mercoledì, 30 novembre 2005
Embè, quanno chiove i napoletani esprimono il peggio di sé. Soprattutto se vanno in macchina. Attraversavo via Vannella Gaetani a piedi, ombrellino a coprirmi un poco, e in quell'incrocio, che con il nuovo dispositivo di traffico a Chiaia è diventato un passaggio pericoloso, sto attento a infilarmi tra le auto in coda. Mezzo secondo e un'auto guidata da una donna ancora giovane, ma caiòtola abbastanza, accellera e quasi mi butta sotto solo perché davanti a lei s'è creato un metro scarso di spazio. E che cazzo. Pochi minuti dopo sono di ritorno verso casa, ho risalito le ripide scale che da via Morelli portano a Cappella Vecchia e dall'ombra spunta un'auto che quasi mi butta all'aria. E' la stessa di via Vannella Gaetani. dentro sempre lei, impassibile e stronza. Ha fatto il giro largo e obbligato per Riviera, San Pasquale e via dei Mille. Manco la maledico, ma mi metto a cantare tra me e me due strofe dell'illustre giuglianese Eugenio cu' 'e lente, autore della Trapenarella della Nuova Compagnia di Canto Popolare:
'Na signurina pe' via Dei Mille
s'ha miso 'a parrucca 'a copp''e capille
quanno va 'a casa se magna 'e purpette
e chi teme famme guarda 'e rimpette.
'Nu giuvinotto cu 'e sorde d''o pato
s'accatta 'o cazone mpusunato
po' va dint''a machina allero allero
e vvò menà sotto a chi va a ppere.
mercoledì, 30 novembre 2005
Tra i tanti vizi che dovrei confessare c'è quello delle canzoni di Fred Buscaglione. Mi piacciono e mi divertono. Mi fanno andare con la mente a un'epoca che non ho vissuto (sono ancora un giovane, eh), quella della metà degli anni Cinquanta. La sua aria gaglioffa e confidenziale assieme, i suoi testi americaneggianti e notturni, fatti di bulli e pupi de noantri, il suo whisky facile, il baffetto e la spider mi hanno conquistato da adulto. Ricordo, però, che la prima volta che lo ascoltai con attenzione fu nell'estate dell'80. Era uno zingaro felice, allora. Fumato e musicato. Sballi a Praia, Scalea e Tropea immaginando di essere a Rio de Janeiro o in Giamaica. Mi travestivo da Aladino e vendevo collanine per degli amici di Potenza che leggevano Steinbeck. Non invento, è proprio così. Quell'estate c'era anche un tizio che coltivava canapa indiana nelle montagne del cosentino e una notte ci portò a fumarne un po', sotto le stelle di San Lorenzo in un posto sperduto dove la notte era ancora più notte e c'era una valle silenziosa da guardare, mentre ogni rumore ci spaventava e scatenava ridarelle interminabili, con lacrime e gioia. Non sembrava di stare al mare e meno male che ci aveva pensato a portarne, di coperte, lui. E raccontava dell'India. Noi figli di un dio fricchettone minore ci bevevamo le sue cazzate. Era il prezzo da pagare per fumare la sua erba.
Ebbene, la carovana dei refrattari al riflusso si arricchì a un certo punto di due napoletani, molto guappi d'aspetto che avevano un furgoncino Ford bianco, una riserva interminabile di Coca Buton, con la quale ci ubriacavamo fino a bruciare la gola, e tutte le cassette di Buscaglione. Che cazzo ci facevano nel nostro gruppo non l'ho mai capito e neanche me lo sono mai chiesto prima d'ora. C'erano e avevano da bere e fumavano con noi. Noi le orecchie piene di Neil Young e Bob Marley cominciamo ad amare le strepitose canzoni di Fred. Sarà stato il fumo, dite quello che volete. Ma è così ho capito che Buscaglione era un grande, che la morte in un incidente stradale con una spider rosa l'ha trasformato in un mito.
mercoledì, 30 novembre 2005
Nel Libro I delle "Storie", dal capitolo 109 al 130, Erodoto racconta l'ascesa sul trono di Persia di Ciro. E' una storia simile a tante fiabe. I sacerdoti del re interpretano la nascita del bambino come un cattivo presagio per il re Astiage che ordina a un suo uomo di fiducia di uccidere il piccolo. L'uomo non ne ha il coraggio e affida il compito a un mandriano che si fa convincere dalla moglie, alla quale è appena nato un bambino morto, a scambiare i neonati. A dieci anni Ciro viene scoperto e, quando ne avrà l'età, combatterà e batterà Astiage.
E' Biancaneve e i sette nani e tante altre favole. Magari questa storia c'è anche in qualche mitologia asiatica, indiana.
mercoledì, 30 novembre 2005
Un matrimonio d'amore: amano tutti e due i cani barboni.
Leo Longanesi
mercoledì, 30 novembre 2005
Buoni matrimoni ce ne sono, ma deliziosi no.
François de La Rochefoucauld
mercoledì, 30 novembre 2005
Poche sono le donne così perfette da evitare a un marito di pentirsi, una volta al giorno almeno, di avere moglie o di trovar fortunato chi non l'ha.
Jean de La Bruyère
martedì, 29 novembre 2005
Per certe persone è questo il lato migliore della morte: che finalmente ti libera dal matrimonio. E senza il bisogno di finire in un albergo.
Phillip Roth
martedì, 29 novembre 2005
Eliminiamo le mogli dai matrimoni e non ci saranno più divorzi.
Groucho Marx
martedì, 29 novembre 2005
Il matrimonio è il più gran lusso che un uomo possa permettersi.
Alphonse Karr
lunedì, 28 novembre 2005
L'amore è cieco ma il matrimonio no.
Théophile Gautier
lunedì, 28 novembre 2005
In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza, essere capaci di andare a letto con la propria moglie.
Ennio Flaiano
lunedì, 28 novembre 2005
Io ho partecipato a quattro matrimoni. Tre come testimone e uno come imputato.
Gianni Fantoni
domenica, 27 novembre 2005
La cosa migliore dell'essere scapolo è che puoi andare a letto da tutte e due le parti.
James Dean
domenica, 27 novembre 2005
Il matrimonio viene dopo l'amore, come il fumo dopo la fiamma.
Nicolas de Chamfort
domenica, 27 novembre 2005
Mia moglie e io siamo stati felici per vent'anni. Poi ci siamo incontrati.
Rodney Dangerfield
sabato, 26 novembre 2005
Ci sarebbero voluti l'obiettivo magico e l'occhio assoluto di Jeneregretterien, stamattina. Il mare, quel poco di mare che le palme di piazza Vittoria fanno intravedere quando scendi giù per via Calabritto, era luce e acciaio, un rincorrersi di onde che facevano da specchio ai raggi di sole e alle nuvole veloci. Il vento, questo vento caldo che viene dall'Africa a ricordarci che siamo al centro del Mediterraneo e non in una sterminata pianura pannonica battuta dalla tramontana, il vento faceva vibrare tutto. Sono sceso fino a via Caracciolo, a fianco della Colonna Spezzata, giusto per sentirmi all'incrocio dei venti e non bruciare vivo. Le mie mucose allergiche a tutto trepidavano, ma niente starnuti. Il piacere dello sguardo può bloccare le reazioni più sgradevoli. Chissà se anche nel pomeriggio Napoli manterrà questo vestito svolazzante della festa.
Ascoltavo: "Dimmi che mi ami" (Loredana Berté, il "Mare d'inverno" sarebbe stato troppo scontato), "Satisfaction" (Rolling Stones). "Puro teatro" (La Lupe, unica concessione melodica, "mentiste serenamente", "estudiato simulacro") e, of course, "Born to run" (Bruce Spingsteen).
sabato, 26 novembre 2005
Se la solitudine ti fa paura, non sposarti.
Anton Cechov
sabato, 26 novembre 2005
Lo stato o condizione di una piccola comunità, costituita da un padrone, una padrona, e due schiavi: in tutto due persone.
Ambrose Bierce
sabato, 26 novembre 2005
L'immaginazione delle donne è molto rapida; balza in un attimo dall'ammirazione all'amore, dall'amore al matrimonio.
Jane Austen
venerdì, 25 novembre 2005
Nel settimo secolo avanti Cristo, gli Sciti dilagarono nel Medio Oriente. Alcuni di loro saccheggiarono il tempio di Afrodite Urania nella città siriaca di Ascalona. Secondo Erodoto (ma pare che si sbagli) era il più antico edificio sacro dedicato alla dea dell'amore.
"Ordunque, contro quegli Sciti che depredarono il suo tempio in Ascalona e contro tutti i loro discendenti, di generazione in generazione, la dea scagliò la malattia muliebre: di modo che s'accordano sia la spiegazione che, in questo senso, danno gli Sciti della loro malattia, sia la constatazione visiva che può fare chiunque arriva in Scizia sullo stato in cui si trovano coloro che gli Sciti chiamano 'Enarei'" (Libro I, 105).
La malattia muliebre sarebbe una forma di degenarazione fisica, per cui l'uomo assume i caratteri esteriori della donna, una sorta di androginia o ermafrodismo. C'entrava con l'omosessualità?
Belli anche i nomi delle tribù dei Medi che Erodoto elenca poco prima (Libro I, 101): Busi, Paretaceni, Strucati, Arimanti, Budi, Magi.
I re Magi? Si avvicina Natale.
venerdì, 25 novembre 2005
Se le mogli fossero buone, Dio ne avrebbe una.
Proverbio georgiano
venerdì, 25 novembre 2005
L'unica attrattiva del matrimonio è che rende assolutamente necessaria una vita di inganni per entrambe le parti.
Oscar Wilde
venerdì, 25 novembre 2005
Le coppie esistono perché è impossibile nascondersi da soli.
Adam Phillips
giovedì, 24 novembre 2005
Il matrimonio è una catena così pesante che a portarla bisogna essere almeno in tre.
Alexandre Dumas
giovedì, 24 novembre 2005
Pochi si rendono conto che nel matrimonio in due si è soli e in tre ci si fa compagnia.
Oscar Wilde
giovedì, 24 novembre 2005
In due si sta insieme, ma per fare una coppia bisogna essere in tre.
Adam Phillips
mercoledì, 23 novembre 2005
C'è uno spicchio di mare che brilla fuori della mia finestra. Devo alzarmi per andarlo a vedere. Ma questo non c'entra nulla con quello che voglio scrivere. Forse è per dire a me stesso che sarebbe meglio approfittarne per fare un passeggiata sul lungomare, nonostante il freddo che fa e la neve sul Vesuvio. Non c'entra niente. Andiamo avanti.
In palestra ci davo dentro con lo step, stamattina. Sudore e via andare. Ma ecco che il fedele iPod lancia "Born to run" e a stretto giro "Backstreets". Evviva. E' il rock, guagliuncielli cresciuti a rapper, altro che il lento Ce-lent-ano. Avete mai visto un concerto di Bruce Springsteen? Ci siete mai stati? No? E allora non conoscete la felicità. Tre ore che vorresti non finissero mai. E' la felicità, come una scopata che moltiplica se stessa, come quando Maradona ci ha fatto vincere lo scudetto, come quello che volete voi, ma è qualcosa capace di stravolgere la vita. Come un film di Totò e Peppino che hai visto centinaia di volte e ridi sempre come un bambino. Come Mozart. Springsteen c'è. E ci basta. Step, step, step by step.
"Born to run" è del 1975. Trent'anni fa. Formidabile quell'anno. Il primo maggio gli americani lasciarono Saigon. Alle elezioni amministrative la marcia trionfale della sinistra, a Napoli venne eletto Maurizio Valenzi il primo sindaco comunista. Ci era permesso sognare. Si era adolescenti e c'era ancora molta strada nei nostri sandali. Certo, per le strade l'Italia c'erano i fratelli maggiori, rossi (i nostri) e neri (i ricontri) che si ammazzavano. Altro che la via Pal letta da bambino, questi facevano sul serio. A ottobre diedero il Nobel a Montale. A novembre ammazzarono Pasolini.
Lucio Battisti non fece nessun disco quell'anno. Dovevamo metabolizzare "Anima latina". Far l'amore nelle vigne. Poi ci fu "Ancora tu". Ma non dovevamo vederci più? Appunto. Ma era l'anno di "Rimmel". E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure, l'uomo che cammina sui pezzi di vetro, hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, quattro cani per strada, un canestro pieno di parole, buonanotte fiorellino, mi metto in tasca una piccola mela, un pianista di piano-bar. E "Le storie di ieri": la mascella al cortile parlava troppi morti lo hanno smentito tutta gente che aveva capito. E chi ballava aveva da scegliere tra Gloria Gaynor e Donna Summer.
Si poteva finalmente andare in Grecia, ché i colonnelli non c'erano più, non avremmo più finanziato la dittatura fascista.
Formidabile quell'anno. Si andava in campeggio da soli, in autostop, e non eravamo nemmanco maggiorenni. Quanta strada nei nostri sandali. E la due cavalli era il desiderio più desiderio di tutti. Per le canne era ancora presto, ma scatolette di carne quante ne volevi. E più ne mangiavi più lo zaino militare verdesporco ti diventava amico, leggero lui, pieno tu. Born to run e thunder road, e chi sta meglio di noi? La Calabria ci sembrava la California.
Ma il 1975 è stato, per me, l'anno di tre grandi (e lunghi) romanzi italiani. Una triade di fuoco che non se n'è più vista un'altra uguale. Per la verità uno dei tre libri era uscito l'anno prima e io l'avrei letto molti anni dopo. E' "La Storia" di Elsa Morante, ma nella mia mente è legato a quell'anno magico. Cominciava così: "Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere San Lorenzo, a Roma". E finisce così, dopo quasi 650 pagine: "Con quel lunedì di giugno 1947, la povera storia di Iduzza Ramundo era finita". Ma la storia di Useppe durava e dura. Dopodomani sono vent'anni che la Morante è morta, sola, in un letto d'ospedale.
"Il porto di Toledo" di Anna Maria Ortese è proprio del 1975. Lo lessi allucinato come allucinato era scritto. Era sogno e delirio. Scoprivo la città borbonica e pellerossa. Nessuno ha saputo raccontare meglio Napoli, la Napoli che immaginiamo, non quella reale, quella profonda, egiziaca e barocca, puttana e columbrina. Solo lei ci è riuscita di nuovo, prima di morire, con "Il cardillo addolorato". "Il porto di Toledo" comincia così: "Sono figlia di nessuno; nel senso che la società, quando io nacqui, non c'era, o non c'era per tutti i figli dell'uomo". Finisce, più di 500 pagine dopo, così: "Solo Lemano non vidi mai. Egli non tornò mai, neppure nei sogni. Come quel mare del porto giovane disparve, e ora come lui, sempre muto e torvo, nella realtà, è quell'amato mare dei miei anni in Toledo, sotto le nubi che circondano, come vedette dell'eterno, la spenta Collina". Ecco, dalla mia finestra c'è lo stesso mare. Ecco, era questo il richiamo.
Ma esiste un altro mare più potente, quello del romanzo al quale ho dedicato tempo fa un post (andatevelo a cercare, che non so linkarlo). E' "Horcynus Orca" di Stefano D'Arrigo. Il libro più bello e più potente del Novecento italiano. Uscì nel gennaio del 1975. I dettagli andateli a cercare altrove. Posseggo la prima edizione e la conservo come un feticcio. La comprai risparmiando sulla paghetta e quelle 7500 lire le ho sempre benedette. Ma per leggerlo aspettai le lunghe vacanze di agosto. Erano oltre mille pagine dalle quali non volli separarmi neanche per un pomeriggio. Altro che gli stronzetti di capra che producono i nostri scrittorucci contemporanei. Altro che Camilleri (che è bravo, s'intende), ma qui stiamo su un altro pianeta. Comincia così. "Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e cariddi". Il paese delle Femmine, il paese delle Femmine. E si sogna, come Ulisse tra le braccia di cento Calipso. Ma, oltre mille pagine, finisce così, con le parole più struggenti, struggenti davvero, che abbia mai letto in un libro italiano: "Allo scuro si sentiva lo scivolio rabbioso della barca e il singultare degli sbarbatelli come l'eco di un rimbombo tenero e profondo, caldo e spezzato, dentro i petti. La lancia saliva verso lo scill'e cariddi, fra i sospiri rotti e il dolidoli degli sbarbatelli, come in un mare di lagrime fatto e disfatto a ogni colpo di remo, dentro, più dentro, dove il mare è mare". Dove il mare è mare.
Avrei dovuto sentire solo Springsteen, ma iTunes ha selezionato: "Ja sei namorar" (Tribalistes), "Sexbomb" (Tom Jones), "Imagine" (John Lennon), "Let's spend tonight together" (Rolling Stones), "Tubinga" e "La sposa occidentale" (Lucio Battisti), "Californication" (Red Hot Chili Peppers), "Che male c'è" (Pino Daniele), "In the midnight hour" (Wilson Pickett), "Palomma" (Enzo Moscato), "Southern man" (Neil Young), "Backstreets" (Bruce Springsteen) e "Comme d'habitude" (Claude François).
mercoledì, 23 novembre 2005
Quello che una donna si aspetta da un uomo è la capacità di soddisfarla innanzitutto sul piano materiale, e il resto viene da sé, indipendentemente dalle qualità e dagli attributi del coniuge. La donna desidera sicurezza, onorabilità, alcuni figli senza problemi, un marito non troppo cattivo, giusto quel che ci vuole di virilità, una suocera sotto terra, dei parenti acquisiti non troppo invadenti.
Lofti Akalay
mercoledì, 23 novembre 2005
La vera base del matrimonio è una reciproca incomprensione.
Oscar Wilde
mercoledì, 23 novembre 2005
Nel migliore dei casi la monogamia è il desiderio di trovare qualcuno con cui morire; nel peggiore è una terapia contro il terrore di essere vivi. Le due varianti vengono facilmente confuse.
Adam Phillips
martedì, 22 novembre 2005
Il migliore amico avrà anche la moglie migliore, perché un buon matrimonio si basa sulla disposizione all'amicizia.
Friedrich Nietzsche
martedì, 22 novembre 2005
Gli uomini si sposano perché sono stanchi, le donne perché sono curiose: entrambi ne restano delusi.
Oscar Wilde
martedì, 22 novembre 2005
Credere nella monogamia, in altre parole, è come credere in Dio.
Adam Phillips
lunedì, 21 novembre 2005
Si approva il matrimonio in primo luogo perché non lo si conosce ancora, in secondo luogo perché ci si è abituati ad esso, in terzo luogo perché lo si è concluso, - cioè in quasi tutti i casi. Eppure, con tutto questo, non si è per nulla dimostrata la bontà del matrimonio in generale.
Friedrich Nietzsche
lunedì, 21 novembre 2005
Una delle più valide ragioni per non contrarre matrimonio sta nel fatto che non si è del tutto vittime di una donna fintanto che essa non è divenuta nostra moglie.
Nicolas de Chamfort
lunedì, 21 novembre 2005
I celibi devono essere fortemente tassati. Non è giusto che certi uomini siano più felici di altri.
Oscar Wilde
domenica, 20 novembre 2005
Nulla è più scandaloso di un matrimonio felice.
Adam Phillips
domenica, 20 novembre 2005
Nel concludere un matrimonio, ci si deve chiedere: credi che potrai conversare con questa donna fino alla vecchiaia? Nel matrimonio tutto il resto è transitorio; è il dialogo che occupa la maggior parte del tempo della convivenza.
Friedrich Nietzsche
domenica, 20 novembre 2005
In amore basta piacersi per le proprie attrattive e per le proprie bellezze; ma nel matrimonio per essere felici, bisogna amarsi o per lo meno adattarsi ai rispettivi difetti.
Nicolas de Chamfort
domenica, 20 novembre 2005
E' improvvisamente cambiato il clima e così anch'io cambio argomento. Senza chiedere consigli o indire referendum.
domenica, 20 novembre 2005
E' difficile
ricevere notizie da poesie
eppure uomini muoiono
miseramente ogni giorno
per mancanza di ciò che là si trova.
Willian Carlos Williams
domenica, 20 novembre 2005
Si può banalizzare l'omosessualità? Certo, è quello che ha fatto, non so quanto involontariamente, Ivan Cotroneo con il suo secondo romanzo, appena pubblicato, "Cronaca di un disamore". L'ho letto per curiosità. E, man mano che andavo avanti, mi rammaricavo con me stesso per il tempo perso. E' un libretto insulso, mi dicevo. Ma, ora che ci ripenso, non è stata una lettura inutile: mi ha fatto capire quanto stanno diventando moralisti i gay. Addio tempi trasgressivi di Wilde, Gide, Pasolini, ma pure Patroni Griffi. Siamo all'omologazione. Magari loro sono contenti, ma letterariamente non funziona, è la tomba della creatività.
Ma proviamo ad andare per ordine. "Cronaca di un disamore" racconta, in sostanza, lo struggimento di Luca, trentasettenne omosessuale, lasciato dal suo amato (troppo amato) Maurizio (detto anche frocescamente Mau), quarantunenne strafottente. La loro storia è durata appena quattro mesi, ma il petulante Luca sta a lamentarsi e a struggersi per molti più mesi e per 140 pagine (per fortuna stampate con molto bianco). Se fosse stata una storia eterosessuale non sarebbe venuta in mente neanche a un professionista di faccende rosa da "Intimità" e "Confidenze" (li pubblicano ancora?). Roba svenevole infarcita di sproloquietti sull'amore, fatta di incontri in ristorantini, discoteche, lungofiume, casetta bianca sull'isola e robaccia cellophanata da fiction tv. Ecco, se invece di un romanzo, si fosse trattato di un film per la tv, sarebbe stato trasgressivo almeno un po'. Infatti l'effetto di un'opera va misurato anche in rapporto con il destinatario. La massa catodica si può anche scandalizzare per un finocchio che si autocompiange per l'amato che l'ha abbandonato, ma chi legge ha letto di molto meglio. Già tutta l'evasività della confezione è sospetta. Sulla copertina c'è un uomo che corre preso di spalle. Quarta di copertina e alette sono stringatissime: poche parole per non far capire che trattasi di ricchionamma. Pudore del marketing o operazione paracula? La seconda che ho detto.
E' una storia di amore e disamore. E vabbene. Ma è roba già scritta, e molto meglio, per fare un esempio, da Pier Vittorio Tondelli, in "Camere separate", che pure Cotroneo cita, insieme a tanti altri, in una lunghissima pagina e mezza di bibliografia, discografia e filmografia, alla quale si è ispirato. C'è di tutto, da Shakespeare a Robbie Williams, ma non si vede, tranne qualche citazione ammacchiata da "La cura" di Franco Battiato (avete capito a che si è ridotto?). Il personaggio di Luca è di una piagnucolosità che al confronto Lucia Mondella sembra una ballerina di can-can.
Ma, insomma, è destino che mi devo impegolare in letture sconfortanti, con tutto quello che è stato scritto di portentoso. Aridateme Erodoto.
L'utilità di questa operina, che in molti loderanno (non si spara sulla crocerossa, soprattutto se finocchietta, sarebbe politicamente scorretto: ma andassero a cagare tutti), l'utilità di 'sta cosetta è la prova di una chiara volontà di normalizzazione dell'omosessualità da parte degli stessi omosessuali. Una relazione gay è equiparata a una relazione etero. E no, no, cari ricchioncelli miei, vi state sbagliando. L'omosessualità svuotata della sua carica trasgressiva diventa una banale storia di sartine, di matrimoni, fiori d'arancio, abiti bianchi e viaggi di nozze organizzati. La diversità è un valore. La tragressione pure. Due gay che si sposano svuotano di valore innanzitutto sé stessi. Ma come? Avete lottato per millenni per liberararvi e liberarci da tutte le pastoie borghesi e poi che volete?Il matrimonio come una coppietta di piccolo-borghesi. Nessuno vuole fare dell'omosessualità una sorta di riserva indiana. Ma un vita di coppia con bambini adottati, come tante casalinghe di Voghera con i mariti sterili, è la fine qualsiasi per un erotismo fuori dalle regole.
E' anche vero che esistono tanti tipi di omosessualità quanti omosessuali esistono. C'era Roland Barthes, c'era Oscar Wilde e c'è Renato Zero (che non ha mai fatto coming out, ma che bisogna c'era?), c'è Pecoraro Scanio (che un mezzo coming out l'ha fatto). C'è Nichi Vendola, comunista e cattolico. C'era Pasolini e c'era Giovanni Testori (il più tormentato di tutti), c'è David Leavitt e c'era Truman Capote. Ognuno è una storia a sé. Ci sono i trans e quelli con giacca e cravatta. Ci sono i machi palestrati e i femminielli dei Quartieri. I prostituti travestiti che passano la notte con la Lapo Elkann e c'è Lapo Elkann. C'è di tutto, ma i più noiosi sono quelli ai quali la forza eversiva della propria sessualità dà fastidio e vogliono diventare checche perbene e perbeniste, tali e quali agli etero. Sono i peggiori. Noiosi e accistianti più di una donna innamorata.
Ho ascoltato: "Dimmi che ami" (Loredana Berté), "Wild World" (Cat Stevens), "In the midnight hour" (The Commitments), "Tubinga" (Lucio Battisti), "Luce" (Elisa), "Chunari Chunari" (Abhijeet and Anuradha Shriram), "Galopa murrieta" (Mercedes Sosa), "I'm easy" (Keith Carradine), "Meeting across the river" (Bruce Springsteen) e "Concerto" (Alunni del Sole).
sabato, 19 novembre 2005
"Si deve dire, infatti, che nel popolo di Lidia tutte le fanciulle esercitano la prostituzione e si costituiscono in tal modo la dote, praticandola finché non si siano accasate: e sono esse stesse che si procurano il marito". (Libro I, 93)
E più avanti: "I Lidi hanno usi e costumi press'a poco uguali a quelli dei Greci, tranne che essi avviano alla prostituzione le figlie". (Libro I, 94)
Cos'era? Emancipazione o sfruttamento?
E nello stesso capitolo Erodoto fa discendere gli Etruschi dai Lidi. Dalla Lidia, per una terribile carestia, sarebbe partita metà della popolazione diretta in Italia e guidata da Tirreno. Una volta arrivati in Umbria (immagino sia l'attuale Toscana), cambiarono il loro nome da Lidi in Tirreni. Da cui, aggiungo, deriva il nome del mare. Ma il curatore di questa edizione delle "Storie", Luigi Annibaletto, dà a questa ipotesi scarsa attendibilità. Chissà cosa ne pensano a Cava de' Tirreni? Che però non è in Umbria, ma qui, prima di Salerno.
sabato, 19 novembre 2005
Un leggero vento di tramontana ha portato l'inverno. Atteso, ma ancora improvviso. Il sole di mezzogiorno ha trascinato in piazza la solita folla del sabato mattina. Occhiali scuri e giubbotti caldi.
sabato, 19 novembre 2005
Quadrupedante putrum sonitu qualit ungula campum
Virgilio
sabato, 19 novembre 2005
Que ton vers soit la bonne aventure
éparse au vent crispé du matin
qui va fluerant la menthe et le thime...
E tout le reste est littérature.
Paul Verlaine
sabato, 19 novembre 2005
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Wislawa Szymborska
venerdì, 18 novembre 2005
Periodicamente sono preso dalla voglia di cominciare a studiare seguendo una traccia cronologica. Sì, proprio una traccia. Così fantastico di partire dalla preistoria per arrivare a Bill Gates e magari proiettarmi in qualche universo sci-fi alla Philiph K. Dick. Fantasie. Non basterebbe una vita intera. E' come la leggendaria carta geografica immaginata da Borges, tanto grande e precisa che coincide con la stessa superficie terrestre. Penso questo e finisce che affondo sempre più nel disordine. Faccio così da sempre. Mai approfondito niente organicamente, tranne che all'Università, ma perché me lo imponevano. Dopo la laurea, liberi tutti.
Però il desiderio di cominciare a studiare per bene non scompare mai del tutto. E così, spinto dalla lettura dell'ultimo libro di Kapuscinski e dal mio semprevivo amore per la Grecia (quella del mare azzurro, delle triglie fritte e di Ulisse errabondo) ho messo mano alle "Storie" di Erodoto, con l'intenzione di scansare preistoria, sumeri, assiri e babilonesi vari, ma tornando un bel po' indietro nel tempo. Intenzioni. Buone intenzioni, cattivi effetti. Devo dire che le prime settanta pagine (ce ne sono quasi novecento da masticare con lentezza, stampate in corpo piccolissimo) sono una vera soddisfazione. Ora leggo di Creso, della morte di suo figlio in un incidente di caccia (nonostante o forse a causa di un sogno premonitore), dei vaticinii dei vari oracoli che lo porteranno a una guerra disastrosa contro il persiano Ciro. Una prosa semplice e totalmente evocativa, com'è tutta la classicità greca. Popoli che sembrano usciti dalla penna di un maestro di letteratura fantastica.
Erodoto è considerato il primo storico dell'Occidente o forse solo un giornalista, un inviato che vede, ascolta e racconta. Non ricordo più gli elogi che Kapuscinski gli faceva nel suo libro: l'ho letto tempo fa e io dimentico subito. Ma non aveva torto.
venerdì, 18 novembre 2005
L'entusiasmo ragionevole è la dote dei grandi poeti.
Voltaire
venerdì, 18 novembre 2005
Il vero poetico è assoluto perché è statico nella dimensione del tempo; la verità scientifica è relativa perché è cumulativa nella dimensione del tempo.
Arnold Toynbee
venerdì, 18 novembre 2005
Il poeta si erge contro tutti, compresi i rivoluzionari i quali, collocandosi sul terreno della politica pura (in tal modo isolata dall'insieme del movimento culturale) lodano la cultura che si sottomette al raggiungimento della rivoluzione sociale.
Benjamin Péret
giovedì, 17 novembre 2005
I cinquant'anni somigliano ai quindici; sono età in cui si prendono le parole sul serio. Prima dei cinquanta e dei loro utili messaggi di morte, per la maggior parte degli uomini è più importante un assegno di una poesia.
Antonio Skàrmeta
giovedì, 17 novembre 2005
Nessuno può adoperare bene il verso libero senza aver lottato con il verso regolare.
Ezra Pound
giovedì, 17 novembre 2005
I poeti vogliono o giovare o divertire.
Orazio
mercoledì, 16 novembre 2005
Il poeta conduce solennemente i suoi pensieri sul cocchio del ritmo: di solito perché non sanno andare a piedi.
Friedrich Nietzsche
mercoledì, 16 novembre 2005
La poesia è una fiducia completa, impossibile a descrivere.
Giuseppe Marotta
mercoledì, 16 novembre 2005
Ma è un destino che i pareri de' poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran cose risolute prima.
Alessandro Manzoni
martedì, 15 novembre 2005
"Altrove" di Henri Michaux l'ho comprato e ho cominciato a leggerlo dopo una recensione di Marco Belpoliti su "L'espresso", qualche mese fa. Citava "Le città invisibili" di Italo Calvino (un libro che ho amato e rileggo spesso) e "Fata Morgana" di Gianni Celati (che è anche uno dei due curatori dell'edizione italiana di questo libro). Be', ho cominciato leggerlo molto tempo fa e ho interrotto varie volte, e lungamente, per sopraggiunti impegni e per noia. Quando l'ho ripreso tra le mani con l'intenzione di finirlo (ci sono riuscito solo oggi, complice un risveglio prematuro, inaspettato e inconsueto, prima dell'alba), sono stato tentato di abbandonarlo del tutto, stanco di alcune pagine che mi sembrano inutilmente oscure. Non mi piaceva e non mi piaceva. Per mia incapacità, devo ammettere. Perché il libro è bello: risale agli anni Trenta e Quaranta e raccoglie tre testi distinti, ma che hanno lo stesso tema: il racconto di paesi immaginari, una sorta di antropologia fantastica che Celati ha poi ripreso pari pari per il suo "Fata Morgana". Anche il personaggio di Michaux, come si capisce dalla bella postfazione, è affascinante: un accanito propugnatore dell'accidia come difesa contro il frenetico attivismo della modernità.
Non voglio raccontare del libro. Con un po' di pazienza anche una fornita libreria ve lo può trovare. Leggetevelo per fatti vostri, armati della pazienza che io ho avuto a sprazzi, e di una predisposizione alla fantasia indolente, come fuga dalla realtà, ma anche da sé stessi. E' sempre divertente scoprire paesi irreali, cercando il piacere che ci hanno dato "I viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift o anche racconti come "Il manoscritto di Brodie" di Jorge Luis Borges. Dico solo che i luoghi di cui parla sono la Gran Garabagna, il paese della Magia e Poddema. Gli abitanti del primo sono i più spassosi e vari. Poddema, un luogo di esseri vegetabili e umani, è molto inquietante.
Non voglio raccontare del libro, preferisco chiedere a me stesso perché questo "Altrove" non appagava le mie legittime aspettative di lettore, date le premesse molto incoraggianti. Sicuramente ci ho messo del mio: non è scattata una sintonia accidiosa, di cui ho scoperto solo alla fine la necessità. Ma anche Michaux (e forse i traduttori) ci ha messo del suo. Certi ermetismi, certa liquidità della prosa, troppa frammentarietà, predispongono a una lettura diluita nel tempo, magari a piccoli bocconi. Per un po' ho anche fatto così: ma, dopo le lunghe interruzioni, dimenticavo alcune caratteristiche fondamentali del mondo strambo e fantastico di questi altrovi (si dice altrovi? o è indeclinabile?) e non capivo bene le pagine che leggevo, dovevo tornare indietro a certi snodi importanti. E poi in alcune parti c'era una vaghezza imbambolante che mi faceva chiedere: ma perché non mi dedico ad altro?
martedì, 15 novembre 2005
Alla gente serve un verso segretamente suo,
per svegliarsi sempre per lui,
per lavarsi con l'onda del lino
castano, il suo suono.
Osip Mandel'stam
martedì, 15 novembre 2005
Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.
Valerio Magrelli
martedì, 15 novembre 2005
Denique nota vagi silvestria templa tenebant
nympharum, quibus et scibant umoris fluenta
lubrica proluvie larga lavere umida saxa,
umida saxa, super viridi stillantia musco,
et partim plano scatere atque erumpere campo.
Tito Lucrezio Caro
lunedì, 14 novembre 2005
Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia.
Giacomo Leopardi
lunedì, 14 novembre 2005
I poeti sono come i bambini: quando siedono a una scrivania, non toccano terra coi piedi.
Stanislaw Jerzy Lec
lunedì, 14 novembre 2005
I gemiti poetici di questo secolo non sono che sofismi.
Isidore Ducasse de Lautréamont
domenica, 13 novembre 2005
La poesia è qualcosa di concentrato e al contempo di molto limitato; non si possono ignorare i vecchi cliché, le vecchie immagini. E' una sorta di schiavitù creata dalla cultura antica dell'umanità.
Ismail Kadaré
domenica, 13 novembre 2005
Io non credo in quei poeti dalle cui menti, si dice, i versi prorompono già compiuti, come dee corazzate. So quanta vita interiore e quanto sangue rosso vivo, ogni singolo verso autentico deve aver bevuto prima di potersi alzare in piedi e camminare da solo.
Hermann Hesse
domenica, 13 novembre 2005
Una vera poesia è un'invocazione alla Dea Bianca, l'antica divinità del terrore e della lussuria - il ragno femmina o l'ape regina il cui amplesso è morte.
Robert Graves
sabato, 12 novembre 2005
Il Molleggiato va preso con le molle. Non è solo una battuta, ma è un vero rischio per la sinistra italiana. Celentano, quando predica, è lento. Dico di più: fa danni inenarrabili. Ma vi ricordate il predicozzo sull'eutanasia di qualche suo show precedente? Questa volta, poi, ha liquidato i Pacs con una frasetta del cavolo. Celentano è un reazionario nato e cresciuto. Un moralista che incassa soldi a palate, fingendo di essere libero e progressista. Ma ve lo ricordate al Sanremo di Tony Renis? L'amico di Berlusconi era cotto e mangiato. S'era venduto una grande sorpresa per la finale, come il suo amico pallista e barzellettiere promette posti di lavoro (prima) e case (oggi). Si sapeva che non sarebbe arrivato nessuno. Poi è bastata una telefonata dei vertici Rai a Claudia Mori, che di mestiere fa la produttrice di fiction, con la promessa di un bel po' di "scemeggiati" da piazzare nei palinsesti prossimi venturi, e il ragazzo della via Gluck si è precipitato "gratis" all'Ariston a soccorrere l'amico in difficoltà con l'Auditel. Poi, fino alla viglia del debutto di "Rockpolitik" c'è stato un tira-e-molla, si fa non si fa. Il tema ufficiale era la presunta libertà di parola che Celentano doveva avere, il vero nodo erano le fiction (quante e a quanto) la moglie doveva produrre. E ne produrrà, ne produrrà con la destra e con la sinistra. Il marito si è già riposizionato alla grande. Yuppi Du.
In tempi non sospetti, Baccini gli ha detto: "Adriano è meglio che canti, tu e i tuoi figli siete fuori dai guai". E così è. Adriano che canta è rock. Il resto è lento. Roba per benpensanti che si credono rivoluzionari solo perché sanno canticchiare "Satisfaction". Se la sinistra crede di vincere buttandosi sulla scia di gente come questa, o prendendo come vessillo del nuovo Mister Pregherò ha proprio sbagliato palazzo. Già, "Pregherò". Ma come si fa a trasformare "Stand by me", una magnifica canzone d'amore, in un testo religioso? Solo un paraculo come Celentano poteva farlo. Fossi stato Ben E. King gli avrei chiesto i danni.
Comunque, lo ripeterò fino alla noia: i guitti facessero i guitti. I comici imparino a far ridere. La politica si fa con le idee, non con le battute. Quando il gioco si fa duro (e fino ad aprile diventerà durissimo, con il rischio, se si va di questo passo, di perderle pure le elezioni), quando il gioco si fa duro, il molli restino in silenzio.
sabato, 12 novembre 2005
Non capiremo il Medioevo fin quando non capiremo che la teologia era la sua poesia, e che l'assenza di poesia in quel periodo non era altro che presenza di poesia sotto altre spoglie.
Fernando Pessoa
sabato, 12 novembre 2005
Nella storia della poesia, la glossolalia e altri fenomeni simili appaiono con una certa regolarità. La frequenza con cui i poeti si abbandonano alla frenesia della danza delle sillabe e voci ritmiche irriducibili a concetti, rivela, ancora una volta, la profonda affinità, mai del tutto spiegata, tra l'esperienza poetica e quella religiosa.
Octavio Paz
sabato, 12 novembre 2005
La poesia è "minacciata" quando i poeti dimostrano un interesse teorico troppo vivo per il linguaggio e ne fanno un argomento costante di meditazione, quando gli conferiscono uno statuto eccezionale, che appartiene meno all'estetica che alla teologia.
Emil Cioran
venerdì, 11 novembre 2005
Da Umberto, oggi, ho mangiato un piatto che lo chef ha ribattezzato Zuppa novembrina. Ma non è altro che fagioli e castagne che preparava mia madre. L'unica variante sostanziale è il pane. Qui era leggermente tostato e appoggiato sopra la zuppa. Mia madre usava il pane raffermo, sul quale versava mestoloni di zuppa. E' stato, come potete immaginare, una situazione proustiana. Non la mangiavo da oltre vent'anni. E come mi piaceva da ragazzo la zuppa novembrina. Ha un sapore particolare, dolce, farinoso, fagioloso e cremoso togheter. Persino I. , che per anni mi ha vietato di mangiarne ("Troppo calorico". "Embè'"), ne ha preso una parte e ha gradito moltissimo. Tanto che al più presto la preparerà a casa. E' facilissimo. Mettete a cuocere in una pentola fagioli e castagne spezzate, ovvero quelle secche sgusciate, tipiche di Natale. Si può aggiungere quello che si vuole. Io preferisco un po' di olio crudo, a fine cottura. Lo chef di Umberto ha messo del prezzemolo. Che non ho gradito. Ma è un dettaglio.
E poi a Napoli si dice "fatte 'ncastagnà, ma nun te fà 'nfenucchià". Ovvero per capire se un vino è buono devi berlo dopo aver mangiato castagne e non finocchi. Il finocchio pulisce la bocca e dà a qualsiasi vino un buon sapore. La castagna, invece, 'nzeva, sporca, il palato. Per pulirlo c'è bisogno di un vino vero.
venerdì, 11 novembre 2005
Forse farei meglio a uscire e andarmi a godere questa splendida fine dell'estate di san Martino, con un sole napoletano che suggerisce e fa desiderare abbagli marini. Il mare d'inverno? Ma che inverno, qui si esce a mezzemaniche. Almeno fino alle cinque de la tarde. Da domani si cambia. Chissà.
Forse farei meglio a uscire. Ma mi frullano per la testa un po' di pensieri sull'ultima puntata di "Rockpolitik" di Adriano Celentano. L'ho cominciata a vedere quando è arrivata Sabina Guzzanti. E poi fino a Teo Teocoli, praticamente la fine, poi m'è calata la palpebra, prematuramente, ché non era manco tardi. Di queste quattro puntate resterà, a parte lo strombazzato sdogamento di alcuni epurati Rai, il giochetto rock-lento. Niente di trascendentale, signora mia. Un giochetto come un altro. Ma è entrato facilmente nella testa della gente. E poi, per uno come me, cresciuto a pane e rock, associare il bene al rock non può che fare piacere.
Vabbè, ieri sera a parte la sobria e glamourosa Annie Lennox, in vestitino maschile newyorchese, e qualcosa di Crozza, mi sono un po' rotto le palle. Cocciante che canta "Bella senz'anima" con quella faccia da zombie, Battiato che parla di metempsicosi e di un Dalai Lama ridanciano di fronte alla morte di un amico novantenne. Banalità. Noia, preludio alla nausea più roquentinesca. Certo, quando si guarda o si legge o si ascolta qualsiasi cosa conta la predisposizione e lo stato d'animo contingente. A me mi avevano mal disposto proprio i dieci minuti concessi alla Guzzanti. Con quel cronometro alle spalle mi sarei aspettato chissà quali cannonate. Invece? Invece, la solita pappetta: io, io io, la martire della satira politica, la censurata. E basta. L'abbiamo capito, e vuoi sapere la verità non me ne frega un cazzo che ti censurano. Se devi venire in tv a fare l'imitazione di Vespa, come un Bagaglino di sinistra, è meglio che te ne stai a casa. A me tutta quello che fa questa zandraglia comica dell'ultima generazione mi ricorda i giochetti di parole un po' goliardici che facevano al liceo. Ma al massimo noi potevamo beccarci una nota sul registro, invece questi pensano di essere tanti Chaplin. O tempora. Ma andassero a rivedersi Walter Chiari, o almeno Ric e Gian, per tacere dei massimi. Il pubblico di Brugherio era freddo, non rideva alla battute sceme della Guzzanti, si è sciolto solo a tempo scaduto, quando la Giovanna D'Arco della satira italiana ha fatto quello che sa fare bene: l'imitazione di Valeria Marini, usando le tecniche comiche collaudate della Commedia dell'Arte. Neanche io ridevo, ma neanche sorridevo. Neanche ero deluso. I secondi scorrevano e io pensavo amaramente: ma come ci siamo ridotti. Siamo precipitati nella trappola berlusconiana come dei coglioni. Il premier racconta barzellette e la sinistra gli schiera contro altri barzellettieri. Almeno Berlusconi fa ridere davvero: è un'autentica canaglia. Questi sono dei dilettanti. Ma nessuno gli dice di starsene al loro posto. Invece gli facciamo sventolare le nostre bandiere. Se si arriva ad aprile con questi guitti a fare i capibanda la sinistra prende una batosta che non se la scorda più.
Non sono mai stato un fautore della pallosità seriosa. A diciotto anni gridavo nei cortei: "Una risata vi seppellirà". Ma di fronte avevamo gente come Fanfani, Rumor, Andreotti (quello c'è ancora e sta con la sinistra, bah), Gui, Tanassi. Dei barbagianni, dei tromboni. Era anche un modo per far sorridere quello stoccafisso di Berlinguer, che ora ci tocca rivalutare. Lui almeno era serio. Ecco, io voglio dei leader seri che fanno discorsi seri. C'è il tempo per ridere e c'è il tempo per fare. Io, i "Grundrisse" di Karl Marx manco li ho aperti. Quasi trent'anni dopo sono ancora cellophanati e prendono polvere nello scaffale più alto della libreria, quindi non voglio fare il rompiballe di turno. Però, vogliamo finalmente pensare a come uscire dalla recessione, a come contrasatre un capitalismo che nasce e rinasce e si allarga fino all'India e alla Cina? Che fa soldi su soldi a spese di troppi e non ridistribuisce equamente le ricchezze prodotte. Chi investe in Cina? Certo una piccolissima parte dei cinesi, ma moltissimi europei: qui licenziano e là assumono per quattro spiccioli, che per quel miliardo e mezzo di morti di fame sono molto. La democrazia è questa cosa strana nella quale il mio voto conta quanto quello di un pusher di Secondigliano. Per fortuna contano anche i voti di gente che in tre o quattro anni si è vista dimezzare il potere d'acquisto, che non ce la fa arrivare a fine mese. E' un fenomeno europeo. A Parigi bruciano le auto mica perché sono islamici o anticolonialisti. Le bruciano perché le vorrebbero e non possono comprarle. Non voglio fare il no-global, l'antagonista del sasiccio. Dico solo di restituire la politica ai politici. L'economia agli economisti. La comicità ai comici. E che i politici, una volta riavuta la politica tra le mani, facciano i seri e non gli ospiti di "Porta a porta". A me la Guzzanti non fa ridere. E' sempre la solita solfa, battute riciclate. Figuriamoci a darle un ruolo politico. Solo che lei lo pretende e molti, a cominciare da Celentano, glielo danno. Sapete che vi dico, spero tanto che, una volta che il centrosinistra avrà vinto, la tenga fuori dalla tv, lei tutti gli altri predicatori catodici.
Il party-mix di iTunes mi ha proposto: "Comunista" (Lucio Dalla), "Concerto" (Alunni del Sole), "Sukkar, Sukkar, Sukkar" (Ali Hassan Kuban & The Nubian Band), "Caffé de la Paix" e "Un'altra vita" (Franco Battiato), "Dimmi che mi ami" (Loredana Berté), "Napul'è" e "Che male c'è" (Pino Daniele), "Forever Young" (Bob Dylan), "Messico napoletano" (Pina Cipriani: "questo ragazzo della Gluck mo tene 'e vene azzeccate cu' o scotch"), "Rose rosse" (Massimo Ranieri), "Rotolando verso Sud" (Negrita) e "Diavolo rosso" (Paolo Conte: "controsole tutto il tempo se ne va").
venerdì, 11 novembre 2005
Popolo d'Orfalese, potrai soffocare il suono del tamburo e sciogliere le corde della lira, ma chi comanderà che l'allodola non canti?
Gibran K. Gibran
venerdì, 11 novembre 2005
L'arte fa soltanto dei versi: solo il cuore è poeta.
André Chénier
venerdì, 11 novembre 2005
Il poeta deve essere casto e pio; ma non v'è nessuna necessità che siano tali i suoi versi.
Catullo
giovedì, 10 novembre 2005
Può nova progenie canto novello fare.
Tommaso Campanella
giovedì, 10 novembre 2005
La poesia è la grande nemica del caso, pur essendo anch'essa figlia del caso e sapendo che il caso in ultima istanza avrà partita vinta.
Italo Calvino
giovedì, 10 novembre 2005
Non riuscirò mai a far capire alla gente che la poesia è l'espressione di una passione che si accende.
George Byron
mercoledì, 09 novembre 2005
Quando mi va di genio cerco di portare in viaggio dei libri adeguati alla meta. Così in Croazia ho portato dei racconti croati (e non mi sono piaciuti) e al Cairo ho portato il romanzo che il libanese Sélim Nassib ha dedicato alla Voce d'Oriente, la Callas araba, Oum Kalthoum, "Ti ho amata per la tua voce". Mi son detto: sarebbe ora, hai 'sto libro a casa da quasi dieci anni e aspetti sempre di leggerlo. L'occasione era ghiotta: l'albergo dove avrei dormito (e dove ho dormito) si chiama proprio Oum Kalthoum e dico di più, sorge proprio laddove c'era la casa della cantante, in riva al braccio piccolo del Nilo, sull'isolotto di Zamalek. Non so se l'albergo è proprio la casa, ma non mi pare, o se della villa leggendaria resta solo il luogo. Il Cairo crolla e risorge come un'araba Fenice che ha la fretta di Ridolini e non aspetta che venga l'ora.
Basta così. Il libro ho finito di leggerlo oggi, ora. Nel frattempo ho fatto e ho letto altro. L'avevo cominciato in Egitto, spaparanzato sul divano della hall, circondato da quadri e foto della diva. Una persecuzione. Ma aveva tutta l'apparenza di una situazione benjaminiana, un hic et nunc. C'era l'aura. Ma niente, non avevo tempo e voglia di leggere. Così mi sono bloccato a una quarantina di pagine. Anche un po' annoiato. Negli anni ho letto molta roba araba (tradotta), tanto da aver sviluppato un rigetto per quella prosa sempre intrisa di sentimenti ridotti (per pudore e per abitudine) a entità astratte. Non hanno mai avuto il coraggio di far rivivere la forza e la sensualità di Omar Khayyam. Tralascio "Le Mille e una notte" che da giovane mi bevvi in tutt'e quattro i volumi dell'edizione canonica, la Bulaq pubblicata da Einaudi, le tralascio perché, secondo me, fanno parte della letteratura europea, francese nella fattispecie, e non di quella araba. Loro le hanno scoperte dopo la reinvenzione settecentesca di Galland. Ma sto uscendo fuori tema. Il romanzo di Nassib l'ho finito per inerzia, perché solo qua e là c'erano pagine che mi interessavano e appassionavano. Per il resto, la storia d'amore platonico tra il poeta della cantante, Ahmad Rami, e la cantante stessa era noiosa assai. Lui è lamentoso e sfigato. Lei, che era lesbica, se lo teneva a pupazzetto. Lui sposa un'altra che è gelosa dell'amica amata. E ti credo: Ahmad non fa che sognare la diva, con la moglie ci fa solo i figli. Separazioni varie e riappacificazioni. Alla fine, arrivati a settant'anni, la relazione tra Oum Kalthoum e Ahmad diventa più libera, anche se resta platonico (a quell'età che volevate?), ma ricorda un po' quello dei vecchietti di "L'amore ia tempi del colera". Anche se, a differenza del capolavoro di Garcia Marquez, i due egiziani si sono sempre frequentati come Cip e Ciop. Insomma, la storia d'amore vera e propria è una pizza, ricorda le telenovelas egiziane che conquistano per sfinimento. Quello che mi è piaciuto è il quadro storico che in molti momenti squarcia il velo dell'imbambolamento del narratore (Nassib fa parlare Rami in prima persona). C'è il colonialismo britannico, la monarchia fantoccio, Nasser e i pàccheri che prendeva in continuazione dagli israeliani, la morte tragica di Sadat. C'è la folla sporca del Cairo e la voglia di confrontarsi con l'Occidente da parte degli intellettuali più laici. L'ombra dei Fratelli musulmani e lo spettro del terrorismo.
Ma poi c'è lei, Oum Kalthoum. La voce. Devo confessare che ho provato a sentire le sue canzoni. Ho persino comprato alcuni suoi dischi ad Amman (pezzottati, ma li vendevano solo così), a Barcellona, a Napoli pure. Al Cairo, no. Avevo già capito che non mi piaceva. Infatti, l'ascolto e dopo tre minuti sono stanco. E' che tutti i suoi virtuosismi, sui quali si dilunga pure Nassib, non li capisco, non li distinguo, me ne fotto. Il massimo di emozione mi può venire da un acuto della Callas o da un legato di Mina. Tutto il resto è rock. Quello capisco e quello voglio. Però il personaggio è potente. Immaginate quali veli, anzi quali spessi tendaggi coprono la morale araba e islamica. La loro regina, conosciuta e venerata dal Marocco all'India, era una lesbica. E loro non lo dicono. E poi se la prendono con l'Immacolata Concezione.
Soundtrack: è vero avrei dovuto ascoltare solo le canzoni di Oum Kalthoum (che pure ho parzialmente scaricato su iTunes), ma non ce l'ho fatta. Così ho scritto ascoltando "Letto 26" (Stefano Rosso), "Cosa succederà alla ragazza" (Lucio Battisti), "I saved the world, today" (Eurithmics), "Baby, I Love Your Way" (Peter Frampton), "The river" (Bruce Springsteen), "Have you Ever Seen the Rain?" (Credence Clearwater Revival) e "Tema del soldato eterno e degli aironi" (Roberto Vecchioni).
mercoledì, 09 novembre 2005
Tutti al mondo sono poeti, perfino i poeti.
Gesualdo Bufalino
mercoledì, 09 novembre 2005
Un buon verso non si lascia leggere a bassa voce o in silenzio. Se ci riusciamo non è un verso efficace: il verso esige di essere declamato. Il verso non dimentica di essere stato un'arte orale prima di essere un'arte scritta, non dimentica di essere stato un canto.
Jorge Luis Borges
mercoledì, 09 novembre 2005
Voi potete vivere tre giorni senza pane; senza poesia, mai; e quelli fra voi che affermano il contrario, s'ingannano, non si conoscono.
Charles Baudelaire
martedì, 08 novembre 2005
Il poeta è un imitatore come il pittore ed ogni altro artista, e perciò la sua imitazione deve sempre esser rivolta ad uno di questi tre oggetti: o alle cose quali erano o quali sono, o alle cose quali gli altri dicono che sono o quali sembrano, o alle cose quali dovrebbero essere.
Aristotele
martedì, 08 novembre 2005
I poeti, che i traviati seguono, non vedi che folleggiano per ogni valle e dicono quel che non fanno.
Da "Le Mille e una notte"
martedì, 08 novembre 2005
Le poesie non si spiegano e non si interpretano; in esse il segno non significa più: è.
Octavio Paz
lunedì, 07 novembre 2005
Cioccolato extrafondente con fave di cacao di Gay Odin e Morellino di Scansano. E vabbuò, domani vado in palestra. Mi necessita, anche perché ho cenato strafocando riso ai funghi porcini, provolone del monaco e mandando giù bicchieri e bicchieri di Negramaro del Salento. Drive, i Rem.
lunedì, 07 novembre 2005
Sulla poesia, ovvero sulla scrittura in generale, ho poche idee, a volte chiare e a volte (le stesse) confuse. A scrivere, come per qualsiasi altro mestiere si impara. Io non ho mai letto un manuale (ce ne sono di buoni). Pratico la scrittura direttamente. Sono un hegeliano che s'è buttato in acqua senza pensarci due volte per imparare a nuotare e non un kantiano che ha studiato le tecniche nella vasca da bagno (uso bene, professor Tortora, le mie sgangherate nozioni filosofiche apprese da M. M. al liceo? Salutamélla, comunque). Be', ho imparato a scrivere (quel poco che riesco a fare) scrivendo. E leggendo, tanto, leggendo tanto. E continuando a leggere ancora. Però qualche idea confusa e solida ce l'ho.
Dunque, si può imparare qualsiasi tecnica di scrittura. Ma se non c'è il talento (la cui natura non voglio stare qui a sviscerare, neanche lo saprei fare), se non c'è il talento non si diventerà mai uno scrittore vero. Si resterà un bravo tecnico, capace di cavarsela sempre, ma senza brillare e senza guadagnarsi una nicchia nella storia delle letterature comparate.
In testa ho ben precisa la distinzione tra scrittore (o poeta, o quello che volete) e scrivente. E' una distinzione barthesiana. Lo scrivente scrive e basta. E' il grado zero della scrittura. Il più delle volte ciascuno di noi è scrivente (o parlante), quando non ha bisogno di strutturare un discorso o un testo per comunicare. Scrivere davvero è un'altra cosa. Per me un bel testo deve essere sempre un misto di bisogno e progetto. Il bisogno che abbiamo di dire, di esprimere, di scavare dentro di noi e portare tutto fuori. Il progetto, ovvero la costruzione di un discorso. Costruire necessita di tecniche elaborate. Io uso sempre un esempio ancora una volta mutuato da Roland Barthes (perdonatemi ho letto poco di critica letteraria e di questo poco mi è rimasto conficcato tra un neurone e l'altro molta roba di quello strutturalista modaiolo). Ebbene ogni testo è anche un vestito. Deve essere foderato di teoria, ma non deve far vedere la fodera. Deve averla altrimenti il discorso e il vestito cade male, ma guai a farla vedere. Quindi la semplicità è tra gli effetti più difficile da ottenere. Spesso si confonde la semplicità con la banalità. Invece trovare la parola più chiara e più ricca di senso, di nuovo senso e dello scarto mentale, della sospensione del senso (tanto caro ai formalisti russi, altri miei tormenti che riverso su di noi, anche inconsapevolmente), trovare la parola che emozioni e dica, che scavi e resti leggera, è una faticaccia. Sudate carte. Progetti. Con dentro i bisogni e i sogni. Voilà.
Sentivo: "Respect" (Aretha Franklin), "Maledetta primavera" (Loretta Goggi), "Mandy" (Barry Manilow), "Arabisque" (Enta Omri), "Venus" (Bananarama), "Spider-Man" (Michael Bublé) e "Harvest" (Neil Young).
lunedì, 07 novembre 2005
Non il Colore, solo la Sfumatura.
Paul Verlaine
lunedì, 07 novembre 2005
Concetto italiano della poesia: qualcosa d'opprimente e da riverire.
Ezra Pound
lunedì, 07 novembre 2005
Una poesia è la metafora di quanto il poeta ha sentito e pensato. Questa metafora è la resurrezione dell'esperienza, e la sua trasmutazione. La lettura di una poesia riproduce questo doppio movimento di cambiamento e resurrezione.
Octavio Paz
domenica, 06 novembre 2005
Aut insanit homo, aut versus facit.
Orazio
domenica, 06 novembre 2005
I poeti non hanno il pudore delle proprie esperienze: le sfruttano.
Friedrich Nietzsche
domenica, 06 novembre 2005
Scandagliate i trascorsi di uno scrittore, e soprattutto di un poeta, scrutate minutamente gli elementi della sua biografia intellettuale e vi scoprirete sempre qualche antecedente reazionario... La memoria è la condizione della poesia; il passato, la sua sostanza. E cosa asserisce la Ragione se non il valore supremo del passato?
Emil Cioran
domenica, 06 novembre 2005
Ebbene le richieste sul nuovo giro di citazioni ha dato un esito di totale parità. Tutti a quota uno. In futuro esaudirò le richieste. Ma per questa volta faccio a modo mio. Prendo spunto dal ricco dibattito che c'è nel blog di Tortora (
www.liquida-mente.splinder.it) e dò sfogo alla poesia.
domenica, 06 novembre 2005
Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti.
Marguerite Yourcenar
domenica, 06 novembre 2005
Nel luogo dove è morto qualcuno che si amava il tempo si ferma per l'eternità. Ognuno prega: "Se restando fermo qui dov'è accaduto, potessi conoscere la sua sofferenza".
Banana Yoshimoto
domenica, 06 novembre 2005
E farà soffiare il vento perché cancelli le mie impronte e io non venga inseguito e braccato a morte.
Oscar Wilde
domenica, 06 novembre 2005
La morte dà compagnia, mentre il dolore fa cenere attorno e ti conduce in un deserto.
Dante Troisi
domenica, 06 novembre 2005
Piangeva perché non più di due giorni prima il vecchio era vivo mentre adesso era morto, fatto questo che indicava con chiarezza che un giorno la stessa cosa sarebbe capitata anche a lei.
Aleksandar Tisma
sabato, 05 novembre 2005
L'armamentario mortuario sta per esaurirsi. Già vedo la maggioranza dei generosi frequentatori di questo blog tirare un sospiro di sollievo e sollevare la mano da materiali ferrosi. Ma una meditazione su temi forti non fa male. Prima che decida io il nuovo argomento, si accettano richieste. Spero di potervi accontentare.
sabato, 05 novembre 2005
Il pensiero della morte inganna, perché fa dimenticare di vivere.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
sabato, 05 novembre 2005
... inseguimento in infinito di un senso dell'essere pensante come "direzione" che non conduce da nessuna parte, e che svela solo una connessione profonda con la mortalità come carattere costituito dell'Essere.
Gianni Vattimo
sabato, 05 novembre 2005
I morti han pace in questo cimitero
che ne riscalda e dissecca il mistero.
Paul Valery
sabato, 05 novembre 2005
'A morte 'ssaje ched'è?... è una livella.
'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt''o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme.
Totò
sabato, 05 novembre 2005
Pèra il mondo e rovini: a me non cale
se non di quel che più pace e diletta,
ché se terra sarò terra ancor fui.
Torquato Tasso
venerdì, 04 novembre 2005
Quando si muore si ha ben altro da fare che di pensare alla morte.
Italo Svevo
venerdì, 04 novembre 2005
La saggezza è meditazione, non sulla morte, ma sulla vita.
Baruch Spinoza
venerdì, 04 novembre 2005
Non ho nulla contro la morte in sé, ma ho molto contro il ridicolo di morire.
Antonio Skàrmeta
venerdì, 04 novembre 2005
L'estinzione uccide la morte così come uccide la vita e la nascita. La morte (individuale) è solo la morte; l'estinzione è la morte della morte.
Jonathan Shell
venerdì, 04 novembre 2005
E domani, e domani e domani striscia a piccoli passi, di giorno in giorno, fino all'ultima sillaba del tempo prescritto; e tutti i nostri ieri hanno illuminato a dei pazzi il cammino verso la polverosa morte. Spegniti, spegniti, breve candela! La vita non è che un'ombra in cammino; un povero attore, che si agita e si pavoneggia per un'ora sul palcoscenico e del quale non si sa più nulla. E' un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore e senza alcun significato.
William Shakespeare
giovedì, 03 novembre 2005
Ieri mattina sono andato a via Chiaia con l'intenzione di comprare un jeans Lee con lo zip e ho finito per comprare un Wrangler con i bottoni e un Levi's con lo zip. E' l'eterogenesi dei fini. Anche il questo caso la banale faccenda quotidiana (vedi, sotto, le mele annurca) ha scatenato una piccola catena di ricordi.
Ebbene, sono di quell'età di mezzo che mi ha consentito di vivere in prima persona la rivoluzione dei jeans. Nei primi anni Settanta, infatti, c'è stato il dilagare dei jeans come moda generale. I primi furono proprio i Levi's, poi arrivarono gli altri, i Wrangler, i Lee e infine gli italiani (ricordo i Carrera). Non voglio fare la storia della diffusione del jeans. Voglio fare un sondaggio, partendo da una premessa.
A quei tempi, perlomeno a Napoli, o forse solo nel mio giro, i Levi's erano di sinistra e i Wrangler erano di destra. Chissà perché. Forse perché i fasci snobbavano un marchio ebraico? Ba'. A me Wrangler ricordava il nome di un generale bianco che si batteva contro la rivoluzione russa. Ma non credo che sia stato questo il motivo per cui i fasci preferivano i Wrangler, non erano così colti. Forse era il taglio. I Wrangler erano più a tubo e avevano le tasche più alte e più si intonavano al look da fighetti. I primi Levi's che arrivarono da noi erano orange label e avevano le tasche più scese, cascanti, e davano al sedere un aspetto più rivoluzionario, meno allisciato, oggi diremmo grunge. Sui culi delle ragazze, poi, andavano da dio. Un culo chiuso in un Levi's resta per me sempre arrapantissimo: effetto dell'imprinting sessuale.
E i Lee? Boh? Stavano in mezzo al guado, ma non erano di centro. A me non dicevano nulla. Fino a quando non comprai al mercatino settimanale dell'usato un pantalone bianco di cotone o di qualche materiale sintetico. Lo indossai un'estate intera. Aveva un bel taglio americano, ma quando tornai dal campeggio mia madre l'aveva buttato, le faceva schifo quella pezza comprata al mercato. Ci rimasi così male che volevo piangere. Da allora m'è è covata in me la nostalgia del Lee.
E voi che jeans mettevate e mettete? E che cosa ne pensate di questa distinzione destra-sinistra? Per dirla con Celentano, il Levi's è rock, il Wrangler è lento. A voi la parola.
giovedì, 03 novembre 2005
Mi sono abbuscato una bella cassetta di mele annurca. Sono belle, rosse e grosse e vengono da Giugliano, marchio garantito, visto che il paesone napoletano, dai cui lombi discende metà della streppegna rochentinesca, si è autoproclamato "città della mela annurca".
Sono un fan della mela annurca da tempi non sospetti, cioè da quando ero un giovincello di grandi illusioni. Da bambino non mi piaceva il sapore aspro di questa mela che giudicavo vecchia, troppo locale. Allora spopolavano le dolciastre mele-a-banana, roba forastiera. E noi ci adeguavamo. Le mele annurca le mangiavano solo cotte al forno. Diventavano dolcissime. Oppure si faceva la melacotta per quando si aveva il raffreddore: si beveva il liquido sciropposo con l'aggiunta di zucchero e, volendo, si mangiava anche qualche fetta di mela. Be', la mela annurca è un po' una madeleine proustiana. Sicuramente più salutare.
L'annurca è davvero una mela antichissima. Ne parlava già Plinio. Ora la coltivano intensivamente un po' dappertutto. Nella valle di Maddaloni ne producono di gigantesche. Ma io ricordo quelle piccoline che, quando si puntavano un po' (cioè avevano un poco di buccia ammallata che indicava l'inizio del marcio) si davano ai maiali, che ne erano ghiottissimi. Piccola e nodosa, da mangiare con la buccia che rendeva il sapore ancora più acuto, l'annurca era un frutto proletario. Polpa bianca e dura che schioccava sotto l'attacco dei denti. Fino agli anni Sessanta, prima dell'invasione della monocultura della pesca e prima di quella del cemento armato, le campagne del Giuglianese, tra ottobre e novembre, diventavano una distesa di giallo e di rosso. Erano le porchie a dare questi colori alla campagna, soprattutto attorno alle masserie. Le porchie sono quei lunghi rettangoloni di paglia e terra, ombreggiati dalle rami frondosi che dovevano evitare che il residuo sole autunnale seccasse troppo le mele. Perché le mele annurca maturano sulle porchie. O almeno era così fino a trenta anni fa. Ora è tutta maturazione tecnologica. Le mele venivano colte dagli alberi ancora mezze acerbe e poi erano collocate strette strette sulle porchie. La vera fatica era dei braccianti (soprattutto donne) che periodicamente dovevano girare le mele per farle arrossare uniformemente. Si sedevano ai margini delle porchie, la testa coperta da un muccaturo (fazzolettone annodato) e parlavano, spettegolavano e lavoravano. La sera, mi diceva mia madre, avevano le gambe spezzate. Ma s'erano godute un inciuciamiento degno di "Novella 2000".
giovedì, 03 novembre 2005
Sii come vuoi, o aldilà senza nome, purché questo mio io mi rimanga; sii come vuoi, purché io mi porti dietro il mio io... Le cose esteriori non sono che la vernice dell'anima. Io solo sono a me paradiso o inferno.
Friedrich Schiller
giovedì, 03 novembre 2005
La distruzione totale del nostro essere è la quietanza che ci deve la natura per aver vissuto.
Donatien-Alphonse-François de Sade
giovedì, 03 novembre 2005
La morte incrociava già le sue mani ossute sopra i calici dai quali bevevamo. Noi non la vedevamo, non vedevamo le sue mani.
Joseph Roth
giovedì, 03 novembre 2005
Quello che nessuno ha mai osato pensare dell'aldilà è che potrebbe essere assolutamente identico a dove siamo ora.
Adam Phillips
giovedì, 03 novembre 2005
"I morti mi seccano", confessò suo padre. "In che senso?", chiese Riccardo. "E' un peccato", spiegò l'altro, "che come l'amore abbia bisogno delle donne e Dio delle chiese, la grandezza della morte necessariamente debba stare dentro un cadavere".
Enrico Panunzio
mercoledì, 02 novembre 2005
Ho poca voglia di ripensare all'Egitto. Devo ancora metabolizzarlo completamente. Quindici anni dopo, Il Cairo è cambiato molto. Come succede sempre, un po' in peggio e un po' in meglio. Ho potuto vedere entrambi i cambiamenti. Ho voluto vedere la vera miseria, accompagnato da un missionario. Fino al terribile quartiere degli zabbaleen, che vivono riciclando la spazzatura. E' il buco del culo del mondo. E paradossalmente c'è chi sta peggio degli zabbaleen: quelli che non hanno nemmeno la raccolta della spazzatura per poter mangiare. Un inferno dove se entrava il virus dell'aviaria veniva ingoiato da bestie invisibili ancora peggiori. In tutta quella schifezza accatastata c'erano germi grossi come zoccole dei vicoli più luridi di Napoli. E le zoccole erano grandi come conigli e i maiali sbranavano altri maiali morti. Cataste e buste di immondizia che veniva dalla megalopoli di venti milioni di persone. Poveri, poverissimi, miserabili, di una miseria millenaria. Eppure ho intravisto un Internet Point. Chissà quanto costa collegarsi. Ma non osato scendere dal taxi per calpestare quel fango immondo. Puzze che non ho parole per nominare. L'inferno. Un girone dantesco che dà un po' di denaro ai cristiani copti che hanno preso come manovalanza i musulmani. Insomma, la famigerata Città dei Morti è un luogo per turisti, a confronto. Ci sono bar tra le tombe dove è possibile anche bere un tè. E pensare che nel 1990 la Città dei Morti mi sgomentò. Non avevo ancora conosciuto gli zabbaleen.
Ma non ho visto solo monnezza. Sono ritornato alle Piramidi (Saqqara e Giza), ho fatto la fila per guardare da vicino la Sfinge, sono entrato in un cunicolo della piramide di Chefrem. Foto, foto, foto. No tank you, no tank, no tank, no tank. No tengo dinero: 'e cartuline 'e chi t'è mmuorto nun ne voglio, pure si me ne ddaie vinte pe' n'euro. E tornate al tuo cammello, marrucchine e bbuono. E visto finanche la barca millenaria di Cheope. T-shirt e kefia. Acqua poca, sete tanta. Una guida intelligente. Ombre sulle pareti lucide. Felafel al ristorante: solo noi turisti, perché per loro c'era il Ramadan e strafocavano solo al calar della sera, in lunghe tavolate nei vicoli o sotto le strade sopraelavate, peggio che a Miano o al Corso Novara di una volta. E poi a Khan el Khalili il suq, il venerdì sera. La Sera bianca e non c'era neanche Grillo. Sembravamo sardine, con l'aggravante di gente che voleva farci comprare di tutto, richiamandoci con degli ola ola. Chi mi piglie pe' francese, chi me piglie pe' spagnuolo. Be', almeno quelli hanno Zapatero che dall'Iraq se n'è ghiuto. Nuie stamme ancora là a fa' 'e strunze pe' corpe 'e Berluscone.
Dall'alto della Cittadella, le piramidi lontane sono più suggestive. Lontanissime e vicine. La città le ha raggiunte con i suoi quartieroni dove si alternano case crollate e palazzi arabescate e antenne paraboliche per ascoltare i predicatori fondamentalisti in giacca e cravatta: un Khaled di questi, espulso perché convinceva le figlie della striminzita classe agiata a mettere il velo. E tengono tutte il velo sti ffigliole. I ragazzi (quelli che praticano con l'Occidente) mi sembramo nu poco maccarune, ma nun fa niente.
E poi che altro è rimasto appeso alla memoria? Volevo andare da McDonald's, m'avevano detto che faceva il McArab. Uno sballo. Ma non ho fatto a tempo. Ho mangiato una straordinaria grigliata di pesci con gamberi, calamari e altro in un lussuoso ristorante di Zamalek. Appena dieci euro. Roba che gli egiziani, anche medi, non possono permettersi. C'erano tutti stranieri. Ho cenato al ristorante dell'albergo Marriot. Vero lusso. Bevedo vino rosso, chiamato Omar Khayyam. Che fantasia, sti marrucchine. Miseria e nobiltà. Nobiltà? Ba', a me sono sembrati solo soldi. E poi come si fa a non odiarci? Comunque a me la loro cucina piace pure, ma mica posso girare con l'amuchina nella borsa. Cacarella, in ogni caso, niente. Ma me ne sono tornato con il naso e la gola infettate dalla puzza del quartiere degli zabbaleen. Per ora basta così.
La prossima volta in un paese civile.
Sottofondo: "Eidiya Fe Geyobbi" (Mohamed Mounir, l'aggio accattato propete llà), "Sicily" (Pino Daniele), "You're the First, the Last, my Everithing" (Barry White), "Samba pa ti" (Santana), "Let's get retarded" (Black Eyed Peas), "We are the World (Tutta chella gente, ovvero Usa for Africa), "Poor-Man's Shangri-La" (Ry Cooder), "Bach Home" (Eric Clapton), "The Needle & The Damage Done" (Neil Young) e "Tema del soldato eterno e degli aironi" (Roberto Vecchioni). Ma in Egitto ascoltavo Battisti-Panella. Ho pure trovato un complice.
mercoledì, 02 novembre 2005
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Wislawa Szymborska
mercoledì, 02 novembre 2005
Amico quando morirò butta il mio corpo sul sedile posteriore
E portami al cimitero delle automobili sulla mia Cadillac.
Bruce Spingsteen
mercoledì, 02 novembre 2005
Ed è il pensiero
della morte, che, in fine, aiuta a vivere.
Umberto Saba
mercoledì, 02 novembre 2005
Là sarò cenere un giorno.
Mi aspetta l'anfora greca funeraria
dove confitti gli iracondi relitti
della mia gente dormono
come prue conficcate nella melma,
tutti, uomini e donne, insieme.
Morirono vecchi, litigiosi e alteri.
Roberto Roversi
mercoledì, 02 novembre 2005
Comunque sia, la morte è morte. Non ci si avvezza.
Un morso alla nuca. Una trafittura al cuore. Più che un mal di denti.
Dura a lungo. Mesi e mesi. L'infame, non possiamo abituarcene.
Yannis Ritsos
martedì, 01 novembre 2005
Ho finito di leggere "La possibilità di un'isola" con grande affanno e di malavoglia. E' sicuramente l'opera più ambiziosa scritta finora da Michel Houellebecq, ma è quasi un aborto di libro. Be', esagero un po'. E' che, quando ho letto, cinque anni fa, "Le particelle elementari" sono rimasto molto colpito dalla sua scrittura fredda che rendeva anche l'erotismo, se non la pornografia, gelidamente forte. E poi il misto di scienza e pessimismo, di speranza e di atrocità, di esistenze borghesi marginali, dava una grande potenza alla storia dei due fratelli protagonisti. Già "Piattaforma" mi era sembrato un po' più presuntuoso e lezioso, ma funzionava ancora. Invece "La possibilità di un'isola" è realmente troppo manieristico. Certo ci sono delle parti divertenti. Ma è come un dejà-vu: roba già letta e metabolizzata. Magari chi legge solo questo libro si appassiona a Houellebecq, per il fascino della scoperta di uno scrittore che ha delle tesi, magari estreme, da portare avanti. Ma poi dovrebbe fermarsi a quest'ultimo romanzo. Se va a ritroso rischia, paradossalmente, di annoiarsi, leggendo opere migliori.
La tesi della reincarnazione attraverso la clonazione (alla quale Houellebecq è favorevole) non è banale. E Houellebecq ci crede davvero. Non è solo un modo per esorcizzare la paura della morte. I progressi della tecnica potrebbero realmente realizzarla da qui a qualche generazione. Speriamo di farcela a tempo.
Comunque, questa reincarnazione non è l'immortalità. Il corpo (il patrimonio genetico) sopravvive di millennio in millennio, ma la memoria personale, individuale è tramandata attraverso la scrittura che ogni reincarnato fa del suo passato. Certi meccanismi di conservazione della memoria non li ho afferrati bene, forse non sono neanche spiegati bene. del resto conta più la suggestione che non la verosimiglianza scientifica. La società futura di ultra-umani disegnata da Houellebecq mi è sembrata poco nicciana e molto intrisa di fantascienza di genere, anche molto dozzinale. Sembra che non abbia mai letto Philip K. Dick. Del resto il legame con il gruppo folkloristico-religioso dei Raeliani fa capire quanto Houellebecq si diverta a provocare. Non penso che creda davvero alla tesi degli scienziati extraterrestri creatori dell'umanità. Del resto il ritratto che fa della setta è solo quello di un gruppo affaristico che si diverte a scopare, a bere champagne a spese di gonzi che contano sulle ricerche scientifiche della setta per conquistare un'immortalità che mai vedranno.
Houellebecq ha messo troppa carne a cuocere in 398 pagine, ma in modo così confuso che ti fa passare la voglia di approfondire.
martedì, 01 novembre 2005
Acchiappa la morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e tutti i peccati mortali.
Arthur Rimbaud
martedì, 01 novembre 2005
... oltre quell'effimero che noi chiamiano col nome di morte.
Antonio Porta
martedì, 01 novembre 2005
In un mondo dove si pubblica tutto, niente è più inedito della morte.
Giuseppe Pontiggia
martedì, 01 novembre 2005
Per mezzo della morte e del riso, il mondo e gli uomini ritornano a essere giocattoli.
Octavio Paz
martedì, 01 novembre 2005
Ognuno di noi sta coltivando, scegliendo, irrigando, potando, modellando la propria morte.
Alvaro Mutis