sabato, 31 dicembre 2005

Due spunti che espungo, con un bisturi, da "L'orgia perpetua" di Mario Vargas Llosa (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?).

"Un romanzo non proviene da un argomento sottratto alla vita, ma, sempre, da un complesso di esperienze, importanti, secondarie e infime, che, occorse in diversi periodi e circostanze, annidate in fondo all'inconscio o fresche della memoria, talune personalmente vissute, talaltre semplicemente udite, altre ancora lette, vanno a poco a poco confluendo nell'immaginazione dello scrittore, la quale, come un potente miscelatore, le disferà e rifarà in una sostanza nuova cui le parole e l'ordine conferiranno un'altra esistenza. Dalle rovine e dalla dissoluzione della realtà reale emergerà allora qualcosa di molto diverso, una risposta e non una copia: la realtà fittizia".

E:

"L'imitazione in letteratura non è un problema morale bensì artistico: tutti gli scrittori utilizzano, a diversi livelli, forme già usate, ma solo chi è incapace di trasformare questi furti in qualcosa di personale merita di chiamarsi imitatore. L'originalità consiste non solo nell'inventare procedimenti; anche nel conferire un uso personale, arricchente, a quelli già inventati".

Questa seconda mi ricorda "L'autore e i suoi doppi", libricino di Abdelfattah Kilito sul concetto di originalità e plagio nella letteratura araba preislamica e dei primi secoli dell'Islam. La letteratura è un mondo reale e fittizio, un mondo a parte, dove esistono risposte e non copie e dove le leggi della Legge non esistono. Vincono solo quelle del Piacere e della Creazione.

E pensate che non ho ancora bevuto l'ultimo vino del 2005.

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categoria:citazioni, scrittura
sabato, 31 dicembre 2005
Che mi devo mettere a fare pure io un bilancio? O vi devo infliggere una carrettata di auguri? Niente, niente e niente, aspetto il secondo caffè della giornata. Sono giornate del cazzo queste, quando piove leggero, ma stretto stretto. Devo, piuttosto, preoccuparmi dove riparare la macchina ché sennò stanotte me la riducono come lazzaro, 'sti ricchi stronzi che abitano qui, sparano come dei camorristi. Merda. Piove e per stasera non ho neanche tanta voglia di andare a sentire il concerto di Fiorella Mannoia a piazza del Plebiscito. Sarò scontato, ma Fiorella m'annoia. Per una notte come questa, per una piazza come questa ma a chi è venuto in mente di chiamare Fiorella Mammoscia? Questa è una piazza che vuole essere scopata per bene, la Mannoia è invece flebile, intellettuale e paracula. Ha distrutto più canzoni lei che Terminator. La pioggia, se continua, sarà un ottimo abile per restare a casa. E rinunciare pure ai fuochi. Però mi piacerebbe vedere le Cirque du Soleil. Bah. Mi aspettano otto giorni e mezzo (perché 'sta mattina è scivolata via come una sogliola sul fondo del mare), otto giorni e mezzo senza lavoro. Spero di cominciare l'anno nuovo dedicandomi all'ozio che amo.
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categoria:attese, napoletana
sabato, 31 dicembre 2005

Come tutte le cose che possono commuoverci nella misura in cui, traduzioni mitiche della nostra struttura interiore, ci illuminano su noi stessi e contemporaneamente risolvono le nostre contraddizioni in un unico accordo, il bello assumerà teoricamente l'andamento, piuttosto che di una conflagrazione, di una lotta equivoca, d'un intreccio, o meglio di una tangenza, accoppiamento della linea retta e della linea curva, matrimonio della regola e dell'eccezione. Tuttavia, si vedrà che questa stessa figura della tangenza non è che un limite ideale, praticamente mai raggiunto, e che tutta l'emozione estetica - o approssimazione alla bellezza - s'innesta infine sulla lacuna rappresentata dall'elemento sinistro nella sua forma più alta: necessaria incompiutezza, voragine che cerchiamo vanamente di colmare, breccia aperta alla nostra perdizione.

Michel Leiris

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categoria:citazioni
sabato, 31 dicembre 2005

E' troppo bella per aver tempo di amare.

Mino Maccari

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categoria:citazioni
venerdì, 30 dicembre 2005

Non mi interessano i soldi, voglio solo essere meravigliosa.

Marilyn Monroe

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categoria:citazioni
venerdì, 30 dicembre 2005

Non c'è né religione né scienza al di là della bellezza.

Gibran K. Gibran

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categoria:citazioni
giovedì, 29 dicembre 2005

Nell'Egitto di Psammetico I gli Asmach erano "coloro che stanno alla sinistra del re", una casta di guerrieri composta da circa 240mila uomini che avevano disertato nel paese degli Etiopi. Erano stati incaricati di fare le sentinelle del regno in guarnigioni di confine. Si sentivano però come Giovanni Drogo nel "Deserto dei tartari": dopo tre anni nessuno veniva a rilevarli dai loro posti, così se ne andarono a sud, in Etiopia. "Psammetico, quando lo venne a sapere, corse loro dietro, e, raggiuntili, li pregava e scongiurava. Non voleva che abbandonassero gli dèi patri, i figli e le mogli. Ma uno di essi, dicono, mostrando il segno della sua virilità, rispose che dovunque c'era quello, ivi essi avrebbero avuto e figli e mogli" (Libro II, 30).

A me questo passo ha ricordato il personaggio di Tom Cruise in "Magnolia".

Femmine e femministe, la palla passa a voi.

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categoria:letture, sesso
giovedì, 29 dicembre 2005
La bellezza tutto può.
la bellezza è l'unica cosa che non esiste a mezzo.
Il corvo vola solo di giorno,
il gufo solo di notte,
il cigno vola notte e giorno.
Victor Hugo
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categoria:citazioni, poesia
giovedì, 29 dicembre 2005
Non ce la fanno
i belli muoiono giovani
e lasciano i brutti alla loro brutta vita.
Charles Bukowski
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categoria:citazioni, poesia
mercoledì, 28 dicembre 2005

La bellezza è sollievo, dal momento che la bellezza è innocua, è sicura. Non minaccia di ucciderti, non ti fa soffrire. Una statua di Apollo non morde, né morderà un cagnolino del Carpaccio. Quando non riesce a trovare bellezza - alias sollievo - l'occhio ordina al corpo di crearla o, in alternativa, lo adatta a cogliere il lato buono della bruttezza. Nel primo caso si affida al genio umano; nel secondo attinge al serbatoio di umiltà che è nell'uomo.

Iosif  Brodskij

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categoria:citazioni
mercoledì, 28 dicembre 2005

La bellezza è effimera, la bruttezza ti segue fino alla tomba.

Arthur Bloch

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categoria:citazioni
martedì, 27 dicembre 2005
Prometto che questa è l'ultima volta che dedico un post a Ratzinger. E vorrei essere anche conciso. Ieri, Benedetto XVI ha detto, in sintesi, che l'uomo non deve essere vittima della sua intelligenza. Mi sembra una dichiarazione alla Khomeini, da Stato teocratico, un elogio dell'ignoranza e della sottomissione. Con una frase sola ha ribadito solennemente il valore del peccato originale: la conoscenza. Spazzata via tutta la storia degli ultimi secoli, anche la storia cristiana, spazzata via la necessità della scienza. Non voglio entrare in tutta la faccenda, con i vari distingui gesuitici. La sostanza è una sola: 'sto papa è un grande reazionario e non ha neanche il carisma di un un altro grande reazionario come Wojtyla. Almeno il polacco tuonava contro il consumismo e l'aborto. Il tedesco se la prende con la scienza e la tecnologia, tout court. Ma dove vive? Ma dove vorrebbe farci vivere?
Dichiarazioni del genere che effetto hanno sulla gente comune? Quello di far credere che la povertà e l'idiozia siano migliori della ricchezza e dell'intelligenza. Beati i poveri di spirito, vero? Questo vuole la Chiesa: gente adusa a obbedire perché non sa e non pensa.
Tra l'altro, mi sono rotto le scatole dei tg e dei giornali che ogni giorno danno grande spazio a Ratzinger. E' solo pigrizia mentale? Questo parla tutti i giorni e noi tutti i giorni dobbiamo sorbirci una sua boutade. Quale sarà la prossima? Sarebbe ora di ridimensionarlo. Che se lo ciuccino i cattolici.
Prometto che cambierò canale tutte le volte che vedo la sua faccia.
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categoria:nausea
martedì, 27 dicembre 2005

Tra tutte le definizioni della bellezza che ho trovato in varie opere di filosofia, arte, estetica ecc. ricordo con piacere quella più semplice: troviamo una cosa bella in proporzione alla sua idoneità ad una funzione.

Ezra Pound

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categoria:citazioni
martedì, 27 dicembre 2005

La suprema bellezza comporta sempre, assieme al piacere, anche una certa tristezza e una certa paura.

Hermann Hesse

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categoria:citazioni
lunedì, 26 dicembre 2005
Qualche giorno fa ho pranzato con un giovane editore spagnolo. Un amante di Napoli, con il quale ho scoperto inaspettate affinità di gusti letterari. Quando gli ho chiesto di indicarmi il miglior scrittore di lingua spagnola, non ha esitato: Mario Vargas Llosa. Proprio stamattina, gli ho detto, ho finito di leggere "La zia Julia e lo scribacchino". E concordo, concordo. Inevitabile poi passare a parlare di Gabriel Garcìa Màrquez. Il confronto tra i due scrittori latino-americani è trentennale, sempre per contrasto. Varguitas a Gabo ha anche dedicato, tanti anni fa, un saggio polemico. Di Vargas Llosa l'editore mi ha consigliato di leggere subito "L'orgia perpetua". Cosa che sto facendo. Un saggio molto personale su Madame Bovary.
Varguitas è, con Borges, lo scrittore sudamericano più complesso, completo e cosmopolita. Di formazione letteraria europea. Ho letto solo tre suoi romanzi: "La città e i cani" (quello d'esordio), "Pantaleòn e le visitatrici" e "La zia Julia e lo scribacchino". A parte il primo che tutti indicano come uno dei migliori, dovrei leggere sicuramente "La casa verde". Lo farò, non so se a breve, ma tra non molto. "La zia Julia" mi ha divertito molto. "L'orgia perpetua" è un bel saggio molto personale, ma che affronta bene il rapporto vita-scrittura. Ma non l'ho ancora finito. DI Vargas Llosa mi piacciono, spesso ma non sempre, le tesi dei suoi lunghi articoli. Lucide e mai allineate al senso comune.
Vargas Llosa l'ho pure incontrato, un paio di volte, molti anni fa. Ha un atteggiamento a prima vista un po' snob, ma poi è molto disponibile a chiacchierare. Parlava un italiano mezzo spagnolo, a voler essere benevoli. Parlava male di Garcìa Màrquez, ovviamente.
Io di Gabo ho letto tantissimi libri. Da giovane me ne sono infatuato. Era molto alla moda nella sinistra, lo è ancora e, per inerzia mentale, lo sarà ancora per molto. "Cent'anni di solitudine" è un libro che ho letto rammaricandomi della lettura pagina dopo pagina perché pagina dopo pagina lo stavo finendo. Mi è piaciuto tanto. E' stata una fiamma che bruciava. L'ho finito di leggere e l'ho ricominciato subito. Unico caso nella mia estenuante carriera di lettore bulimico. L'ho letto alle fermate del bus, a casa, camminando per strada, dovunque mi capitasse. Era l'edizione tascabile Feltrinelli con il galeone in copertina. La conservo ancora, assieme ad altre edizioni più recenti. Non sono arrivato al feticismo di collezionarlo in tutte le edizioni (come faccio con "Finzioni" di Borges), ma ci sono andato vicino. Però, se a mente fredda devo dire quali sono i romanzi di Gabo che preferisco, devo citarne altri due: "L'autunno del patriarca" (meno riuscito nel plot, ma strepitoso nella scrittura, forse un po' ambizioso, ma lo scrittore deve essere ambizioso e qualche volta deve tirare per la giacca il lettore più pigro) e "L'amore ai tempi del colera" (sicuramente meglio scritto di qualunque altro suo libro, più concentrato nella trama e con un impianto strutturale e temporale più seducente, meno corale di "Cent'anni" e per questo più potente). Ma va aggiunto che Garcìa Màrquez è ripetitivo, aggrovigliato nei suoi temi, manierista e ruffiano. Sa come sedurre il lettore (quello affezionato e quello smaliziato: non a caso è un grande scrittore) e lo fa spudoratamente anche con mezzucci risibili. Sicuro di essere perdonato. La sua vena narrativa s'è sfiatata perlomeno da vent'anni, dopo "L'amore ai tempi del colera", appunto, il suo canto del cigno.
Anche Vargas Llosa s'è avvitato su se stesso. Ma non ho ancora letto abbastanza per dare un giudizio che mi soddisfi. Nella polemica con Gabo, Varguitas si accanisce sul suo tallone d'Achille: l'appoggio, senza se e senza ma, a Fidel Castro. Qui il discorso sarebbe lungo. Di certo ha ragione Vargas Llosa. Ci si può innamorare a vent'anni della rivoluzione cubana, ma non si può stare a settant'anni a lodare come un pappagallo un dittatore che sta vivendo il suo lungo autunno, facendolo pagare ai suoi sudditi, ridotti a macchiette come lui. Sono stato a Cuba prima ancora che crollasse il socialismo reale e l'isola era un paese assistito dall'Unione Sovietica, anche se Gorbaciov diventava sempre più restìo a sganciare finanziamenti. C'era allegria a Cuba per noi turisti, ma per i cubani, a parte il mare, il sole e il sesso, non c'erano che le banane, se andava bene. Certo la vita costava poco, c'era una sorta di welfare state che rendeva i poveri di Cuba meno poveri di quelli del resto dei paesi latino-americani, ma sempre miserabili erano. E soprattutto volevano essere liberi, non vivere in un regime poliziesco. Vedete o rivedete "Fragola e cioccolato", così mi risparmio il resto.
Mi chiedo allora se sia più apprezzabile candidarsi con la destra per battere la corruzione in Perù (e soddisfare la propria vanagloria) come ha fatto Varguitas, perdendo, o se sia meglio stare dalla parte di un vecchio dittatore che come il dio Saturno divora i suoi figli, dopo aver divorato i suoi ideali? Forse aveva ragione Varguitas. Ma non so rispondere. Varguitas di sicuro è stato un grande scrittore, migliore di Gabo, sebbene non abbia mai scritto il Capolavoro, osannato urbi et orbi.
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categoria:letture
lunedì, 26 dicembre 2005

Non vi è percezione di bellezza che non abbia un corrispondente senso di disgusto.

Ezra Pound

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categoria:citazioni
lunedì, 26 dicembre 2005

La bellezza non rende felice colui che la possiede, ma colui che la può amare e desiderare.

Hermann Hesse

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categoria:citazioni
domenica, 25 dicembre 2005

Prima di scomparire definitivamente dal mondo, la bellezza esisterà ancora un poco per errore. La bellezza per errore è l'ultima fase della storia e della bellezza.

Milan Kundera

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categoria:citazioni
domenica, 25 dicembre 2005

Le bellezze durano nei secoli e in esse si riflette attraverso i secoli l'umano e il terreno che è in noi, e appunto la tendenza di questo "umano in noi" di sopravvivere e consolidarsi oltre la tomba, di opporsi alle leggi della scomparsa nel tempo e nella morte, quest'impulso che si contrappone alla morte è la matrice di ogni viva concezione artistica.

Miroslav Krleza

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categoria:citazioni
domenica, 25 dicembre 2005
Venevo 'a Casapesenna e so' caduto 'a copp'a renna. E' la battuta del Babbo Natale di quest'anno. Del mio Babbo Natale. Auguri a tutti.
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categoria:lampi
sabato, 24 dicembre 2005
La bellezza è eternità che si mira in uno specchio.
Ma voi siete l'eternità e siete lo specchio.
Gibran K. Gibran
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categoria:citazioni, poesia
sabato, 24 dicembre 2005

Il Bello è ciò che sembra abominevole a occhi ineducati. Il Bello è ciò che la vostra amante e la vostra domestica trovano d'istinto orrendo.

Jules de Goncourt

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categoria:citazioni
venerdì, 23 dicembre 2005

Prime impressioni a caldo sull'installazione di Sol LeWitt a piazza Plebiscito. Il primo impatto è come al solito perplimente. Dialogare con questa piazza (per la sua bellezza e per la gente che la popola) è impresa difficile. Architettonicamente l'hanno saputa riempire solo Paladino e Kapoor. Gli altri questa sfida l'hanno persa o pareggiata (come Rebecca Horn). LeWitt se l'è giocata, la sua sfida comincia oggi. La partita con la gente è la solita. Certi concetti dell'arte concettuale fanno fatica a entrare nelle chiocche degli intellettuali (o presunti intellettuali), figuriamoci in quelle dei vecchietti abituati all'albero di Natale e ai vedutisti di Posillipo, che non hanno fatto altro che sbraitare per tutta l'inaugurazione. Ma la partita non si gioca con loro, piuttosto con i piccolo-borghesi che credono di sapere tutto perché hanno letto qualche libro.

A metterla così c'è, lo so, il rischio della famosa favola dei vestiti dell'Imperatore. La conoscete? E' quella che alla fine il bambino grida: il re è nudo, mentre tutti fingono di ammirare gli inesistenti vestiti del sovrano per non passare per cretini. Ma l'arte concettuale è premeditatamente provocazione. Richiede uno sforzo, non basta vedere, non basta capire (o fingire di capire). Bisogna immedesimarsi nell'arte e seguire i propri pensieri. Come direbbe Sorryso, viverla.

Allora, l'installazione di LeWitt è un quadrilatero di mattoni in pietra di Trani, a gradoni crescenti e descrescenti che può ricordare i disegni più intellettuali di Escher (senza inizio e senza fine, salite e discese in successione regolare), il muro di Berlino o, come è accaduto a me, le rovine ricostruite di Babilonia, finte e reali allo stesso tempo.

All'inaugurazione, un'ora fa, c'erano Bassolino e la Iervolino (insieme a tanti altri, politici, artisti, giornalisti e curiosi). Bassolino ha provato a spiegare alla Iervolino che si trattava di una piazza nella piazza, un'agorà, una nuova agorà. Banale, ma vero. La Iervolino lo sentiva appena: ha altri pensieri per la testa.

Il candore delle pietre invita al graffitismo. E io spero che accada al più presto. Anche se ho sentito dire che hanno usato una vernice particolare che dovrebbe impedire la scrittura indesiderata. Però io credo che le installazioni che hanno avuto più successo sono state quelle più "usate" dalla gente. La Montagna di sale di Paladino fu saccheggiata del sale preso a manciate come portafortuna, tanto che ogni giorno ne dovevano mettere di nuovo. La Spirale di Richard Serra fu usata come orinatoio (un'interpretazione? bah), tanto che di notte la dovevano sigillare. Le Capuzzelle di Rebecca Horn furono divelte e in parte rubate, o semplicemente prese a calci da chi vi passava accanto. Ognuno reagisce alla rappresentazione della morte, tipica di Napoli, come meglio crede.

Io mi auguro che al più presto i ragazzini entrino nella struttura e comincino a giocare a pallone, così non danno fastidio al resto della piazza. Sicuramente i gradini saranno scalati per gioco, come avveniva anche per la base dell'Italia capovolta di Fabro. Intanto proprio all'inaugurazione due cani randagi, uno bianco e uno nero, hanno lasciato il proprio segno su uno dei lati bassi del muro di LeWitt con una spisciazzata di prammattica. Gli obiettivi pronti dei fotografi hanno immortalato la scena: una prima critica d'arte, istintiva, direi. Poi il nero s'è messo a scalare i gradini, abbaiando. Anche le telecamere hanno ripreso tutto. Da qualche parte le vedremo, spero. Ma io interpreto in modo benevolo questa prima critica canina. Fare la pipì su un albero o su un muro è per un cane un segno di gradimento, di possesso. Indica un territorio. E se questi cani hanno scelto il muro come proprio territorio significa che gli piace. Poi voi fate i bastian contrari come sempre.

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categoria:arte, napoletana
venerdì, 23 dicembre 2005
Gustave Flaubert cominciò a scrivere "Madame Bovary" la notte del 19 settembre 1851. E poi dicono che san Gennaro non fa miracoli.
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categoria:lampi, scrittura, napoletana
venerdì, 23 dicembre 2005

L'uomo è un animale trasgressore. Timido, tuttavia.

Henry Miller

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categoria:citazioni
giovedì, 22 dicembre 2005

da www.repubblica.it

Il "pibe de oro" aveva danneggiato la sala vip del "Tom Jobim"
La polizia lo ha bloccato e sottoposto al test del palloncino
Atti vandalici all'aeroporto di Rio
Maradona fermato e poi rilasciato

Dopo alcune ore è stato autorizzato a partire per l'Argentina

<B>Atti vandalici all'aeroporto di Rio<br>Maradona fermato e poi rilasciato</B>
Diego Armando Maradona

RIO DE JANEIRO - Diego Maradona è stato
rilasciato a Rio de Janeiro, dove era stato fermato dalla polizia per aver causato danni alla sala vip dell'aeroporto, ed è stato autorizzato a rientrare in Argentina. Lo ha reso noto la televisione Globo. L'ex calciatore argentino ha riacquistato la libertà dopo essere stato interrogato dalla polizia federale ed aver accettato di sottoporsi ad un test per valutare il suo tasso di alcolemia.

I media brasiliani precisano che Maradona, che è rimasto con altri quattro argentini circa quattro ore in stato di fermo, partirà per Buenos Aires nel pomeriggio (la sera italiana) con un volo della compagnia brasiliana Tam.

Il fermo era avvenuto all'aeroporto Tom Jobim dopo che Maradona aveva partecipato ad una dura protesta organizzata da un gruppo di passeggeri che avevano perso un aereo. Secondo la radio Cbn l'ex nazionale argentino era arrivato in ritardo al check in ma pretendeva ugualmente di ottenere l'autorizzazione ad imbarcarsi.
Gli agenti in servizio hanno quindi trattenuto Maradona per sottoporlo ad un test di alcolemia.

L'ex 'pibe de oro' era giunto a Rio martedì per partecipare ad una partita di calcio a fini benefici con Zico. L'emittente Cbn ha precisato che Maradona è stato trasferito negli uffici dell'Istituto di medicina legale che si trovano all'interno dello stesso scalo aereo carioca dove gli è stato misurato il tasso di alcolemia.

Il quotidiano Estado de Sao Paulo scrive oggi che Maradona si è sentito male per un'ora dopo aver giocato 72 minuti con Zico ed aver ricevuto gli applausi del pubblico brasiliano. Il giornale sostiene che Diego è rimasto senza poter parlare per un'ora seduto negli spogliatoi, fino a quando ha chiesto un sigaro cubano ai suoi collaboratori.
 
Maradona è un genio e un grande anche per questo. Lui è Maradona. Gli aerei devono aspettarlo. La classe non è acqua. E ai brasiliani dico: Maradona è meglio 'e Pelé.
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categoria:notizie
giovedì, 22 dicembre 2005
Nei Paesi semianalfabeti
i demagoghi fanno
la corte ai minorenni.
Wystan Hugo Auden
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categoria:citazioni, poesia
mercoledì, 21 dicembre 2005

Benino (che qualcuno chiama anche Benito) è il pastorello addormentato del presepe napoletano. Non è un pastorello qualunque. Benino è l'artefice del presepe. Ovvero: il presepe è il sogno di Benino. Se non ci fosse Benino, o se lui si risvegliasse, crollerebbe tutto quel mondo fantastico di abbondanza e letizia, di festa sacra e profana, spirituale e carnale che è il presepe.

Benino dorme in un angolo del presepe, mentre attorno a lui cambia il mondo. Nasce Gesù e compie l'unica grande rivoluzione che sia mai stata realizzata in Occidente (nel bene e nel male, fate voi, io non giudico, ora). E lui, Benino, che fa? Dorme. Leggere la sua presenza come una sublime e sbagliata forma di indifferenza non fa comprendere la natura del presepe napoletano. Non è così, infatti. Benino non è strafottente di fronte a quanto sta accadendo in quel giorno. Benino sta rileggendo il mondo con i codici del desiderio.

Sto esprimendo, in modo del tutto personale, l'idea che mi sono fatta del presepe, frequentandolo inevibitalmente da sempre.

Il presepe napoletano è ambientato in un tempo storico vagamente barocco. Il Seicento controriformistico a Napoli è stato un secolo supremo, dalla "Cantata dei pastori", che venne alla fine di una lunga serie di drammi sacri che mischiavano religione e prosaicità, all'incubazione del grande pensiero idealista della "Scienza nuova" di Giambattista Vico (lo dovete ancora leggere? E che aspettate?). E' un secolo di pestilenze, cataclismi, rivolte popolari, tasse su tasse dei vicerè spagnoli e inurbamento spaventoso. Napoli era città più popolosa d'Europa. Miseria, tanta miseria e fame. Il sogno di Benino nasce in questo clima, in uno scenario di fame. Benino sa che arriva Natale e nun tene denare, come sempre. Dorme e sogna. Sogna un mondo fatto di salsicce e alici fresche, di pizze, di provoloni appesi davanti ai negozi, di panettieri indaffarati con sacchi e ceste, di lavandaie che cantano in riva alla cascatella, di tavole imbandite, di carri carichi di botti piene di vino. E' la festa, è Natale, è il presepe. Lui dorme ed è felice. Il sogno è il suo riscatto. La vera realtà, la sua, contro quella degli altri, quella brutta del mondo in cui non si mangia neanche a Natale, dove si fatica fino a sfiancarsi. Quindi non c'è presepe senza Benino. Lo sanno tutti quelli che ogni anno allestiscono questa rappresentazione di felicità popolare.

Io per anni ho fatto l'albero, all'inizio per una sorta di ideologico rifiuto del folclore. Quando si è giovani si è come i radicali liberi, facciamo del male inconsapevolmente e soprattutto lo facciamo a noi stessi. Il presepe, un presepe molto semplice, lo faceva, quand'ero bambino, mio padre. Ma dopo la sua morte se n'erano perse tracce e memoria. Mia madre, più pratica, non aveva la pazienza e la scienza della presepista: un albero con palle, fili e luci andava più che bene per illuminare le feste. Così il presepe l'ho cominciato a fare solo da pochi anni, con la complicità di mio figlio che si appassiona sia alla Playstation che ai pastori. Il primo anno ho comprato i pezzi base, rigorosamente di terracotta, ma non tutti raffinati, anzi molti sono decisamente popolari e un po' rozzi, e sono i miei preferiti. Di seguito elenco, per l'inclito e il colto, per il cittadino e il forestiero, i pezzi che io, arbitrariamente (perché il presepe deve rispettare molte regole, ma resta sempre un atto arbitrario e sregolato, come il sogno di Benino, appunto) ritengo indispensabili.

- Il gruppo della grotta. Va sans dire. Maria, san Giuseppe, bue e asinello. E il bambino nella mangiatoia da mettere a mezzanotte del 24 dicembre.

- I tre angeli. Da collocare sulla grotta. Al centro quello con il cartiglio. Ai lati quelli con la tromba e il tamburo.

- I re Magi. I filologi li pretendono in tre versioni. Piccoli sul cammello da lontano da tenere fino a Natale. Più grandi e collocati più vicino alla grotta, sempre sui cammelli, da mettere, togliendo gli altri, tra Natale e l'Epifania. Infine quelli grandi, appiedati, da piazzare davanti alla grotta il giorno dell'Epifania, solo quel giorno. Sono tentato di comprarne di belli, per questo, finora, ho scelto di avere solo quelli "mezzani", tra l'altro un po' scalfiti.

- Il pastore della meraviglia. Quello inginocchiato e con le due braccia alzate. E' l'innocenza che riconosce subito il divino.

- Il centurione. Serve per far capire che siamo all'epoca romana, altrimenti davvero sembra tutto seicentesco.

- I due carabinieri. E qui veniamo a un passaggio controverso. Che ci appizzano? Dicono i puristi. E' vero sono storicamente fuori luogo sia in una lettura storica del presepe e sia in quella onirico-sentimentale che faccio io con il sogno di Benino. Me la potrei cavare dicendo che la tradizione degli ultimi secoli li ha imposti. Ma voglio dire di più. Benino sogna la prima volta il presepe nel Seicento, come ho detto. Ma continua a sognarlo di anno in anno. E il suo sogno si aggiorna. Benino siamo noi e nel presepe abbiamo bisogno di collocare il nostro mondo. Da ciò però non arrivo a piazzarci Massimo Troisi o (orrore) Albano e la Lecciso. Sebbene un pensierino per Totò l'ho fatto.

- Il cacciatore con il fucile. Vale parzialmente lo stesso discorso dei carabinieri. Solo che nel Seicento i cacciatori già c'erano.

 - Pulcinella. Io ce n'ho due. Devo dire che quando ho cominciato a fare il presepe ho avuto la tentazione poco filologica di mettere tutti i personaggi nei panni di Pulcinella, per dare una lettura teatrale affamata al presepe. Ma poi ho capito che era una stonzata. Secondo me, metterli non è corretto. Però ho voluto sbagliare, così ci sono un piccolo Pulcinella con in mano un corno e un altro, ancora più piccolo, appeso a un albero secco, come un Giuda impiccato. Siete autorizzati a dare tutte le interpretazioni che volete, se ne siete capaci.

- Zi' Peppe e zi' Vicienzo. Sono i due che giocano a carte, in piedi attorno a una botte. Sono un vezzo che mi è costato caro. L'ho comprato da Ferrigno. Sono belli, ma puramente decorativi.

- Il ponte. Pezzo importante, serve a scavalcare il fiume o la cascatella. E' simbolico. Collega mondi lontani.

- La lavandaia. Non se ne può fare a meno. Collocata presso la cascatella.

- Il pozzo. E' il collegamento tra il mondo reale e quello sotterraneo. Ancora una volta, non se può fare a meno.

- Il diavolo. Deve stare nei pressi del pozzo, dove, tra l'altro, in mancanza di una struttura con la cascata, va collocata la lavandaia.

- L'anima purgante. Accanto al diavolo. Avvolta nelle fiamme, che sono più infernali che purgatoriali, ma Benino (e non solo lui) quando sogna non va per il sottile. L'anima purgante si trova in tantissimi altarini della Napoli antica. E' un grande emblema barocco che accompagna la città da secoli.

- Il carro di Ciccibacco. E' il carretto con le botti, tirato dai buoi (ne basta anche uno solo). Anche se Ciccibacco è raffigurato come un comune venditore di vino, in realtà è il dio Bacco travestito da uomo. Bere fino a crollare è il sogno di qualsiasi affamato.

- Animali. Di tutti i tipi e di tutte le dimensioni. Commestibili e non. Io ho cani, gatti, topi, galline, tacchini, polli, uccelli, pecore, maiali, asini e conigli (in una gabbietta)

- Bancarelle. Ognuno mette quelle che gli pare. Io ho il pescivendolo e il cucummararo, oltre a una vecchia panettiera giunonica.

- Gli extracomunitari. Per sfizio ho piazzato un fellah egiziano di terracotta comprato al Cairo e una smilza donna russa di legno, che porta in dono una matriosca, comprata a Mosca. Solo per quest'anno. Poi, c'è il foglio di via.

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categoria:desideri, napoletana
mercoledì, 21 dicembre 2005

Babele è la forma ebraica di Babilonia e la condanna di quella città, probabilmente la prima città cosmopolita della storia, è la condanna del cosmopolitismo, della società plurale e pluralista che ammette l'esistenza dell'altro e degli altri.

Octavio Paz

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categoria:citazioni
martedì, 20 dicembre 2005
Psammetico I, faraone della XXVI dinastia, regnò in Egitto nel VII secolo avanti Cristo. Erodoto (Libro II, 2) gli attribuisce l’esecuzione di un esperimento che poi ha avuto molti altri imitatori e molte altre varianti. Voleva scoprire quale fosse il popolo più antico del mondo. Così affidò due neonati a un pastore affinché li allevasse in totale silenzio, senza mai pronunciare una parola al loro cospetto. Psammetico voleva sapere quali fossero le prime parole pronunciate, dopo “l’età degli indistinti mugolii”. All’età di due anni la prima parola che i due pronunciarono fu “becos”. Il faraone fece fare approfondite ricerche e seppe che “becos” nella lingua dei Frigi significava “pane”. Da ciò dedusse che il più antico popolo del mondo fossero i Frigi. E subito dopo, secondo lui, vennero gli Egiziani.

Qualche sera fa ho visto film di Fulvio Wetzl, “Prima la musica, poi le parole” del 2000. E’ la vicenda di un bambino che il padre ha cresciuto in totale isolamento, lui e il bambino, insegnandogli un’italiano dal lessico completamente stravolto. Vuole dimostrare la veridicità della tesi di de Saussure che il linguaggio è una totale convenzione. Ma c’è bisogno di inguaiare la vita ai bambini per provare cose che si scoprono con un viaggio oltre confine, o anche oltre regione? Comunque, il filmetto, voleva dimostare che l’amore, l’emozione, lo sforzo di comunicazione elimina ogni distanza, anche linguistica.

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categoria:cinema, letture
martedì, 20 dicembre 2005
Nessun vincitore crede al caso.
Friedrich Nietzsche
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categoria:citazioni
lunedì, 19 dicembre 2005
Titolo di prima pagina del "Mattino" di oggi: "Iervolino cambia idea: mi ricandido". E' una minaccia o un regalo di Natale? Altri cinque anni con zia Rosa, se ci andrà bene.
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categoria:notizie, napoletana
lunedì, 19 dicembre 2005

La cosmetica è la scienza del cosmo della donna.

Karl Kraus

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categoria:citazioni
domenica, 18 dicembre 2005

Nella parte finale del Libro I delle "Storie" Erodoto racconta la morte di Ciro il Grande nella sciagurata guerra contro i Massageti. Sono pagine decisamente pulp. A me tutti i racconti di questo primo libro ricordano un po' Lovecraft e i grandi antichi, ma più ancora i costumi bronzei e primitivi, sanguinari e muscolosi, di Conan il Barbaro. Ma è la solita impressione che nasce dal leggere in modo inverso la Storia, la letteratura e la cultura in genere.

I Massageti vivevano nelle sterminate pianure a oriente del mar Caspio, gli attuali Turkmenistan, Uzbekistan e forse anche Kazakistan. Ai tempi di Ciro regnava una donna, la regina Tomiri. Ciro le muove guerra, influenzato come sempre da consiglieri vari e da sogni che annunciano sciagure e successi, in modo confuso. La guerra ha fasi alterne. I Massageti sono un osso duro anche per il potente esercito di Ciro che però riesce a catturare il figlio di Tomiri, Spargapise (che nomi, madonna), con uno stratagemma. Ciro lascia la parte più debole del suo esercito alla mercé dei Massageti guidati da Spargapise, che fa strage dei Persiani. Ma laddove c'è questo scampolo di esercito sacrificato alla violenza dei nemici, Ciro ha fatto apparecchiare anche tavole imbandite per uno strepitoso banchetto. I Massageti ne approfittano fino a ubriacarsi completamente, compreso il figlio di Tomiri. Per Ciro diventa facile catturarlo. L'ira della regina è terribile. Manda a Ciro un messagio che si conclude con queste parole: "Ti sazierò di sangue, sebbene tu ne sia insaziabile". Il giovanotto, intanto, riavutosi dalla sbornia, si accorge della sua infelice situazione e si suicida. La battaglia tra Persiani e Massageti è fatale per Ciro, sconfitto e ucciso. Racconta Erodoto: "Tomiri, dopo aver riempito un otre caprino di sangue umano, fece ricercare fra i cadaveri persiani il corpo di Ciro e quando l'ebbe trovato ne tuffò il capo nell'otre e, all'oltraggio del morto, aggiungeva queste parole: 'Sebbene io sia in vita e ti abbia vinto in battaglia, tu mi hai rovinata, avendo catturato mio figlio con l'inganno: ora io ti sazierò di sangue, come ti avevo promesso'. Molte sono le versioni che si riferiscono alla morte di Ciro, questa che da me è stata raccontata è la più degna di fede" (Libro I, 214). Secondo Senofonte, Ciro sarebbe, invece, morto di vecchiaia nella sua reggia. Per Ctesia, la morte del re persiano sarebbe avvenuta per una ferita riportata combattendo contro i Derbici, nell'Iran orientale.

Pure i Massageti avevano costumi sessuali, alimentari e religiosi, curiosi: "Ogni uomo sposa una donna, ma delle donne fanno un uso comune: poiché quella pratica che i Greci attribuiscono agli Sciti è propria non degli Sciti, ma dei Massageti. Infatti, quando un massageto prova desiderio per una donna, appende la propria faretra davanti al carro di lei, e con lei si unisce, senza preoccupazione alcuna". E poi li chiamiamo barbari. Le abitudini alimentari spiegano anche qualche fatto di cronaca che ho riportato un paio di post più sotto. Quando un massageto diventa molto vecchio "i suoi parenti si raccolgono tutti insieme e lo uccidono; insieme a lui immolano altri animali e, fattene cuocere la carne, se ne cibano". Erodoto aggiunge: "Questa è la fine più felice, secondo le loro consuetudini". Chi muore per malattia viene invece seppellito e i Massageti ritengono che questo tipo di morte sia una sventura perché è stato impossibile sacrificarlo. Infine, i Massageti adorano il sole, al quale immolano dei cavalli: "Al più veloce degli dei sacrificano il più veloce degli esseri mortali" (Libro I, 216).

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categoria:letture, sesso
domenica, 18 dicembre 2005

Vari segni annunciano l'egemonia del delirio.

Emil Cioran

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categoria:citazioni
sabato, 17 dicembre 2005

da www.repubblica.it

Dopo l'omicidio l'assassino con il corpo della vittima ha preparato
dei ravioli che poi ha venduto ai vicini. Condannato a 14 anni
Cannibalismo, uccide l'amico
e usa il corpo per cucinare


MOSCA - In una remota regione della Siberia meridionale un ubriacone ha ucciso e smembrato un amico e ne ha utilizzato il corpo per preparare dei ravioli. Per l'omicidio è stato condannato a 14 anni di carcere a regime duro.

Il nuovo caso di cannibalismo è accaduto in Buriazia, dove nella città di Gusinoosiorsk - riferisce il sito russo di notizie Newsru.com - è appena finito il processo contro Cinghiz Bubeiev, finito alla sbarra perché il 22 febbraio scorso uccise l'amico durante una violenta rissa scoppiata dopo una bevuta. Con l'aiuto di un altro amico (Serghei Cupishev, condannato a 2 anni di reclusione per complicità) Bubeiev ha fatto a pezzi il morto. Durante il processo è emerso un altro particolare agghiacciante: l'assassino riuscì a vendere una consistente quantità del cadavere ai vicini, spacciandola per carne di cavallo. Ha poi tritato le parti più tenere e le ha usate per la preparazione dei pelmeni (la versione siberiana dei ravioli, in genere con ripieno di carne, cipolla e pepe). Dopo il pasto ha venduto quelli avanzati.

In Russia purtroppo non sono rari i casi di cannibalismo. Solo un mese fa, in un villaggio vicino a Rostov, due fratelli appena maggiorenni ma già dediti all'alcol, hanno soffocato un amico e ne hanno mangiato il cuore e il fegato per cena. La regione di Rostov, bagnata dal Don, vanta il più terribile cannibale russo di tutto i tempi: il maestro elementare Andrei Shikatilo, giustiziato nel 1994 per aver torturato, sbranato e divorato 52 vittime tra il 1978 e il 1991.

Chissà che mi hanno fatto mangiare a Mosca, dicendomi che era cucina tipica?

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categoria:notizie
sabato, 17 dicembre 2005

Forse il carattere più rilevante dell'attuale "smandrappo" nella vita italiana sarà - per gli antropologi più realistici - il veloce adeguarsi al degrado da parte di tanti cittadini cresciuti con ben altri parametri di valori, e già abituati a tutt'altre coordinate nei comportamenti. Come se persone già "naturaliter" avvezze a lavarsi i denti e i piedi bruscamente passassero alla scorreggioneria selvaggia. E all'aggressività sistematica.

Alberto Arbasino

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categoria:citazioni
venerdì, 16 dicembre 2005

Uno, due. E tre. Diamoci dentro. A gentile e plurale richiesta vi devo il post su Mosca.

Io odio il freddo. Per me quando fa dieci gradi è la Siberia. Figuriamoci quando i dieci gradi sono sottozero. Sulla neve sono stato solo un Natale di oltre vent'anni fa e ci ho fatto crocianera, cioè basta e avanza. Ma quando ti mandano a quel paese ci vai e provi a divertirti, intabarrandoti oltre il ridicolo. Non era la Siberia era solo Mosca. Ma era dicembre, Natale. E ha nevicato sempre, sempre e sempre. Sarebbe stato magnifico se me ne fossi stato nella mia stanza d'albergo a guardare fioccare fuori. Mi sentivo molto Solzenicyn, anche se non stavo in un Gulag, ma in un uno dei più lussuosi alberghi della Russia un tempo comunista, il Metropol, a un passo dalla Piazza Rossa. Un edificio molto chic. La cosa più interessante e bella erano le puttane che soggiornavano notte e giorno sui divani del bar. Strafiche bionde, che, secondo chi ha avuto la faccia tosta di andarsi a informare, prendevano 300 euro a botta. Neanche tanto per quello che mostravano. Ma sulla Domiziana, le loro colleghe che hanno pensato di trovare l'America al lago Patria, te la danno per la decima parte. Vi dico subito che non ho approfittato, ma perché io sono per il puttanesimo gratuito. E' un fatto ideologico. Il comunismo, quello che loro hanno buttato alle ortiche, per me, giovincello scherzoso, era sinonimo di amore libero (e gratuito). Insomma, mettetevi l'animo in pace, questo non sarà un post porno.

La compagnia era ampia, varia, in parte gaia, per me solo parzialmente nota. Ma alla fine divertente, quando sai sceglierti il meglio del gruppo. Provo a mettere in fila i ricordi, in ordine cronologico. Allora, arrivammo e ci toccò fare un'ora e mezza di fila per il controllo dei visti. Devono morire 'sti russi, sono rimasti sovietici nell'animo, nell'animo 'e chi ll'è mmuorto. Sarebbe stata la prima serie di iastemme da giuglianese che sperimentavo nella bianca Mosca. Poi dall'aeroporto al centro, solo traffico, camion, tir, auto vecchie e nuove, neve e, a mano a mano che ci avvicinavamo al centro, palazzoni e luci. La prima impressione di Mosca (confermata dopo) è quella di una magnifica location per "Metropolis" o un filmone americano. Certi angoli sembrano Times Square, la New York più illuminata e consumista, turistica in cinemascope. Bella, bella, bella. A me piacciono questi contrasti. Infatti, prima di andar via ho comprato una t-shirt con il simbolo di McDonald's e Lenin, il MacLenin. Cazzo, una suprema sintesi a posteriori, cioè un'inculata.

Dell'albergo ho detto, va aggiunto che c'era una sala ristorante con una stupenda vetrata e l'arpista che accompagnava la colazione (c'era di tutto, ma io prendevo solo un caffè e una brioche, pagati l'equivalente di oltre 20 euro), il pranzo o la cena. La sera c'era un'orchestina che suonava il sirtaki greco. E' una persecuzione. Capisco che l'Internazionale non si porta più da quelle parti, ma almeno potevano suonare il casacciò, il ballo della steppa, balla balla e il freddo se ne va. E c'era pure (ma non l'ho visto) un balconcino che dava su un cortiletto dell'hotel dal quale Lenin arringava la folla. Faceva molto John Reed, i dieci giorni che sconvolsero il mondo. Roba che Warren Beatty ci ha fatto un filmone che non finiva più. "Reds", ve lo allicordate?

La prima sera abbiamo cenato in un ristorante di cucina ucraina, il Taras Bulba, che prende il nome da una specie di Garibaldi della zona. Cenato? Non si finiva mai. Carne fredda e carne calda, insalate, pesce veloce del Baltico (no, quello è Paolo Conte), forse del Volga. Ho mangiato anche salsicce di sangue di maiale. Un tuffo nel passato, che manco fossi stato Proust con il suo dolcetto moscio tra le mani. Non ne mangiavo da quando ero bambino. Grande la Russia, è come Giugliano di una volta. Viva il samurchio. E c'era della vodka strepitosa: al pepe, poi alla senape e poi liscia. Bruciava gola e budella che era un piacere. Non ne ho comprato per portarne a casa, altrimenti il delirio sarebbe stato interminabile. Neanche il caviale ho mangiato e comprato. Fa troppo turista. La verità è che non ce ne hanno offerto. Dopo l'abbuffata, pieni come otri (ho capito solo allora la necessità delle purghe staliniane), si voleva andare nella piazza Rossa a mezzanotte. Ma io ho mollato tutti dopo pochi metri. Faceva troppo freddo ed ero vestito leggero (cioè come Totò e Peppino a Milano, ma non bastava) e sono tornato in albergo. Il mausoleo di Lenin non valeva una polmonite. Fosse stato Lennon l'avrei pure capito (anche se sono un rollingstoniano, ma questo è 'n'atu fatto).

Cazzo, l'ho presa lunga. Ora sintetizzo, Il secondo giorno siamo andati al Cremlino, dove ho scoperto che ci sono più chiese che in Vaticano. Ma non erano comunisti? Non ci capisco più niente. Neanche la nostra guida ci capiva nulla, infatti quando le facevamo qualche domanda semplice semplice ci diceva che era meglio se compravamo un libricino che vendevano sulle bancarelle. Era impagabile. Infatti non l'abbiamo pagata, almeno noi. In una di queste chiese ortodosse c'era un coro russo, molto suggestivo, una specie di Neri per caso, ma combinati come i Ricchi e Poveri, cioè due maschi e due femmine. Molto pittoresco. Bravi. Poi vendevano pure il cd che non ho accattato. Ho troppe stranezze a casa che non sento da anni, non ne voglio altre. Le icone e gli affreschi erano magnifici. Ho una passione per l'arte bizantina e questi sono stupendi. Dopo tutta 'sta Russia e 'sta neve, non potevo che andare a mangiare un hamburger da Mac. L'ho fatto, alla faccia dei no global. Era pieno zeppo di ragazzi e ragazze, peggio che in una poesia di Edgar Lee Masters. Ma non bevevano sidro, piuttosto sana Coca-Cola by Atlanta. Abbiamo trovato da sederci a fatica, ma il panino era ottimo. E poi volete mettere il fascino dissacratore e roquentinesco di addentare roba stelle e strisce davanti al tempio del terrore rosso? Qualche sera dopo, per pareggiare, e per fare il raffinato, ho bevuto del tè verde in uno scicchissimo caffè italiano che affacciava sulla Piazza Rossa, all'interno dei magazzini Gum, che, dissolta l'utopia marxista, sembra un mall di Washington. Altro che la vacanteria degli anni cupi. Ammettiamolo, il passaggio dal comunismo al consumismo è godurioso, alla faccia del pauperismo dei seguaci di Benedetto XVI.

Una sera abbiamo cenato in un ristorante italiano dove abbiamo bevuto il vino di Albano Carrisi. Dovevo andare fin là per berlo, che stronzata. E ci hanno fatto cantare l'inno di Mameli. Non sapevo se commuovermi. Faceva molto Soprano's dell'Est. Per par condicio avrei voluto che si cantasse anche l'Internazionae (che è più bella) o almeno "Nel blu dipinto di blu".

Voglio dirvi poco altro. Semmai su Mosca ci tornerò. L'ultima mattinata siamo andati all'Arbat con la metropolitana. Magnifica la metropolitana di Mosca. Ha nove linee. Ma io ho visto solo tre fermate, mi sono bastate. Costa poco, copre tutta la città e la usano nove milioni di persone. Bei russi chiattoni e rubizzi. Uno scenario da Matrix e realismo socialista. Statue, bandiere rosse, falci e martelli. Bertinotti e Cossutta si sarebbero fatti delle pippe indimenticabili, accomodati sui sedili di pelle bisunta. A me tutta 'sta scenografia faceva tenerezza come un'altra madelaine proustiana, ah quei vent'anni. Avevo pochi anni e vent'anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Mi ha stupito anche che nelle matriosche che vendono ai turisti (ne ho comprate diverse) Gorbaciov è quasi scomparso. E' che lo odiano, gli imputano la povertà che è seguita al crollo del comunismo. Eltsin, invece, lo amano, perché lo consideravo il salvatore dal golpe che fece quella specie di gruppo Tnt nel 1991. Un'altra cosa curiosa è che la circolazione stradale non prevede la svolta a sinistra. Io pensavo che l'avevano abolita dopo la fine del comunismo, una specie di ripicca berlusconiana (lui l'avrebbe fatta, immagino). Ma mi hanno assicurato che era così anche ai tempi di Breznev. L'effetto è che per coprire duecento metri fai un giro pazzesco e sembra che non ti allontani mai dalla chiesa di San Basilio, quella cosa con tutte quelle cupole che sembrano dei gelati alla fragola. Meglio andare a piedi. Ma nevica, c'è ghiaccio e fango per strada e puoi scivolare ogni tre passi. Ma come fanno a vivere là, perché non se vanno ai Caraibi?

Ora zitto, e Mosca.

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categoria:viaggi
venerdì, 16 dicembre 2005

Quale giudice ha mai stabilito che il conformismo è un male e l'anticonformismo un bene? Conformarsi non vuol forse dire avvicinarsi agli altri? E cos'altro è il conformismo se non l'ampio spazio comune verso cui tutti convergono, e in cui la vita è più intensa, più fervida che altrove?

Milan Kundera

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categoria:citazioni
giovedì, 15 dicembre 2005

ROMA - Il regista Giuseppe Patroni Griffi è morto questa mattina nella sua casa romana. Patroni Griffi aveva 84 anni ed era da tempo costretto a letto da una malattia che gli aveva impedito di dirigere le prove di "Improvvisamente l'estate scorsa" andato in scena in ottobre all' Eliseo di Roma. Narratore, drammaturgo e regista di fama, Giuseppe Patroni Griffi era nato a Napoli il 27 febbraio 1921.

Come scrittore si ricordano soprattutto i libri dedicati alla sua città, "Scende giu' per Toledo" e "La morte della bellezza". Come autore di teatro gli si devono alcune fra le più belle commedie italiane del dopoguerra: quelle scritte per i suoi amici Romolo Valli, Giorgo De Lullo e Rossella Falk (La compagnia dei Giovani): "D'Amore si muore", "Anima nera", "Metti una sera a cena" (divenuto un film di successo) e "Prima del silenzio".

Come regista ha lavorato molto in teatro, mettendo in scena Pirandello, De Filippo e Goldoni; e varie volte in cinema: "Il mare" con Umberto Orsini, "Identikit" con Elizabeth Taylor, "Divina creatura" con Laura Antonelli.

Per la tv ebbero un successo internazionale le regie in diretta (dai luoghi stessi delle opere) di "Tosca" e della "Boheme". Fu anche direttore artistico prima del Piccolo Eliseo, poi dell'Eliseo grande. E si provò nel musical con Valeria Marini ("Nata ieri") e Massimo Ranieri ("Hollywood, ritratto di un divo").

da www.ansa.it

Che la terrà ti sia lieve. Scenderò giù per Toledo pensando anche a te.

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categoria:addii
giovedì, 15 dicembre 2005
E' meglio rifugiarsi tra le pagine del caro Erodoto. Lui sì che era un giornalista. Anche generosamente pulp, qualche volta. Un divino chiacchierone che si documentava come poteva. Non aveva bisogno di nessuna tessera bordò per scrivere e nessuno l'ha mai querelato da vivo. Semmai lo hanno saccheggiato da morto. Vabbè, veniamo a noi.

La più riprovevole abitudine dei babilonesi per Erodoto è quella che narra nel Libro I (capitolo 199). Le donne di Babilonia, almeno una volta nella vita, dovevano portarsi nel recinto sacro della loro Afrodite, la dea Militta, e unirsi a uno straniero. Che accede in questo slurpevole luogo? Le donne stanno sedute e aspettano finché uno straniero, bello o brutto che sia, getta loro del denaro sulle ginocchia e se la porta nel tempio per scoparsela. Unica regola: nell'atto di gettare il denaro, lo straniero deve pronunciare questa frase: "Invoco per te la dea Militta". Non c'è un prezzo stabilito. E la donna non può rifiutare perché quei soldi diventano sacri. Dopo essersi concessa, fatto il sacrificio espiatorio alla dea, se ne torna a casa, e "da quel non momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere". Le donne "dotate d'un bel viso e d'una figura slanciata se ne tornano presto". Le brutte rimangono "lungo tempo senza poter soddisfare la prescrizione di legge". Alcune devono andare a sedersi per tre o quattro anni di seguito. Una consuetudine simile, aggiunge Erodoto, c'è anche in alcuni luoghi di Cipro.

Non commento, lascio a voi le interpretazioni. Dico solo che quando ci sono andato io a Babilonia, nel passato millennio, queste sane (macché riprovevoli) abitudini s'erano perse. Un rito che fa molto Houellebecq, figuriamoci se gli islamici lo conservavano, non hanno nessun rispetto per gli stranieri, soprattutto infedeli e refrattari al divino, come me.
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categoria:letture, sesso
giovedì, 15 dicembre 2005

Sono tornato da Mosca, che ho scoperto felicemente irridente e godereccia, e ho trovato nella blogosfera un'atmosfera mutriòsa, pronta a risentirsi per qualsiasi battuta o per qualche pensiero poco allineato. Eppure sta arrivando Natale, avreste dovuto incassare la tredicesima, avreste dovuto avere una predispozione al sorriso dovuta alla tasca piena. Invece no, guai se deroghi dal politicamente corretto o se non ti inchini al luogo comune. Anzi, in molti si sentono tanto nella parte che pensano che il proprio blog sia perlomeno il "Washington Post", che dico?, l'oracolo della Pizia, la voce di Dio, i Dieci Comandamenti. In una parola la "Pravda". Appunto. E via, sorridete siete su "Scherzi a parte". La supponenza è pericolosa e il conformismo ha fatto più morti della calunnia. Leggete la "Banalità del male" e capirete come si possono mettere nel forno crematorio milioni di persone solo perché c'era un ordine superiore, un foglio burocratico. Ma questo è tutt'altra roba.

Insomma, le nostre non sono testate giornalistiche. Ci obbligano, quasi, a dirlo. Io non l'ho scritto perché se qualcuno ritenesse giornalismo questi deliri sarebbe da rinchiudere, perché il pazzo sarebbe lui, non io. Quindi, bacchetto i facitori di luoghi comuni. I banalizzatori della vita, soprattutto quelli che pensano che ridere sia peccato. E per restare a Napoli non sopporto tutti quelli che fanno l'oleografia del male, che stanno sempre lì a parlare di vicoli, camorra e malaffare. Qui ce n'è quanta a Milano, New York e Mosca. Di tutta 'sta vostra voglia di aiutare Napoli ne abbiamo le palle piene. Pizza e mandolini, o camorra e scippi. Non avete altro da dire? Allora statevene zitti. Seguo il pensiero di Massimo Troisi, io: "Sono napoletano e non deve dimostrare niente a nessuno". Come un romano, un catalano, un danese o un indiano. Ma perché state sempre a giudicare questa città? Ma fatevi i cazzi vostri. Il grande Domenica Rea che nel 1951 (o giù di lì) ha scritto quel clamoroso breve saggio su "Le due Napoli" aveva già detto tutto. Ed è passato mezzo secolo. A chi gli chiedeva del carattere speciale di Napoli, molti anni dopo, Rea rispondeva con un vaffanculo tu e il carattere speciale. Diceva che Napoli era la stessa cosa, la stessa schifezza, di qualsiasi altra metropoli. La differenza, aggiungo io, permettendomi di interpretarlo, sta negli occhi di guarda e giudica. Non nella realtà.

Quindi mi avete rotto il cazzo. Venite una settimana a Napoli e pensate di sapere tutto. Leggete i giornali e credete di aver capito. E basta. Se dovete riempire il mondo di banalità, di leggende nere o di cieli azzurri, stateve alle case vostre e non leggete i giornali e non guardate la televisione. Ccà ci abbrucia 'a fronte. E vuie ce mettite 'a jonta. Dovremo sceglierci un altro sindaco. Succede. Ogni cinque anni. Ne sceglieremo uno che per cinque anni ci dirà che non può fare un cazzo. Come hanno fatto tutti, accusando governo, camorra o lo scomparso popolo dei Cimmeri (dico per dire e delirare, ovvio). E noi qui a viverci la nostra vita e ritagliarci qualche piacere da figli di un santo che ci illude con il miracolo del sangue. Meglio lui che qualunque altro specialista della chiacchiera. Sotto 'a stu sole cucente e carcareante vogliamo goderci i nostri demoni meridiani. Li aspettiamo ansiosi, chiunque sia il sindaco. Con tutta questa pioggia, alziamo al cielo (pagano, pagano) una sola invocazione: "jesce sole". Non farci più sospirare.

Buona giornata a tutti. A faccia 'e chi ce vò male.

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categoria:nausea, napoletana
giovedì, 15 dicembre 2005

Borghese vuole dire ciò che l'operaio diventa appena gli si offre la minima opportunità.

Ezra Pound

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categoria:citazioni
mercoledì, 14 dicembre 2005

Per quanto possa apparire strano, è senz'altro vero che si parla più per il piacere di contraddadirsi reciprocamente che per quello di concordare, e la ragione di ciò sta forse in questo, che è difficile nella concordia raggiungere un livello tanto alto di voce come nella discordia.

Samuel Beckett

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categoria:citazioni
sabato, 10 dicembre 2005

Corrompo ma illumino.

Fernando Pessoa

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categoria:citazioni
venerdì, 09 dicembre 2005
Metto le mani avanti: se ci saranno degli eccessi date la colpa al Falerno del Massico di Moio (14,5 gradi tutti meritati, alla faccia del Merlot) che ha accompagnato delle pennette con zuppa forte e poi dello stagionatissimo provolone. E' che da domani fino a martedì sarò a gelare sulla Piazza Rossa e, prima di scolarmi la vodka carburatrice, ho bisogno di accomiatarmi da casa approfittando dei miei vizi.
Date la colpa al Falerno perché ego me absolvo.
Insomma, ve lo dico chiatto chiatto: io sono per la Tav, per l'energia nucleare (e quella solare, of course), per i termovalorizzatori, per i panini di McDonald's e forse anche per l'Ogm e il ponte sullo Stretto di Messina. In me ci sono tracce incancellabili di positivismo primigenio. Adoro le magnifiche sorti e progressive (ma pure quel divino scartellato di Giacomo Leopardi, sempre caro mi fu, e mi è), e sì. Che vogliamo tornare nelle caverne, vogliamo morire di Tbc e sifilide, andare a piedi a Santiago di Compostela, scaldare l'acqua sulla carbonella? Lo vogliamo? Io no. Tenetevela voi questa cultura della miseria, questa miseria di cultura alla Pecoraro Scanio. A quello poi basta una spiaggia turca per giocare all'inchiappettamento reciproco, e chi sta meglie 'e isso. Quello non sa neanche come si svita una lampadina fulminata. Non divaghiamo, non divaghiamo.
Io penso che tutta 'sta protesta contro la Tav sia una battaglia di retroguardia. Come lo è stata quella contro le centrali nucleari. Amici miei, ho letto e meditato a lungo i maestri della Scuola di Francoforte, che ora voi snobbate come residui di una coscienza obsoleta. E invece no. Il progresso serve e se non lo sai gestire lo subisci, se lo cacci dalla porta te lo fanno entrare dalla finestra, camuffato e peggiore.
Prendiamo le centrali nucleari, appunto. Noi abbiamo fatto un referendum per chiuderle. Risultato? Compriamo petrolio a strafottere da quei beduini dei sauditi, lo paghiamo caro e amaro e ci sorbiamo la puzza dell'ossido di carbonio da mattina a sera. Risultato? La Francia, a pochi chilometri dai nostri confini, ha delle magnifiche centrali con le quali produce energia che noi compriamo a caro prezzo. Ora, se scoppia una centrale in Francia noi che facciamo? Balliamo? Ci diciamo come siamo bravi noi che non le abbiamo? No, no, no. Ci cachiamo sotto come abbiamo fatto nel 1986 quando scoppiò quella di Chernobyl in Ucrania, e l'Ucraina è molto più lontana. E meglio avere centrali sicure (e ce ne sono, viste che quelle che si scassano sono una percentuale minina, diciamo ininfluente) che non averne per niente.
Con il progresso, se stessimo a sentire i pauperisti del sasiccio, travestiti da verdi e con un sole che dovrebbe piangere invece che ridere, se stessimo a sentire loro ci saremmo dovuti tagliare palle e cazzo da tempo. Il sacrificio di Origene. Per non cadere in tentazione. Ma l'avete letto Karl Marx? Lui bacchettava i filosofi della miseria come delle bestie e bestie erano e bestie rimangono. Ma andassero a zappare in Corea del Nord così imparano a pontificare e dare lezioni agli altri.
La Tav italiana è un pezzo di ferrovia che collegherà Lisbona a Kiev. Facciamo le barricate, facciamole e poi andiamo a piedi, andiamo a mietere il grano, cantando con Luiselle, ve la ricordate Luiselle?

Ascoltavo: "Born to be wild" (Steppenwolf), "In the midnight hour" (Wilson Pickett), "Angie" (Rolling Stones), "Hotel California" (Eagles), "Rockin in the free world" (Pearl Jam & Neil Young), "Backstreets" (Bruce Springsteen) e "Cosa succederà alla ragazza" (Lucio Battisti).
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categoria:riflessioni, nausea
venerdì, 09 dicembre 2005

La cravatta è un principio di ordine morale. Una sorta di affermazione di quel che si è o si vorrebbe essere. E' una maniera di dichiarare che in questo modo in definitiva si è tutti uguali. Infatti, un signore in cravatta che parla a un altro signore scamiciato ha qualcosa di più. Sta più sopra. Automaticamente diventa un capo.

Domenico Rea

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categoria:citazioni, look
giovedì, 08 dicembre 2005
Babele, Babilonia, Babylon by the bus. La Bibbia, Jorge Luis Borges, Bob Marley. Il mito. La lotteria, la biblioteca, l'universo che altri chiamano. E anche il reggae, perché no?
Erodoto, per quel poco che so, può essere tra i fondatori della leggenda di Babilonia.
Ci sono stato a Babilonia, el Hilla, si chiama così adesso o qualcosa del genere. Tra il deserto, le case sgarrupate e abitate, la polvere, un fiume lontano che non ho visto, macerie, ragazzi che ti scrutano da lontano, la finta porta che sostituisce l'originale che sta a Berlino, le false mura ricostruite da Saddam. C'è il leone di Babilonia, una statua che il tempo ha offeso materialmente ma ha illuminato letterariamente. L'ho accarezzato, con un gesto suggerito dalla cecità di Borges. Non ho potuto alterare la sua forma, non era sabbia, non era il Sahara. Il sole che tramontava faceva incollare il cielo alla terra, in mille e una sfumatura, calde e gialle. C'è un teatro all'aperto, fuori le mura, una sorta di Odeon greco che però fa molto Ostia. Palme e il fosso, dove dicono, sorgeva la torre. C'era il fascino dell'hic, ma nulla più. Silenzio, pure, c'era quella sera. Chiacchieravamo solo noi, occidentali della fine del millennio, illudendoci di poter capire e far capire con le parole, il tempo che era stato e il tempo che non c'è più. Le parole.
Lascio parlare Erodoto: i babilonesi "portano i loro ammalati in piazza, poiché non usano medici. Accostandosi dunque all'ammalato, i passanti gli danno consigli sul suo male, se l'hanno già avuto essi stessi, o hanno visto altri soffrire. Questo appunto gli consigliano e l'inducono a fare quello che essi stessi hanno fatto o hanno visto fare ad altri, per guarire dalla medesima malattia. Non è loro permesso passare oltre, quando c'è un ammalato, senza parlare, senza chiedergli di che male egli soffra". Sembra inventato, e forse lo è. Nonostante il suo rigore di cronista, Erodoto riporta molte leggende. Ma è sempre preciso, specifica sempre se quello di cui parla l'ha visto o l'ha sentito dire. In questo caso non spiega nulla.
Ma è ancora più bello il passo precedente (Libro I, 196), quando Erodoto descrive come vengono ammogliate le ragazze. In pratica c'è un asta. Le fanciulle dei villaggi vengono radunate insieme e vengono vendute al miglior offerente. Si parte dalla più bella e si prosegue verso la più brutta. Chi prende le più brutte non paga, ma è pagato: "Il banditore, quando aveva finito di vendere all'incanto le fanciulle più avvenenti, presentava la più brutta o, se c'era, una storpia e cercava di aggiudicarla a chi volesse convivere con lei, ricevendo il minor compenso, fino a che veniva assegnata a chi s'impegnava di sposarla a minor prezzo. Il denaro che veniva dato proveniva dalla vendita delle fanciulle belle, e così le belle ragazze facevano sposare le brutte e le disgraziate" (Libro I, 196). Ma poi aggiunge che questa pratica non è più usata per impedire che le vergini, in quel periodo di occupazione straniera, fossero acquistate solo dai ricchi occupanti. C'è qualcosa che ricorda Borges (è inevitabile, per me, riandare sempre a lui), "La lotteria di Babilonia". L'argentino leggeva molti classici.

Ora basta. Ho davanti a me una cioccolata fumante e dei biscotti, perché oggi a casa mia è un giorno di festa.
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categoria:viaggi, letture
giovedì, 08 dicembre 2005
Oggi è il giorno consacrato al presepe. Lo farò e farò anche l'albero di Natale. Se ne avrò il coraggio andrò anche a San Gregorio Armeno, nella folla più folla che c'è. L'ho fatto una volta e ho giurato che non lo farò più. Ma sono uno spergiuro, soprattutto quando decido per me. Forse è solo la voglia dei crocché, degli arancini, delle frittatine di maccheroni e delle paste crisciute di Di Matteo. Dovrei comprare i Re Magi da otto, quelli che si piazzano davanti alla grotta la mattina dei 6 gennaio, quelli che si usano un solo giorno. Quelli sui cammelli che stanno a metà presepe ce li ho già. Ma chissà quanto mi chiederanno per dei pezzi di qualità. Bah, a me comunque piacciono quelli molto popolari, un po' rozzi. Costano meno, ma da oggi e fino a Natale ti chiedono sempre troppo. Non ho avuto modo di andarli a comprare a marzo o a settembre, mesi buoni per spendere meno.
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categoria:napoletana
giovedì, 08 dicembre 2005
Ciarlano quelli che non san pensare,
pensano quelli che non sanno agire.
Ugo Ricci
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categoria:citazioni, poesia
mercoledì, 07 dicembre 2005

Un grande errore: credersi più di quel che si è e stimarsi meno di qual che si vale.

Johann Wolfgang Goethe

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categoria:citazioni
martedì, 06 dicembre 2005

Fa' l'acqua nel buco, non viceversa.

Mino Maccari

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categoria:citazioni
lunedì, 05 dicembre 2005

Scrive Erodoto nelle "Storie" (Libro I, 173) che i Lici "traggono il loro nome da quello della madre, non dal padre, e se uno chiede a un altro chi sia, questi esporrà la propria genealogia da parte della madre ed elencherà le ascendenti materne". E aggiunge: "Se una donna di civile condizione si marita con uno schiavo, i figli sono considerati ben nati. Se, invece, un cittadino, fosse anche il primo fra i cittadini, si prende una moglie straniera o una concubina, i suoi figli non vengono tenuti in alcuna considerazione".

Non è il matriarcato, ma si avvicina.

Nella notte c'è stato un temporale. Vento e pioggia e finestre che sbattevano. Io non ho sentito nulla. Me l'ha detto I.

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categoria:letture
lunedì, 05 dicembre 2005

Si sentiva come uno spettatore al quale il prestigiatore avesse rivelato il trucco e uno allora si gode non più la sorpresa ma l'abilità.

Andrea Camilleri

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categoria:citazioni
domenica, 04 dicembre 2005
Pure il Falerno del Massico bianco di Villa Matilde è buono. Soprattutto se innaffia spaghetti alle vongole e lupini e alici e sarde fritte. Alleluia. Siamo fuori stagione per la cucina di mare, ma questo è il bello. In due ce ne siamo scolata una bottiglia. E subito un caffè. Ascolto "Born to run".
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categoria:piaceri
domenica, 04 dicembre 2005
Chiamiamo le cose con il loro nome: i marciapiedi di certe strade di Napoli sono dei merdai. Soprattutto quelli di strade di quartieri che si fregiano dell'aggettivo "borghese". Stronzi e sciorde di cani dovunque. Io non sopporto gli animali, amo gli esseri umani. Una volta, tanti anni fa, lessi su un muro una scritta che sosteneva che "chi nun tene ch''e ffà porta 'o cane a piscià". Appunto. Ma adottate un bambino africano. Lasciate cani e gatti nel loro mondo, a far la guardia ai casolari e ad acchiappare topi o nei cartoon di Walt Disney e Hanna & Barbera. Chi ama troppo gli animali spesso non sa vivere tra gli uomini.
Da bambino ho lottato con mia madre per avere in casa (vivevamo in appartamenti poco adatti agli animali) gatti o cani. Lei sopportava per poche settimane poi trovava un modo per liberarci dall'animale. Grandi litigi e grandi pianti. Ma poi subentrava la rassegnazione. Ora, con gli anni, ho capito che aveva ragione lei, con la grande e pratica saggezza di contadina inurbata. Lei con gli animali ci aveva convissuto a lungo e voleva liberarsene, mettere un punto al suo passato. Da allora ho imparato a dividere gli animali in commestibili e non. Con una predilezione per i primi e un fastidio o un'indifferenza per i secondi.
Ma quello che ho scritto è molto off topic, perché volevo maledire chi porta le sue bestie a scacazziare sui marciapiedi. Avete presente via Chiatamone? Provate a camminarci, provateci. Non voglio sembrare la vecchia nonnina che si infastidisce a pestare una merda di cane. E' piuttosto una questione di rapporto con la città e con gli altri. Le città come Napoli non sono fatte per gli animali domestici. Comprate un acquario o comprate una villa con giardino a Varcaturo e non inchiavicate la terra che calpestiamo.
Non ho pestato nessuno merda, ma gli occhi hanno visto e il naso è stato offeso.

Ascoltavo: "I Will Survive" (Gloria Gaynor), "Satisfaction" (Rolling Stones), "Cirano" (Francesco Guccini: "io non perdono e tocco", "non voglio rassegnarmi a essere cattivo") e "Wild World" (Cat Stevens).
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categoria:nausea, napoletana
domenica, 04 dicembre 2005

Ognuno chiama idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle sue.

Marcel Proust

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categoria:citazioni
sabato, 03 dicembre 2005
Leggo da qualche parte che le popolazioni artiche usano il frigorifero per evitare che il cibo congeli.
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categoria:lampi
sabato, 03 dicembre 2005

È difficile essere ambigui in un'epoca in cui le parole non significano nulla.

Stanislaw Jerzy Lec

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categoria:citazioni
sabato, 03 dicembre 2005
Per un po' voglio andare in ordine sparso con singole citazioni, su un singolo argomento. Così, per sbariàre. Poi deciderò. Magari aiutato da qualche suggerimento o da qualche desiderio.
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categoria:lampi
sabato, 03 dicembre 2005

Sapete cosa significa rientrare in casa e trovare una donna che vi dà un po' d'amore, un po' di affetto e un po' di tenerezza? Che siete entrati nella casa sbagliata, ecco che significa!

Henry Youngman

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categoria:citazioni
sabato, 03 dicembre 2005

La felicità dell'uomo sposato dipende da chi non ha sposato.

Oscar Wilde

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categoria:citazioni
sabato, 03 dicembre 2005

La noia della vita matrimoniale fa sicuramente perire l'amore, quando l'amore ha preceduto il matrimonio.

Stendhal

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categoria:citazioni
venerdì, 02 dicembre 2005

I Persiani "ai loro figli, a cominciare dai cinque anni fino ai venti, insegnano tre cose solamente: montare a cavallo, tirar d'arco e dire la verità" (Libro I, 136). Avremmo dovuto imparare da loro. Soprattutto Berlusconi. Nell'antica Persia il nostro premier non sarebbe arrivato a vent'anni. E poi dicono che i moderni sono superiori agli antichi.

Altre curiosità della Persia di Ciro il Grande, a leggere gli immaginifici resoconti di Erodoto, erano la loro predisposizione a bere vino e la proibizione a vomitare e orinare in pubblico. Sane usanze, non c'è che dire. Di sicuro non saranno stati loro a coniare il motto: "Chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia". Del resto imparavano fin da piccoli a non mentire. "La cosa più riprovevole è dai Persiani comunemente considerata la menzogna e, in secondo luogo, aver dei debiti e ciò per molte ragioni; ma soprattutto perché, dicono essi, chi ha debiti è indotto nella necessità di dire anche qualche menzogna" (Libro I, 138).

E infine: "In un fiume essi non orinano, né sputano; non vi lavano le mani, né permettono ad altri di farlo, poiché per i fiumi hanno la più alta venerazione" (Ibidem).

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categoria:letture
venerdì, 02 dicembre 2005

Kathleen? Stava per farsi suora, ma ha sposato me. Così, si può, dire che l'ho salvata dal Signore.

Tom Waits

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categoria:citazioni
venerdì, 02 dicembre 2005
Poi le care ragazze
sbiadiscono nelle case,
appassiscono il cuore,
accanto alla fontana delle piazze
coprono il bucato con la cenere.
Adagio alzano il collo a guardare
nelle sere tranquille
il ritorno degli uomini
per gli argini, le scintille
delle sigarette accese.
Roberto Roversi
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categoria:citazioni, poesia
venerdì, 02 dicembre 2005

Ogni matrimonio è un appuntamento al buio che ci spinge a domandarci che alternativa c'è a un appuntamento al buio.

Adam Phillips

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categoria:citazioni
giovedì, 01 dicembre 2005
Finalmente leggo un libro che mi trezzeàvo da tempo. "La zia Julia e lo scribacchino" di Mario Vargas Llosa. Un grande. Secondo me superiore anche a Garcìa Màrquez. Ma vi dirò a fine lettura, se ne avrò voglia. Intanto devo amaramente constatare quanto in Italia la cura editoriale sia decaduta. Da tempo, perché il libro che ho tra le mani è stato stampato nel 1994. Forse tempi non sospetti, ma già berlusconizzati, per la un tempo gloriosa casa editrice Einaudi. Nella quarta di copertina c'è il solito sunto-commentino del romanzo che deve invitare all'acquisto. Sono meno di venti righe e ci sono due puttanate. Lo si scopre già nelle prime pagine del libro. Nella "quarta" è scritto che uno dei personaggi principali lavora a Radio Lima, invece si tratta di Radio Central (che si trova a Lima, ma ha un altro nome). Può darsi che nel prosieguo del romanzo la radio cambi nome o il personaggio cambi radio, vedremo, ma non credo. Di sicuro non cambierà lo stato civile della zia Julia che nella "quarta" è una vedova e nel romanzo una divorziata. Ma chi l'ha scritta 'sta roba? E pensare che un tempo se ne occupava Italo Calvino.
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categoria:letture, puttanate
giovedì, 01 dicembre 2005
Esser bigamo è avere una moglie di troppo. Esser monogamo, anche.
George Bernard Shaw
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categoria:citazioni
giovedì, 01 dicembre 2005

Converrà dire che neanche per un istante il signor Garrido pensò di sposare la sua vittima, dato che aveva orrore del matrimonio: la considerava la più spaventosa forma di schiavitù ideata dai potenti per tenere in pugno la povera umanità.

Benito Perez Galdòs

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categoria:citazioni
giovedì, 01 dicembre 2005

Se i coniugi non vivessero insieme, buoni matrimoni sarebbero più frequenti.

Friedrich Nietzsche

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categoria:citazioni