Venti del Novecento, quando era solo una giovane 26nne di una buona famiglia di profughi ucraini in Francia. Del libro se n'è parlato molto. In breve, si narra vita, morte e affari di un ebreo di origine ucraina. E' un ritratto spietato come è spietato il personaggio che alla fine muore disperato, su una nave che dall'Unione Sovietica lo sta portando a Costantinopoli. Una vita di affari senza scrupoli, con al fianco una moglie avida di gioielli ed esperta in tradimenti, con una figlia bella e spendacciona (che le riserverà un'amara sorpresa), in un mondo falso popolato di personaggi che sono pronti a pugnalare l'amico, come fa anche Golder. Ma non voglio strare a ricostruire la trama, leggetelo.
La Némirovsky ha una grande abilità narrativa. Se "Suite francese" era un complesso romanzo corale, questo è invece un libro con un solo potente protagonista, che l'autrice ci fa conoscere quando ormai sta per iniziare la sua parabola discendente, clamorosamente discendente. Attraverso i dialoghi e con qualche indulgenza descrittiva (bella comunque la parentesi del viaggio in Spagna della figlia con il suo fidanzato nobile e squattrinato), con molta abilità nel modulare la ripetizione di certi dettagli (le dita delle donne che febbrilmente accarezzano i fili di perle che incorniciano i loro colli), la Némirovsky ricostruisce i sentimenti e l'aridità dei vari personaggi. Sono ritratti che restano impressi. La costruzione ottocentesca del racconto viene destrutturata apparentemente in modo impercettibile, ma l'occhio di un lettore che ha percorso già tutto il Novecento letterario riesce a coglierne gli slittamenti. Ogni capitolo è un quadro, più che una scena. E tutto procede con un'apparente svagatezza ma con un crescendo di note tragiche.
Quando l'ho cominciato a leggere sono rimasto un po' perplesso, perché mi aspettavo un'impostazione narrativa in chiave cronologica (chissà perché poi). Sono rimasto spiazzato e anche un po' infastidito da certi dialoghi di natura finanziaria ed economica. Ma poi ha prevalso l'avidità di lettore per un libro che riconcilia con il piacere del romanzo.
sabato, 18 novembre 2006
Quando le parole finiscono, il significato continua.
Luigi Malerba
sabato, 18 novembre 2006
Strano come, appena pronunciata, una cosa perde il suo valore. Crediamo d'essere scesi sul fondo dell'abisso, ma quando risaliamo, le gocce rimaste sulle pallide punte delle nostre dita, non hanno più nulla del mare da cui provengono. Crediamo d'aver scoperto una fossa piena di tesori meravigliosi, ma, quando risaliamo alla luce, ci accorgiamo di avere con noi solo pietre false e frammenti di vetro. Nella tenebra, intanto, il tesoro continua a brillare, inalterato.
Maurice Maeterlinck
sabato, 18 novembre 2006
Niente si addice alla parola, più della temperatura del fuoco.
Mario Luzi
venerdì, 17 novembre 2006
In principio era il Verbo - e alla fine le chiacchiere.
Stanislaw Jerzy Lec
venerdì, 17 novembre 2006
Solo le parole contano, il resto sono chiacchiere.
Eugene Ionesco
venerdì, 17 novembre 2006
Parola detta vuol essere ripetuta.
Johann Wolfgang Goethe
giovedì, 16 novembre 2006
Ci fu data la lingua, sì, per parlare; ma anche i denti per tenerla assiepata.
Carlo Dossi
giovedì, 16 novembre 2006
Qualsiasi parola mi fa male. Eppure, quanto mi sarebbe grato sentire i fiori chiacchierare della morte!
Emil Cioran
giovedì, 16 novembre 2006
Non dice nulla, ma come sa spiegarlo!
Elias Canetti
mercoledì, 15 novembre 2006
Non tutti i romanzi di Georges Simenon sono dei capolavori. Ma Simenon ha scritto sempre così mediamente bene che è difficile sottrarsi alla certezza di una buona lettura quando si prende tra le mani un suo libro. "Luci nella notte" (edito da Adelphi) è, secondo me, tra i suoi migliori romanzi. Fa parte del gruppo dei romanzi americani, non solo perché scritto in America, ma anche perché è ambientato in America. Certo non arriva alle vette di "L'uomo che guardava passare i treni", ma quello è un capolavoro e basta.
"Luci nella notte" racconta la notte del Labor Day quando, negli anni Cinquanta, 45 milioni di auto si mettevano in marcia per andare a ritirare i bambini dai luoghi di villeggiatura. E così fa anche la coppia piccolo-borghese newyorkese protagonista del libro. E' una coppia sbilanciata a favore della donna, che è la partner forte. La loro notte finirà per intrecciarsi con quella di un evaso. Sarà una notte terribile. Di più non vi dico. Leggetevelo.
E' stupefacente come un libro del 1953 riesca a mantenere una tensione narrativa, sempre asciutta nello stile, alla quale ci ha abituato tanta letteratura di genere e tanto cinema dei decenni successivi. Simenon però anticipa e resta insuperato, come sempre.
mercoledì, 15 novembre 2006
Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.
Italo Calvino
mercoledì, 15 novembre 2006
La parola è un virus.
Williamn Burroughs
mercoledì, 15 novembre 2006
Siamo brevi, il mondo è sovraffollato di parole.
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 14 novembre 2006
La parola ha preceduto la luce e non viceversa: Fiat lux e la luce fu.
Gesualdo Bufalino
martedì, 14 novembre 2006
Le parole vengono riprodotte e moltiplicate, gli inferni contemporanei sono lastricati di parole.
Kazimir Brandys
martedì, 14 novembre 2006
Esistono grandi parole così vuote che ci si possono imprigionare i popoli.
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 13 novembre 2006
Le parole per puttane che siano, non sono mai tanto brutte e tanto meno sporche. E' solo questione di intelligenza. Quando udite una parola, ricevetela, e fatene oggetto di giusta intelligenza; allora essa sarà bella, netta e pura. Voi direte che è molesta alle orecchie, ma se le orecchie fossero pure e nette non ne avrebbero molestia. Si è mai visto che uno stronzo faccia ombra al sole perché i suoi raggi vi si gettino sopra?
Béroalde de Verville
lunedì, 13 novembre 2006
Le parole, lui le vuole brevi, sottili, colorate. Le maneggia con arte. Le sue frasi sono celebri, sono frecce che feriscono; immagini inquietanti, sonorità che sconcertano. Sogna una casa di parole, dove le sillabe si intrecciano le une sulle altre, fino a fermare un arabesco di luce. Questa casa lo seguirebbe nei suoi spostamenti. Però non ci abiterebbe. Avrebbe paura di diventare una parola tra le altre, una parola qualsiasi stravolta da sillabe impazzite. Sarebbe un tesoro di cui si servirebbe senza scrupolo. Gli basterebbe tendere una mano per raccogliere le parole di cui avrebbe bisogno. Ma questa casa è dentro di lui. Lo sa e ne ride.
Tahar Ben Jelloun
lunedì, 13 novembre 2006
Quante cose accadrebbero al mondo, se non ci fossero le parole.
Stanislaw Jerzy Lec
domenica, 12 novembre 2006
Ho visto "Il vento che accarezza l'erba" di Ken Loach. Ma che palla di film. Era meglio leggere un libro sulla guerra civile irlandese, se me fosse importato qualcosa. Ma due ore è passa per sorbirmi una storia didattica e con un finto dramma familiare da tragedia classica sono troppe. E pensare che per vederlo ho dovuto mettere da parte un bel Simenon. E no.
domenica, 12 novembre 2006
Avevo bisogno del secondo caffè della mattinata, della pioggia che mi impedisse di uscire (per ora), del Simenon che ho cominciato ieri pomeriggio e che, come sempre all'inizio, centellino come una grappa morbida. Avevo bisogno di questo e dell'atmosfera indolente e fancazzista, seppure un po' incazzosa, della domenica mattina, per rassodare con parole le impressioni di due serate napoletane.
Ieri sera sono andato a San Lorenzo Maggiore per la presentazione di un libro su Napoli. Rivedevo dopo tanto tempo la Sala Capitolare, ma soprattutto il complesso conventuale che compendia gran parte della storia dell'arte di Napoli in un uno spazio singolo: dalla città greca al chiostro settecentesco. Napoli è questa stratificazione, sempre viva, un luogo dove il passato muore e il presente a volte è crescita altre volte è solo escrescenza. Poi mi sono avviato a casa scendendo San Gregorio Armeno. Ovviamente c'erano i pastori che aspettavano la folla che esploderà tra un mese, l'8 dicembre, quando per l'Immacolata i napoletani vanno tradizionalmente a procurarsi i pezzi mancanti o a rimpiazzare quelli rotti durante il Natale passato. Quest'anno, probabilmente, comprerò i Re Magi grandi, in piedi, quelli che si usano solo l'ultimo giorno, il 6 gennaio, da piazzare in adorazione davanti alla grotta.
Ma ho visto di tutto, le figure del presepe che nessun napoletano farà mai, che attirano solo i forestieri curiosi e divertiti. Si contempla quest'anno l'ingresso di Fabio Cannavaro che innalza esultante la Coppa del mondo. Costava la bellezza di quindici euro. C'erano i soliti Totò in varie fogge, con la bombetta, nei panni di Pinocchio, di turco napoletano e tutto il resto della filmografia. C'erano Maradona, Osama Bin Laden, Massimo Troisi e le solite cose. Un'infinità di corni che sembravano trecce di peperoncini. Pulcinella a strafottere. Vari san Gennaro: ne cerco un altro, più raffinato nella fattura di quello che ho sempre qui di fronte a me. In uno di quei funnà ci (che Di Giacono definì scarrafùnere) ne ho visto uno di plastica e accanto c'era un tapiro, accostamento da rabbrividire (entrambi costavano cinque euro). Ma forse prima o poi comprerò un magnifico busto in argento del santo del miracolo del sangue.
Dopo un kebab e una birra, siamo passati di fronte al bar di piazzetta Nilo che ha l'altarino con il capello di Maradona. Il barista è un tipo spiritoso. Ieri ho visto che sotto l'altarino ha attaccato un foglio stampato che recita, vado a memoria: "Avete fatto la fotografia? E mo' trasite a ve piglià nu cafè".
Venerdì sera, invece, sono andato a vedere "L'amico di famiglia" di Paolo Sorrentino. Non perdetevelo, non fosse altro che per uno strepitoso Giacomo Rizzo, laido nei panni di un usuraio di Sabaudia, ma anche tenero per come resterà alla fine fregato. Sorrentino ha ripreso il plot di "Le conseguenze dell'amore", ma ha reso tutto più caricato, nella trama, ma soprattutto dell'ambientazione e nella scrittura. Una Sabaudia country che sembra una provincia americana. E Rizzo che parla con frasi epigrammatiche, saccheggiando, suppongo, autori famosi a destra e a manca. Io ho riconosciuto solo alla fine una frase di Bertold Brecht. Il motto dell'usuraio Geremia è "La vita ci è stata data in prestito". Gran bel film. Non ho letto niente prima di andarlo a vedere e neanche dopo, per non guastarmi l'effetto. Piacevole.
domenica, 12 novembre 2006
Con tenacia l'uomo ha cercato di spezzare le catene a cui lo costringeva la parola. La semantica, la logica simbolica, la psicoanalisi, sono stati tutti tentativi per raggiungere una migliore comprensione e aggirare l'ostacolo della parola.
Isaac Asimov
domenica, 12 novembre 2006
Da un pensiero geniale si possono togliere tutte le parole.
Stanislaw Jerzy Lec
domenica, 12 novembre 2006
Un'unica cosa importa, un'unica parola. Se parliamo significa che questa cosa non l'abbiamo trovata, né la troveremo.
Emil Cioran
sabato, 11 novembre 2006
Anche la parola può essere un bavaglio.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 11 novembre 2006
Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario.
Johann Wolfgan Goethe
sabato, 11 novembre 2006
Non c'è salvezza se non nell'imitazione del silenzio. Ma la nostra loquacità è prenatale. Razza di parolai, di spermatozoi verbosi, noi siamo chimicamente legati alla parola.
Emil Cioran
venerdì, 10 novembre 2006
Ho comprato "L'Espresso", ma non ho ancora letto il servizio, l'ennesimo, su Napoli, su come la camorra si è infiltrata nello Stato. Non l'ho ancora fatto perché non voglio alterare (magari arricchendole, perché no?) le impressioni di una lunga passeggiata fatta questa mattina per le strade di Napoli. Anche perché non vorrei parlare, se non di striscio, di camorra.
Parto dalla fine. Il settimanale l'ho comprato all'edicola sotto il ponte di Chiaia. E l'edicolante mi ha chiesto: "Espresso normale?". Mi sono trattenuto a stento dal ridere, perché mi sembrava di essere al bar. "No, corretto al dvd, grazie" avrei potuto rispondere. Mi sono limitato a pensarlo e ho comprato un Espresso normale.
Sono salito al Vomero con la Funicolare per andare da Fnac a comprare la custodia al silicone per l'iPod da 60 giga. Ne ho approfittato per prendere anche un calendario del 2007 con le foto in bianco e nero di New York, immagini anni Trenta, per lo più. C'è anche una foto di muratori che fumano in cima al Chrysler Building, appoggiati a un gargoyle. Un buon viatico per l'anno che sta arrivando.
Dal Vomero sono voluto andare alla Pignasecca. E' l'unico posto, mi avevano detto, dove potevo trovare dei cd di Mimmo Taurino, il mitico cantante di "'A fella 'e carne" e di "E' fernuta 'a zezzenella". Effettivamente ne ho trovati due. Ma non c'erano le canzoni che volevo e ho desistito. Devo confessare che ero molto imbarazzato a chiedere al negoziante se avesse quei dischi. E lui, carogna o sordo, mi ha fatto ripetere la richiesta per due o tre volte. "Come avete detto? Taurino? Non ho capito? Come avete detto?". E meno male che nel negozio c'ero solo io. Però, sono io che mi faccio troppi problemi. O meglio se li fa il signor P. che mando in giro in certe occasioni.
La Pignasecca è uno sballo, anche in queste giornate di novembre, calde che pure con la sola felpa si suda. Ho dato un'occhiata ai negozi di vecchi fumetti. Volevo vedere se ci fossero gli albi di "Pater Paper" o "Johnny Logan", vecchi eroi molto trash degli anni Settanta. A parte i fumetti per ragazzi, c'erano soprattutto albi della Bonelli (Tex e Dylan Dog su tutti), vecchi numeri di Urania, molto "Alan Ford", altro Magnus e persino degli albi di "Intrepido". Una visita di pura curiosità.
Sono stato molto colpito da altro. Innanzitutto dalle bancarelle del pesce. Prezzi abbordabilissimi, sulla qualità non saprei dire. Ma era uno spettacolo. Poi c'erano varie friggitorie Fiorenzano con una apparata di panzarotti, paste crisciute, panini con le melanzane e peperoni, pizzette e sartù di riso, che se non avessi fatto colazione da Daniele a via Scarlatti con una briosce e un caffè, mi sarei fiondato su quelle leccornie come un falchetto sovrappeso (quest'espressione l'ho rubata a un amico), alla faccia dei mal di stomaco e gli scioglimenti di viscere. A proposito di Fiorenzano: proseguendo verso piazza Carità, ho visto sul lato sinistro della strada una enorme insegna nuova nuova: "Tripperia Fiorenzano Unica Sede", bella grande. In vetrina per'e musso strepitoso e altre cose innominabili. Ma fatti pochi passi, sul lato destro della strada, c'era un'altra insegna più piccola e più vecchia che recitava solo "Tripperia Fiorenzano". Insomma, ma quante ce ne sono? La spiegazione c'è ed è ovviamente napoletana. Al di là della concorrenza commerciale, sleale e non, Napoli adora le contraddizioni e i doppi. Bisogna avere sempre due di tutte le cose, soprattutto di quelle uniche.
All'angolo di via Diaz, dove si lavora per la stazione della metropolitana, la solita ressa di curiosi che, attraverso le inferriate, guardavano gli operai che stanno tirando fuori le antiche case seppellite nelle varie ristrutturazioni del quartiere San Giuseppe, quello che vide demolire, negli anni Trenta, Jean-Paul Sartre. Però, forse, quelle che stanno venendo fuori sono parti delle fondamenta delle mura della città abbattute quando fu costruita via Toledo. Non lasciate che i morti seppelliscano i vivi, mi son detto. E via. Qua a furia di scavare ricacciamo fuori pure la città greca e ci toccherà vestirci con i gonnellini ellenici per essere in linea con la Disneyland turistica che vorrebbero realizzare.
Di tutta questa idealizzazione ad uso turistico di Napoli sono stanco. Vorrei una città dove possa vivere bene soprattutto l'indigeno, il napoletano. Vorrei una città normale che non fosse normalizzata, una città unica e straordinaria ma che non fosse invivibile. E una classe politica pulita, ma anche una città pulita.
venerdì, 10 novembre 2006
Non esiste altro peccato che la stupidità.
Oscar Wilde
giovedì, 09 novembre 2006
Come molti della mia generazione, quella dei quarantenni abbondanti, ho sempre guardato agli anni Ottanta con fastidio. Un fastidio che ha tante cause, che dirò più avanti. Eppure gli anni Ottanta sono stati per me, personalmente, anni decisivi e belli, soprattutto decisivi, come dirò sempre più avanti. Non so se l'avete capito ma sto per ammannirvi un post lungo. E tutte queste premesse non fanno altro che allungare il brodo per voi e far carburare il cervello per me.
Basta. Per capire il fastidio che provo per gli anni Ottanta bisogna partire dai Settanta. Ovvio. Forse anche dai Sessanta, ma i miei anni Sessanta sono stati una via di mezzo tra i ragazzi della via Pal (che leggevo allora) e le confessioni di un malandrino (che ho letto e amato dopo con tutto Esenin e che mi hanno aperto la mente alla tenerezza per un mondo che non c'è più e che non rimpiango, ma semplicemente ricordo, come un odore antico di pane appena uscito dal forno).
Basta con i Sessanta. Per chi ha compiuto quarant'anni nel Duemila, gli anni Settanta sono stati quelli dell'educazione politica, anni di zingari felici e poi di piombo. Ma anche di grandi di canzoni popolari, di Born to run e Thunder road, di ritmi andini, la piazza bella piazza ci passò una lepre pazza, riunioni politiche pallosissime, canne quante ne volevi, pioggia sulla faccia, di referendum, di Fanfani, di pezzi di vetro, di Carosello, di sacco-a-pelo e chi sa montare 'sta cazzo di tenda, di Berlinguer, di Gasparazzo, di Bruce Lee, dei western di Sergio Leone, porci con le ali, stragi impunite. E chi più ne ha più ne metta. Ma non eravano, o perlomeno non lo sentivamo, nella terra dei cachi che è poi diventata l'Italia. Eravamo gli zingari che volevano essere felici. I nostri nonni (almeno il mio) avevano fatto la guerra sul Piave, i nostri padri (almeno il mio) aveva fatto la guerra in Russia, i nostri fratelli maggiori (non i miei che non ne avevo) il '68 con Giuliano Ferrara (incredibile a pensarci oggi, vero?). E noi? Noi volevamo essere felici, negli anni Settanta, e basta, nonostante il piombo che ci fischiava attorno e che fece crollare tutto diventando l'immagine di una Renault rossa con il corpo di Aldo Moro e la voce del giovin Vespa che commentava in diretta. E' vero che qualcosa dei nostri sogni rimase, ma come una scia sporca, il '79 ci riportò la musica dal vivo, con Patti Smith e Bicòs denàit bilong tulòver, bicòs denàit bilong tuàs. Pure la notte ci avrebbero rubato, dopo, assieme ai vent'anni. Avevo pochi anni e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Non li trova più neanche il principe De Gregori che ci accompagna in questa vita da quando avevamo smesso da poco i pantaloni corti. Ora lui, il Principe, ha persino riabilitato quel Craxi che tanto ha strapazzato nelle sue canzoni. Sic transit gloria mundi. La sua, quella di Bettino e anche la nostra.
E proprio Craxi è una delle chiavi per capire il fastidio che gli anni Ottanta provocano a tanti quarantenni abbondanti come me. Craxi e il rampantismo del garofano, la fine di Marx e la Milano da bere. Poi abbiamo scoperto che si stavano bevendo tutto il Paese, con le reti tv del Biscione che cambiavano la mente degli italiani per conquistarla dieci anni dopo, al grido di Forza Italia. Craxi a Palazzo Chigi e Ronald Reagan alla Casa Bianca. Al Cremlino un po' di burocrati che dimostravano come il sovietismo fosse (e fosse sempre stato, almeno per me) la malattia senile del comunismo. Per noi, in quegli anni, il comunismo rimaneva ancora un sinonino di libertà. 'O comunismo e 'a libbertà, gridava nei concerti, qualche anno prima, nei Settanta, il Gruppo operaio di Pomigliano d'Arco, cantando la tragedia operaia della Flobert. Ma gli anni Ottanta erano gli anni dell'edonismo reaganiano, la prodigiosa formula tirata fuori da Roberto D'Agostino, il futuro signor Dagospia. Sono cominciati con un attore a Washington quegli anni e sono finiti con la festa sotto il muro cadente di Berlino. Tutti liberi. Basta con il comunismo, vogliamo la libertà.
Noi, quei pochi che riesco a raccogliere all'interno di questo pronome plurale, forse io solo e qualche amico, noi lo si era capito da tempo che quel comunismo non era libertà e neanche quello ottuso con il quale volevano irreggimentarci negli anni Settanta. Eravamo cresciuti a pane e Sartre, a pane e Camus, a pane e Springsteen, per accettare troppi paletti mentali. A me ha fatto capire più cose una canzone di Gianni Morandi che tutta l'opera di Marcuse (esagero, vabbè esagero). Però i Grundisse sono rimasti intonsi e le copertine pastello dei "Proletari senza rivoluzione" sono diventate opache, la carta è ingiallita e non sono mai andato oltre le prime trenta pagine del primo volume, se li riprendo tra le mani rischiano di spaccarsi come mele, incollati male come sono. Pure Giulio Savelli s'è visto dove è andato a finire. Lasciamo perdere.
Però, gli anni Ottanta per me, personalmente sono stati decisivi. E quello che sono adesso è nato in quel decennio del cavolo. Sono stati gli anni del privato. E che cosa resterà di quegli anni Ottanta? Per me non resterà molto del mondo attorno con il quale continuavo a confrontarmi. Faccio fatica a trovare una canzone o un film (ma ce ne sono: esagero, vabbè esagero), un libro (forse Kundera), un'idea politica (quella è escluso che la trovi). Però ritrovo in quegli anni la mia laurea, il mio lavoro, il mio matrimonio. Per gran parte degli anni Ottanta sono stato un ventenne. E mi sono giocate tutte le mie carte. Insomma, non sono stati male. Ma come sono lontani. Di sicuro non ne avrò mai nostalgia. Li conserverò in un cassetto, sotto forma di album di foto, scandendo i passaggi con il cambio delle montature degli occhiali.
giovedì, 09 novembre 2006
Nelle valli della stupidità per i filosofi cresce pur sempre più erba che sulle nude alture dell'intelligenza.
Ludwig Wittgenstein
giovedì, 09 novembre 2006
La stupidità umana è l'unica cosa che dia un'idea dell'infinito.
Ernest Renan
mercoledì, 08 novembre 2006
da: www.repubblica.it
Killer a bordo dell'ambulanza
uccidono un uomo a Qualiano
NAPOLI - Non si placa l'ondata di violenza a Napoli. Due killer a bordo di un'ambulanza hanno sparato numerosi colpi di pistola uccidendo una persona in via Di Vittorio, Pasquale Russo, 41 anni, affiliato al clan Pianese. Il mezzo di soccorso, risultato rubato, è stato trovato bruciato a pochi metri a via Ripuaria, non lontano dal luogo dell'agguato.
mercoledì, 08 novembre 2006
Ho letto solo rapidamente i primi titoli dei giornali in rete. Devo approfondire. Ma la vittoria dei democratici negli Stati Uniti è un gran bella notizia. E' un voto contro Bush che pensava di sfruttare propagandisticamente la condanna a morte di Saddam Hussein. Le elezioni di medio termine sono un significativo segnale sull'orientamento degli americani, che si sono dimostrati stufi dell'occupazione dell'Iraq e di un presidente guerrafondaio. La Clinton, per conto suo, ha stravinto. Mi fa piacere. Ma il candidato democratico alla presidenza che continuo a preferire resta Barack Obama. Un afro-americano (per quanto waspizzato, ma pur sempre liberal) alla Casa Bianca è un sogno che neanche Martin Luther King e Malcolm X potevano immaginare. Altro che quel robot insopportabile della Rice.
mercoledì, 08 novembre 2006
Nessuno, quanto gli sciocchi, si crede capace di ingannare le persone intelligenti.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
mercoledì, 08 novembre 2006
La demenza è rara nei singoli, - ma è la regola nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche.
Friedrich Nietzsche
martedì, 07 novembre 2006
Le infezioni della mente non sono meno laide di quelle del corpo. Infatti, il mal di denti dà fastidio solo a chi ne soffre, ma la cretineria dà fastidio a tutti i presenti.
Ezra Pound
martedì, 07 novembre 2006
Lo stupido dice sciocchezze: l'intelligente le fa.
Alessandro Morandotti
lunedì, 06 novembre 2006
Non sono stato a suo tempo un "angelo del fango". Ero un bambinello nel 1966, al massimo potevo essere un putto. Comunque di quelle giornate di quarant'anni fa ho un ricordo vago e uno forte, concreto, sebbene di carta.
Il vago è fatto di immagini e di parole. Le immagini erano quelle che si vedono dal cascettone, ovvero l'ingombrante televisore degli anni Sessanta. Non era il nostro, se non ricordo male, perché eravamo a lutto da mesi e l'apparecchio di casa era tristemente spento, tanto che non ricordavamo neanche quali fossero i tasti per far comparire gli omini in bianco e nero che ci divertivano o immalinconivano. Le parole erano le chiacchiere, piene di spavento, che ci scambiavamo tra bambini, dopo aver ascoltato i racconti e le amare riflessioni dei grandi. Firenze, per noi, era lontanissima. E meno male che non avevamo nessun fiume nel nostro paesello di campagna a nord di Napoli.
Il ricordo concreto è un libro che ho in casa da più di vent'anni. Mi fu regalato da amici quando avevo appena finito la mia tesi di laurea dedicata al teatro sacro barocco a Napoli (roba che provava a mettere insieme la "Cantata dei pastori" di Andrea Perrucci e "Il dramma tedesco barocco" di Walter Benjamin, ma questa è un'altra storia). Stamattina stavo mettendo ordine tra i libri di casa. Nei giorni scorsi, rivedendo le rievocazioni dell'alluvione fiorentina, m'era tornato alla mente il libro, ma non ricordavo più quale fosse. Poi eccolo. E' un volume della collana intitolata Biblioteca dell'"Archivum Romanicum" e stampato dall'editore fiorentino Leo S. Olschki nel 1959. Sono le "Sacre rappresentazioni aversane del sec. XVI", regalatomi per l'ovvia affinità all'argomento della mia tesi. E' un libro con la severa copertina bianca, ormai ingiallita, e con le pagine da aprire con il tagliacarte. E' ben conservato ora, ma in passato, quarant'anni fa, se l'è vista brutta. Le ferite inferte dall'acqua l'hanno fatto un po' accartocciare su se stesso, ma gli anni che ha passato strizzato da altri volumi l'hanno raddrizzato. Ma ciò che ha di prezioso questo libro, per me, è un foglietto che l'editore ha accluso al libro e che recita: "Ci scusiamo con i nostri clienti per questo volume fornito non in perfette condizioni: si tratta di pochi titoli che abbiamo potuto salvare dalla distruzione di un nostro magazzino in seguito all'inondazione del 4 novembre 1966".
Altri tempi. Così un pezzetto di quella Firenze che tanto compatimmo e imparammo poi ad amare grazie ai nostri professori di liceo, a Dante, ai viaggi un po' fumati degli anni Settanta, per ascoltare Patti Smith, quella Firenze è qui in questa stanza. Sopravvissuta.
lunedì, 06 novembre 2006
E' un imbecille: devi decidere se ucciderlo o dargli ragione.
Mino Maccari
lunedì, 06 novembre 2006
Il dialogo di due deficienti è uguale al monologo di un semideficiente.
Stanislaw Jerzy Lec
domenica, 05 novembre 2006
A "Che tempo che fa" Fabio Fazio ha invitato Giorgio Bocca per parlare del suo nuovo libro, "Le mie montagne", dedicato alla sua giovinezza da partigiano. E lui si è dichiarato "innamorato della Resistenza". Il discorso si è poi spostato su Napoli, argomento del suo penultimo libro. E qui, spalleggiato dal pubblico plaudente come per una qualsiasi sgallettata, ma con i gradi di padre della Patria, e da un sempre più imbarazzato Fazio, Bocca ha mostrato quanto sia incapace di capire Napoli (non dico di aiutarla, che non gliene frega nulla). Quando Fazio gli ha chiesto quale possa essere il futuro di Napoli, visto che secondo Bocca la città è sgangherata da migliaia di anni, cioè da quando è stata fondata, Bocca ha risposto che i leghisti erano soliti dire Forza Etna e Forza Vesuvio. Fazio imbarazzato (m'è sembrato) ha provato a dire che forse è un'espressione un po' esagerata. E il Bocca della verità con una risatina ha commentato: "Sì è un po' esagerato". Ma non contento Fazio gli ha chiesto cosa ne pensasse delle persone oneste che sfortunatamente sono nate e vivono a Napoli. E Bocca, come il nonno ultraottantenne al quale si chiede di spararla grossa, ha lanciato un'altra flatulenza verbale: "Sì, sono sfortunati". E s'è fatto un'altra risatella.
Io mi chiedo: ma se questi sono quelli che hanno fatto la Resistenza, che cosa bisogna aspettarsi dagli altri?
Passando a bomba a un altro libro, con un'annotazione piccola piccola di sciatteria editoriale. Di "Gomorra" la Mondadori ha già mandato in libreria una dozzina di edizioni. Solitamente già alla seconda edizione si corregono i primi refusi, quelli che saltano subito all'occhio, già dalle prime pagine. Io ne ho notato uno, prima ancora che il libro cominci. Nell'esergo, dove sono riportate quattro frasi. Ce n'è una firmata Niccolò Macchiavelli, con due "c" come Loriano, il giallista bolognese. E non con una sola, cioè Machiavelli, come il segretario fiorentino, autore del "Principe" e che si studia già in secondo liceo. Qualcuno tra i correttori di bozze provveda.
domenica, 05 novembre 2006
Se gli uomini non commettessero talvolta delle sciocchezze, non accadrebbe assolutamente nulla d'intelligente.
Ludwig Wittgenstein
domenica, 05 novembre 2006
La stupidità dei buoni è infinitamente accorta.
Friedrich Nietzsche
sabato, 04 novembre 2006
Non contare troppo sulla tua imbecillità, anche se notevole. A che vale essere imbecilli, se non si è anche disonesti? Ma come si può, diventando disonesti, restare imbecilli? Volgi lo sguardo attorno a te e avrai la soluzione del problema.
Mino Maccari
sabato, 04 novembre 2006
Non provocare un cretino a scrivere un capolavoro, potrebbe riuscirci!
Stanislaw Jerzy Lec
venerdì, 03 novembre 2006
E' difficile decidere quando la stupidità assume le sembianze della furfanteria e quando la furfanteria assume le sembianze della stupidità. Perciò sarà sempre difficile giudicare equamente i politici.
Arthur Schnitzler
venerdì, 03 novembre 2006
Talvolta è più facile fondare un nuovo partito che pervenire gradatamente a capo di un partito già esistente.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
venerdì, 03 novembre 2006
Ogni partito vive nella sua mistica e muore nella sua politica.
Charles Péguy
giovedì, 02 novembre 2006
La politica è l'arte di impedire alla gente di impicciarsi di quel che la riguarda.
Paul Valery
giovedì, 02 novembre 2006
Ci sono, nella nostra società, degli sfruttati e degli sfruttatori. Ebbene, tanto peggio per gli sfruttatori.
Pier Paolo Pasolini
giovedì, 02 novembre 2006
Quello è un conoscitore di uomini: a che scopo in realtà egli studia gli uomini? Vuole arraffare piccoli vantaggi su di loro, o anche grandi, - è un politico!
Friedrich Nietzsche
mercoledì, 01 novembre 2006
Erodoto comincia il Libro V delle sue "Storie" con un alcuni cenni antropologici sui Traci. Deve, nei paragrafi successivi, raccontare la conquista persiana dell'Egeo settentrionale, per poi ritornare alle sue digressioni sulla Tracia e la Macedonia. Ma di questo, se sarà il caso, ne parlermo a suo tempo.
Lo storico greco aveva chiuso il Libro IV con una descrizione minuziosa delle popolazioni libiche. E il gusto per le stranezze dei popoli barbari gli doveva essere rimasto nella penna. Ma con i Traci se la sbriga in poche pagine. Secondo il suo racconto hanno, pressappoco, tutti gli stessi usi e costumi, ma tra tutti distingue i Geti, i Trausi e "quelli che abitano a nord dei Crestonei". Dei primi ha già parlato nel Libro precedente e ricorda che si essi si ritengono immortali (un po' come i cristiani, diremmo noi oggi). I Trausi, invece, hanno una visione della vita che già sembra preludere al cristianesimo dolente, potremmo dire noi, oggi, con la nostra coscienza a posteriori. I Trausi piangono i bambini che nascono ed esultano davanti ai morti. I parenti di un neonato "piangono per i mali che, dal momento che è venuto al mondo" il nascituro dovrà soffrire e, meno male che quell'anima innocente non capisce ancora, perché i Trausi gli enumerano "tutte le sofferenze che toccano agli uomini". Ovviamente si danno al tripudio e alla gioia dinanzi ai morti che si sono finalmente liberati dai mali della vita. Forse a pensarci è più una visione religiosa buddista che cristiana. Ma vorrei vederli oggi 'sti Trausi, oggi che si va tutti al camposanto.
L'originalità delle abitudini di "quelli che vivono a nord dei Crestonei" sono legate al matrimonio. "Ognuno ha parecchie mogli" scrive Erodoto "e quando uno di essi viene a morire, sorge fra le mogli una grande contesa, a cui gli amici prendono molto interessamento, per stabilire quale di esse era la più amata dal marito morto. Quella che viene scelta e riconosciuta degna d'onore, dopo aver ricevuto gli elogi da parte di uomini e donne, viene sgozzata sulla tomba per mano del suo parente più stretto e, dopo morta, viene seppellita insieme con il marito. Le altre, che non sono state scelte, si ritengono colpite da una grande disgrazia, poiché è questa la massima vergogna che possa loro toccare" (Libro V, 5). Questo rito somiglia un po' a quello deigli indiani che metteno sulla pira ardente del marito morto anche la moglie viva. Per inciso, secondo Erodoto, i Traci sono la popolazione più numerosa al mondo, "almeno dopo gli Indiani" (Libro V, 3). Ma lo storico greco allarga oltre misura i confini della Tracia, quindi sbaglia i calcoli.
Dei Traci, in generale, Erodoto ricorda che vendono i figli perché siano condotti in altri paesi, un po' come rumeni et similia oggi giorno. Inoltre "non sorvegliano le loro fanciulle e permettono che s'uniscano agli uomini che vogliono, mentre custodiscono severamente le donne maritate" (Libro V, 6). Terra ideale per il professor Humbert Humbert di "Lolita". Infine amano i tatuaggi e non si curano dei campi: "assolutamente splendido è vivere di guerra e di rapina".
mercoledì, 01 novembre 2006
Non sa niente e crede di saper tutto. Questo fa chiaramente prevedere una carriera politica.
George Bernard Shaw
mercoledì, 01 novembre 2006
Tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.
Karl Marx
mercoledì, 01 novembre 2006
Prima di assumere una persona al tuo servizio accertati che non sia stato ministro.
Mino Maccari