mercoledì, 28 giugno 2006
Dopo decenni di lettura, riesco ancora a indignarmi. Ingenuità. Mi è successo con "Pugni" di Pietro Grossi, un libro pubblicato dalla Sellerio e che contiene tre lunghi racconti. E' una di quelle letture che ho voluto fare quasi per dovere d'ufficio. Avevo letto recensioni strepitose, finite poi a spizzichi nelle fascette della seconda edizione. Il libro è finalista allo Strega, il premio più polveroso e autoreferenziale della nostra società letteraria. Ha scritto anni fa Luigi Malerba che non è un liquore che pubblicizza dei libri, ma sono dei libri che pubblicizzano un liquore. Così quando Grossi si è piazzato dietro alla coppia Rossanda-Veronesi c'è stata una seconda ondata di laudi con il fiocco. E dài, leggiamolo, mi sono detto. Be', se questo è un grande talento stiamo inguaiati: o non hanno mai letto un vero libro o io non capisco un cazzo. La seconda è l'ipotesi più probabile, visto che sono cresciuto con Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Thomas Mann, Jorge Luis Borges, Eugenio Montale, Louis-Ferdinand Céline, Gabriel Garcia Marquez, Mario Vargas Llosa, Thomas Bernhard e Philip Roth e chissà quanti altri: insomma, sono il classico lettore corrotto da chi sa scrivere. Hanno lodato lo stile. Stile? Certo non scrive come un ventottenne (questa è la sua età) appena uscito dalla casa del Grande fratello. Un po' meglio, ma poco meglio. Qualche toscanismo (che al mio orecchio suona sempre come roba da Pieraccioni più che da Benigni, e pure Benigni, poi, con i suoi filmetti iracheni ci ha fatto due palle). Dialoghi da scuola di scrittura. Sembra il figlio di un Baricco minore. E non so se a voi Baricco piaccia. A me divertiva agli inizi, ora annoia. E' più prevedibile di una soap opera. Ma lasciamo perdere. Le storie hanno spunti interessanti, ma Grossi la mena per le lunghe e alla fine non sappiamo che vuole dire lui, che vogliono i personaggi e che vuole lui da noi. Le fa finire così. In qualche modo che non è un modo. Non è niente. Resta così aperta l'opera che lascia entrare tutti gli sbadigli del mondo. Non dico che una storia debba avere per forza una morale della favola, ma almeno ci deve far capire qualcosa del mondo, dei sentimenti. Basta, mi ci sono dedicato anche troppo. E poi, lo so, non capisco un cazzo.
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mercoledì, 28 giugno 2006

Prima che un errore fondamentale, la vita è una mancanza di gusto cui né la morte né la poesia stessa riescono a porre rimedio.

Emil Cioran

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mercoledì, 28 giugno 2006
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.
Wislawa Szymborska
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mercoledì, 28 giugno 2006
Voglio essere di nuovo ciò che non sono stato,
imparare a tornare così dal profondo
che fra tutte le cose naturali
io possa vivere o non vivere: non importa
essere un'altra pietra, la pietra oscura,
la pietra pura che il fiume porta via.
Pablo Neruda
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mercoledì, 28 giugno 2006
La vita è questo scialo
di triti fatti, vano
più che crudele.
Eugenio Montale
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martedì, 27 giugno 2006
Giovedì parto. Via per qualche giorno. Solo purtroppo. Spero in una tregua a questo terrore climatico. Pure i miei demoni meridiani hanno paura a farsi vivi. Si resta barricati tra quattro mura, neanche fresce, a leggere libri deludenti (per ora), a fare zapping in cerca di qualcosa che rinfreschi almeno la mente. Ascolto musica, la solita, la mia, tanta e tanto diversa. Niente mare, c'è un piccolo infortunato in casa che non può andare in spiaggia. Scivola tutto via, tra sudori e succhi di frutta, tra pesce spada e caraffe di acqua ghiacciata. Una refola di vento si infila tra le tapparelle che mi coccolano con un ombra senza speranza.
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martedì, 27 giugno 2006

È molto malsano vivere. Chi vive, muore.

Stanislaw Jerzy Lec

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martedì, 27 giugno 2006

Andarono; andremo; altri verranno; ed andranno.

Omar Khayyam

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martedì, 27 giugno 2006

E' appena guarito da una malattia per la quale nessun medico, neppure Ippocrate, Galeno o Avicenna, hanno mai trovato rimedio, intendo dire la vita, di cui si finisce sempre per morire.

Théophile Gautier

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martedì, 27 giugno 2006

I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.

Ennio Flaiano

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lunedì, 26 giugno 2006

Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi, - avendo intorno a sé dei precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitidine e un'eterna tempesta -, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d'anni, l'eternità -, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito?

Fedor Dostoevskij

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lunedì, 26 giugno 2006

La Vita, forse, è sorta nel Cosmo senza vita, dominato dal Nulla, quando il Cosmo, per un momento, si è rigirato a guardar se stesso. In questo rispecchiarsi dell'infinito nell'infinito, dell'inconscio nell'inconscio, il Cosmo ha perso la sua assolutezza: sottilissima, al di sotto di ogni misura, si è creata una Differenza, in cui il Nulla ha cominciato a sognare il rovescio del proprio volto, a ricordare una cosa che ancora non era mai stata.

Giampiero Comolli

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lunedì, 26 giugno 2006

La Vita! Una combinazione di chimica e di stupore.

Emil Cioran

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lunedì, 26 giugno 2006
Senza di noi, mia cara, è pensabile la vita - per questo
esistono i paesaggi, il bar, i colli, i cumuli nel cielo terso
sul campo della battaglia dove festeggiando la vittoria
della corporatura si raggelano le statue.
Josip Brodskij
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domenica, 25 giugno 2006
Fa troppo caldo, già di prima mattina, per potersi dedicare al blog.
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domenica, 25 giugno 2006
Mia madre cucinava così male che la pattumiera aveva l'ulcera.
Mario Zucca
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sabato, 24 giugno 2006

Ognuno dovrebbe vedersi mentre mangia.

Elias Canetti

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venerdì, 23 giugno 2006

Puntuale come una cambiale, il jingle di un tg ha spezzato il silenzio. Erano appena le sei. La finestra aperta per contrastare l'afa di giugno. E l'anziano vicino ci ha imposto la sua personale sveglia. Una volta, quando arrivava l'estate, di sera le annunciatrici della tv invitavano a tenere il volume basso, per non disturbare i vicini. Altri tempi, altre cortesie.

Meno male che al risveglio si sentiva anche il verso di un gabbiano, a ricordare che il mare non è lontano. E neanche le vacanze.

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venerdì, 23 giugno 2006

Tutto è commestibile, se tritato abbastanza fine.

Arthur Bloch

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giovedì, 22 giugno 2006

Non mangio mai ostriche. Il cibo mi piace morto. Non malato, né ferito, morto.

Woody Allen

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mercoledì, 21 giugno 2006

Che cosa è meglio: essere il cane di Tamerlano o un suo suddito? E' evidente che la condizione del suo cane è di gran lunga migliore.

Voltaire

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mercoledì, 21 giugno 2006

Chi è nato per obbedire obbedirebbe anche sul trono.

Luc de Clapiers de Vauvernagues

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martedì, 20 giugno 2006
Volano e volano gli elicotteri, anche bassi. Io, a casa a badare a P. con un piede acciaccato, che si consola con una no-stop di Sky: ora vede per l'ennesima volta "Alexander". Io invece mi consolo con Tom Jones ("Sexbomb") e gli Eurythmics ("I saved the world today") e Mercedes Sosa ("Galopa murrieta"). Cercherò qualcosa di meglio da leggere. Ho tra le mani un romanzo freddo di chiammata.
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martedì, 20 giugno 2006

Chi è affascinato dalle letture in cui si squadernano geografie fantastiche e città invisibili, ama le pagine di Erodoto che narrano di popoli barbari, dei loro dei e delle loro abitudini. Erodoto era un antropologo borgesiano, o forse Borges (anzi di sicuro) era un epigono di Erodoto.

Ecco, gli Etiopi. Erodoto racconta nelle "Storie" (Libro III, 17 e seguenti) dell'ambasceria che il persiano Cambise inviò, una volta conquistato l'Egitto, nella terra dei longevi Etiopi. Inviò messaggeri del paese degli Ittiofagi, mangiatori di pesce del mare arabico (oggi detto mar Rosso). Gli Etiopi sceglievano il loro re in  base all'altezza. In pratica governava il più lungo, Sua Altezza, appunto. Che però doveva essere anche il più muscolosamente attrezzato ("il più alto e che in proporzione della figura abbia anche la forza", Libro III, 20). Gli Ittiofagi erano andati a fare gli spioni e il sovrano etiope se ne accorse subito, nonostante i doni falsi che essi portavano ("una veste di porpora, una collana d'oro, dei braccialetti, un vaso d'alabastro per unguenti e un orcio di vino di Fenicia", Libro III, 20). Tra tutti i doni, di cui smaschera la natura ingannatrice o che ridicolizza, il re africano apprezza solo il vino. Chiese agli ospiti quanto vivesse al massimo un persiano. Gli fu risposto: ottant'anni, circa (ed era un'esagerazione, secondo me). "Al che" scrive Erodoto "l'Etiope osservò che non c'era nulla da meravigliarsi se essi, nutrendosi di letame, vivevano pochi anni, anzi neppure quei pochi sarebbero in grado di viverli, se non avessero il ristoro d'una tale bevanda, intendendo il vino; in questo, senza dubbio, gli Etiopi erano superati dai Persiani" (Libro III, 22).

Gli Ittiofagi vollero allora sapere quanto potesse vivere un Etiope. Il re disse che la maggior parte di loro arrivava a 120 anni, anzi alcuni li superavano pure. E questo perché "il loro nutrimento era costituito da carni cotte e la bevanda era il latte" (Libro III, 23). Poi agli ambasciatori fu mostrata una fonte nella quale gli Etiopi si bagnavano, uscendone lucidi e profumati di viole. E poi ancora furono portati in visita al carcere "dove trovarono che tutti i prigionieri erano legati con ceppi d'oro; poiché, tra questi Etiopi, il bronzo è il più raro e il più prezioso di tutti i metalli". (Libro III, 23)

Ancora più originale era la tecnica di sepoltura, che ha qualcosa di fantascientifico. Le tombe erano fatte di una misteriosa materia trasparente, probabilmente salgemma. Gli Etiopi disseccavano il cadavere alla maniera delle mummie egiziane, lo spalmavano tutto di gesso che poi coloravano, poi gli ponevano attorno una colonna svuotata di questa materia trasparente. "Chiuso nel mezzo di questa stele, il cadavere si può vedere da ogni parte; non emana alcun odore cattivo, né presenta alcunché di sgradevole, anzi offre alla vista una perfetta rassomiglianza con il morto stesso" (Libro III, 24). I parenti tengono in casa questa specie di cadavere sotto vetro, quasi come una madonna addolorata delle vecchie nonne nostre. Lo tengono per un anno, poi "le portano fuori dalla loro abitazione e le pongono ritte tutto intorno alla città" (Libro III, 24).

Cambise, quando ebbe sentito il rapporto dei suoi spioni ittiofagi, decise di muovere guerra ai pacifici Etiopi, senza riflettere che portava il suo esercito "agli estremi confini della terra" (Libro III, 25). Mal gliene incolse, perché la scarsità di viveri e il viaggio infinito stremarono il suo esercito. I soldati prima divorarono le bestie, poi si ridussero a nutrirsi di erbe e radici. Infine alcuni di essi fecero "una cosa tremenda": estrassero a sorte, fra loro stessi, un uomo su dieci e lo mangiarono. Quando riferirono a Cambise del cannibalismo, il re spaventato decise di rinunciare alla conquista del regno dei longevi Etiopi.

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martedì, 20 giugno 2006

La familiarità del superiore irrita, perché non può essere ricambiata.

Friedrich Nietzsche

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martedì, 20 giugno 2006

Quale sia la superiorità intellettuale di un uomo, non può mai assumere una supremazia pratica e utile sugli altri, senza l'aiuto di qualche artificio o schermo, che in sé sarà sempre più o meno basso e meschino.

Herman Melville

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lunedì, 19 giugno 2006

Anche sul trono si consumano i pantaloni.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:citazioni
lunedì, 19 giugno 2006

Un uomo può costruirsi un trono di baionette, ma non ci si può sedere sopra.

W. R. Inge

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domenica, 18 giugno 2006
Il persiano Cambise nel 525 avanti Cristo sconfisse l'esercito egiziano di Psammetico a Pelusio, in una terribile battaglia. Molti anni dopo Erodoto andò a curiosare da quelle parti e fece una scoperta scientifica, be' diciamo pseudo-scientifica. Le ossa dei caduti erano raccolte in mucchi separati. E che cosa notò lo storico greco? Notò che i crani dei persiani erano così fragili che con una sassata li si trapassava da una parte all'altra, mentre quelli degli egiziani erano così resistenti che potevano essere fracassati solo con potenti e faticosi colpi di pietra. Da fedele cronista riporta la spiegazione che gli danno (Libro III, 12): "E' che gli Egiziani, subito, fin da fanciulli, si radono la testa, e così le ossa, sotto l'effetto del sole, si rinvigoriscono. Questa stessa consuetudine fa sì che essi non divengano calvi: infatti non c'è popolo al mondo dove si vedano meno calvi che fra gli Egiziani". Piccolo dubbio: ma se si radono la testa come fai a distinguere (senza andare a cercare il pelo nel cranio) se sono calvi o rasati? I persiani, invece, avrebbero le ossa della testa fragili perché "vengono allevati fin dai primi anni nell'ombra, portando dei copricapi che chiamano tiare". Adesso a nessuno venga lo sfizio di andare a cercare i calvi nel cimitero delle Fontanelle.
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domenica, 18 giugno 2006
Se non fosse per questo bafuogno, di cui sotto, mi sentirei di definire questo pomeriggio domenicale e lavorativo leopardianamente come la quiete dopo la tempesta. La vita, in fondo, è questo ruciuliàrsi a tratti rapido a tratti lento, come una palla di biliardo da una sponda all'altra. La notte, calata la tensione, si crolla nel sonno del giusto. E al risveglio tutto torna banale qual è. Pure lo scandalo (pubblico o privato) più ossessionante che ci sia. E' questa, lo ripeto soprattutto a me, la vita. Qualcosa di umile, e passa.
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domenica, 18 giugno 2006
Quest'aria chiusa manda in corto circuito le mie mucose. Starnuti, starnuti. Una passeggiata sul Lungomare somiglia a uno stremante girovagare per una metropoli tropicale in un giorno in cui è vietato il bagno. Una sofferenza. Le gambe molli. Stare al sole è come rinchiudersi in una sauna scassata. S'annuncia un'estate speciale. Bisogna correre ai ripari.
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domenica, 18 giugno 2006

In ogni rapporto di potere esiste sempre un lieve, quasi impercettibile disprezzo nei confronti di colui che dominiamo.

Sàndor Màrai

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domenica, 18 giugno 2006

Se temiamo qualcuno, riconosciamo a costui potere su di noi.

Hermann Hesse

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sabato, 17 giugno 2006

Saper addossare agli altri i propri errori e farsene scudo contro la malevolenza altrui è una grande abilità di chi ha responsabilità di governo.

Baltasar Graciàn

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sabato, 17 giugno 2006

Chi ha idee chiare può comandare.

Johann Wolfgang Goethe

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venerdì, 16 giugno 2006

da www.corriere.it

POTENZA - Vittorio Emanuele di Savoia, di 69 anni, è stato arrestato nel pomeriggio per ordine del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Potenza, Alberto Iannuzzi, nell'ambito di un'inchiesta coordinata dal pubblico ministero, Henry John Woodcock. Nei confronti del principe le accuse sono di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e al falso e allo sfruttamento della prostituzione.

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venerdì, 16 giugno 2006

Si può formulare la regola che quanto più l'esercizio di un qualsiasi potere è antico, tanto più apparirà benevolo, mentre quanto più recente ne è l'assunzione, tanto più apparirà innaturale e perfino pericoloso.

John K. Galbraith

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venerdì, 16 giugno 2006

Quando devi comandare, non umiliare: rispetta l'intelligenza e la volontà di chi obbedisce.

Josemarìa Escrivà

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giovedì, 15 giugno 2006
E' come attraversare un deserto, un piccolo deserto privato. Certi giorni sono fatti così. E durano molto, più del tempo che l'instancabile ruotare del cosmo ha loro assegnato. Così si scivola e si svicola. Si guarda, si sente, si tace. E' la vigilia delle apoteosi meridane. Dei colori e dei calori. Si attraversa il deserto.
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giovedì, 15 giugno 2006

Il potere non si prende, si raccatta.

Charles De Gaulle

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giovedì, 15 giugno 2006

Negli Stati, generalmente, meno se ne sa, e più s'ha la smania di comandare.

Massimo D'Azeglio

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mercoledì, 14 giugno 2006

Una delle funzioni principali dell'insegnante è quindi sfatare progressivamente la pervadente illusione d'impotenza. Gli individui debbono essere aiutati, non solo nelle istituzioni accademiche ma in ogni istituzione della nostra Società, a rendersi conto che il potere della classe dominante e la sua burocrazia sono "niente", niente altro che il "loro" stesso potere rifiutato ed esteriorizzato. Si tratta quindi di recuperare quel potere e la strategia di recupero è molto semplice: agiamo contro le "regole" e l'atto stesso trasformerà il loro potere illusorio in reale potere nostro.

David Cooper

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mercoledì, 14 giugno 2006

E' proprio l'aspirazione dell'agnello a farsi lupo la causa della maggior parte degli avvenimenti. Coloro che non possiedono zanne sognano di averne; vogliono divorare a loro volta e ci riescono grazie alla bestialità del numero. La storia - questo dinamismo delle vittime.

Emil Cioran

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martedì, 13 giugno 2006
Quando i Capi di Stato preferiscono
lavorare di notte,
il cittadino tenga gli occhi aperti.
Wystan Hugo Auden
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martedì, 13 giugno 2006

Si deve notare che, una volta compiuta la rivoluzione, gli oppressi spesso prendono le redini e cominciano a comportarsi come gli oppressori. Naturalmente da quel momento diventano irraggiungibili al telefono e per quel che riguarda gli spiccioli prestati durante la rivoluzione è meglio non chiederne la restituzione.

Woody Allen

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lunedì, 12 giugno 2006

E la terza cosa che udii è: che comandare è più difficile che obbedire. E non solo che chi comanda porta il peso di tutti coloro che obbediscono e che questo peso è facile che lo schiacci.

Friedrich Nietzsche

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lunedì, 12 giugno 2006

La lotta per il potere va condotta contro di esso.

Stanislaw Jerzy Lec

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domenica, 11 giugno 2006

Non sono un atleta. Ho cattivi riflessi. Una volta sono stato investito da un'automobile spinta da due tizi.

Woody Allen

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sabato, 10 giugno 2006
Ogni lettore ha i suoi incipit preferiti, quelli che li hanno folgorati sulla via di Babele. Li abbiamo imparati a memoria e ci divertiamo ad evocarli o a proporli come quiz. Chiamatemi Ismaele (Herman Melville). Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K., perché una mattina, senza che avesse fatto nulla di male, vennero ad arrestarlo (Franz Kafka). Molti anni più tardi, quando fu davanti al plotone d'esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa dovette ricordarsi di quel pomeriggio lontano in cui suo padre l'aveva portato a scoprire il ghiaccio (Gabriel Garcia Màrquez). L'universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere (Jorge Luis Borges). Vivo a Villa Borghese. In casa non c'è la minima traccia di polvere, non c'è una sedia fuori posto. Siamo perfettamente soli, qui, e siamo morti (Henry Miller). E' cominciato così. Io non avevo detto mai niente, io (Luis-Ferdinand Céline). Ognuno hai suoi, magari anche poetici. L'incipit della mia vita però non è scritto in nessun libro. Era l'esergo di ogni favola che mi raccontava mia madre, favole napoletane. Ovviamente sempre le stesse, tre o quattro. E non erano quelle tradizionali, non c'era neanche 'a iatta Cennerentola. Erano storie di piccoli eroi che diventano forti e ammazzavano orchi solo quando s'ingozzavano di pane e latte. Perché questa scenetta familiare non aveva niente della sdolcinata iconografia dei racconti d'infanzia. Niente focolari o letti da rimboccare. Mia madre me le raccontava per farmi mangiare. Ero un bambino così secco che sarebbe bastata una candela accesa dietro la schiena per farmi una perfetta radiografia, E mia madre era ossessionata dalla mia inappetenza. Dovrebbe vedermi oggi. Comunque ogni cucchiaiata dal piatto era accompagnata da un rapido passaggio della favola. Ma l'ipnosi cominciava dall'immancabile incipit, con poche immagini che poi mi hanno fatto pensare a Borges. Era semplice e sempre, rigorosamente, lo stesso: 'Nce steva na vota nu viecchio e na vecchia aret'a nu specchio aret'a nu monte, statte zitto ca mo' t'o conto. E vai.
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categoria:letture, napoletana
sabato, 10 giugno 2006

I bracci di ogni croce devono sempre... incontrarsi in un'altra croce, e da questa in un'altra. Innumerevoli sono i meridiani e i paralleli della sfera ruotante sconfinata, fino allo zenit bianco, ultima impossibile stazione delle croci. E come rintracciare, adesso, la mia ragazza, in quell'immenso campo di croci stellari, da questa sassaia funebre?

Elsa Morante

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categoria:citazioni
sabato, 10 giugno 2006

Il mondo dell'atomo era un "esterno" come, molto probabilmente, la terra che noi abitiamo considerata organicamente era un profondo "interno"... Allora, nell'intimo, nell'intimo e più profondo della sua natura c'era forse lui stesso, il giovane Castorp ravvolto caldamente un'altra volta, cento volte ancora là, al parapetto di una veranda che guardava nella chiara notte lunare d'alta montagna e, con le dita rattrappite dal freddo e col viso accaldato, studiava la vita corporea per un suo interesse umanistico-sanitario?

Thomas Mann

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venerdì, 09 giugno 2006
... perché tutta la terra è solo un punto
della circonferenza dei cieli.
Lope de Vega
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venerdì, 09 giugno 2006
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi, di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura, E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei; Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.
Giacomo Leopardi
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giovedì, 08 giugno 2006

L'infinito è poco più grande del finito.

Leo Longanesi

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giovedì, 08 giugno 2006

Un altro paese, altra gente intorno a te, agitata in un modo un po' bizzarro, qualche piccola vanità in meno, dispersa, qualche orgoglio che non trova più la sua ragione, la sua menzogna, la sua eco familiare, e non occorre altro, la testa vi gira, e il dubbio vi attira, e l'infinito si spalanca solo per voi, un ridicolo infinito e voi ci cascate dentro... Il viaggio è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni...

Louis-Ferdinand Céline

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mercoledì, 07 giugno 2006
Dovevo andare a Roma e non sono andato. Dovevo andare a prendere la macchina nuova ad Agnano e non è stato possibile. Così il mercoledì è scivolato via, schizzando da una parte e l'altra di Napoli. Solo a piazza Carità m'è capitato di finirci per tre volte. E domani mattina ci devo ritornare. Per non dire di Fuorigrotta. Pullman, Cumana, biglietti, obliteratrici, tanti immigrati, scuri o biondi. Vecchi che non si fanno i cazzi loro e non hanno un cazzo da fare. Napoli, vista dai finestrini, neanche tanto incasinata. Con una mattinata torrida e una serata di nuvoloni neri che minacciavano tempesta, incombendo da est, dalle sterminate pianure scizie o pannoniche fino ai monti dell'Irpinia, per rotolare giù nelle terre osche del Nolano. Solo aria fredda e invernale, niente pioggia, perlomeno finora. E pensare che, svaniti gli impegni extra moenia, volevo dedicarmi anima e corpo a un bel Simenon, "La Marie del porto": meno di 150 pagine dense di giornate umide nella Francia del Nord, per giocare al contrasto con il carcareante sole di giugno. Ma niente, ne ho fatte fuori un terzo, tra un'uscita e l'altra. Per il resto c'è stata la colonna sonora dell'iPod. Nel finale, tra "'A peste" di Enzo Avitabile e dei Bottari di Sessa Aurunca e un Bob Marley dal vivo s'è infilato il ragazzo di Gianni Morandi (e non ci stava male). Sotto un cielo nero e azzurro, lungo la Riviera, è spuntato anche il mare d'inverno della Bertè e via andare (per la seconda volta verso Fuorigrotta) con gli Asian Dub Foundation ("Tomorrow begins today"), la piazza bella piazza di Lolli, l'anoressica Patty con "...E dimmi che non vuoi morire" e un bi-trash come Mimmo Taurino ("... arravugliate dint'e stelle 'e chisto lietto, me staie spurcanno 'o core cu' 'o russetto..."). E meno male che a chiudere c'era "The long and winding road". Ecco, si cerca sempre la giornata ideale, l'ora in cui tutto si raccoglie nel memorabile, nel sentimento e nel desiderio che le parole possano scolpire e che il tempo non riuscirà a cancellare. Si cerca la vita maiuscola. E poi è questa la vita, è un come un sublime verso scivolato via da "Satura" di Eugenio Montale o una quotidiana ombra che t'illumina come solo sa fare Wislawa Szymborska o infine i versi di Emily Dickinson... i piedi, meccanici, vanno in giro - di terra, o aria, o altro - una vita di legno - divenuti incuranti, un appagamento di quarzo, come una pietra... Una giovane donna bruna e ossigenata guarda una coppia di suonatori ambulanti con un bambino che neanche cammina, forse sono rumeni. Li guarda e ha compassione. Ma non dice nulla. Solo gli angoli della bocca si piegano leggermente in giù.
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mercoledì, 07 giugno 2006

Come in una crittografia, nelle differenze dei movimenti atomici l'uomo interpreta: qui il sapore d'una goccia d'acqua di mare, qui il vento negli oscuri anfratti, qui un'asperità sul metallo liscio, qui la fragranza del trifoglio nell'ecatombe dell'estate, qui il tuo volto. Se ci fosse un cambiamento nei movimenti degli atomi, questo giglio sarebbe forse l'onda che si frange sugli scogli, o un branco di giraffe, o lo splendore del tramonto. Un cambiamento nei miei sensi farebbe forse delle quattro mura di questa cella l'ombra del melo del primo frutteto.

Adolfo Bioy Casares

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mercoledì, 07 giugno 2006

Si ritiene che l’inquietante concetto di infinito sia di pertinenza quasi esclusiva della teologia: qual errore! L’infinito è piuttosto un modo di esprimersi, che dunque ci appartiene, non concetto ma potenzialità di cui possiamo servirci per liberarci dalla tirannia del luogo comune.

Alberto Bevilacqua

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martedì, 06 giugno 2006

L'Eterno Ritorno è quello dell'infinitamente piccolo, del fatturale, la ripetizione ossessiva di una scala microscopica e non umana, non è l'esaltazione di una volontà, né l'affermazione sovrana di un evento, né la sua consacrazione attraverso un segno immutabile come voleva Nietzsche: è la ricorrenza virale dei microprocessi, ineluttabile certo, ma che nessun segno sublime rende fatale all'immaginazione (né l'esplosione nucleare, né l'implosione virale possono essere "nominate" dall'immaginazione). Tali sono gli eventi che ci circondano: microprocessi istantaneamente cancellati.

Jean Baudrillard

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martedì, 06 giugno 2006

Gli astronomi parlano di un pianeta abitato chiamato Quelm, così distante dalla terra che un uomo viaggiando alla velocità della luce impiegherebbe sei milioni di anni per arrivarci, anche se stanno progettando una nuova superstrada che accorcerebbe il viaggio di due ore.

Woody Allen

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lunedì, 05 giugno 2006
NASSIRIYA (Iraq) - Un nuovo attentato ha colpito i militari italiani impegnati in Iraq. L'agguato è avvenuto a un centinaio di chilometri da Nassiriya, la città del sud del Paese dove è di stanza il grosso del contingente italiano. Stando alle prime informazioni, ci sarebbero almeno un morto e quattro militari feriti. Il soldato che ha perso la vita potrebbe essere un carabiniere.
Secondo quanto si è appreso dal capo di Stato maggiore della difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, un ordigno ha investito il veicolo di testa di una pattuglia della Brigata Sassari. Della spedizione facevano parte anche alcuni carabinieri. I militari a bordo sono rimasti tutti feriti; due di loro sarebbero in gravi condizioni. Secondo alcune informazioni giunte la pattuglia stava scortando un convoglio logistico britannico.
A colpire il convoglio sarebbe stato un ordigno fatto esplodere a distanza con un telecomando
A Roma, a seguito dell'attentato di Nassiriya, è stato nel frattempo deciso di annullare il carosello equestre dei carabinieri che avrebbe dovuto chiudere i festeggiamenti per il 192esimo anniversario della costituzione dell'Arma. L'ammiraglio Di Paola, presente alla manifestazione, ha informato i presenti, tra cui il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e il presidente del Consiglio, Romano Prodi. Tutti hanno poi osservato un minuto di silenzio. Le autorità hanno poi lasciato la manifestazione per andare a seguire l'evolversi della situazione dal Quirinale e da Palazzo Chigi.
Ma quando ce ne andiamo? Ma quanti altri italiani devono morire? Chi aspettiamo? Prodi, D'Alema e Parisi chi aspettano?
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lunedì, 05 giugno 2006
Stamattina sono andato nei tenimenti di Mianonna. Obblighi legati al ministero di Padoa-Schioppa. Sono da tempo senza auto e quindi ho usato il treno: il regionale per Villa Literno. Devo dire che, anche se si parte dal centro di Napoli, andare a Grumo Nevano è facile e pure, tutto sommato, rapido. Tram e treno, ed è fatta. E' stato strano, per me, però. Grumo e Frattamaggiore (dove ho lavorato per quasi un anno) l'ho sempre raggiunte con l'auto. Dall'auto, soprattutto se guidi, vedi poco. A piedi vedi di più e sei visto di più. Il breve tratto che ho percorso dalla stazione (per la prima volta sono passato sul cavalca-binari) fino alla mia meta, passando accanto a una scuola e prima intravedendo un budello di vicolo dal nome pomposo, Corso del Giureconsulto, azz, il breve tratto di strada che ho percorso era poco frequentato da pedoni e da auto. Ormai, però, i pedoni nei paesi di provincia (l'ho capito quando ci ho abitato per lungo tempo), i pedoni sono visti come alieni. Passi per gli anziani, i ragazzi e gli immigrati, ma gli adulti che camminano a piedi sono visti come esseri anormali. Occhi dai bar e dai balconi, dai finestrini delle macchine ti scrutano a lungo e insistentemente, sembrano chiederti: "Ma perché vai a piedi? Non ce l'hai un'automobile? Cosa nascondi? Sei povero? Sei fesso? Sei un terrorista?". Chi fa quello che è naturale fare è visto come un pericolo.
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lunedì, 05 giugno 2006

Come su una nave si nota il proprio movimento soltanto dal ritirarsi e quindi impicciolirsi degli oggetti sulla riva, così ci si accorge del proprio invecchiare quando persone di sempre maggiore età ci sembrano giovani.

Arthur Schopenhauer

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lunedì, 05 giugno 2006

Invecchiare è ancora il solo mezzo che si sia trovato per vivere a lungo.

Charles Augustin de Sainte-Beuve

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lunedì, 05 giugno 2006

La vecchiaia è un tiranno che proibisce, pena la vita, tutti i piaceri della giovinezza.

François de La Rochefoucauld

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domenica, 04 giugno 2006
Poco fa, a via Caracciolo, dal lato dei platani, in direzione di piazza Vittoria, sfilava un piccolo corteo (sarà stata in tutto una dozzina di persone). Erano nozze ucraine. La sposa in abito bianco, lo sposo, testa rasata, con un gessato luccicante che sembrava di pelle e gli andava un po' largo. Poi c'era un'altra giovane coppia con una fascia rossa. Forse erano i testimoni. Altri amici e parenti. Hanno catturato gli sguardi di chi passeggiava, faceva jogging, fumava seduto su una panchina, badava ai bambini sulle automobiline. C'era curiosità soprattutto. Ma a una signora è venuta fuori una battuta fulminante: "Mo' vanno a fa' 'o pranzo 'e nozze 'ncopp'e scoglie". Invece, c'era un pulmino che li aspettava a piazza Vittoria. Ma devo dire che vederli dare il ricevimento sugli scogli della rotonda della Colonna Spezzata sarebbe sembrata una pagina aggiornata di "L'oro di Napoli" di Giuseppe Marotta. Chissà, invece, dove sono andati a mangiare.
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domenica, 04 giugno 2006

Quand'ero bambino, facciamo quando frequentavo le elementari, in casa mia non c'erano che i libri di scuola, solo quelli. Ora ne ho tanti che se pure campassi quattro secoli, e non ne portassi più in casa, non ce la farei a leggerli tutti. E' la legge del contrappasso, una condanna che mi infliggo da solo ogni giorno. Non è esatto dire che c'erano solo testi scolastici, il libro di lettura e il mitico sussidiario (miei e di mia sorella più grande). Prima che leggessi e rilegessi i primi due romanzi della mia vita, "I ragazzi della via Pal" di Ferenc Molnar e "Il principe e il povero" di Mark Twain, gli unici che interruppero la serie infinita di "Topolino", "Capitan Miki" e "Grande Blek", prima di due testi che hanno impresso nei miei gusti letterari i segni fondanti dell'avventura, del gioco, dell'umorismo e della tragedia (poi venne "Totò il buono" di Zavattini e fui irrimediabilmente perso), prima e contemporaneamente a casa c'era un piccola enciclopedia per ragazzi: "Vedere e sapere". E' stata buttata in qualche trasloco, ormai aveva tutti i dorsi rotti, dopo rudimentali restauri con il nastro adesivo trasparente, le pagine erano ingiallite, qualcuna quasi del tutto strappata e c'erano sottolineature a penna e matita un po' dovunque.

"Vedere e sapere" è stata la Bibbia della mia infanzia. Erano, se la memoria non è completamente guasta, quattordici smilzi volumi, con la copertina blu e dei fregi argentati. Non era, sempre se ricordo bene, né alfabetica né tematica. Era pensata come una lettura progressiva o saltellante, soggetta ai benefici del caso. Erano alternati, ogni tre o quattro pagine, argomenti di storia, geografia, scienza, favole di un vari paesi, riassunti illustrati con piccole vignette e didascalie dei grandi romanzi (ricordo "David Copperfield") che io saltavo perché ero più attratto dalla storia e dalla geografia. I vari capitoli dell'enciclopedia erano illustrati con disegni che non differivano molto da quelli dei libri di scuola, mi sembravano solo più esotici. C'erano storie che leggevo e rileggevo. Ne ricordo bene una per tutte: era la rielaborazione di una favola africana, s'intitolava, più o meno, "Quando le cose cominciarono a parlare". Raccontava di un villaggio nel quale, a un bel giorno, porte, pentole, coltelli e sedie cominciarono a parlare. Il disegno che accompagnava il testo raffigurava un negro ciccione che saltava su da uno sgabello di legno, la faccia spaventata guardava un'altra faccia, quella che improvvisamente era comparsa sulla superficie piana dello sgabello, un'espressione rabbiosa ma divertente.

Ricordo anche delle pagine che mettevano in fila i volti delle varie razze umane. Allora l'antropologia e il politically correct non esistevano. Si chiamavano razze. C'era il lappone con il cappuccio colorato, l'esquimese con gli occhi a mandorla e il copricapo impellicciato, il cinese con il codino, il pellerossa con le piume, l'andino, lo scandinavo biondo, lo spagnolo bruno, il balcanico indefinito, l'indiano, il turco con la pipa, l'arabo con il turbante. E c'erano i negri. Probabilmente "Vedere e sapere" era stata pensata negli anni Cinquanta, quando l'Italia vantava ancora un passato di piccola, sgangherata e sciagurata potenza coloniale. Le facce in fila davano molto spazio alle popolazioni del Corno d'Africa: c'era il somalo, l'eritreo, l'etiope, il masai, e poi i bantu, lo zulu e quelli del Biafra. Tutta gente che si puzzava di fame. Ma per me gli africani erano magnifici, con i loro volti tutti scuri ma così diversi. Chi aveva facce tonde, grasse con labbra carnose e nasi camusi, le donne con i colli da giraffa allungati artificialmente, gli eritrei con i capelli lungi crespi, che sembravano una sorta di maghi medievali, altri volti erano magri, con nasi sottili, belli e sempre neri neri. E poi quei vestiti che si intravedevano dai disegni: coloratissimi. Immaginavo, come tutti i bambini, di fare, un giorno, l'esploratore. Nelle cartine geografiche c'erano ancora delle piccole zone grigie: non c'era scritto "hic sunt leones", ma, senza saperlo, questo pensavo io. Gli stati africani avevano nomi strani. Mi divertivo a impararne anche le capitali. In qualche cartina non aggiornata erano ancora indicati come colonie francesi o inglesi. Molti paesi erano diventati indipendenti da un paio d'anni. Non sono ancora andato in quei luoghi (tranne una settimana a Zanzibar, isola incantata, troppo carica di meraviglie per fare testo).

Ma quei paesi sono venuti da me. Ieri sera, passeggiando per via Toledo, ho visto un eritero con i capelli da mago medievale, o da Einstein abbronzatissimo. E' stata un'agnizione. Era uscito dalle figurine di "Vedere e sapere". Eccolo, mancava lui alla collezione della mia infanzia. Gli altri i labbroni e i nero-ebano con le loro tuniche rosse, gialle, verdi e turchesi li vedevo da anni. Sarà per questo imprinting che non riesco a essere intransigente verso tutti i migranti che vendono borse, cd e merce varia pezzettota per le strade. Non compro niente (o quasi, forse qualche berretto), so che sono strumenti e vittime della criminalità organizzata, che fanno più danni che colore, che, comprando da loro, aiutiamo l'illegalità e lo sfruttamento, che non siamo equi e solidali ma collusi con un sistema dove la merce fa diventare merce noi stessi, reificazioni di desideri che sappiamo solo accumulare senza mai soddisfare, so tutto questo, ma voglio vederli qui, questi pezzi della mia infanzia. Li voglio vedere e sapere.

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categoria:nostalgia
domenica, 04 giugno 2006

Vecchio è chi più non desidera che, comunque, vivere. Di questi vecchi alcuni hanno solo vent'anni.

Ugo Ojetti

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categoria:citazioni
domenica, 04 giugno 2006

Mi guardo allo specchio e vedo il guasto degli anni; mi dico: "Magari anche il cuore fosse diventato vecchio!". Le pene e gli affanni d'amore mi risparmierei; l'indifferenza di lei non mi farebbe più male.

Thomas Hardy

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domenica, 04 giugno 2006

Il guaio del primo capello bianco è che contagia gli altri.

Ramon Gomez de la Serna

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sabato, 03 giugno 2006

I vecchi credono tutto: le persone di mezza età sospettano di tutto: i giovani sanno tutto.

Oscar Wilde

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categoria:citazioni
sabato, 03 giugno 2006

I giovani credono di vivere in eterno, e perciò assecondano ogni pensiero e ogni desiderio. I vecchi si sono già accorti che da qualche parte c'è una fine, e che tutto ciò che si possiede e si fa per sé soli, alla fine cadrà in una fossa e non avrà avuto alcun valore. Per questo hanno bisogno di una eternità diversa e di credere che non lavorano solo per i vermi.

Hermann Hesse

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categoria:citazioni
sabato, 03 giugno 2006

Ai vecchi piace credere che il mondo non ha fatto altro che perdere, invece di guadagnare, da quando loro hanno smesso di essere giovani.

Madame de Stael

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venerdì, 02 giugno 2006
Ecco cosa scriveva George Steiner di "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo: “Nulla è più frustrante, per un lettore appassionato, di trovare un libro che per lui è travolgente, un capolavoro, e scoprire che quasi nessuno lo conosce e che non è facile persuadere gli altri a condividere il piacere che gli dà. […] Gli incontri con i libri che ci cambiano la vita, che rieducano la nostra sensibilità sono ambigui come le relazioni intime. Da un lato desideriamo fortemente mantenerli privati, per noi stessi. Dall’ altro vogliamo condividere la nostra fortuna, il nostro appagamento, con gli altri.”
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categoria:citazioni, letture
venerdì, 02 giugno 2006

Da un punto di vista generale, io diffido delle persone che superano i cent'anni; mi sembra un comportamento esibizionistico, se non proprio insolente.

Giorgio Manganelli

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categoria:citazioni
venerdì, 02 giugno 2006

E' finita: una donna ha fatto l'atto di cederti il posto in tram.

Mino Maccari

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categoria:citazioni
venerdì, 02 giugno 2006

Nessuno è tanto vecchio che non creda di poter vivere ancora un anno.

Cicerone

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categoria:citazioni
giovedì, 01 giugno 2006
E' cominciato a piovere alle quattro, e il ritmo battente ci ha tenuto compagnia fino alle sette, quando si era già svegli. Giugno si è presentato così, dopo giorni e giorni immobili come in una ballata di Coleridge. Sento che quest'aria fresca che il sole sta già riscaldando, quando con i suoi raggi riesce a fendere le nuvole ancora minacciose, sento che quest'aria fresca mi fa bene. E fa bene un po' a tutti. E' un preludio di incertezze? E chi lo sa. So soltanto che anche in città la pioggia improvvisa della tarda primavera scatena odori nei quali non sappiamo separare il profumo dal puzzo. E' la natura che compie i suoi cicli della nascita e della morte, l'eterno ritorno del marcire e del germogliare. E' un odore che avvertivo molto forte quando non vivevo in città, soprattutto quand'ero ragazzo. Lo associo, senza un vero motivo, alle viole. Però è un odore di terra, di decomposizione organica, di angoli di vita nascosti all'occhio, ma non ignoti al naso. Lo sento anche in città, quando sampietrini e basoli lasciano spazio a qualche striminzita aiuola, o i giardini, di solito custoditi come un segreto dai palazzi, si aprono con un lato alla strada. E' un odore che associo anche al sesso. Ha sempre avuto, per me, fin da ragazzo, una sfumatura che istiga all'erotismo. E' l'apogeo della nascita, prelude alla luce suprema in cui si ravvivano le epifanie dei demoni meridiani. E' natura che si sta trasformando, si sta fecondando, con forme di vita primordiali dalle quali tutto discende e si ingrandisce. E' l'odore rincorso della figa che le donne nascondono all'occhio, ma che il naso stana, perché l'eros è primitivo, ha le sue leggi e la sua memoria, generate dalla terra.
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categoria:piaceri
giovedì, 01 giugno 2006

La vecchiaia comincia il giorno in cui, invece di scrivere a una donna, le telefoniamo.

Gesualdo Bufalino

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categoria:citazioni
giovedì, 01 giugno 2006

Per la maturità non c'è più posto: a vent'anni si è giovani, e a trentacinque, si è vecchi.

Libero Bovio

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categoria:citazioni
giovedì, 01 giugno 2006

La vecchiaia è molto meglio della sua alternativa.

Arthur Bloch

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categoria:citazioni
giovedì, 01 giugno 2006

Aveva più rughe di una fisarmonica, soprattutto sulla fronte. Per togliersi il cappello, doveva svitarselo.
(Boris Makaresko)

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categoria:citazioni