martedì, 31 gennaio 2006
Scrive Erodoto: "Le mogli degli uomini eminenti, quando muoiono, non vengono subito consegnate nelle mani degli imbalsamatori; e neppure quelle che si siano distinte per bellezza o per maggiore considerazione: solo quando siano passati, dalla morte, tre o quattro giorni le affidano alle loro cure. E questo per impedire che gli imbalsamatori possano approfittare di tali donne: dicono, infatti, che uno sia stato sorpreso, per la denuncia di un compagno di lavoro, mentre si univa al cadavere di una donna morta da poco" (Libro II, 89). In due parole: necrofori necrofili.
martedì, 31 gennaio 2006
La ragione del rancore è il rifiuto della civiltà, che è imposto a tutti noi e che evidentemente gli uomini possono sopportare - proprio perché non credono veramente alla sua necessità e anche perché non ricevono mai in cambio ciò che viene loro promesso per questo rifiuto - solo in quanto elevano la stessa negazione della felicità a sostanza metafisica.
Theodor W. Adorno
lunedì, 30 gennaio 2006
Non so voi, ma per me Mozart è un premio che la vita ci dà, per il solo fatto di esistere. Mi verrebbe da dire che se c'è stato Mozart, c'è anche Dio. Ieri sera, per commemorare il 250mo anniversario della nascita di Mozart ho rivisto per l'ennesima volta "Amadeus" di Milos Forman. Un film hollywoodiano, e che volete? Pellicola pasticciona, falsa, e che volete? Mi piace più di tutte le altre dedicate a Mozart. Mi è un po' antipatico Tom Hulce e la sua risata caricaturale. Ma è un film fatto con i controcazzi. Salieri, F. Murray Abraham (l'ho conosciuto, che tipo, tale e quale a Mario Castellani, la spalla di Totò), Salieri è il santo protettore dei mediocri, in lotta contro Dio stesso che ha scelto quel marmocchio presuntuoso come lo strumento per far sentire la sua voce agli uomini. Il Mozart di Forman (ho rivisto la director's cut, ovvio) è il genio destinato a distruggersi. Però non ha niente di maledetto: è solo un piccolo grande uomo che non sa gestire la sua vita e la sua voglia di vivere. Che scena, quella finale, quando Mozart in punto di morte detta a Salieri il Confutatis del Requiem. Ce l'ha tutto in testa, e il povero Salieri non riesce a stargli dietro. E' la musica. A 36 anni, Mozart aveva fatto tutto e poteva anche morire. E l'ultima sua firma fu quella su Lacrimosa. Forman sceneggia il testo teatrale di Peter Shaffer, che riprende il dramma di Puskin, e punta tutto su Salieri assassino di Mozart. Be' la trama la sapete, che ve la racconto a fare? Mozart è una delle poche forme di piacere che ci consentono di immergerci nel sublime. Sarà banale dirlo. ma non me ne fotte niente, non so dirlo in un altro modo. Ora, mentre scrivo, lo sto ascoltando di sottofondo, grazie a iTunes. Stàteve bbuone, aggia sentì l'Adagio d'o concerto pe' clarinette, K. 622.
lunedì, 30 gennaio 2006
La troppo lunga rinuncia rende il cuore di pietra.
William B. Yeats
domenica, 29 gennaio 2006
Non amo le rose che non colsi.
Guido Gozzano
sabato, 28 gennaio 2006
L'idea dell'imitazione della passione di Cristo, che una volta aveva un senso del tutto diverso, si trasforma nella mania di proclamare appena possibile la sofferenza o la sua permanenza, come è poi accaduto nel ripristino di questo mitico concetto di sacrificio. Si fa come se a causa della corruzione della natura umana non solo il meglio fosse diventato infinitamente difficile, anzi impossibile, ma come se data questa corruzione dell'uomo non fosse affatto lecito volerlo; e proprio in questa rinuncia a volere il meglio per gli uomini questa corruzione viene davvero ratificata e prolungata all'infinito.
Theodor W. Adorno
venerdì, 27 gennaio 2006
Confesso che con l'andazzo elettorale che si sta vedendo ero tentato di votare Rifondazione comunista. Turandomi il naso con una tenaglia. Era giusto per tirare la corda a sinistra, ma anche perché Bertinotti (che non sopporto) è l'unico (però) che parla di problemi del lavoro e sembrava interessato a scagliare qualche mattone contro le false cristialliere del mercato libero e santificato. Insomma ero tentato. Ma leggendo che vogliono candidare Vladimir Luxuria, Heidi Giuliani e Francesco Caruso, mi ritiro in buon ordine, ma molto indignato. Fosse stato solo Luxuria non sarei saltato dalla sedia. E' un'operazione alla Cicciolina, ma più intelligente. E i tempi sono anche cambiati. La candidatura della mamma di Carlo Giuliani è un'operazione-ricarcimento, un po' paracula, e va a fare acchiappanza in quell'area no-global sempre collaterale a Rifondazione. Ma Francesco Caruso no. E' troppo. Disobbedisco io. E' impresentabile, davvero impresentabile. Allora perché non Casarini, così pieno di sé e senza un ma?
venerdì, 27 gennaio 2006
In Egitto Erodoto scopre un bestiario di meraviglie. Aninali esotici e leggendari, dei quali quasi sempre ha solo notizie di seconda mano. Ne parla con parsimonia, però ne parla. Descrive rapidamente bestie che esistono e bestie che sono solo fantastiche (ma lui non lo sa). Da Erodoto Borges riprende, nel suo "Manuale di zoologia fantastica" il passo sulla fenice. L'uccello che risorge dalle sue ceneri fa la sua figura in quell'universo di prodigi che raccoglie nelle gabbie delle pagine esseri come il basilisco, il catoblepa, il centauro, la chimera, la inconcepibile fauna cinese, il kraken, la lepre lunare (è il man in the moon, al quale i Genesis hanno intitolato una canzone), il mirmicoleone, il nesnas, il roc, la scimmia dell'inchiostro, il simurg, lo zaratàn. Sono aninali che provengono dalle più diverse letterature.
La fenice fa cose straordinarie. L'impresa sulla quale Erodoto si sofferma è il trasporto del padre dall'Arabia al tempio del Sole. Nel racconto, l'autore usa prudentemente il condizionale: "Per trasportarlo farebbe così: prima di tutto, dicono, impasta con la mirra un uovo grande quanto le forze gli permettono di portarlo; poi, si prova a tenerlo sollevato e, quando si sia in tal modo allenato, avendo svuotato l'interno dell'uovo, vi introduce suo padre. Quindi con altra mirra spalma la parte per la quale ha praticato lo svuotamento e introdotto il padre, di modo che, essendovi quello dentro, si ristabilisce il peso di prima; avendolo dunque, così avvolto, lo trasporta in Egitto, nel santuario del Sole" (Libro II, 73).
Poco prima Erodoto aveva descritto l'ippopotamo, che, da come ne parla, non ha mai visto. La sua descrizione è ancora più divertente perché la si può confrontare con la realtà, andando in uno zoo qualsiasi o ripescando dalla memoria la vecchia pubblicità dei pannolini Lines. L'ippopotamo era ritenuto sacro dai Papremi (va poi a vedere chi cazzo erano 'sti Papremi). Per gli Egiziani è un animale come un altro. Lo scrittore greco ce lo racconta con queste parole: "E' un quadrupede, con l'unghia fessa, come l'hanno anche i buoi; naso camuso, ha una criniera da cavallo e mette in mostra i denti sporgenti, coda da cavallo e nitrito; per grandezza, è come un bue, il più grosso. La sua pelle, poi, è così spessa che, quando è secca, se ne possono fare aste per giavellotti" (Libro II, 71). Questa immaginaria somiglianza al cavallo ha contribuito alla definizione del nome.
venerdì, 27 gennaio 2006
Diffidate di quelli che voltano le spalle all'amore, all'ambizione, alla società. Si vendicheranno di avervi rinunciato.
Emil Cioran
giovedì, 26 gennaio 2006
Dialettica significava, da un lato, l'arte eristica che era praticata dai sofisti, e cioè la capacità di rendere più forte il discorso più debole, come dice Platone, o, come diremmo più semplicemente, di falsare la verità mediante artifici nell'esposizione, d'altro lato nel concetto platonico di dialettica c'è il significato positivo dell'organo della verità, o addirittura della stessa forma della verità.
Theodor W. Adorno
mercoledì, 25 gennaio 2006
E' che pensavo che il comunismo fosse starsene seduto alla guida di una cadillac rossa, con due bionde strafiche, una accanto e un'altra di riserva sul sedile posteriore, e andarsene per le strade blu dell'America, con lo stereo al massimo che mandava "Cortez the Killer" di Neil Young o, of course, "Thunder road" di Bruce Spingsteen, o anche una canzone di Paul Anka. Sì, andare a incontrare i neri dell'Alabama, fare un po' quello che poi avremmo visto in "Mississippi Burning", con Gene Hackman che prende a pugni quelli del Ku Klux Klan. Fare blowin' in the wind. Negli occhi l'ultimo valzer della Band, visto in un cinemone vuoto e nuovo della provincia strafatta. E Levon Helm che canta le parole di quel fighetto di Robbie Robertson, che prima s'era messo a sfidare con la chitarra, che impunito, Sua Maestà Eric Clapton Manolenta. Il comunismo era quella canzone che faceva così:
Like my father before me, I'm a working man
And like my brother before me, I took a rebel stand
Oh, he was just 18, proud and brave
But a yankee laid him in his grave
I swear by the blood below my feet
You can't raise a Cane back up when he's in defeat
The night they drove old Dixie down
And all the bells were ringin'
The night they drove old Dixie down
And all the people were singin' ...
e poi un na na na na, che ci aiutava, ché non sapevano bene le parole.
La notte che si avviarono giù, nel vecchio Dixie. Era questa la rivoluzione. Sì, sì le bandiere con la falce e martello, ma mi eccitava di più quella a stelle e strisce. La prima la sventolavano in piazza. Ma a casa, accanto ai poster di Bob Marley e Joni Mitchell c'era quell'altra. Vizi pubblici e private virtù. Pensate quello che volte, ma più della sfilata sulla piazza rossa dei carrarmati sovietici mi addecreàvo per quel coro, rispreso da Martin Scorsese, che radunava sul palco, tutt'assieme (mancava solo Springsteen), Bob Dylan, Neil Young, Joni Mitchell, Paul Butterfield, Bobby Charles, Eric Clapton, quel finto tamarro di Neil Diamond, Ronnie Hawkins, Dr. John e Van Morrison. Un background vocal unico per "I shall be released": ho visto la mia luce sorgere da occidente e calare ad oriente, un altro giorno, un altro giorno, e sarò released.
Embé e quelli che ci dicevano nelle riunioni, ai comizi, sui giornaletti, che erano dei bollettini di guerra, che dicevano? Che dovevamo inneggiare al compagno Enver Hoxha. Il massimo per loro sarebbe stato andare a zappare una lurida zolla di terra, pisciando sangue, sulle colline albanesi. Ma non ci rompete il cazzo. Voglio le strafiche in cadillac, semmai le avrò. Alla faccia vostra. Ché il massimo dalla vita che si poteva avere in quegli anni, tra Tirana, Valona e Durazzo, era ascoltare di stramacchio, da una radio italiana, una canzone di Anna Oxa. Eclissi totale. Non scendo. No, non vengo. Salùtame a Lenin. Io mi buttai a sinistra.
mercoledì, 25 gennaio 2006
Chi ha mai chiesto alla tesi e all'antitesi se vogliono diventare sintesi?
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 24 gennaio 2006
Quando deve descrivere gli intrecci della teogonia egiziana e quella greca, con tutto l'apparato di riti e sacrifici, Erodoto si arravoglia in un gomitolo di supposizioni, ipotesi e reticenze, anche se dà, come sempre, informazioni precise. Un paio di volte ammette che non vuole spiegare o raccontare altre informazioni di cui è in possesso. E' un pudore insospettabile, e forse non è neanche pudore, in un cronista sempre puntiglioso. Non è la certezza delle fonti che gli manca, sembra invece seccato. Comunque, anche se è un po' scocciante seguire i percorsi dei suoi oracoli, da queste pagine si ricava qualche gustosa nozione sull'antichità.
Gli Egiziani ritenevano il maiale un essere immondo, peggio degli islamici contemporanei. "Se uno di loro, passando accanto a un maiale soltanto lo sfiora, corre subito a gettarsi nel fiume completamente vestito" (Libro II, 47). I guardiani dei porci non possono entrare nei templi, e non possono sposarsi con persone che non fanno il loro mestiere. A due soli dèi è possibile sacrificare dei maiali, mangiandone in quel caso le carni: a Selene e a Dioniso (quest'ultimo è in pratica Osiride). Il rito del sacrificio del maiale in onore di Dioniso ha un finale particolare: "Il resto della festa dagli Egiziani è celebrato quasi in tutto allo stesso modo dei Greci, se si eccettuano i cori. Però, invece di emblemi fallici, essi hanno escogitato un'altra trovata: delle marionette, alte quasi un cubito, che mettono in movimento il membro virile, non di molto più piccolo di tutto il resto del corpo, e che le donne portano in giro per i sobborghi: va loro innanzi un sonatore di flauto ed esse lo seguono cantando Dioniso. Perché queste marionette abbiano il membro sproporzionato e perché muovano solo questa parte del corpo, c'è una sacra leggenda che lo spiega e che si racconta comunemente" (Libro II, 48). E non la racconta la leggenda, Erodoto. Ecco, ci lascia con l'acquolina in bocca.
martedì, 24 gennaio 2006
La dialettica ha oggi il suo teatro nella tensione fra il riconoscimento dell'assoluta impossibilità di rappresentarsi una vita giusta e la coscienza in cui essa sarebbe possibile.
Theodor W. Adorno
lunedì, 23 gennaio 2006
Chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto.
Ludwig Wittgenstein
lunedì, 23 gennaio 2006
Quando si fa visita a qualcuno lo si fa con lo scopo di sprecare il tempo altrui e non il proprio.
Oscar Wilde
domenica, 22 gennaio 2006
Non solo certi pomeriggi, ma anche certe serate non passano mai. Tutto diventa una tela di Penelope, un fare e un disfare che non dipende dall'attesa di una liberazione, ma dal caos del mondo. L'unico desiderio è, allora, fuggire da stanze come questa, trovando rifugio in altre stanze, non molto diverse e non molto lontane, ma che sono la nostra tana.
domenica, 22 gennaio 2006
Gesù disse: "Siate transeunti!".
Vangelo di Filippo
domenica, 22 gennaio 2006
I minuti che, come fossero strappati al fiume capriccioso del tempo, a un tratto si sono trovati stretti e ubbidienti nel suo pugno arido per la febbre e tremante, duri come un sasso.
Aleksandar Tisma
domenica, 22 gennaio 2006
Persuaditi di questa verità: una parte del tempo ci è strappata, un'altra ci è sottratta, un'altra ci sfugge. Ma la perdita più vergognosa è dovuta alla nostra negligenza.
Lucio Anneo Seneca
domenica, 22 gennaio 2006
Il tempo non è moneta, ma è quasi tutto il resto.
Ezra Pound
sabato, 21 gennaio 2006
Perché il tempo non è altro che quella parte dell'eternità sempre in ritardo.
Milorad Pavic
sabato, 21 gennaio 2006
In quel momento io persi completamente l'illusione del tempo e dello spazio: il mondo spiegò il suo dramma simultaneamente, lungo un meridiano che non aveva asse. In quella specie di eternità, arrischiata come in punta al grilletto più sensibile di un'arma, io sentivo che ogni cosa aveva la sua giustificazione, la sua giustificazione suprema; sentii le guerre dentro di me che s'erano lasciate dietro questa polpa, quest'alga; sentii i delitti che bramavano emergere domani con strepitio d'urla; sentii la miseria che si macinava da sé con pestello e mortaio, la lunga opaca miseria che sbava via nei fazzoletti sporchi. Sul meridiano del tempo non c'è ingiustizia; c'è soltanto la poesia del movimento, che crea l'illusione della verità e del dramma.
Henry Miller
sabato, 21 gennaio 2006
Per l'uomo tribale lo spazio era il mistero incontrollabile. Per l'uomo tecnologico il mistero incontrollabile è il tempo.
Marshall McLuhan
sabato, 21 gennaio 2006
Il tempo è tutto, l'uomo non è più nulla, è tutt'al più la carcassa del tempo.
Karl Marx
venerdì, 20 gennaio 2006
Quando sei tranquillamente seduto in un autobus e accanto a te, in piedi e incombente, non si piazza più nessuna vecchietta petulante, nessuna donna incinta che sbuffa, nessuna cicciona che ansima e si sventola, vuol dire che stai diventando vecchio.
venerdì, 20 gennaio 2006
Il tempo è un'invenzione degli uomini per impedire che le cose accadano tutte insieme.
Luigi Malerba
venerdì, 20 gennaio 2006
La gente che non ha mai tempo fa pochissimo.
Georg Christoph Lichtenberg
venerdì, 20 gennaio 2006
Il tempo è immobile. Siamo noi che ci spostiamo in esso nella direzione sbagliata.
Stanislaw Jerzy Lec
venerdì, 20 gennaio 2006
Un essere che possedesse il potere magico di variare il tempo a suo piacimento avrebbe proprio quel potere che i credenti attribuiscono ai loro dei.
Gustave Le Bon
giovedì, 19 gennaio 2006
Signore e signorine di morigerati costumi e signore e signorine di appetiti sessuali patinati, soprassedete dalla lettura di questo post. Non fa per voi. L'argomento è semplice e la posizione è netta: a me i boxer stanno sul cazzo e quindi me li dovete togliere dalle palle. Ah, l'ho detto: pane al pane e pene al pene. Ma basta con il cazzeggio.
A me il boxer non piace. Preferisco lo slip, ovvio, certamente non il mutandone rigato con l'apertura sulla patta, che ti arriva fin quasi ai reni. No, lo slip. Ma quello bello aderente, però, che sappia sostenere il pacco e non lo faccia sballonzolare di qua e di là. E' fastidioso tutto quel movimento. Il cazzo quando non deve espletare i suoi bisogni erotici e fisiologici è un organo sornione, pigro. Se ne vuole stare per i cazzi suoi. E invece, soprattutto d'estate, il boxer crea un movimento genitale che mi fa ricordare un'esclamazione di gioia della mia bisnonna: "cugliuni mie scampaniàte a gloria". Lo lo diceva come forma d'accoglienza per gli ospiti graditi (era una contadina sanguigna, abituata ai ruoli sociali maschili da una precoce vedovanza, un'altra espressione di gioia era "ventresca ventre', è venuto chi te struje"), invece questa esclamazione a bocca chiusa è per me una constatazione di fastidio. Preferirei che stessero ferme 'ste campane del cazzo, non potendo essere in azione.
giovedì, 19 gennaio 2006
Nella nostra vita ci sono momenti nei quali ci congediamo dalla civiltà e ci avviciniamo alla natura, alla selvatichezza. In questi casi l'orologio riveste un'importanza minore del solito: ci allontaniamo dal tempo misurato.
Ernst Junger
giovedì, 19 gennaio 2006
La nuova utopia è la "crescita zero" come ucronica permanenza del presente. E' la coscienza del tempo come "risorsa rara", indispensabile alla civiltà forse più del petrolio, e questo tempo si sta esaurendo.
Marco Jacques Jacquemet
giovedì, 19 gennaio 2006
"Tutto ha valore. Niente ha valore. La magia toglie di mezzo le illusioni. La magia sopprime la più sciagurata delle illusioni, quella che noi chiamiamo tempo".
"E non fa questo anche l'arte?".
"Tenta di farlo. Ma quel luglio che hai dipinto e che hai nella cartella, ti è forse sufficiente? Hai eliminato il tempo?".
Hermann Hesse
giovedì, 19 gennaio 2006
Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa.
Antonio Gramsci
mercoledì, 18 gennaio 2006
Ecco le cinque persone (eccetto moglie e figli, of course) verso le quali non ammetto discussioni e se li attaccano (v'ate permettere v'ate) divento una bestia.
1. Mozart
2. San Gennaro
3. Bruce Springsteen
4. Maradona
5. Pasquale Panella
mercoledì, 18 gennaio 2006
Per molti dei primi capitoli del secondo libro delle "Storie" Erodoto si dilunga nella descrizione geografica dell'Egitto, sulla religione e sugli usi degli abitanti. La diversità lo affascina. Sebbene tra Greci ed Egiziani i contatti commerciali e sociali fossero stretti, Erodoto sente il popolo nordafricano molto più lontano da sé che non i Persiani. Attribuisce queste differenze al clima e al Nilo (questa seconda motivazione è un po' oscura). Nota subito le differenze tra uomini e donne. "Tra loro sono le donne che vanno al mercato e praticano il commercio" racconta (Libro II, 35). "Gli uomini, invece, rimangono a casa e tessono e nel tessere, mentre gli altri popoli spingono la trama in su, gli Egiziani la spingono in giù. Gli uomini portano i carichi sulla testa, le donne sulle spalle. Le donne orinano ritte in piedi, gli uomini stando accucciati". E sui bisogni fisiologici aggiunge che li fanno all'interno delle case, mentre mangiano per strada, "giustificandosi col dire che le azioni indecenti, anche se necessarie, vanno compiute in luogo nascosto, quelle che non hanno nulla di riprovevole, alla luce del sole".
Questa della pipì mi è nuova. E smentisce quell'orgogliosa e spiccola battuta con la quale i maschi pretendono di avere una loro superiorità fisiologica, sminuendo le donne che non sarebbero in grado di farla in piedi. Però, mi chiedo, come facevano le donne? Forse si limitavano ad allargare le gambe, lasciandola scorrere in verticale. E perché non si abbassavano come gli uomini? Erodoto non fornisce dettagli.
mercoledì, 18 gennaio 2006
Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie centrifugato dalla collera dell'uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l'istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando se stesso nell'atto di decifrare l'ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per percorrere le predizioni e appurare la data e la circostanza della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene e che tutto quello che vi era scritto era l'irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avranno una seconda opportunità sulla terra.
Gabriel Garcìa Màrquez
mercoledì, 18 gennaio 2006
L'avvenire ci tormenta e il passato ci trattiene. Ecco perché il presente ci scappa.
Gustave Flaubert
mercoledì, 18 gennaio 2006
Il condannato a morte di tutti i rumori del carcere ode soltanto l'orologio che batte nel taschino del confessore.
Ennio Flaiano
mercoledì, 18 gennaio 2006
Il tempo che distrugge è il tempo che conserva.
Thomas S. Eliot
martedì, 17 gennaio 2006
Voi che ne capite più di me, sapete dirmi che sta succedendo a Splinder?
Post che scompaiono, assieme ai commenti, e altre amenità varie. Help me o altrimenti ammutiniamoci.
Vediamo se 'sto post viene pubblicato.
martedì, 17 gennaio 2006
Si può essere una pietra o un albero o uno sciacquone o una sezione di rivestimento antitermico. Io sono stato ognuna di queste cose, e molte altre ancora. Se diventi inanimato, un vecchio ceppo, per esempio, perdi coscienza del passare del tempo. E' una soluzione interessante e praticabile per uno che voglia fuggire la propria esistenza fantasmatica.
Philip K. Dick
martedì, 17 gennaio 2006
Gli avvenimenti - tumori del Tempo.
Emil Cioran
martedì, 17 gennaio 2006
La lunghezza di un minuto dipende dal lato della porta del bagno da cui ti trovi.
Arthur Bloch
martedì, 17 gennaio 2006
Ignazio raccomanda di cominciare il tempo futuro prima ancora che sia estinto il tempo presente; addormentandomi, pensare già al mio risveglio, vestendomi, all'esercizio che sto per fare: un incessante "già" segna il tempo del devoto e gli assicura una pienezza capace di respingere lontano da lui ogni lingua "altra".
Roland Barthes
lunedì, 16 gennaio 2006
Apro il libro di Giorgio Bocca, "Napoli siamo noi" (Feltrinelli). Leggo la prima pagina. Bocca prende un taxi a Capodichino e parla con il tassista, in pieno stile inviato paraculo e arruffone degli anni Settanta. Ba', mi dico, sarà l'abitudine. Continuo a leggere: il Vesuvio è a gobbe di cammello. Già, venendo da Cuneo uno può credere di essere atterrato in Africa. Al ventesimo rigo della prima pagina salto dalla sedia. Leggete con me: "Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta che raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via come una frustata". Sulla tangenziale di Napoli? Ma quanto barolo aveva bevuto Bocca prima di arrivare a Napoli? La tangenziale, come sanno tutti quelli che vivono a Napoli o ci sono venuti almeno una volta in auto, preferibilmente sobri, è una strada a pedaggio, un'autostrada dove le donne non vanno a passeggiare. Per quanto ne so io neanche le puttane. Non si può entrare a piedi sulla tangenziale. E' come se si andasse a fare due passi sulla Milano-Brescia. Mi chiedo: ma Bocca c'è andato sulla tangenziale? O con chi ha parlato? Forse avrà confuso l'autostrada con via Toledo o via Tribunali o il Rettifilo. Mi basta questo per buttare via il libro, non mi impietosiscono neanche gli 86 anni del maestro di giornalismo. A una certa età bisogna restare a casa e trovarsi una giovane badante ucraina.
Ovviamente non voglio per questo smentire qualsiasi ritratto nero di Napoli, una città dove una donna di trent'anni può essere stuprata da un quattordicenne dei Quartieri Spagnoli che ha affiancato la sua macchina con la moto, al corso Vittorio Emanuele. Però vorrei che mi fossero risparmiate certe superficialità di soloni che qualche anno fa hanno civettato con la Lega. I napoletani come gli elefanti hanno la memoria lunga.
lunedì, 16 gennaio 2006
Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.
Wislawa Szymborska
lunedì, 16 gennaio 2006
Day after day, day after day,
we stuck, nor breath nor motion;
as idle as a pinted ship
upon a pinted ocean.
Samuel Coleridge
lunedì, 16 gennaio 2006
E' inutile che dorma. Il Fiume corre
nel sonno, nel deserto, in una cava.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Di labile materia fui costrutto, di misterioso tempo.
E' in me forse la fonte:
Forse nella mia ombra
nascono i giorni, fatali e illusori.
Jorge Luis Borges
lunedì, 16 gennaio 2006
S'io fossi pur di tanto ancor leggero,
ch'ì potessi in cent'anni andare un'oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch'ella volge undici miglia,
e men d'un mezzo di traverso non ci ha.
Dante Alighieri
domenica, 15 gennaio 2006
Ecco, in ordine alfabetico, le 20 canzoni che fanno da compilation (quasi esclusiva) di questo inzio 2006. Vecchie. Embe'?
1. Because the Night, Patti Smith
2. Born To Run, Bruce Springsteen
3. Can't Take My Eyes Off Of You, The Boys Town Gang
4. Carpet Crawlers, Genesis
5. Cirano, Francesco Guccini
6. Diavolo Rosso, Paolo Conte
7. Due mondi, Lucio Battisti
8. Grapefruit Moon, Tom Waits
9. Hotel California, The Eagles
10. I muscoli del capitano, Francesco De Gregori
11. I Saved The World Today, Eurythmics
12. I'm Easy, Keith Carradine
13. Like A Hurricane, Neil Young & Crazy Horse
14. Mercedes, Joseph Arthur
15. No woman no cry, Bob Marley
16. Satisfaction, The Rolling Stones
17. Stanze come questa, Lucio Battisti
18. Sultans Of Swing, Dire Straits
19. When I Was Cruel No.2, Elvis Costello
20. Yemen Cutta Connection, Black Star Liner
domenica, 15 gennaio 2006
Non sono mai stato un grande lettore di best seller e presunti thriller mozzafiato. Lascio Grisham, Follett e compagnia bella nei loro scaffali e ai loro lettori deboli. Non è una questione di gusti e una questione di tempo. Se fossi immortale troverei del tempo anche per loro. Così ho letto il "Codice da Vinci" per dover d'ufficio e mi sono fortemente annoiato, perché riuscivo a capire dove Brown volesse andare a parare tre o quattro pagine prima del colpo di scema (scema, scema, non scena). Non perché fossi particolarmente intelligente, ma perché quel libro è proprio una stronzata. Non amo neanche i gialli. Se sono riusciti se la cavano con un fuoco artificiale finale, ma per arrivarci devi sorbirti le peggiori nefandezze stilistiche. Parlo in generale, è ovvio. Tra gli scrittori di genere ci sono dei grandi, come Simenon, per esempio. Ma lui è straordinario soprattutto quando non frequenta il poliziesco.
Insomma, questa era la premessa per spiegare che mi sto facendo due palle così leggendo "Lupo mangia cane" di Martin Cruz Smith (Mondadori). Per la mia pessima abitudine di finire qualsiasi libro che ho cominciato a leggere vado avanti. Sono arrivato a metà libro. Avevo deciso di leggerlo perché era ambientato nella Mosca contemporanea. E dopo esserci stato, per pochi giorni, avevo voglia di far brillare qualche ricordo, grazie alle pagine di Cruz Smith. Invece è proprio una delusione. Sarà anche perché questo genere di libro non si presta a letture smozzicate, fatte di poche pagine alla volta. Ma credo che ci sia di più. La storia a un certo punto s'è spostata a Cernobyl, in piena Zona radiottiva. E anche la storia è tutta costruita sulla radioattività. Ma manca, finora, quel tipo di descrizioni tecnico-scientifiche in cui eccelle Crichton. Sembra la sceneggiatura di un b-movie. Già pronto per le mani incerte di chi ha già realizzato "Gorky Park", un film che a suo tempo ho visto e del quale ho dimenticato tutto, appena uscito dalla sala.
domenica, 15 gennaio 2006
Il tempo crede di essere chissà chi ma alla fine passa.
Francesco Tullio Altan
domenica, 15 gennaio 2006
Nessuno può andare più veloce del proprio cuore senza perdere la propria umanità.
Almamegretta
domenica, 15 gennaio 2006
Cos'è il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so. Se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so.
Sant'Agostino
domenica, 15 gennaio 2006
Esplose la luce primigenia, spruzzando spaziotempo in giro come pezzi di ricotta. Fiorì il tempo, la materia scomparve. Il massimo numero primo si conglomerò tranquillo in un angolo e si nascose per l'eternità.
Douglas Adams
sabato, 14 gennaio 2006
Tutti i miei giorni sono degli addii.
François-René de Chateuaubriand
sabato, 14 gennaio 2006
Ma l'antica notte è profonda come una brocca
di acqua concava. L'acqua si apre a infinite orme
e su oziose canoe, di faccia alle stelle,
l'uomo misura il vago tempo con il sigaro.
Jorge Luis Borges
sabato, 14 gennaio 2006
Perdio, chi manca a un appuntamento dovrebbe essere messo in prigione. E' come rubarti dei soldi. E' pure peggio che rubarti dei soldi. Ti fan perdere il tempo, sciupare la vita. Un'ora qua... quindici minuti là... dopo un po', se fai la somma, sono anni.
Henry Miller
sabato, 14 gennaio 2006
Una delle invenzioni dello spirito umano è il tempo. Una bella invenzione, uno strumento raffinato per tormentarsi ancora più intimamente e per rendere il mondo molteplice e difficile! È sempre il tempo a separare l'uomo da tutto quanto egli desidera ardentemente. Sempre e solo il tempo, questa superba invenzione! È uno dei sostegni, una delle stampelle che più occorre abbandonare se davvero si vuole essere liberi.
Hermann Hesse
venerdì, 13 gennaio 2006
Avrei voluto vedere "Bird", su Sky. Invece sono scivolato lentamente nel deliquio del Brunello di Montalcino. Un mezzo bicchiere dopo l'altro e con la soddisfazione minimalista di sprecarlo su un piatto improvvisato: riso basmati con carne tritata e tanto peperoncino. Un miscuglio di chi vuole nutrirsi e non mangiare. Ma il Brunello che innaffiava il fiero impasto rendeva tutto sublime. Il gesto inutile di Gide, l'ho detto e lo dico. Forever young, para no verte mas. E ce l'ho ancora qui accanto un dito di Brunello che centellino come una medicina o un assenzio da poeta maudit. Can't take my eyes off of you. Mangiavo e davanti ai miei occhi scorrevano, fisicamente, immagini, frame-frame-frame, di anni di vacanza o di residenza. Provate a riballare la dance degli anni Settanta, provateci. John Travolta. La febbre del sabato sera. Poi tocca ricredersi su tutto. Mettere in discussione, mettere in discussione. Quanto spasso ci siamo negati per colpa di Marcuse e Toni Negri (gli altri, non io). Poi viene una Naomi Klein di queste a farci due palle così con i no-logo e i morti di fame del terzo Mondo. Ma che colpa abbiamo noi? Non ci fracassate i coglioni e metteteveli sul vostro stato di famiglia.
La corsa dura più di nove minuti. E non è un tram e nemmanco una giostra. E' la disco-music: nera, capelli ricci alla Angela Davis. Gli unici proletari che mi sono simpatici sono quelli americani. Raggi laser come a Disneyland e bacini scossi più di qualsiasi Pelvis, paillette, pedane con luci psichedeliche. Ma no, ma no. Non voglio i Gentle Giant e manco i Pink Floyd, non stasera. In stanze come queste i ritorni sono almeno l'inizio perché potrebbe essere sera e a Tubinga trovi la sposa occidentale che s'infila nella metro eccetera per rimirarsi negli specchi opposti. Da qualche altra parte c'è il terzo uomo. Karas. Com'era strana Alida Valli in quel film di Carol Reed. L'ho ricordata a Mosca, quando sulla Piazza Rossa potevi sentire gli echi di Cechov oppure solo di un Battiato rimasticato. Prendere una carrozza anacronistica, aggiornandola in quanto inesistente. Fianchi pretenziosi. Non ho visto la Foresta Nera e neanche le nuche di Alessandria. Ma il posto è qui. Quell'orma del tuo corpo. Un gomito sconvolto. Per non dimenticarlo in generale. E chi se lo scorda?
Voi pensate che sia facile, avviluppati in teneri sofismi. Non lo è. E' carta. E' carne. Mandata avanti.
Quando avete visto Aretha Franklin che ballava nei Blues Brothers che cosa avete pensato? Rispetto, rispetto. Lèvete 'o mantesino e abballa. Abballa, abballa cu' mme. E salta. Respect, respect. Questa è la musica. Soul napulitano. Carne di periferia. Scampia ci fa na pippa. Perfide periferie. Tra le pagine chiare e le pagine scure restano alibi e ragioni confuse. Gli zingari sono dei trucchi. Infelici. Ero giovane, non avevo bisogno di immaginarlo, potevo stracciare tutto quello che volevo, ma giravo in un bus, lungo strade che erano di alberi, case, starze, periferie, province, neon, pance, rutti. Règgiti con le mani che l'autista frena all'improvviso e bestemmia contro chi gli taglia la strada. E il vento passava sul tuo collo di pelliccia e sulla tua persona. Dolce venere di Rimmel. Step. Step by step. I tuoi quattro assi. I tuoi quattro cani per strada. Buoni amici come noi. Trenta anni fa, di più, di più. Passati a incrociare suoni. Parole, a incrociare parole. Salamandre nel fuoco, sempre loro, e noi a sognare di nuotare sui tappeti. Ma c'erano solo divani. E le domeniche arrivavano ogni sette giorni. Tutto era una cattedrale, fatta di tastiere di pianoforti e clavicembali. Salivano fino al cielo, come scale, e noi a scalarle come figurine di un incubo di Tim Burton. Inconsapevoli bambini-ostrica, con i dirigibili come palloncini da acchiappare a colpi di flauto. 'A campagna comme 'è bella 'a campagna. Senza essere Superman.
venerdì, 13 gennaio 2006
Il tempo è indivisibile come un sentimento. Che significa un anno, un mese, un'ora, quando la vera misura è in me stesso?
Ennio Flaiano
venerdì, 13 gennaio 2006
Chi opta per il tempo vi si inabissa e vi seppellirà il proprio genio.
Emil Cioran
venerdì, 13 gennaio 2006
La tua materia è il tempo, l'incessante tempo.
Sei ogni solitario istante.
Jorge Luis Borges
venerdì, 13 gennaio 2006
Chi va piano ha del tempo da perdere.
Arthur Bloch
venerdì, 13 gennaio 2006
Sono vissuto sempre e dappertutto come se ogni giorno fosse l'ultimo della mia vita, e non dovessi mai vedere il domani - rispose Eumolpo.
Petronio
giovedì, 12 gennaio 2006
Sarebbe scortese non accettare il passaggio di testimone in questa catena, sarebbe scortese verso Jaero che con molta cortesia mi ha chiesto di indicare le cinque mie cattive abitudini. Per quanto ci abbia riflettuto (in una giornata per me molto caotica) riesco a dire che ogni abitudine è cattiva, anche se inoffensiva. Ma vediamo cosa riesco a elencare.
1. Ho la pessima abitudine di non lasciar perdere mai un libro che ho cominciato a leggere, anche se lo trovo insopportabile. Questo vizio s'è mangiato buona parte della mia vita.
2. Ho l'abitudine, dico di più, la fobia, di lavarmi in continuazione le mani. Quindi ogni pranzo o cena o anche colazione per me è un tormento. Se sto a casa mi alzo in continuazione per andare al lavandino. Se non sono a casa, soffro fino alla fine del pranzo.
3. Ho l'abitudine di ascoltare sempre musica di sottofondo. Sempre. E l'iPod ha esaltato questa mia tendenza.
4. Ho l'abitudine di stare a sentire sempre le persone. E sento troppe cazzate.
5. Ho l'abitudine di arronzare chi mi telefona. Ma questa è una forma di difesa.
giovedì, 12 gennaio 2006
Noi siamo morti. La nostra sola vita reale è nel futuro. Noi vi parteciperemo come manciate di polvere e schegge d'ossa. E quanto lontano sarà per essere questo futuro, non ci è dato di saperlo. Può anche essere lontano mille anni.
George Orwell
giovedì, 12 gennaio 2006
Soltanto colui che costruisce il futuro ha diritto a giudicare il passato.
Friedrich Nietzsche
mercoledì, 11 gennaio 2006
La preoccupazione del futuro è responsabile di molti sbagli del presente.
Alessandro Morandotti
mercoledì, 11 gennaio 2006
Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. E' sufficiente la pena che ogni giorno porta con sé.
Vangelo secondo Matteo (VI, 34)
martedì, 10 gennaio 2006
Ma se gli angeli non hanno sesso, perché i diavoli sono quasi tutti maschi?
martedì, 10 gennaio 2006
Poi che abitano case future, che neppure in sogno potreste visitare.
Gibran K. Gibran
martedì, 10 gennaio 2006
Il futuro
comincia sempre quando qualcuno muore.
Iosif Brodskij
lunedì, 09 gennaio 2006
Sulla scia di "Suite francese" di Irène Némirovsky ho letto anche il racconto "Il ballo" (scritto nel 1928, poco più di ottanta pagine, scritte grandi, pubblicate sempre da Adelphi). E' una storia asciutta e crudele. Non ha l'orchestrazione della "Suite", ma riesce lo stesso a rappresentare la forza dei sentimenti e l'ipocrisità della società borghese degli arricchiti. Un buon dessert dopo l'abbuffata delle oltre quattrocento pagine della "Suite".
lunedì, 09 gennaio 2006
La smania di prevedere il futuro è il maggior segno di stanchezza dell'azione.
Massimo Bontempelli
lunedì, 09 gennaio 2006
Quando si ha, come me, una tale sicurezza materiale che non si trema più per il proprio futuro, quando non ci si domanda più di cosa sarà fatta la settimana prossima, quando si ha sempre di che vivere, è finita.
Thomas Bernhard
domenica, 08 gennaio 2006
Quando leggo un bel libro il primo istinto è quello di tacere. Non mi viene neanche voglia di riordinare le idee per spiegare almeno a me stesso perché quel libro mi sia piaciuto tanto. Così mi devo sforzare per scrivere di "Suite francese" di Irène Némirovsky, pubblicato dall'Adelphi.
Avevo letto delle recensioni, alcune anche entusiaste di persone che quasi mai vanno d'accordo tra di loro per gusti letterari. La curiosità è nata da questo, anche se mi rendeva diffidente la definzione usata da alcuni di romanzo popolare. Sospettavo un polpettone. Invece è davvero un grande libro: un doppio romanzo che doveva comporre una suite di cinque libri che raccontasse in diretta l'occupazione tedesca della Francia nella seconda guerra mondiale e un’eventuale ribellione. “Suite francese” è stato scritto nel 1942 ed è rimasto incompiuto perché la Némirovsky, ebrea ucraina emigrata in Francia negli anni Venti, è stata uccisa in un campo di concentramento nazista. E questa sua storia personale è un romanzo nel romanzo, perché nelle appendici della bella edizione adelphiana ci sono gli appunti della scrittrice su come doveva proseguire il libro e su come ha scritto o voleva scrivere quelli già realizzati. C'è anche uno scambio di lettere del periodo cruciale della sua deportazione, un accorato susseguirsi di richieste di aiuto da parte del marito, che finirà pure lui in una camera a gas, e le risposte sconsolate dei suoi amici.
La Némirovsky era molto famosa tra le due guerre, da un suo romanzo, quasi antisemita nell’impostazione, “David Golder”, fu tratto un film. “Suite francese” è stato pubblicato per la prima volta nel 2004. Era stato salvato fortunosamente dalle due figlie bambine della scrittrice, che riuscirono a scampare all’Olocausto e che solo sessant’anni dopo hanno fatto pubblicare il testo, perché ignoravano che si trattasse di un romanzo: pensavano che fossero appunti sparsi della madre.
Il primo libro della suite è un romanzo quasi corale, con le diverse storie parallele di personaggi in fuga dalla Parigi occupata dall'esercito di Hitler. E' gente di diverso ceto e questa parte diventa quasi una commedia umana balzachiana. Il secondo è invece più compatto e racconta la passione tra una donna francese, che ha il marito prigioniero in Germania, e un ufficiale tedesco. Ma in questa parte ricompaiono alcuni dei personaggi del primo romanzo (o forse sarebbe meglio dire del primo movimento della suite).
Non voglio star qui a riassumere un libro che vale sicuramente la pena leggere. Dico solo che la scrittura è abbondante e lucida. C'è una capacità di raccontare sentimenti e situazioni anche attraverso analogie o attraverso il paesaggio. Una capacità rara e molto tradizionale, da grande romanzo ottocentesco. Sono, invece, stato colpito, da qualcosa che è fuori dal romanzo. Il libro è stato scritto nel 1941-42, quando la Germania aveva conquistato l'Europa. Finisce con la partenza delle truppe di occupazione per la campagna di Russia. L'autrice non sa come la guerra finirà e non lo saprà mai. Lei osserva e racconta come può farlo un essere umano vinto e in condizione di subordinazione. Noi invece leggiamo conoscendo com’è andata a finire: in modo diametralmente opposto a com'era la situazione politico-militare dei mesi in cui la Némirovsky scriveva. Questo mi ha creato una piacevole distorsione nella lettura. Io conoscevo cose che l'autrice ignorava: è addirittura banale dirlo, però questa distorsione mi consentiva di assaporare questo affresco letterario come un'opera ignara del futuro, con i personaggi immobilizzati in una paura che a loro sembra infinita. Eppure l’autrice fa quasi presagire profeticamente che tutto quell’orrore finirà. La Némirovsky rappresenta una Francia sotto il tallone nazista, ma senza proclami veementi. C’è in alcuni personaggi, e nel sottofondo di tutto il libro, un orgoglio patriottico ferito, ma anche una compassione cristiana (nel 1939 l’autrice e la famiglia si convertirono al cattolicesimo, ma forse solo per evitare vanamente le persecuzioni razziali) per i peccati dei vinti. Ma soprattutto c’è una rappresentazione umana, anche se addolorata, dei soldati tedeschi. Tutti sono vittime della guerra. È un atteggiamneto che a me ha ricordato la scena finale di “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, con i soldati francesi che, prima di partire per l’ennesima disperata battaglia in cui molti di loro moriranno, ascoltano la canzone della prigioniera tedesca, e dopo la derisione subentra in loro la commozione e il silenzio, e la compassione per la condizione umana.
domenica, 08 gennaio 2006
L'avvenire è quando uno è solo e la cosa non ti fa male.
Tahar Ben Jelloun
domenica, 08 gennaio 2006
Neanche il futuro è più quello di una volta.
Herman Josef Abs
sabato, 07 gennaio 2006
"Noi veggiam, come quei ch'ha mala luce,
le cose", disse, "che ne son lontano:
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta
nulla sapem di vostro stato umano.
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta".
Dante Alighieri
sabato, 07 gennaio 2006
Quando un uomo è infelice,
è nel futuro.
Iosif Brodskij
sabato, 07 gennaio 2006
"E che cosa è la Sicilia?" domandavamo noi fanciulli.
E lui: "Una terra che brucia in mezzo al mare".
Giuseppe Cesare Abba
venerdì, 06 gennaio 2006
Ciò che è bello e inafferabile quieta brevemente il dolore solo per renderlo invincibile.
Elisabetta Rasy
venerdì, 06 gennaio 2006
Ricordati che le cose più belle del mondo sono anche quelle più inutili: i pavoni e i gigli, per esempio.
John Ruskin
giovedì, 05 gennaio 2006
Finalmente sono riuscito ad andare a vedere la mostra dedicata a "Domenico Morelli e il suo tempo", in un Castel Sant'Elmo che oggi, nonostante il freddo, regalava cartoline di Napoli ad ogni angolo. Spaccanapoli era più Spaccanapoli del solito, una fessa che divide la città come una ferita di piacere. Nel crepuscolo precoce e appena appena nuvoloso vedevi Capo Miseno, e dietro Procida piatta e l'Epomeo svettante di Ischia. Nascosto da Posillipo c'era un pezzetto di Nisida, e tornando indietro lungo gli spalti, piazza del Plebiscito e Palazzo Reale erano una tregua per gli occhi, dopo il groviglio di tetti e vicoli, di terrazze e verande della città che non è bagnata dal mare. Mi piace andare su a San Martino, c'è quell'aria tranquilla di quartiere borghese dove si aggirano solo residenti e turisti. Case costruite proprio negli ultimi anni di vita di Morelli, o giù di lì. A me se non dicono quando un palazzo è stato costruito, difficilmente lo so datare. Siamo arrivati al Vomero che erano già le 14 passate, abbiamo comprato panzarotti, paste crisciute e frittatine di maccheroni pepatissime alla rosticceria di via Cimarosa e via alla mostra.
Io di pittura ne capisco quel poco che mi fa distinguere Giotto da Picasso. Però mi piace tuffarmi nella luce e nei colori degli artisti del passato. Non so fare una mia graduatoria, ma posso dire che al Louvre mi estasiai più per il bistrattato Poussin che per la Gioconda che manco potei vedere per il muro di spalle giapponesi che creava una muraglia insuperabile. E tenetevela pure, tanto la so.
Domenico Morelli è vissuto, per una buona parte della sua vita, nella strada che ora porta il suo nome. Praticamente quasi dove abito io. In uno dei palazzi che vedo dal mio balcone. Questo, ovviamente, me lo rende più familiare e simpatico. Insomma, per fatti che con l'arte non c'entrano un cazzo. Ma è così che si muove la curiosità. E la curiosità muove il mondo.
La mostra mi è piaciuta. Anche molto. Non amo quel periodo storico e artistico, ma solo perché lo conosco poco. C'è troppo romanticismo, risorgimento, poi verismo, simbolismo e positivismo. Tutte quelle cose che studiate al liceo ci azzelliarono l'ultimo anno, ché in testa si aveva solo come passare l'esame di maturità. Però, da quello che ho capito (e che voglio capire di più, avendo qui accanto il catalogo della mostra che adesso vorrei leggere, ma che domani mattina ignorerò con la solita sufficienza dei superficiali come me), da quello che ho capito Morelli è un grande che però non ha avuto il fegato, il cervello e il cuore di buttarsi nella corrente che portava l'arte verso il Novecento, ma si è crogiolato nei miti della sua gioventù. Una specie di Carducci o di Verdi, ma più malinconico. Già vedo gli esperti d'arte digrignare i denti e dire tra sé e sé, ma che cazzate scrive 'sto Roquentin. Ma che ne so io dell'arte? Sono solo capace di farmi qualche pippa mentale davanti ai muri babilonesi di Sol LeWitt, tanto lì non devi capire granché.
Però, però Morelli giovane che dipinge Tasso e Dante e quello vecchio che s'immerge nell'Oriente dei bagni turchi e dell'Islam, senza mai essere stato più a sud di Portici, è piacevole da guardare. Lo so, lo so, Delacroix e Ingres erano n'ata cosa. Forse più bravi. E in quei posti ci saranno pure andati, ma la luce che fa brillare l'ombrellino giallo di "La sultana e le schiave di ritorno dal bagno" è la luce dell'Oriente, magari anche quella di Posillipo. Diceva Edoardo Scarfoglio che Napoli è l'unica città coloniale senza il quartiere europeo. Il Mediterraneo è questo. E noi ci stiamo in mezzo. E che forza in "I Vespri siciliani", con il gruppo di persone che tenta di entrare in chiesa e la massa che sale le scale e della quale si intravedono appena le teste, le lance e le mazze. E' vero, "La dama col ventaglio" tiene una faccia 'mbambaluta, un po' da popolana fessa, ma ha una bella zizza. Come ce l'hanno le donne diaboliche che tentano sant'Antonio sotto la stuoia, dove si è poggiata una farfalla. Lo sguardo del giovane santo eremita ha una felicità espressiva inquietante, una resistenza che condividi solo perché è trasfiguata in arte. Io a quelle due ci sarei zompato 'ncuollo. E poi quei volti di donne in alto a sinistra che sembrano uscite dal pennello di Klimt, e beffarde si godono la scena, sono sicuramente sorelle della Salambò di Flaubert. Perché a Flaubert e al suo romanzo si ispirò Morelli, virtuosista in quest'opera che non fu molto apprezzata all'epoca, come non fu apprezzato l'autore di "Madame Bovary".
Musica: "Sultans of Swing" (Dire Straits), "Can't take my eyes off of you" (Eldissa), "Sicily" (Pino Daniele), "Santa Lucia" (Francesco De Gregori), "Heaven on their minds" (Carl Anderson), "Sexbomb" (Tom Jones), "Don Giovanni" (Lucio Battisti), "Puro teatro" (La Lupe) e "Amor mio" (Mina).
giovedì, 05 gennaio 2006
Una sera mi son presa sulle ginocchia la Bellezza. - E l'ho trovata amara. - E l'ho insultata.
Arthur Rimbaud
giovedì, 05 gennaio 2006
La bellezza è un breve sospiro tra un cliché e un altro.
Ezra Pound
mercoledì, 04 gennaio 2006
È vero ciò che è bello. Il resto è invenzione.
Amélie Nothomb
mercoledì, 04 gennaio 2006
Che cos'è la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e un dato luogo.
Henrik Ibsen
martedì, 03 gennaio 2006
da www.repubblica.it
A Napoli la first lady manifesta il suo amore per il meridione
Il ministro leghista: "Nessuno può sostenere cose del genere"
Franca Ciampi: "Al sud più intelligenti"
Insorge Calderoli: "Parole razziste"
NAPOLI - "La gente del sud è più buona e intelligente". Con queste parole la signora Franca Ciampi ha espresso questa mattina il suo affetto per i napoletani. La coppia presidenziale durante il suo terzo giorno a Napoli ha visitato il museo di San Martino. E la signora Franca, apparsa distesa e contenta dell'accoglienza, ha ricordato il suo primo viaggio in Italia con il padre: "Da Reggio Emilia a Roma, poi Napoli e Bari. E da allora, da quel primo viaggio, amo profondamente il sud".
Ma le dichiarazioni della signora Franca hanno suscitato l'immediata reazione del leghista Roberto Calderoli. "Mi auguro sinceramente che la frase attribuita alla signora Franca Ciampi - ha detto il ministro delle Riforme - non corrisponda al vero e non sia mai stata pronunciata da parte dell'interessata che, tra l'altro, è moglie di un presidente che rappresenta tutta la nazione".
"Ciascuno è liberissimo di amare il sud - ha aggiunto Calderoli - così come è libero di amare il nord, o di amare tutto il paese, ma nessuno può sostenere la tesi che una parte della popolazione sia 'più buona e intelligente' sulla base della sua collocazione geografica, perché questo significherebbe cadere in affermazioni razziste".
martedì, 03 gennaio 2006
Anche ieri sera, complice il maltempo, mi sono rintanato in casa per vedere un dvd, questa volta preso da Blockbuster, approfittando di una mezz'ora di tregua della pioggia. Volevo qualcosa di allegro, una commedia scacciapensieri e così, attirato dalle ruffianate di Almodovar, ho preso "20 centimetri" di Ramòn Salazar. Dico subito che una vera cagata di film, che non fa ridere per niente, manco un sorrisetto. Non me ne va bene una in quest'inizio di anno. Meno male che qualche giorno fa ho visto "King Kong" di Peter Jackson e mi sono rifatto gli occhi.
'Sti venti centrimetri sarebbero la lunghezza del cazzo del protagonista (dieci in meno a John Holmes), un transessuale, puro brutto, che sogna di togliersi il peso al più presto. Convive con un nano, che non è il suo amante, in un cortile spagnolo pieno di vaiassone un po' delinquenti. Il transessuale fa la zoccola, ovviamente. Ma soffre di narcolessia, così ogni tanto si addormenta e sogna dei numeri musicali parodistici sulle note di canzoni famose (da Mina, star cult internazionale per i froci, a Madonna: sono solo scenette in stile balletto di Raffaella Carrà dei tempi belli). Questi balletti sono la cosa più noiosa del film, fatti solo per creare materiale per qualche gay pride e per allungare il brodo, sospetto. A un certo punto il trans si innamora di un muscoloso scaricatore di frutta e verdura che ha pure una bella moto. Anche lui si innamora di lei, ma soprattutto del suo cazzo, con il quale si fa inculare a finestre aperte. Il trans è preso dai dubbi: deve inseguire il sogno di una figa o tenersi cazzo e amante? Volete che vi sveli il finale? Non ne vale la pena (o il pene?).
In questo periodo sono inseguito da film e libri pieni di ricchionamma. Un po' me li vado a cercare, è vero. Ma perché spero di trovare qualcosa di dissacrante, invece trovo solo scemenze. L'unico film un po' (ma solo un po', perché poi è pieno di luoghi comuni) divertente è "Mambo italiano" del canadese Emile Gaudreault con un imbambolato ma spassoso Paul Sorvino nel ruolo del padre dell'italo-canadese frocetto. Ma è un filmetto pure quello, che non leva e non mette. Della serie: normalizziamo e omologhiamo.
martedì, 03 gennaio 2006
Non serve a nulla essere giovane senza essere bella, né essere bella senza essere giovane.
François de La Rochefoucauld
martedì, 03 gennaio 2006
E' la bellezza che interessa gli uomini, tranne che nella moglie. Gli uomini nella moglie ammirano la dedizione, nelle altre donne la bellezza.
Mae West
lunedì, 02 gennaio 2006
Ieri sera, complice la bufera di Capodanno e complice il palinsesto loffio di Sky, ho preso il dvd di "La caduta degli dei", che avevo comprato un po' di mesi fa, e l'ho visto. A suo tempo, trentacinque anni fa (una vita) me l'ero perso, anche perché a quell'epoca vedevo i cartoni animati del "Braccobaldo show", figuriamoci se me ne fotteva qualcosa di Luchino Visconti. Ho voluto cominciare l'anno nuovo colmando una lacuna. E nonostante l'ora presta (che sarebbe il contrario di tarda) me calava la palpebra già dopo una mezz'ora, diciamo appena è finita la scena iniziale della cena e dello spettacolino con Helmut Berger che fa il verso a Marlene Dietrich. Il film è quello che è, bisogna dirlo, un gran film alla Visconti, che poi, secondo me, ha fatto un solo film che ancora riesco a rivedere: "Il Gattopardo", ma là aveva un soggetto da capolavoro, doveva solo trascrivere su pellicola. Anche con "La morte a Venezia" Visconti aveva tra le mani un capolavoro, ma l'ha inguaiato, facendogli perdere la secchezza narrativa e riducendo tutto a una logorante espressione di omosessualità repressa. Quando lo vidi la prima volta, da giovanotto, in un cinema d'essai, mi piacque pure. Ma allora ero infatuato di Thomas Mann. Poi l'ho rivisto qualche anno fa in cassetta e mi ha fatto due palle così.
E' che i film di Visconti mi sembrano datatissimi. Estenuanti, lunghi, aggrovigliati, sfrangiati, ellittici, decadenti e compiaciuti (vi bastano tutti 'sti aggettivi?). La storia era pure interessante, la guerra di successione in una famiglia della grande borghesia industriale tedesca nei primi anni del nazismo. Ma Visconti ci ha messo dentro di tutto, spiattellato o abilmente nascosto, per consentire allo spettatore di autogratificarsi nello svelare i segreti, sentendosi molto intellettuale e cinefilo. E poi com'erano mosce certe scene di 'sta "Caduta degli dei", veniva voglia di prendere il tasto avanti-veloce del telecomando. Ma ho preferito farmi qualche minuto di sonno, tanto c'erano minuti e minuti in cui nessuno parlava. Riaprivo gli occhi alla prima parola che veniva mormorata o gridata.
lunedì, 02 gennaio 2006
So soltanto che la mia religione non è superstizione, che vale la pena di osservare tutte le cose fisiche e spirituali esclusivamente in rapporto alla bellezza, e che questa religione può donare estasi tali che, per purezza e beatitudine, non sono seconde a quelle dei martiri e dei santi.
Hermann Hesse
lunedì, 02 gennaio 2006
La bellezza: ogni soave alta armonia di tutto ciò che piace senza esigere riflessione o meditazione.
Johann Wolfgang Goethe
domenica, 01 gennaio 2006
Di Pedro Juan Gutiérrez avevo letto "Trilogia sporca dell'Avana" (e mi era piaciuto) e "ll re dell'Avana" (e non mi era piaciuto). Del primo mi era rimasta in mente la frenesia sessuale, disperata e bruciante, di quasi tutti i personaggi e il caldo assoluto e appiccicoso della Cuba che ricordavo dal mio lontano viaggio. Del secondo non mi era piaciuto l'autocompiacimento dell'autore, quasi a voler sempre strizzare l'occhio al lettore, sussurrando ora ti stupisco e poi invece ti annoiava, come per tutte le opere di un manierismo inconsapevole (il manierismo consapevole è invece sublime).
Così convinto anche dal numero striminzito di pagine mi sono deciso a leggere "Il nostro GG all'Avana". GG sta per Graham Greene, uno degli scrittori che ho amato di più. Da ragazzo, e poi vedendo e rivedendo "Il terzo uomo" di Carol Reed con lo strepitoso Orson Welles della fuga nelle fogne della Vienna post-bellica e del dialogo sulla ruota panoramica. Greene è il protagonista del romanzo, che comincia come una baldanzosa storia porno con un omonimo dello scrittore che si fa scopare da un negro travestito con un arnese di quaranta centimetri e che (il negro) si esibisce nei panni da Superman in un peep show per froci tropicali. Senonché, dopo poche pagine, il racconto fa una virata mostruosa e diventa un romanzetto di spionaggio, anzi la parodia di un romanzetto di spionaggio, raccontato poi con la sufficienza di chi vuol farti credere che è un omaggio dissacrante. Cioé, forse Gutiérrez ha voluto rendere omaggio a Graham Greene, citando in continuazione "L'americano tranquillo" e dando un'immagine un po' inconsueta dello scrittore inglese, più di voyeur e triangolista gaudente che di anomalo cattolico convertito e profondo conoscitore del peccato e dell'ignavia umana. Ma la storia, abbandonata la traccia porno, diventa veramente insulsa con personaggi convenzionali e appena abbozzati: c'è un gruppo che va ammazzando i nazisti fuggiti in America, c'è una spia comunista che ama scoparsi solo i neri, c'è uno spietato biscazziere che i suoi rivali li fa divorare dagli squali. Ma sono figurine di un b-movie. Il finalino poi è un pistoletto su come sarebbe diventata Cuba se non ci fosse mai stato Fidel Castro. Non si capisce cosa vuole Greene, perché va a Cuba a infilarsi in una storia che non lo riguarda. Ci sono tanti spunti, ma buttati via che non danno spessore e consequenzialità alla storia. Basta così. Me ne sono occupato anche troppo.
p. s. C'è anche una paginetta su Capri, convenzionale pure quella.
domenica, 01 gennaio 2006
C'è un vento della madonna. Quel triangolino di golfo che è il mio marometro quotidiano emana iodio anche fin quassù. Voglio uscire da stanze come questa, dove mangio e dormo, oggi. I resti e i contesti. La musica indiana, bollywoodiana per darsi una smossa e far scendere il primo caffè del tardo pomeriggio. E via. "Million dollar baby", "The mother". C'è qualcosa che lega questi due film. Che cosa? Non lo sapete? E' un test per cominciare il nuovo anno.
Dopo il brindisi in piazza. C'ero ancora per quest'anno. Giapponesi, americani, padani. Spumante a fiaschi. Fischi alla Iervolino. La tv ha taciuto. Chissà se i giornali di domani mattina ne parleranno. Steso sul tappeto, nuoto, come quando da ragazzo vedevo volare le salamandre e buttarsi nel fuoco. Leggevo romanzi-fiume disteso sul divano rosso. Le estati che non finivano mai, a casa, a leggere e poi per strada, seduti ad aspettare il nulla. Esistenzialisti inconsapevoli. Piccoli Roquentin crescevano. Gargherin tu gherà. Peter Gabriel ha sventolato la mia bandiera della pace. La sua foto ha fatto il giro del mondo. Ora la conservo, la bandiera, come un feticcio, in un cassetto. Piccoli miti crescono. Carpet crawlers, gargherin tu gherà. Chissà che cazzo significa.
domenica, 01 gennaio 2006
Dopotutto, la bellezza è uno dei migliori antidepressivi a nostra disposizione.
Adam Phillips
domenica, 01 gennaio 2006
La bellezza provoca i ladri più dell'oro.
William Shakespeare