domenica, 30 aprile 2006
Devo rivedere "Il cacciatore". Per la centesima volta. Anche solo per ascoltare la Cavatina. E Mike che torna in divisa. E se ne va in albergo. E Linda lo aspettava a casa, nella sua casa. Prima di lui. Ora di lei.
domenica, 30 aprile 2006
Io sono un figlio della pace e voglio aver pace in eterno con tutto il mondo, dato che finalmente l'ho conclusa con me stesso.
Johann Wolfgang Goethe
sabato, 29 aprile 2006
Una passeggiata dopocena, quando la cena è na bella fella 'e carne innaffiata da profumatissimo cannonau sardo e poi limoncello della casa con aggiunta di lime, per le vie e le piazze di Napoli, sottobraccio a chi deve stare sotto braccio, sulla testa a parare gli schizzichi un ombrellino bucato come in una canzone di De Gregori, una passeggiata nella nostra piazza, più piazza delle piazze, un Largo di Palazzo, illuminato quanto basta e dall'alto Sant'Elmo a proteggerci e controllarci come un grande fratello dumasiano e orwelliano, palazzi, chiese, cupole e nuvole nere. E via Acton è un serpente di luci gialle. Vengono, vengono, chiusi nelle loro auto. E nelle orecchie, in un solo orecchio, ché altro ascolta, per rispondere in un dialogo molto cic-tu-cic, in sequenza diavolo rosso, heaven on their minds, per finire con qualche classico popolare anni Sessanta. Listen, listen, domani è domenica. E lunedì è la festa dei lavoratori.
sabato, 29 aprile 2006
Se non fosse il segno di una politica con scarso futuro, 'sta faccenda dell'elezione del presidente del Senato sarebbe un'autentica barzelletta. Ma come ci si sfida sui nomi? Proprio sui nomi? Franco non è Francesco. E tanto meno Giulio che non solo è il nome del rivale, Andreotti, ma pure di un altro senatore di Forza Italia. Conta e riconta in quell'aula di anime morte (con solo qualcuno che ancora respira), con un paese che manco più capisce niente, visto che elegge Mara Carfagna, Francesco Caruso, tanto per fare due nomi, conta e riconta e il quorum non torna.
Ieri sera sono andato a letto, scocciato più che stremato, convinto che, se era arrivato a 162 voti con tre schede contestate, Marini alla nuova seconda votazione ce l'avrebbe fatta e buonanotte ai suonatori. Invece mi sono svegliato nel cuore nella notte, ma solo perché avevo sete avendo gozzovgliato tra pizze e fritture all'italiana, mi sono svegliato e istintivamente ho acceso il televideo. E che leggo? Manco 'sta volta è andata liscia. C'è un altro Francesco e una scheda con un Marini secco, oltre le cinque bianche che nessuno sa più a chi attribuire con certezza, sicuramente a qualche strafottente ricattatore dell'Armata Branca-Unione, e che cazzo. La mia nausea roquentinesca è lì lì per farmi vomitare. La politica ormai si è ridotta a una specie di Champions League, a un prodotto per chiacchiere e strategie da Bar Sport. Che può mai capire il famigerato uomo della strada? Ma che può capire anche l'acuto e ignaro investitore straniero? E' la sindrome del Titanic, abbiamo incocciato l'iceberg atlantico e ancora suoniamo i nostri violini, ancora perseguiamo il nostro minuscolo particulare guicciardianiano. Siamo irrecuperabili, tutti 'mparanza.
Ora la colpa di chi è? Secondo me di chi ha candidato Marini, ma non per quei cinque astensionisti, ma perché non ha fatto i conti con l'omonimia. Non potevano scegliere qualcuno che avesse un cognome facile e inconfondibile? Ci sono tanti senatori, proprio un doppione si doveva scegliere? E poi, in secundis, la colpa è della mamma di Franco Marini. Sì, ma la signora non lo poteva battezzare Francesco 'sto figlio suo. Poi se lo chiamava Franco, come in fa nel Sud e nel suo Abruzzo. Invece no, ha voluto fare l'evoluta. L'ha battezzato direttamente Franco e noi ci dobbiamo sorbire i casini, perché in nomina stat res.
sabato, 29 aprile 2006
Del castoro si legge che quando è perseguito, conoscendo essere per le virtù de' suoi medicinali testicoli, esso non potendo più fuggire, si ferma e per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si spicca i testicoli e li lascia a' sua nimici.
Leonardo da Vinci
venerdì, 28 aprile 2006
Dove fanno il deserto, quello chiamano pace.
Tacito
giovedì, 27 aprile 2006
"Almeno due Carabinieri italiani sono morti nell'esplosione di un ordigno avvenuta poco fa a Nassiriya. Lo ha appreso l' Ansa da fonti qualificate. Nell'esplosione sarebbe morto anche un militare rumeno e ci sarebbero anche almeno tre italiani feriti".
giovedì, 27 aprile 2006
Che importanza hanno gli anni, specialmente se avete l'affitto bloccato?
Woody Allen
mercoledì, 26 aprile 2006
Più vedo e rivedo, nei vari tg, le immagini della masseria di Bernardo Provenzano e più mi dico (e vorrei dirglielo a loro, ai mafiosi e ai camorristi): ma fanno una vita di merda. Hanno accumulato tanto di quel denaro, conti segreti, euro e dollari in contanti, hanno rubato, intimidito, ammazzato e per cosa? Per vivere come miserabili contadini, in una galera senza catenacci per 43 anni. Una vita di merda. Facendo un ragionamento spregiudicato e paradossale, mi chiedo (e vorrei chiederlo a loro, ai mafiosi e ai camorristi): e non era meglio se se ne vedevano bene come Scarface, quella faccia tagliata di Al Pacino? Femmine, belle macchine, droga e cha-cha-cha, a Miami, alla faccia dei morti che hanno ucciso. E invece? Hanno vissuto come pecorari. Lo stesso vale per Riina e chissà quanti altri. E' la mentalità verghiana che li fotte. E senza andare troppo lontano, potevano imparare da Francis Turatello. Ecco tanto rumore per nulla.
mercoledì, 26 aprile 2006
Accresciti gli anni per sembrare più giovane.
Mino Maccari
martedì, 25 aprile 2006
Ho smesso di fumare. Vivrò una settimana di più e in quella pioverà a dirotto.
Woody Allen
lunedì, 24 aprile 2006
Vi devo una confessione. Venerdì scorso, assieme al nuovo album di Bruce Springsteen, ho comprato anche l'ultimo disco di Claudio Lolli, "La scoperta dell'America". Sì, proprio lui, Lolli. Lo so, lo so, che, dopo quest'ammissione, posso essere pure passato per le armi e mi merito un mese in un campo di rieducazione ad ascoltare solo Barry White, i Bee Gees, Donna Summer e i Tavares. Me lo merito. Ora, solo ora, ho avuto il coraggio di ascoltarlo. Madonna mia, mi servono infinite sedute terapeutiche e masochistiche per farmelo finalmente piacere. Il caro vecchio Lolli degli zingari felici, degli incubi numero zero, dei giornali di marzo, di borghesia, Michel, della giacca e dei compagni a venire, Bologna, piazza bella piazza, eravamo noi le lepri pazze. I giornali di marzo hanno mentito, i giornali di marzo hanno tradito. Piazza Maggiore e Albana per Togliatti. E poi il dio americano e non aprire mai. Continuiamo così, facciamoci del male. Però, però Lolli. Quando non avevo ancora vent'anni il mondo era rosso e bianco, come le bandiere e i carri della copertina degli zingari felici. Riprendiamoci la terra, la luna e l'abbondanza. Anna di Francia. Non sarò il tuo manico di scopa o il padre del tuo prossimo bambino. Ora, trent'anni dopo, ascoltarlo è dolcemente triste, nonostante le belle parole piene di echi, di sottintesi, di cultura. Sono colme di parole queste canzoni, ma tristi assai. Ed è triste pure andare a ricordare quegli anni di lotta e di libertà. Bologna 1977, un anno dopo ci fu il sequestro Moro e tre anni dopo la strage alla stazione. Piazza bella piazza.
lunedì, 24 aprile 2006
Sparano i botti. A quest'ora di notte? Dove? E per chi?
lunedì, 24 aprile 2006
Qualunque cosa vada male, c'è sempre qualcuno che l'aveva detto.
Arthur Bloch
domenica, 23 aprile 2006
Chi comunica i suoi segreti ad un altro ne diventa schiavo.
Baltasar Graciàn
sabato, 22 aprile 2006
Coloro che nascondono segreti sono sempre i più forti.
Ibrahim al-Koni
venerdì, 21 aprile 2006
Ce l'ho e lo sto ascoltando. Solo ora ho potuto. Ma tra le mani ce l'ho da stamattina. Springsteen canta il comunista d'America. In piedi, sta passando la canzone popolare.
venerdì, 21 aprile 2006
Sono andato all'Università, stamattina. Non ci mancavo da tanto tempo. Qualche volta ci sono entrato pure, negli ultimi anni. E poi tutte le volte che passo lungo il Rettifilo guardo quelle sfingi e quelle scalinate con un po' di nostalgia. Ma era tanto tempo che non mi fermavo così a lungo tra quelle stanze, che poi non sono mai state mie (giusto il giorno della laurea), perché noi di Lettere, nei primi anni Ottanta, si inseguiva lezioni tra Mezzocannone 8, Mezzocannone 16, via Marchese Campodisola (pieno di socialisti garofanati) e qualche altro posto che neanche più ricordo. Poi alla fine fummo tutti riuniti a Porta di Massa, nella chiesa di San Pietro Martire all'Università. Questo nome mi faceva sentire quasi un agnello sacrificale. Ricordo ancora i lunghi intervalli sul tetto-terrazzo di Mezzocannone 8, seduti tra lucernai e muretti, a leggere Roland Barthes, Borges, i maestri della Scuola di Francoforte, Calvino.
Ho girovagato un po' in cerca di persone che manco s'aspettavano che io apparissi, nei panni di uno sconosciuto o di un improbabile D'Artagnan, oltre vent'anni dopo. Ho preso l'ascensore, sono arrivato al piano della Biblioteca, dove ho sudato sui canti dell'Inferno. Ma non sono entrato, nonostante il sorriso di una donna che è spuntata dietro la porta. Non era più il mio posto. C'erano ragazzi che leggevano la free press, occhiali alla giovane Gino Paoli, cappellino alla Vasco Rossi, look alternativo (direbbe mia figlia quindicenne). In qualcosa mi somigliano 'sti ragazzi. Ma in loro c'è tanta affettazione, c'è un accanimento terapeutico verso la forma e l'apparire. Secondo me. Noi si era più nature, vent'anni fa o giù di lì.
Poi ho trovato chi volevo trovare. Saluti, abbracci, presentazioni, chiacchiere. Ma mi sentivo estraneo. Sarebbe potuto essere il mio mondo. Ma per fortuna o purtroppo non lo è stato.
venerdì, 21 aprile 2006
L'uomo è più fedele all'altrui segreto che al proprio: la donna invece custodisce meglio il proprio segreto che quello altrui.
Jean de La Bruyère
giovedì, 20 aprile 2006
Qui, senza pausa pranzo, con una cotoletta riscaldata nello stomaco e una birra, ad aspettare che il ciclo del lavoro riprenda. Quello che potevo fare l'ho fatto. Ora mi tocca aspettare. Tempo sprecato. Ho sempre mal sopportato le attese. Soprattutto quando non sono attrezzato. E così è adesso.
giovedì, 20 aprile 2006
Non i sogni sono folli,
folle è la veglia,
non fosse che per l'ostinazione
con cui si aggrappa
al corso degli eventi.
Wislawa Szymborska
giovedì, 20 aprile 2006
I sogni prevedono perché nascono dal passato.
Lalla Romano
mercoledì, 19 aprile 2006
Un sogno che non si avvera è una menzogna.
Bruce Springsteen
mercoledì, 19 aprile 2006
Era uno di quei sogni che, pur continuando ad avere caratteristiche proprie ai soliti scenari dei sogni, sono una specie di continuazione della propria vita intellettuale, e nei quali si partecipa a fatti e si hanno idee che continuano ad apparire valide e probabili anche dopo che ci si risveglia.
George Orwell
mercoledì, 19 aprile 2006
Quando sognamo di sognare, siamo prossimi a destarci.
Novalis
martedì, 18 aprile 2006
Due sono di fatti le porte dei labili sogni: una è fatta di corno, l'altra invece d'avorio; quelli d'essi che vengono dalla porta a lastra d'avorio quelli ingannano e portan parole senza un effetto; quelli invece che vengono dalla porta di corno ben levigato annunziano il vero ed han compimento, quando, s'intende, qualcuno li vede.
Omero
martedì, 18 aprile 2006
In tutto volete essere responsabili? Soltanto per i vostri sogni non lo volete essere? Che miserabile debolezza, che mancanza di conseguente coraggio! Niente vi è così proprio, più dei vostri sogni! Niente è più opera vostra! Materia, forma, durata, attori, spettatori, - in queste commedie siete tutto voi stessi! E proprio qui avete paura e vi vergognate dinanzi a voi stessi.
Friedrich Nietzsche
martedì, 18 aprile 2006
La vita è e deve essere un negativo dei sogni.
Giorgio Manganelli
lunedì, 17 aprile 2006
La voglia di scrivere dei fujenti (o dei vattienti, come si dice in parte della provincia di Napoli) mi è venuta l'altra sera. Passeggiavo per Toledo, nella folla dei turisti, quando risalendo verso piazza Carità, ho visto spuntare da uno dei vicoletti dei Quartieri Spagnoli, all'altezza della Rinascente, alcuni gonfaloni della Madonna dell'Arco. Li vedevo svettare tra la folla, c'era anche la scia di un canto lontano, artificiale, perché proveniva da qualche stereo portatile. Non si vedevano i fujenti. Avrei voluto affrettare il passo per raggiungerli, per raccogliere un dono dell'infanzia che qui in città mi manca. Sono malato d'infanzia e di ricordi e di freschi crepuscoli d'aprile, come il malandrino di Esenin. Niente, ho lasciato perdere. Forse mi ha frenato la paura di una delusione, il timore di scoprire che qualcosa che sopravvive nella mia memoria non esiste più nella realtà. Dentro di me canticchiavo i versi della canzone devota: "Oggi ch'è 'a festa toia famme 'sta Ràzzia". La conoscete la versione di Concetta Barra? Io la sto ascoltando adesso dall'iPod (ho infilato pure lei, tra Springsteen, Pasquale Panella e i Massive Attack, che volete? Mi appello di nuovo a Esenin). La ascolto è ho un groppo alla gola per quanto è bella questa antica canzone. Sempre l'altra sera, continuando a passeggiare, a piazza Monteoliveto li ho visti i giovani fujenti. E' sono rimasto deluso. C'era un gruppo di ragazzine abbracciate a catena, che camminava e chiacchierava, sotto gli sguardi strafatti dei presunti no global che rollavano spinelli, seduti ai piedi della fontana di Carlo d'Asburgo. Un cortocircuito sempre più frequente tra questi mondi lontani. Le ragazzine non avevano il classico vestito bianco con la fascia azzurra. No, avevano una divisa più moderna: una gonna nera e una sorta di giubbottino leggero bianco con l'immagine della Madonna stampata sulla schiena, grande e gialla.
Mi sarebbe bastato già questo per raccontare dei miei fujenti, anzi dei miei vattienti, ma poi ho letto dei post che mi hanno spinto ancora di più a scrivere. Troppo snob e incapaci di sintonizzarsi con i sentimenti, attenti a bacchettare il folclore becero (di cui abbonda questa festa) e sordi alle ragioni del cuore che la ragione non conosce (per dirla con Blaise Pascal). Ma lasciamo liberi i ricordi. Ricordi di un ateo che non può non dirsi cristiano. Come sintetizza Bunuel: grazie a dio sono ateo. E via, andiamo.
Ebbene ero un bambino di paese, abitavo fore 'a via nova, che era il centro e la periferia insieme, da un lato c'erano le case, di fronte la campagna. Erano gli anni sessanta, e tanto basta. Lungo la via nova, che era una via antichissima, la via Campana dei latini, passavano qualche volta anche i carrarmati. Di notte, e sembrava un film, con le vecchie case che tremavano e noi, in pigiama, che timidamente schiudevamo le imposte della finestra per guardare senza essere visti. Paura atavica della guerra, per chi, come mia madre, l'aveva vissuta, e per chi, come me, l'aveva vista solo al cinema o in tv. Carrarmati che venivano dalle esercitazioni Nato a Lago Patria o a Cuma. Era la stessa finestra, al primo e unico piano, dalla quale il 21 luglio del 1969 guardammo la luna, perché vi si era posato l'Apollo 11 e noi temevamo che sarebbe esplosa, come in un b-movie di fantascienza. E sempre da quella finestra, all'alba del lunedì dell'Angelo, vedevamo passare i vattienti. Il passaggio della chietta, della piccola chietta del mio paese, che marciava a piedi verso Sant'Anastasia (chissà dov'era, di certo alla fine di un mondo), il passaggio di quelle anime scalze, bianche e silenziose, come fantasmi, come creature del purgatorio (ed erano le mamme dei miei amici, forse anche i miei stessi compagni di classe, qualche mio lontano cugino o zio), il loro passaggio era stato annunciato un'ora prima (le quattro del mattino, credo) da un grande botto e poi dalla tromba che chiamava a raccolta i pellegrini che scioglievano il voto fatto alla madonna dalla guancia ferita, un botto che svegliava tutti quanti, pure quelli che, dopo i bagordi pasquali, avrebbero preferito dormire fino a tardi, o comunque fino a un'ora normale. E dalla finestra socchiusa, la stessa dei carrarmati e dell'Apollo, li vedevamo i vattenti, sempre in pigiama. Sfilavano senza alzare lo sguardo che rimaneva ipnotizzato verso un punto lontano e sconosciuto, sapevano che dietro ogni lastra c'erano occhi puntati su di loro, ma il rito non ammetteva distrazioni. Era una marcia, un po' militare pure quella. Era buio, quando Pasqua arrivava ch'era ancora marzo. O stava albeggiando, quando Cristo risorgeva ad aprile inoltrato. Sarebbero tornati nel pomeriggio, i fujenti, e allora lo spettacolo sarebbe stato solare. Con i pellegrini stanchi, i piedi neri di terra e di asfalto forestiero. Stesi a terra, chiedendo perdono per i peccati o ancora invocando la Grazia o godendo perché finalmente il voto era stato sciolto, come il figlio malato era stato guarito dalla mamma pietosa di tutti i cristiani. Il bandolero stanco cantava, portando avanti e indietro il gonfalone svettante tra i corpi esausti stesi sui basoli freddi e sporchi. E la folla commossa e silenziosa. E la canzone che ringraziava la Madonna.
Qualche anno dopo andai ad abitare in un paese più grande. I fanatismi dell'adolescenza mi avevano fatto perdere la naturalezza dello sguardo, ma il passaggio dei vattienti lungo il Corso, verso il ritorno al Santuario dell'Annunziata, dopo il pellegrinaggio, continuava a commuovermi, non quanto il volo dell'Angelo a Pentecoste, perché avevo scoperto l'ateismo e la forza naturale, umana troppo umana, della Madonna della Pace, di quell'icona di legno, bizantina e barocca, che aveva accolto le speranze e le angosce di mia madre e della sua famiglia contadina che temevano il Signore del cielo e gli acquitrinii. Per quella Madonna, zingara pure lei, che la tradizione popolare associava a Cenerentola, alla settima figlia e madre (come per una rielaborazione rustica della bellezza del Paradiso dantesco), per quella Cenerentola dell'Olimpo cattolico, mia madre, figlia di appena dieci anni, si era librata sulla piazza, cantando e lanciando fiori e colombe, invocando la Pace, con la paura e la gioia che le stringevano il petto in una morsa. Però la Madonna dell'Arco si difendeva bene grazie ai carri di Picchippò che giravano per masserie e cortili contadini fino a Parete o a Castelvolturno. I carri di Picchippò erano coperti di canne e frasche e sopra ognuno di essi c'era una piccola banda di suonatori, con tammorre, ciaramelle e nacchere. Ballavano e cantavano. E noi si usciva di casa per vederli (qualcuno applaudiva), lasciando il capretto a raffreddarsi nel piatto.
Qualche anno dopo, la mia migrazione tra i paesi a nord di Napoli mi portò laddove la Madonna dell'Arco è veneratissima, tanto che la parrocchia principale (dove i miei figli sono stati battezzati) porta il suo nome. Di fronte casa mia, in una traversa cieca di una traversa oscura, c'era un capo chietta, molto trucido, camionista e bombolaro di gas. Aveva una sua processione personale, quasi ad esclusiva conduzione e fruizione familiare. Il lunedì in Albis, quando tornava a casa, dopo il pellegrinaggio, compiva il rito nella traversa cieca. Nel condominio dove abitavo c'erano molti napoletani cittadini, esiliati in provincia, che aspettavano con curiosità e disprezzo lo spettacolino di botti, canzoni, gonfaloni e passi di danza. C'era molta puzza al naso. E anch'io provavo disagio per questo snaturamento di una festa che riusciva a emozionarmi ormai solo per la melodia distorta dallo stereo di una canzone che ripeteva "oggi ch'è 'a festa toia famme 'sta Ràzzia". In quegli anni ero anche stato per la prima volta a Sant'Anastasia per vedere finalmente dove approdassero quegli uomini, quelle donne e quei bambini vestiti di bianco. C'ero andato con un collega napoletano di città, non un regnicolo inurbato come sono io: non si lasciò mai andare, sempre con quella puzza sotto al naso che non l'ha mai abbandonato, sebbene si sia nutrito per decenni di filosofia e di arte.
Ecco, la puzza sotto il naso. Lo so che è anche una questione di classe (sociale e mondana). E devo confessare che ogni volta che sento chiamare una bambina con il nome Mariarca (che sta per Madonna dell'Arco), controllo istintivamente se ho ancora con me il portafoglio o il telefonino. Non voglio fare il Roberto De Simone della situazione, però molti guai della nostra Italia provengono dall'incapacità di troppa sinistra a sintonizzarsi con il popolo del quale vuole essere l'avanguardia (vizi leninisti, ahimè) e il bene supremo. Eppure non lo capisce il popolo, anzi lo diprezza. Non tutto ciò che è popolare è un bene, non dico questo. Anzi, del sottoproletariato, dei lazzari, dei camorristi che si nutrono e speculano su questi sentimenti genuini, bisognerebbe cancellare la memoria e spezzare il futuro. Però, però, non riusciamo a dare risposte alle paure. La mente non sa darle. Il cuore ci prova.
Oggi, a me mancano i fujenti, e meno male che ho Concetta Barra.
lunedì, 17 aprile 2006
Costui chiese a Masudi se per caso gli era capitato di vedere in sogno una donna con gli occhi macchiettati, color vino bianco. "Cambiano colore come i fiori quando fa freddo!", aggiunse lo sconosciuto. Masudi disse di averla vista. "Che fine ha fatto?" "E' morta". "Come lo sai?" "E' morta nel mio sogno davanti ai miei occhi. Era la mia seconda moglie. Giaceva con una candela nell'ombelico e le mascelle legate con i capelli". A questo punto il vecchio si mise a piangere disperatamente e disse con voce spezzata. "Morta! E io che l'ho seguita da Bassora fin qui. Il suo spettro si spostava da un sogno all'altro ed io da tre anni sto vagando in cerca di lei seguendo coloro che la sognano".
Milorad Pavic
lunedì, 17 aprile 2006
Ho sognato Freud. Che significa?
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 17 aprile 2006
I sogni svalutano il presente negandogli la sua posizione privilegiata.
Milan Kundera
domenica, 16 aprile 2006
Anche "Palazzo Yacoubian" di 'Ala al-Aswani (l'ha pubblicato Feltrinelli) è un libro bello, non come "Finestre di Manhattan" (vedi qualche post più sotto), però. Come il libro di Munoz Molina l'avevo interrotto, costretto da letture servili, e ora, riprendendolo, l'ho finito in un solo giro. Se non ne avete ancora sentito parlare ve lo sintetizzo brevemente.
Innanzitutto l'autore: è un dentista (ma non so se si guadagni ancora da vivere cavando denti ai cairoti) e questo è il suo primo libro.
Il titolo: Palazzo Yacoubian è un palazzo costruito nell'epoca d'oro dell'Egitto appena decolonizzato e monarchico, prende il nome dal suo primo proprietario, un armeno. Esiste davvero. Almeno così ho capito. Se ritorno al Cairo mi informo meglio e vado a visitarlo.
La trama: è la storia intrecciata di vari personaggi che abitano il palazzo. Sono personaggi di diversi ceti sociali. C'è il vecchio ricco grande corteggiatore di donne che ha nostalgia dell'Egitto occidentalizzato della sua giovinezza, c'è una ragazza costretta a concedersi per denaro, c'è un giornalista omosessuale che ama un giovane soldato sposato, c'è un deputato corrotto, c'è un ragazzo che vuole fare il poliziotto ma diventa terrorista. C'è uno spaccato dell'Egitto (ma potrebbe essere qualsiasi altro paese del cosiddetto Terzo Mondo, islamico soprattutto) senza libertà e povero. Le storie di questi personaggi scorrono perlopiù parallele, ma spesso si incrociano.
Lo stile: è scritto (o solo tradotto, non conosco l'arabo) nel solito modo scorrevole e piano dei romanzi egiziani, molto concreto e senza leziosità. Come un Mahfuz aggiornato, solo un po' più vivace, parlando di ricchioni, vecchi rattusi, violenze e torture.
Il successo: il romanzo è stato pubblicato alcuni anni fa a puntate su un settimanale non egiziano. Ha avuto un successo strepitoso e scandaloso. Quindi è stato edito anche in Egitto. Da quello che ho letto, sarebbe il libro più diffuso nel mondo arabo, dopo il Corano. Sarà, ma mi pare esagerato. A luglio dovrebbe uscire un film tratto dal romanzo.
La morale: non so se c'è. Non è dichiarata, ma è intuibile: la voglia di libertà e di democrazia, magari non semplicemente importata dall'Occidente. Mi piace il finale, che non racconto. Dico solo che finisce male quasi per tutti. Si salva solo un personaggio che alla fine si lascia andare verso la natura festante del popolo, dimenticando Edith Piaf, la vie en rose, mais il ne regrette rien
Quest'è il succo.
Come mi succede sempre per i libri ambientati nelle città che ho visto, sono stato sedotto dai miei stessi ricordi. Però "Palazzo Yacoubian" ha una sua forza, dura. E' un ritratto sociale come in Italia non se ne sanno scrivere più. A tratti ingenuo, molto più spesso vero e capace di mostare, con naturalezza, disgusto e rifiuto, la povertà, il terrore, la cultura della miseria, più di qualsiasi saggio erudito e informato.
domenica, 16 aprile 2006
I sogni non hanno uno stile come può averlo un romanzo, un film, un quadro; a volte non hanno neppure colori, figuriamoci se possono avere una forma sintattica o qualcosa del genere. E quando li racconti, i sogni non sono più sogni, diventano appunto racconti, storie più o meno bizzarre a seconda di come li ricordi e li ricostruisci con lo stile, con la forma della tua coscienza.
Maurizio Maggiani
domenica, 16 aprile 2006
I sogni, più sono sottili e gravidi di senso, più ritengo siano intraducibili, come se, quando si situano al di sopra delle dimensioni propriamente terrestri, non fossimo capaci di decifrarli dopo il risveglio.
Marcel Jouhandeau
domenica, 16 aprile 2006
Nessuno sogna di ciò che non lo riguarda.
Hermann Hesse
sabato, 15 aprile 2006
Mi è capitato tra le mani un libro curioso, pubblicato da Kowalski. S'intitola "Food sound system" ed è una raccolta di "trenta ricette del Mediterraneo annaffiate di buon vino e buona musica". Lo firma un certo donpasta.selecter che altri non è che Daniele De Michele, economista di giorno e dj di notte. A parte le poche righe dell’aletta, ignoro chi sia, si presenta come uno del giro underground romano-salentino. Ma non è di lui che voglio parlare, quanto di un pregiudizio snob che accompagna la pizza (e di conseguenza Napoli).
Allora tra le trenta ricette che l'autore accoppia con vino e musica, c'è, alla fine, la pizza. Devo ricopiare il passo (non è lungo) per intero perché, nel suo genere, è da manuale. Scrive donpasta.selecter. "A detta di molti napoletani, la pizza migliore è quella di Michele, a Forcella. Difficile non rimanere esterrefatti dal suo gusto, dalla leggerezza della sua pasta, dalla freschezza dei suoi ingredienti. Affascinante la scelta ortodossa di produrre solo le due pizze napoletane originarie, la Marinara e la Margherita. All'ingresso trovo la foto di due grandi artisti, Michele e Diego Armando Maradona. L'unico problema è che essendo un posto molto amato, l'attesa per mangiare è spesso estenuante. Se avete troppa fame, provate Di Matteo, famosa anche per i fantastici fritti, Brandi o Bellini". Questo è il testo. Poi l'economista-dj non dice con quale bevanda annaffiare la pizza. I puristi sanno che si mangia con l'Asprino di Aversa (è la morte sua), o , com'è ormai invalso il tutto il mondo, con una birra. E infatti da Michele ti danno solo il peroncino (ma ci manco da un paio d'anni, non so se si è aggiornato). La musica con la quale l'autore assoccia il pasto è quella di Bob Marley, Tom Waits e Lou Reed. Alla faccia dell'intellettuale. Vuole stupirci con effetti speciali? Io, che sono un vero intellettuale, sicuramente più intellettuale di lui, e sicuramente non snob o meglio di uno snobismo che fa capriole di 180 gradi, io associo la degustazione della pizza con Nino D'Angelo e, addirittura, con Mimmo Taurino ("E' fernuta 'a zezzenella, so' fernute 'e tiempe belle"), o, se proprio voglio omologarmi, con Pino Daniele. Ma i best sono Antonio Buonuomo e Gloria Christian. Riconosco che queste sono posizioni oleografiche, sed tertium non datur. Però, però, però voglio sempre dire altro. E divago roquentinescamente.
Allora, il poster di Maradona ce l'hanno tutti. “Da Michele” non è a Forcella, è vicino Forcella. Bellini fa una pizza ordinaria, nella media (alta) napoletana. La mette ancora nel piatto di metallo? E' l'unica differenza con le altre pizzerie. Brandi è migliorato negli ultimi anni, ma è pieno di turisti. E Michele pure è pieno di turisti, spinti da segnalazioni come questa di donpasta.selecter, e di napoletani ce ne vanno sempre di meno. Io ci andavo quando ero studente universitario e mi toccava rimanere al Rettifilo perché seguivo lezioni nel pomeriggio e avevo in tasca qualche millelire in più che mi consentiva di scansare l’estenuante fila alla mensa di Mezzocannone. Ci sono tornato qualche anno fa da Michele, ma si aspettava (e ho aspettato), perché c'erano troppi americani e tedeschi in fila fuori con le infami guide tra le mani.
Siamo nel campo delle indicazioni gastronomiche che fanno il paio con quelle ormai usurate delle Lonely Planet, che un tempo erano le mie bibbie. Grazie a una di esse ho scoperto la migliore ouzeria del mondo, al porto di Volos, in Grecia, vero postaccio mercantile, ma con sarde strepitose e ouzo da spellare l'esofago, che ancora mi brucia. Avresti potuto anche incontrare Maqroll il Gabbiere e il libanese Bashur. E a proposito di sarde: il migliore cuscus della mia vita (l'avrò già scritto, lo so, lo so) l'ho mangiato a Tunisi, in un ristorante per impiegati. In veri posti popolari ci sono invece capitato per caso. Per rimanere in Grecia, a Ioannina dove ho mangiato polpette al sugo enormi e buonissime in una specie di take-away, oppure ad Agios Dimitros, uno dei tanti Agios Dimitros ellenici, villaggio di pecorari sperduto tra le montagnelle della Laconia, laggiù in fondo al Peloponneso: interiora di pecora con soda per mandarle giù (ma pure questo lo sapete già).
Fatte 'ste premesse sballate, confermo che attorno ai posti popolari c'è solo retorica. A Napoli e nel resto del mondo. Ce ne sono di buoni, ma la maggioranza sono pessimi, popolari appunti, che spesso è sinonimo di miserabili. Un'ultima annotazione al passo citato: l'unica pizza originaria è la Marinara. La Margherita è stata inventata da Brandi, che ci ha costruito sopra una fortuna.
Io ho mangiato la pizza in tutti i posti del mondo dove l'ho trovata. E' una forma di collezionismo masochista. Una penitenza, un cilicio. L'ho mangiata a Bagdad e a Mossul: era una focaccia cotta in un fosso, moscia e appena bagnata di olio (sempre che fosse olio). L’ho mangiata a Mostar, guardando il ponte distrutto: ma era una cosa strana, innominabile, contava l’hic et nunc. L’ho mangiata a Zanzibar, a Parigi, a Barcellona, a Washington e in posti diversi dell’Ellade vacanziera.
E Napoli? Premesso che a Napoli la pizza è buona quasi dovunque (con un quasi esiguo quanto una percentutale da prefisso telefonico), io ho le mie preferite, che in qualche post avrò anche citato. Insomma, Michele a parte (con le considerazioni di cui sopra), a me basta la pizza che fa Umberto a via Alabardieri, sotto casa, che, quando non ho tempo di preparare da mangiare (pranzo o cena che sia), c’è il profugo abissino che me la porta fino a casa, ancora calda e che io mangio tagliandola direttamente nel cartone aperto, guardando la tv. La pizza più elegante e nobile di Napoli resta quella di Ciro a Santa Brigida. E’ l’evoluzione e la tradizione. Forse fa un po’ parvenu, ma è una signora pizza. Brandi è migliorato e pure i Mattozzi se la cavano a pieni voti. Ma la pizza-madelaine, quella della memoria e del tempo perduto, amici cari e golosi, era quella di Salvatore alla Riviera, quando era ancora vivo la buonanima del vecchio Salvatore Iossa, cavaliere d’Italia, uno dei pochi ai quali riconosco questo titolo. Era una pizza scònceca, quasi senza cornicione, accarezzata e tastata più che schiacciata. Ora, passata in altre mani, è ancora una grande pizza, da intenditori, sebbene il must resti il ripieno (che io non amo, particolarmente).
Dite la vostra che io ho detto la mia.
Playlist no snob: “Are you ready for the country?” (Neil Young), “Stanze come questa” (Lucio Battisti), “Angel” (Massive Attack), “Goodbye yellow brick road” (Elton John), “Can’t take my eyes off of you” (Muse), “Ta Pedia Tou Pirea” (Melina Mercouri), “Amore senza fine” (Pino Daniele), “Vicious” (Lou Reed, per accontentare donpasta.selecter), "By this river" (Brian Eno), "Something" (Beatles), "Letto 26" (Stefano Rosso) e "Il mozzarellista" (Tony Tammaro: io sono un ragazzo di furgone, tra un fiordilatte e un provolone, ci metterò le tue mozzarelle... e sempre ti chiamerò caciottino amoroso e dudù-dadadà).
sabato, 15 aprile 2006
Se frequentate questo blog già sapete che avevo cominciato a leggere, trezziàndomelo, "Finestre di Manhattan" di Antonio Munoz Molina (Mondadori), e sapete pure che mi stava piacendo molto. Effettivamente, ora che l'ho finito, dopo lunghe interruzioni, confermo: è un libro molto bello. Conoscevo Munoz Molina di nome, ma non avevo mai letto niente di suo. Ero stato attirato dall'argomento: New York. Se frequentate questo blog conoscete i miei deliranti resoconti di viaggio e sapete anche che in pratica li ho raccontati tutti, tranne quello a New York. E' una forma di pudore e di paura. Troppo grande l'argomento e strabusato, ancora troppo forte la mia emozione, dopo anni (un'emozione coltivata con libri e film, ancora oggi).
Munoz Molina ha una bella scrittura. Pulito come i grandi e chirurgico come Javier Marias, però più concreto. In alcune parti ha lo stesso passo della "25ma ora" di Spike Lee. A poche pagine dalla fine Munoz Molina confessa: "Scrivere è una corsa contro il tempo in cui sei destinato a rimanere indietro, a essere sconfitto". Però in questa sconfitta quante cose riesce a mettere. Chi è stato a New York (io ci ho girato da solo per cinque giorni, conoscendo quattordici parole d'inglese) ritrova le ferite della nostalgia, ma anche l'incanto di certe passeggiate a Central Park, i barboni, i fast food, la luce di Battery Park, il quartiere dei macellai che sta diventando un luogo pieno di pub molto di moda, le bande afro-americane, il jazz, la notte, l'insonnia da jet-lag, l'alba, le differenze tra East e il West Upper Side, la vera Little Italy che ormai è solo ad Arthur Avenue, nel Bronx. Io ci sono andato a bere l'unico caffè decente in un bar di fronte a Mario's, il ristorante dove hanno girato "Il Padrino". Ci sono gli artisti della Grande Mela, gli immigrati che vogliono integrarsi, le mille culture che invece resistono e si ritagliano un angolo in miniatura per far rivivere il proprio pezzo di atlante nell'isola meno isola del mondo intero. Ma soprattutto Munoz Molina sa descriverre la grande solitudine di New York, quella della gente che vive per anni e anni sul tuo stesso pianerottolo e che non hai mai visto, della quale senti i rumori quotidiani attraverso le sottili pareti, della quale conosci ormai tutta la vita, ma ignori il volto. Più che un affresco (impossibile farlo, non c'è riuscito finora neanche Paul Auster) è un mosaico con tutti i tasselli in disordine.
Chi non mai stato a New York sarà preso da un desiderio immediato di andare a perdersi nella Cina di Canal Street, di passeggiare verso Union Square, di farsi tutti gli isolati di Brodway da Wall Street ad Harlem. Potrebbe impiegarci una vita. Ecco, vorrei leggere o vivere un libro che si chiamasse "Strade di Manhattan". Forse, nella borgesiana biblioteca di Babele, c'è, da qualche parte, e io non l'ho ancora trovato.
sabato, 15 aprile 2006
Il sogno che hai fatto stanotte ti porterà difilato in galera.
Mino Maccari
sabato, 15 aprile 2006
Il sogno estrae dal caotico magma della vita ciò che è essenziale.
Gustaw Herling
sabato, 15 aprile 2006
Fidatevi dei sogni, perché in loro si cela la porta dell'eterno.
Gibran K. Gibran
venerdì, 14 aprile 2006
Allah invia sogni annunciatori sulla superficie del globo con la stessa disinvoltura con cui lancia una folgore, disegna un arcobaleno o avvicina a noi d'improvviso una cometa tratta da non si sa quali misteriose profondità dell'Universo. Allah lancia dunque un segnale su questa terra senza curarsi del luogo in cui andrà a cadere, perché, lontano com'è, Lui non può occuparsi di particolari del genere. Spetta a noi scoprire dove s'è posato quel sogno, sta a noi scovarlo fra milioni e miliardi di altri, proprio come si potrebbe cercare una perla perduta in un deserto di sabbia. Infatti, la spiegazione di quel sogno, caduta come una scintilla smarrita nel cervello d'uno dei milioni di individui addormentati, può aiutare a prevenire la sventura del Paese e del suo Sovrano, a evitare la guerra o la peste, oppure a suscitare nuove idee.
Ismail Kadaré
venerdì, 14 aprile 2006
Un sogno senza stella è un sogno dimenticato.
Paul Eluard
venerdì, 14 aprile 2006
Non ho mai dato particolare importanza ai sogni. Forse è vero che, attraverso di essi, si penetra nella vita mentale e sul loro modello si formano i sintomi nevrotici. Ma ho sempre sofferto di insonnie feroci; ho dormito poco e sognato ancor meno.
Alberto Bevilacqua
giovedì, 13 aprile 2006
Scopro, leggendo riviste vecchie di un mese, che è tornato di moda mangiare le palle di toro. Ma quando c'è stata questa moda? Io ricordo che da ragazzo ho mangiato testicoli di bue, bolliti e spruzzati di limone. Mia madre li comprava dal macellaio sotto il palazzo. Non ricordo neanche che sapore avessero, ma sapevo di cosa si trattasse. Niente di eccezionale. Ho anche mangiato cervello bovino fritto, roba da mucca pazza, a pnesarci adesso. Aveva un sapore, però, quella materia grigia. Anche il midollo era buono. Faceva tutto un po' senso a sapere e a vedere. Ma c'era qualcosa di animalesco e primitivo. Involtini di intestino di pecora attorcigliato a gambi di sedano amaro. Mangiavo anche il sangue di maiale fritto con zucchero o sale. Sangue caldo, stile Dracula, non l'ho mai bevuto. Però vedere i masai che succhiano il sangue dalla giugulare delle loro magrissime mucche fa un effetto, lo fa.
Playlist: "Backsteets" (Bruce Springsteen), "Fortress Europe" (Asian Dub Foundation).
giovedì, 13 aprile 2006
Il sogno, autore di figurazioni
nel suo teatro sul vento innalzato
ombre suol vestire di aspetto bello.
Luis de Gongora
giovedì, 13 aprile 2006
Chi cammina
s'intorbida.
L'acqua corrente
non vede le stelle,
chi cammina
dimentica.
E chi si ferma
sogna.
Federico Garcia Lorca
giovedì, 13 aprile 2006
Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì quel ch'è, come non fosse, agogna,
tal mi fec'io, non possendo parlare
che disiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
Dante Alighieri
mercoledì, 12 aprile 2006
Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.
Ennio Flaiano
mercoledì, 12 aprile 2006
Vorrei dormire tra lenzuola di carta carbone per fare una copia dei sogni più belli.
Romano Bertola
mercoledì, 12 aprile 2006
Dimmi con chi dormi e ti dirò chi sogni.
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 11 aprile 2006
All'apogeo dei nostri disgusti, un ratto sembra essersi infilato nel nostro cervello per sognare.
Emil Cioran
martedì, 11 aprile 2006
Ognuno sogna i sogni che si merita.
Gesualdo Bufalino
martedì, 11 aprile 2006
Tantissima gente fa sogni usati.
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 11 aprile 2006
Al Senato ha vinto il centrodestra per un paio di senatori.
Alla Camera ha vinto il centrosinistra per ventimila voti che gli garantiscono il premio di maggioranza di una cinquantina di deputati.
Berlusconi non farà il presidente del Consiglio.
Parla Fassino: il centrosinistra ha vinto le elezioni. Mancano una trentina di sezioni, ma il vantaggio di venticinquemila voti gli darà i 340 deputati per governare.
Faccio fatica a sentirmi italiano. Avrei preferito la vittoria di Berlusconi. Volevo vedere se poi l'aboliva l'Ici.
martedì, 11 aprile 2006
Come si dice a Napoli (mi perdonino le donne), 'a mala nuttata e 'a figlia femmena.
Iammucenne a cuccà.
lunedì, 10 aprile 2006
Berlusconi non ha vinto e non ha perso.
Non si capisce un cazzo.
lunedì, 10 aprile 2006
Berlusconi non ha perso.
Come sono brutte queste quattro parole.
lunedì, 10 aprile 2006
Berlusconi ha perso.
Come sono belle queste tre parole.
lunedì, 10 aprile 2006
Qualcuno mi disse: Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno è dentro un altro, e così all'infinito, che è il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere all'indietro è interminabile e morirai prima di esserti veramente destato.
Jorge Luis Borges
lunedì, 10 aprile 2006
Attento! Uscendo dai tuoi sogni puoi trovarti in quelli altrui.
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 10 aprile 2006
Della stessa stoffa magica e irreale eran tessuti i sogni notturni, un nulla che conteneva in sé tutte le immagini del mondo, un'acqua nel cui cristallo stavano le forme di tutti gli uomini, di tutti gli animali, degli angeli e dei demoni, come possibilità sempre deste.
Hermann Hesse
domenica, 09 aprile 2006
Dopo la lettura di "Mongo" di Ted Botha (edito da Isbn) guardo la spazzatura in modo diverso.
Secondo il "Cassel Dictionary of Slang", Mongo ha tre significati: nato nel 1970 in America come sinonimo di idiota, dieci anni dopo mongo è passato a indicare per i newyorchesi un oggetto buttato via e poi recuperato e anche chiunque rovisti fra i rottami. Ted Botha è un giornalista che collabora a varie testate (come il "New York Times" e il "Los Angeles Times"), ha passato dei mesi a frequentare i mongo, i raccoglitori di rifiuti, che lui chiama collezionisti. Il libro è stato pubblicato negli Stati Uniti due anni fa ed è una bella carrellata tra i diversi tipi di collezionisti dei quali Botha racconta vita e abitudini, storie private e pubbliche, e nello stesso tempo racconta una New York inusuale.
Per noi italiani, e napoletani in particolare, l'immondizia è una questione assillante e apparentemente irrisolvibile. Consumiamo e buttiamo e non sappiamo dove mettere la monnezza, tutta mischiata, indifferenziata com'è, imballata e non. New York produce da sola una quantità di spazzatura enorme e una parte viene riciclata da questi stravaganti personaggi.
Al Cairo ho visitato il quartiere degli zabaleen, poveracci che raccoglievano e rivendevano la spazzatura della megalopoli africana. Ma la spazzatura americana è più ricca e interessante. Nei vari capitoli del libro, Botha presenta i diversi tipi di mongo. Ci sono i pigliatutto che seguono quasi un impulso bulimico, tra essi c'è una signora molto perbene che vive nel New Jersey. Poi ci sono gli esperti della sopravvivenza che si dedicano alle lattine che rivendono in centri di raccolta specializzati, se la fanno di prima mattina nei luoghi pubblici molto affollati e hanno anche qualche cameriere amico che gli fa trovare i sacchi già pronti. E via così con i cacciatori di tesori, gli anarchici che in parte sono anche no global e che si dedicano soprattutto alla raccolta del cibo scartato da ristoranti e fast food. Botha passa giornate e nottate con tutte queste persone che in alcuni casi sono dei commercianti o degli artisti o dei facitori di mode. Con i rifiuti riescono a guadagnare anche molto. C'è uno specializzato in libri: a New York durante le ristrutturazioni di interni (e se ne fanno in continuazione) vengono spesso buttate via intere biblioteche che possono contenere veri pezzi per bibliofili. C'è poi una tizia che colleziona hard disk dai computer rotti e abbandonati per strada. Botha la definisce una voyeuse, una guardona. E' capace di rimettere a posto quasi tutti file danneggiati e sapere i fatti di tutti, ma si limita a leggere: è una grande ficcanaso che quando si imbatte in dati molti personali e compromettenti li distrugge. Ha una morale e un senso del limite. E ci sono gli archeologi; tre tizi, due uomini e una donna, che recuperano bottiglie dalle vecchie latrine dismesse di Manhattan, ormai coperte e secche. Vendono le bottiglie ottocentesche a prezzi anche molto elevati. E alla fine c'è un mongo che ha raccolto tonnellate e tonnellate di pezzi di vecchi edifici distrutti (porte, capitelli, intere facciate, colonne) tanto da riempire cinque rimorchi. Li tiene parcheggiati di volta in volta in varie parti della città, ma lo fanno sloggiare spesso.
"Mongo" è davvero un libro curioso che cambia il nostro rapporto con gli oggetti, con il consumismo sfrenato, senza riciclaggio. Effettivamente quello della spazzatura è, e lo sarà sempre più, uno dei problemi della nostra società opulenta. Botha non sta a moraleggiare. Come i bravi giornalisti americani, quelli che "vedono con i piedi", che camminano e vanno, racconta storie senza stare a tranciare giudizi e sentenze. Che il lettore capisca da solo. E cosa si capisce? Si capisce che il valore delle cose, anche nella società capitalista, dove contano valori e plusvalori, costi, ricavi e dividenti, ogni merce ha anche un valore d'uso e sentimentale, che va al di là del valore di scambio. Tutto può essere riciclato, rivenduto e può avere una nuova vita. Niente si distrugge e tutto si riclica.
domenica, 09 aprile 2006
Non raccontate i vostri sogni. Chi sa mai che i freudiani non prendano il potere!
Stanislaw Jerzy Lec
domenica, 09 aprile 2006
Quei sogni non erano solo eloquenti, erano anche belli. Questo è un aspetto che è sfuggito a Freud nella sua teoria dei sogni. Il sogno non è soltanto una comunicazione (magari una comunicazione cifrata), ma anche un'attività estetica, un gioco dell'immaginazione, che è di per sé un valore. Il sogno è la prova che immaginare, sognare ciò che non è accaduto, è tra i più profondi bisogni dell'uomo. Qui sta la radice del perfido pericolo del sogno. se il sogno non fosse bello, sarebbe possibile dimenticarlo in fretta.
Milan Kundera
domenica, 09 aprile 2006
Spesso sognava un giardino, un giardino incantato, con alberi favolosi, fiori giganteschi, grotte azzurre cupe e profonde; fra l'erbe occhieggiavano pupille scintillanti d'animali sconosciuti, sui rami strisciavano viscidi e nervosi serpenti; dai tralci e dai cespugli pendevano bacche enormi, umide e brillanti, che a coglierle gli si gonfiavano nella mano e spandevano un succo caldo come sangue oppure avevano occhi e li muovevano con astuto languore; s'appoggiava ad un albero tastando, afferrava un ramo e vedeva, sentiva fra il ramo e il tronco un incresparsi aggrovigliato e folto di peli, come quelli che s'annidano nella cavità d'una ascella.
Hermann Hesse
sabato, 08 aprile 2006
La boxe è quando un sacco di bianchi stanno a guardare due neri che si riempiono di botte.
Muhammad Ali
venerdì, 07 aprile 2006
(ANSA) – Il sindaco di Bologna Sergio Cofferati ha ironizzato, parlando con i giornalisti a Palazzo D'Accursio e commentando le dichiarazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sulla possibilita' di abolire la tassa sui rifiuti. ''Vi do' una anticipazione - ha detto Cofferati - nel pomeriggio Berlusconi abolira' anche la tassa sulla occupazione del suolo pubblico e quella sulla pubblicita' che sono le ultime imposte comunali rimaste e, prima di sera, annuncera' anche l'abolizione del senso del ridicolo''.
venerdì, 07 aprile 2006
Ho un lavoro tosto, ma piacevole da fare oggi. E così, di prima mattina, mi sono dato la carica con tre sferzate d'energia, in sequenza: "Dancing in the dark", "Thunder road" e "Born to run". Chi ben comincia è a meta dell'opera.
venerdì, 07 aprile 2006
La folla ritiene profondo tutto quel di cui non riesce a vedere il fondo.
Friedrich Nietzsche
giovedì, 06 aprile 2006
A cena ho mangiato due bei polpi al pomodoro, innaffiandoli con il Chianti che ammazza l'anemia. Alla faccia di Berlusconi.
giovedì, 06 aprile 2006
Da questa mattina, presto, sento nell'aria il mare. Un mare che diffonde gli odori del porto, un aria grassa e fresca, che rievoca pesci e navi, il Mediterraneo, da Istanbul a Gibilterra. E' l'annuncio dell'estate che si è propagato con la pioggia di ieri sera. Arriverà l'estate, L'aspettiamo ora che la temperatura nelle case, spenti i riscaldamenti, è più fredda della strada. Il mare è qui vicino, a qualche centinaio di metri, avvolto nella foschia, nascosto dalle case. Basterà scendere per via Calabritto e ammirare quel gruppetto di palme che, nella mente, mescolano Los Angeles e Beirut. Basterà affacciarsi a via Calabritto ed è fatta.
giovedì, 06 aprile 2006
La folla, il nuovo protagonista della storia del mondo.
Corrado Alvaro
mercoledì, 05 aprile 2006
Mo' vorrei sapere, ma quando mi sento scoglionato, vuol dire che sto bene o che sto male?
mercoledì, 05 aprile 2006
"Siccome sono un coglione non ci vado. E non voglio fare l'utile idiota travestito da giornalista". Così il direttore del 'Manifesto' Gabriele Polo ha declinato l'invito di partecipare stasera alla trasmissione 'Terra!' di Tony Capuozzo su Canale 5 alla quale interverrà il premier Silvio Berlusconi. "Ho ricevuto una telefonata da Capuozzo e gli ho detto 'no grazie'. Le regole - ha spiegato Polo - si rispettano. Non si può travestire il giornalismo con un'incursione a fini elettorali".
mercoledì, 05 aprile 2006
«Ho troppa stima per l'intelligenza degli italiani per credere che ci possono essere in giro tanti coglioni che votano per il proprio disinteresse».
mercoledì, 05 aprile 2006
Né si deve porgere orecchio a coloro che dicono: "Voce di popolo, voce di Dio", perché la turbolenza della folla è sempre prossima alla pazzia.
Alcuino
martedì, 04 aprile 2006
Per farsi ammirare dalle folle bisogna sempre tenerle a distanza.
Gustave Le Bon
lunedì, 03 aprile 2006
L'ospitalità che dura più di tre giorni, diventa beneficienza!
al-Bukhàri
domenica, 02 aprile 2006
Faccio come dice quella canzone: "Do sfogo alla mia turpe voglia, ascolto Bach". Si addice alla primavera quel geniale parruccone del Settecento. E' che nel frullatore musicale, quello che serve tutta la casa, ho infilato una dose massicia di musica classica, Bach soprattutto. Miscelato random, da meccanismi a me sconosciuti, tanto che mi capita tra capo e coda un classico napoletano suonato dall'orchestra di Arbore, un Tom Waits da "Smoke", una stronzata sanremese (com'è straordinaria la vita), un melenso Bocelli, uno struggente o scatenato Elvis Presley e, qua e là, qualche brano di colonne sonore.
Bach, ma dicevo di Bach. Ho infilato nel frullatore fantasie, suite per violoncello, sonate, rapsodie, l'oratorio di Natale, opere per organo, duetti, la Passione secondo Giovanni, toccate e fughe, concerti per pianoforti e per archi, ma soprattutto tutte le versioni che posseggo delle Variazioni Goldberg. Saranno almeno una dozzina, tra le quali le tre sublimi di Glenn Gould (l'unico che poteva permettersi di parlare male di Mozart, lui lo poteva fare, tra geni si può).
Ebbene, io da provinciale balzacchiano, ho scoperto le Variazioni quando ero già cresciutello. In campagna si cantava a fronne 'e limone, al massimo si stonava alla Carosone (chella là, chella la, nun sape 'o male ca me fa). Ho scoperto le Variazioni Goldberg quando ho visto "Il silenzio degli innocenti". Era la musica che Hannibal Lecter ascoltava nel gabbione dove l'avevano rinchiuso. Non sto qui ad azzelliarvi su come, quando e perché le Variazioni sono state composte. Certatevi tutto su Google e non rompete le palle.
Da allora, e per un po', le Variazioni sono diventate una mia piccola ossessione. Ne andavo cercando versioni anche banali, dozzinali. Facevano massa, attorno ai tre gioielli di Gould e a quella eterea e perfettina di Keith Jarrett. Ora le ascolto, con un po' di Beethoven, Grieg, Bartòk, Ciakovskij (o come cazzo si scrive), Dukas, Stravinsky, Ponchielli, Mussorgsky e Schubert (una parte di questi ultimi, se siete delle persone di fantasia, saprete pure indovinare dove sono raccolti).
E' la primavera. E' il mare, il sole e gli impavidi che ieri hanno fatto il bagno a Marechiaro. In culo all'inverno. Diamoci alle turpi voglie. A tutte le turpi voglie. Fisiche, soprattutto. Ascoltando Bach.
domenica, 02 aprile 2006
Il provincialismo è qualcosa di più dell'ignoranza. È ignoranza più una volontà di uniformità. È una malevolenza latente, spesso una malevolenza attiva, e l'odium teologicum ne è solo un aspetto. È molto insidioso, ed uno può raramente esserne libero, anche tenendo gli occhi aperti.
Ezra Pound
sabato, 01 aprile 2006
Fingiti straniero, sarai rispettato.
Mino Maccari