venerdì, 30 settembre 2005
Scusate, ho perso qualche passaggio. Ma cos'è 'sta tassa sul tubo?
venerdì, 30 settembre 2005
La mia palestra è in una chiesa sconsacrata. Nozze sublimi che solo Napoli può creare. Siamo disposti a tutto, abbiamo la sintesi a priori nel sangue. E' Santa Maria a Cappella Vecchia. Luogo frequentato a suo tempo da quel divino puttanone di lady Hamilton (non la palestra, la chiesa) che da 'ste parte steve 'e case. Pedalare, sollevare pesi, riscaldare i tricipidi, correre, far esultare il corpo è un piacere che viene enfatizzato dall'idea di stare in un luogo che era un tempio dello spirito e ora è un tempio del corpo. Scusate che c'è di male? Non date retta a quello scassacazzi del cardinale Ruini. Gesù di Nazareth ha promesso che risorgeranno anche i corpi, quindi tenerseli belli sodi è una forma di preghiera. Ruì, non è che sono blasfemo come la pubblicità della PlayStation?
Insomma, guardare quegli stucchi di un barocco addolcito e neutralizzato (peccato che hanno tolto i quadri di santi e madonne), mentre hai il deltoide sotto sforzo o quando il sudore ti cola dalla fronte a goccioloni è un piacere raddoppiato. Dove c'era un altare ora ci sono i tappetini per gli addominali. Niente calici per le ostie, ma fasce per controllare il battito cardiaco.
Sottofondo: "Kobra" (Donatella Rettore: il Kobra non è un serpente, ma un pensiero indecente, slurp), "Satisfaction" (Rolling Stones) e "Vent'anni" (Massimo Ranieri: la stessa luce che si accende quando nasce un re).
venerdì, 30 settembre 2005
La gente crede che gli uomini di scienza siano lì per istruirti, e i poeti e i musicisti ecc., per rallegrarti. Che questi ultimi abbiamo qualcosa da insegnare, non le viene in mente.
Ludwig Wittgenstein
Come contributo al dibattito sul post Arte 40
venerdì, 30 settembre 2005
In arte solo l'ottimo è buono abbastanza.
Johann Wolfgang Goethe
venerdì, 30 settembre 2005
I capolavori oggi hanno i minuti contati.
Ennio Flaiano
venerdì, 30 settembre 2005
Per i formalisti l'arte è concepita come il modo per distruggere l'automatismo nella percezione, fine dell'immagine viene considerato non la più agevole trasmissione del suo significato alla nostra comprensione, ma la realizzazione di una speciale percezione dell'oggetto, della "visione" di esso. Di qui il consueto collegamento tra immagine e straniamento.
Boris Ejchenbaum
giovedì, 29 settembre 2005
L'arte, più che "conoscere" il mondo, "produce" dei complementi del mondo, delle forme autonome che s'aggiungono a quelle esistenti esibendo leggi proprie e vita personale. Tuttavia ogni forma artistica può benissimo essere vista, se non come sostituto della conoscenza scientifica, come "metafora epistemologica": vale a dire che, in ogni secolo, il modo in cui le forme dell'arte si strutturano riflette il modo in cui la scienza o comunque la cultura dell'epoca vedono la realtà.
Umberto Eco
giovedì, 29 settembre 2005
Spesso in Arte, il buon gusto non si accorda con il buon senso.
Carlo Dossi
giovedì, 29 settembre 2005
E' agli artisti e non agli scienziati che si deve la fedeltà al movimento vitale delle cose, alla struttura del reale, alla ricerca non tanto di un'idea di fondazione, quanto del "luogo" di origine di ogni idea e di ogni teoria fondativa.
Paolo D'Alessandro
mercoledì, 28 settembre 2005
Di Nico Orengo avevo avuto tra le mani diversi libri, ma non ne avevo mai letto nessuno. Conoscevo e leggevo i suoi articoli su "Tuttolibri" che Orengo dirige. Ora ho letto "Di viole e liquirizia" e devo dire che mi è piaciuto. Un romanzo italiano su una parte della provincia piemontese, quella langarola dei grandi vigneti e dei potenti vini. La trama è costruita fin all'inizio con personaggi sospesi tra Piero Chiara, Giovanni Arpino e qualche buona fiction tv, personaggi che fanno e dicono più che essere pennellati manieristicamente dall'autore. Tutta la vicenda, che non vi riassumo, con un finale che non vi svelo, ricorda anche certi film di Pupi Avati (penso all'accoppiata natalizia con Diego Abatantuono e Carlo Delle Piane). Magari tutte queste cose Orengo neanche le ha pensate, ma io (con la mia autonomia arrogante di lettore) le infilo dentro. Si parla molto di vino, perché i personaggi principali sono un assaggiatore francese e una produttrice di vini. E per tutto il libro ci sono odori e profumi, di cui l'assaggiatore è ghiotto più dei sapori. Grande artigianato narrativo, con qualche sbandatella che si può perdonare, qualche strizzatina d'occhio per non fare la figura dell'ingenuo. Ma la sostanza è un libro che (per dirla con una scontata metafora) bevi come un bel bicchiere di rosso a tavola. Ti piace, non ti va alla testa e non ti cambia la vita, forse ti migliora la giornata.
mercoledì, 28 settembre 2005
Tutto nel testo significa, emette messaggi, persino lo spazio vuoto che circonda le righe; nulla essendo ridondante, nell'ipersegno artistico la felicità espressiva è segnale di una profondeur de la surface.
Maria Corti
mercoledì, 28 settembre 2005
Bisogna essere un uomo vivo e un artista postumo.
Jean Cocteau
mercoledì, 28 settembre 2005
Forse l'arte è semplicemente la reazione di un organismo di fronte alle proprie limitate possibilità ritentive.
Josip Brodskij
martedì, 27 settembre 2005
Ogni arte è un'abitudine prestabilita a pensare la bellezza.
Jorge Luis Borges
martedì, 27 settembre 2005
Il dolore fa il poeta; ma la gioia fa il pittore.
Arrigo Boito
martedì, 27 settembre 2005
La buona arte non annoia mai nessuno.
Ezra Pound
lunedì, 26 settembre 2005
Il pittore che dipinge un melo non è tenuto a sapere che tipo di mele esso produrrà, ma conosce invece esattamente come la luce filtra attraverso i vari tipi di foglie, come un albero modifica il proprio aspetto di stagione in stagione, quanto fitta o quanto lieve sia l'ombra da esso proiettata sulle zone erbose, sassose o boschive. Questo si può semplicemente vedere, ma risalta soltanto se si ha esperienza, cioè avendo già osservato in precedenza delle cose con intelligenza.
Walter Benjamin
lunedì, 26 settembre 2005
Che i prodotti dell'industria e del genio diventino proprietà di tutti, patrimonio della società intera, dal momento stesso che gli inventori e gli operai li creano; essi sono infatti il compenso delle precedenti invenzioni del genio e dell'industria, da cui i nuovi inventori e i nuovi operai hanno tratto profitto nella vita sociale e che li hanno aiutati nelle loro scoperte.
Babeuf
lunedì, 26 settembre 2005
La buona arte non può non può essere accettabile subito.
Ezra Pound
domenica, 25 settembre 2005
Vengo dall'ascolto di un dibattito con Ryszard Kapuscinski, Gianni Celati e Alberto Arbasino. Tre persone che mi piacciono molto. Li conosco dai loro libri (qualcuno un po' di più, da poco). L'immagine che noi abbiamo delle persone, degli scrittori in particolare, è sempre molto diversa dalla realtà. Altre volte coincide. Da cosa dipende? Forse da loro, forse da noi, forse dal destino (per dirla con Celati).
Kapuscinski me l'immaginavo sempre con una faccia triste, seria, con un occhio attento, ma sornione e un po' introspettivo. Invece ha un sorriso stampato sulla faccia come una maschera da commedia dell'arte. Sembra che sia sempre un po' alticcio. Ma che ci ridi? Dice delle cose tremende come se raccontasse una barzelletta. Ma nei suoi reportage per me è stato insuperabile, fino a quando non ho incontrato la pragmatica forza di Langewiesche. Kapuscinski parla piano, quasi un sussurro che il suo polacco rende ancora più complicato (poposki, poposki, che significa poposki? il mondo, bah). Ma sorride.
Celati, invece, è svagato. Non riesce a comunicare tutto il terremoto interiore che ha. Sembra triste a vederlo, afasico nella parola (com'era Italo Calvino, suo maestro), invece è uno scrittore che sa essere di una comicità chapliniana, più che alla Buster Keaton. Eppure pare che goda a non creare feeling con chi l'ascolta. Anche se gli parli da solo è così. Grande, comunque.
Arbasino, poi, è proprio come te lo immagini: intelligente, acuto, ciarliero, coltissimo, con una grande capacità comunicativa e una sottile vis polemica, molto philosophique.
Erano e sono qui per il premio Napoli.
Poche le tracce, stavolta. "Think" (Aretha Franklin), "Dos Gardenias" (Ibrahim Ferrer), "I got a name" (Jim Croce) e "Forever young" (Bob Dylan).
domenica, 25 settembre 2005
L'arte ha il dovere sociale di rivelare le angosce della nostra epoca.
Antonin Artaud
domenica, 25 settembre 2005
L'arte è un simbolo, perché l'uomo è un simbolo.
Oscar Wilde
domenica, 25 settembre 2005
Nelle arti la quantità non vuol dire niente, la qualità tutto.
Ezra Pound
sabato, 24 settembre 2005
L'avete presente "Due mondi" di Lucio Battisti? E come no, come no? Grandiosa, con quel minuto e mezzo di finale tutto musicale in crescendo come se un'orchestra diretta da Gorni Kramer si fosse fatta a Nero d'Avola. Era il 1973, se non sbaglio. Ma cambia poco, ero un adolescente che aveva già superato i primi precoci turbamenti sessuali. Ma quella canzone li resuscitava tutti. Far l'amore nelle vigne. Ma chi è Khayyam? Che l'avrei scoperto cinque-sei anni dopo. O era solo Eugenio 'e Cucciariello? E no questo no, non lo conoscete, se non siete napoletani, se avete meno di quarant'anni e se non avete mai preso un pullman della Tpn, non lo sapete, non lo sapete, peggio per voi: be', è quello d'e signurine 'e Caperichine fanno ammore ch'e marrucchine e il resto, aggiungo io, vada a fare in culo.
Insomma, "Due mondi" comincia come un sussurro e l'universo che respira e sospinge la sfera (la mia, la tua?) e la luce che ti sfiora. Cosa vuoi? Voglio te, una vita, far l'amore nelle vigne. Eccola qua. Cade l'acqua ma non mi spegne. Io ero adolescente, o poco più o poco meno, a quell'epoca non si facevano tutti 'sti sofismi. I dubbi di De Gregori, Lolli (riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l'abbondanza) e Guccini erano ancora a venire. Io ero adolescente. Cade l'acqua ma non mi spegne, voglio te, te, te: è una vela la mia mente, prua verso l'altra gente, vento magica corrente. E come si poteva resistere, con quella donna di cui non ho mai saputo il nome che duettava con Battisti. Tu non cambi mai, un braccio che altro vuoi, l'amore è qualcosa di più del vino, del sesso che tu prendi e dai, la femmina latina, la donna americana. A noi sarebbe bastato il sesso (con un po' di vino). Per l'amore ci sarebbe stato sempre tempo. E il sesso con il sapore e l'odore del vino, del mosto, dei tini e delle botti chiuse nelle cantine aveva qualcosa di eccitante. Pavese era ancora di là da venire, pur'isso, nelle nostre letture, già guastate dal mondo. Noi volevamo questi due mondi, tutt'e due. E dàteceli. Non ce li hanno ancora dati. Far l'amore tra le vigne, mo' che arriva la vendemmia. Magari sul Massico (o ciascuno si scelga la sua vigna, veneta, trentina, toscana, sicula o langarola), ma far l'amore tra le vigne. Ubriachi come il vecchio Noé scampato al diluvio e un po' esausto dopo aver accudito per mesi coppie di elefanti e di coccodrilli, di farfalle sconosciute, colibrì e falchi pellegrini. E noi, giovani e maturi, insieme, due mondi. Far l'amore nelle vigne.
sabato, 24 settembre 2005
Un'opera d'arte "fine a se stessa"? Mmm. Ma quali secondi fini dovrebbe avere, per far piacere alla signora? Aiutarla a digerire, farla piangere, spiegarle qualche inumana condizione in giro per il mondo, sostituire o affiancare l'azione del detersivo, del deodorante, del callifugo?
Alberto Arbasino
sabato, 24 settembre 2005
La verità nell'arte è unità della cosa con se stessa: il fatto esteriore reso espressione dell'interiore: l'anima resa incarnata: il corpo permeato di spirito.
Oscar Wilde
sabato, 24 settembre 2005
Gli oppressi non hanno alzato le mani contro i loro artisti, ma i semi-istruiti l'hanno sempre fatto, la burocrazia l'ha sempre fatto.
Ezra Pound
venerdì, 23 settembre 2005
Parti da Secondigliano con il 184 e da dove cominci se non da Nino D'Angelo? 'A storia 'e nisciuno, con un giochetto alla sergiobruni, tra San Pietro a Patierno (che è qui, e sì) e Villaricca. Periferia, banlieue, con scuole gialle e asl azzurre, case verdi, muri di cinta, aerei che atterrano ed è già Roberto Murolo che ti sussurra Te voglio bene assaie. Cartelloni scassati o luccicanti, automobilisti che sbraitano contro i nomadi pulitori di vetri, quasi li azzannano. E' una versione stramba di Can't take my eyes off of you (Electric team, anvédi tu), dentro. E fuori c'è calata Capodichino, riecco Napoli, manicomi chiusi, chiese, pizzerie con insegne da discendenti. Add'o figlio 'e Michele, più avanti si vedrà 'A figlia d'o marenaro. E tu vuò fa l'americano, sì, perché fino a piazza Ottocalli (dove sbranano il piccolo giardinetto con il busto di Caruso) ci arrivo con Sergio Leone di Jackson Browne. Chi vuole fare l'americano e chi vuole fare l'italiano. Davanti all'Albergo dei Poveri il bus diventa un lumacone arancione, stop e go, altro che working on the highway. Bruce ma che canti a fa'? Un palazzo rimesso a nuovo e l'altro no, così uno dietro l'altro. Antiquari sfigati accanto a elettrauti in tuta tutta allisciata. Il San Ferdinando è là in fondo, chiuso. Un duetto da Scugnizzi. Niente niente: riecco Napoli. Il Totò ha pure Rino Marcelli in cartellone, tanto per cominciare. La Caserma Garibaldi, invece, non ha più soldati, ma file di motorini in sosta e gente che trase e esce. Un bacio a mezzanotte: ricordavo una versione con due vecchiette, invece è il Quartetto Cetra, scherzi dell'iPod. Rilàssati, piazza Cavour è qui, ma è meglio l'Adnan songbook con Valerie Anderson e Gavin Bryars. Piano, piano, lumacone arancione. Le roverelle sventolano il verde sporco delle loro foglie che saranno decenni. Lover's cross. E' Jim Croce. L'arrivo, accanto alla fermata rosso-pompeiana del metrò collinare, ha un sottofondo adeguato: Tricky, Wait for God. A piedi, a spiedi, e via. La botta forte è a via Costantinopoli, pizze a libretto, bancarelle di dvd, è uguale a trent'anni fa. Antiquari ancora e qualche camice bianco residuo. Antiche tipografie storiche. Che c'è di meglio di Child in time dei Deep Purple, per arrivare fino a Port'Alba? Tra bancarelle che fanno molto rive gauche, senza fiume, ma con motorini. Una sosta da Amodio, con commesse chiacchierone e indifferenti. Voglio la Gran Bretagna, fisica e politica. Fa il suo effetto piazza Dante, nonostante il palco maestoso del premio a venire che la riempie. E' l'ora di un caffè da Mexico, ma stranamente non ne ho voglia. Sarà il Siciliano di Dalla (sono un europeo di Napoli, così mi dico) e poi arriva Lolli e la canzone scritta sul muro, ma sono già a Toledo. Verso piazza Carità scopro che i napoletani non sanno più usare i marciapiedi. Vetrine, gente alle vetrine, donne al telefonino, gelati scivolati dalle mani che si sciolgono per terra. Piccoli mendicanti che neanche più ti fermano. Dopo la Rinascente, quando le auto sono deviate su per i Quartieri, la consolazione è fresca e banale e la portano Robbie Williams e Nicole Kidman, è qualcosa di stupido, somethin' stupid. Da lei si può accettare tutto. Facce da poveri e facce da ricchi, inglesi con il pinocchietto, i sandali e un cappello di paglia, africani con cd pezzottati. E' il momento di Infidelite Mado (Franco) e La canzone del sole dei Marrabenta. C'è ancora il ragazzo con il pappagallino che tira fuori con il becco giallo il terno della fortuna dal mucchietto. Come quarant'anni fa. Simme tutt'africane, nuje napulitane. Lungo via Chiaia le quindicenni sbandano, avrebbero bisogno di un gommista, non hanno ancora imparato che la realtà e la strada sono diverse dai videoclip di Mtv. Tutto è più veloce, non lo sapete? Oh marenero, marenero, marené. I giornali li prendo all'ultima edicola utile. Tua, Jula De Palma. Comunque bella.
venerdì, 23 settembre 2005
L'arte fu la sua passione. La perseguitava.
Stanislaw Jerzy Lec
venerdì, 23 settembre 2005
L'arte si occupa del difficile e del buono.
Johann Wolfgang Goethe
venerdì, 23 settembre 2005
Privando l'arte del suo fondamento culturale, l'epoca della sua riproducibilità tecnica estinse anche e per sempre l'apparenza della sua autonomia.
Walter Benjamin
giovedì, 22 settembre 2005
O anche "Ferry-boat" di Pino Daniele, una canzone non troppo lodata, trascinante e seconda solo a "Sicily" o a "Putesse essere allero". E ad altre ca mo' nun m'arricordo.
giovedì, 22 settembre 2005
Quando il tempo è così e lo chiamano già autunno non c'è di meglio che starsene a sentire i Doors, riders on the storm, ancora con le finestre aperte e confondere la pioggia di fuori con quella di dentro.
giovedì, 22 settembre 2005
Tremonti di nuovo ministro dell'Economia. I cònti possono anche tornare, ma con lui i cónti non torneranno mai.
giovedì, 22 settembre 2005
Nessun grande artista vede mai le cose così come sono. Altrimenti non sarebbe più un artista.
Oscar Wilde
giovedì, 22 settembre 2005
L'arte è un mezzo di comunicazione. È soggetta alla volontà dell'artista, eppure va al di là di essa.
Ezra Pound
giovedì, 22 settembre 2005
L'arte vive non di sessioni, ma di ossessioni.
Stanislaw Jerzy Lec
mercoledì, 21 settembre 2005
Poi l'ho letto, comunque, "Per grazia ricevuta". Per inerzia e per curiosità. E' un po' meglio di "Mosca più balena". Ma la verità è che sono dei testi per scuola di scrittura creativa. Sono così ripuliti che non hanno odore e non dicono nulla. Ogni tanto sembra che la Parrella voglia andare più a fondo della superficie psicologica e sociologica dei suoi personaggi, ma si ferma. Sembra non avere cattiveria, che per uno scrittore (anche di romanzi rosa) è indispensabile. Sono confessioni di persone comuni napoletane, sospese tra piccola borghesia e piccola criminalità. Sono storie tiepide, e, come è scritto nella Bibbia, il Signore rigetta le cose tiepide.
Poi mi resta il dubbio che sia io a non capire, che la mia diffidenza mi trattenga dal lasciarmi andare. Ma leggo, mi applico, e poi mi chiedo: ma 'sta Parrella che vvo'?
mercoledì, 21 settembre 2005
Il sentimento ce l'ha ognuno, l'originalità più d'uno, ma le idee, in arte, sono rare.
Johann Wolfgang Goethe
mercoledì, 21 settembre 2005
La riproducibilità tecnica dell'opera d'arte emancipa per la prima volta nella storia del mondo quest'ultima dalla sua esistenza parassitaria nell'ambito del rituale. L'opera d'arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la riproduzione di un'opera d'arte predisposta alla riproducibilità. Di una pellicola fotografica per esempio è possibile tutta una serie di stampe; la questione della stampa autentica non ha senso. Ma nell'istante in cui il criterio dell'autenticità nella produzione dell'arte viene meno, si trasforma anche l'intera funzione dell'arte. Al posto della sua fondazione nel rituale si instaura la fondazione su un'altra prassi: vale a dire il suo fondersi sulla politica.
Walter Benjamin
mercoledì, 21 settembre 2005
Nel caso di un artista, la debolezza non è inferiore al crimine, se è debolezza che paralizza l'immaginazione.
Oscar Wilde
martedì, 20 settembre 2005
Volevo andare a vedere il film di George Clooney sul maccartismo, conquistato anche dal post di Sua Maestà Tortora. E fare una lunga passeggiata fino al Modernissimo, a via Cisterna dell'Olio, nei territori crudeli che circondano piazza Dante: hic sunt leones. Che si lamentano a fare con l'Espresso i vomeresi? Ormai i ragazzi di Scampia (che da qualche parte pur devono andare) scavalcano piazza Vanvitelli, vengono direttamente a piazza Dante (nostalgia del 137?), ultima fermata del metrò collinare, quello dell'arte (bello, sì bello), tanto decantato da Bassolino. Ma sto divagando. Il film non l'ho potuto vedere, perché il Modernissimo è chiuso di martedì. E io non lo sapevo. Grave per tipi come me. Mi sono accontentato di un cono da Fantasia Gelati, quello che tanto piace a Sorryso. Sono stato attirato da un gusto insolito: tsatsiki greco alla menta. Alla faccia della globalizzazione. Mi son chiesto, ma ci mettono l'aglio? E mi sono risposto: fàmolo strano, in ogni caso.
Allora, colore verdino, sapore, al primo contatto, quello del vecchio Tropical (lo ricordate? Latte freddo e menta), buono, neanche dolcissimo come gli altri gusti di Fantasia. Un Tropical solo un po' più ricottato. Niente aglio, per fortuna. Yogurt, ovviamente, e menta. Ma, leccando leccando, il gusto si è irrancidito. Ma l'effetto complessivo è stato buono. Clooney lo vado a vedere domani.
Colonnina sonora: "Fly Me To The Moon" (Frank Sinatra), "Love Is The Drug" (Roxy Music), "Malambo No. 1" (Yma Sumac) e "Devil's Broom" (Joseph Arthur).
martedì, 20 settembre 2005
Essere prevenuti è la migliore condizione per leggere un libro o per vedere un film. Perché se si ha ragione non si resta delusi e, viceversa, se si ha torto, si resta meravigliati e contenti. Con "Mosca più balena" di Valeria Parrella mi è accaduto qualcosa di mezzo.
Ero prevenuto perché mi hanno dato fastidio tutte le sbrasate di "Repubblica" che le ha dato tanto di quello spazio che neanche a Elsa Morante. E che mai saranno 'sti raccontini, cento pagine scarse? Sembrava, a leggere Mauri, che la Ortese fosse una sartina. Per "Repubblica" e "Corriere Magazine" (nello specifico il venditore di fumo Antonio D'Orrico) quello che loro hanno letto è sempre grandioso per il solo fatto che loro l'hanno letto. Così succede che spacciano Giorgio Faletti (che in America se ne trovano a quintali) per un grande scrittore. Poi, invece, è robetta, tirata per le lunghe. Non l'ho letto Faletti, perché sono prevenuto e per affrontare quel mattone mi devono pagare una settimana di lavoro extra.
"Mosca più balena", solo 103 pagine, è fatto di sei racconti. Il più lungo, l'ultimo, occupa quasi metà libro. I primi due racconti ("Quello che non ricordo più" e "Dritto dritto negli occhi") sono i più belli. Ci sono due giovani donne molto ben caratterizzate. Entrambe vogliono vivere una vita diversa da quella che il mondo sembra voler preparare per loro. La prima è stata allevata da genitori che hanno usato il dottor Spock come il Vangelo, ma poi sceglie di fare una vita molto ordinaria e apparentemente banale. La seconda è una ragazza di un quartiere popolare, molto borderline: conquisterà il suo riscatto economico e sociale da vera Guappetella (questo è il suo soprannome), diventerà una signora rispettata, amante di un senatore. Gli altri racconti mi hanno colpito meno positivamente. Erano più dolenti e più vaghi. Imperfetti e senza nervo, quasi dei bozzetti. Nei primi due racconti, la Parrella adopera anche una sottile dose di umorismo, dosato con tempi narrativi molto appropriati. Catturati da questi due racconti ci si aspetta un crescendo, invece tutto scivola nella rappresentazione (con gli altri racconti) di un mondo piccolo-borghese molto standardizzato con personaggi prevedibili e che non si esprimono con schiettezza. La scrittura è curata, ma non è sempre bella.
Ora non so se ho voglia di leggere l'altro libro, "Per grazia ricevuta".
martedì, 20 settembre 2005
Non riesco a immaginare come un artista serio possa mai essere soddisfatto del proprio lavoro.
Ezra Pound
martedì, 20 settembre 2005
L'arte disprezza
Chi l'accarezza.
Mino Maccari
martedì, 20 settembre 2005
Attenzione, il consumatore di massa può davvero divorare l'arte.
Stanislaw Jerzy Lec
martedì, 20 settembre 2005
Non sono crollato dal sonno sul divano, come mi capita sempre più spesso. E' che neanche i film (molti, troppi film) riescono ad appassionarmi, o almeno a tenermi sveglio. Però sono riusciuto a vedere fino alla fine "I diari della motocicletta". Sì, lo so, voi guevaristi della prima e della tarda ora l'avete visto al cinema, avete comprato il dvd e siete andati a sentire Alberto Granado (pure io, ma perché mi ci mandarono). Io il film l'ho visto su Sky, tranquillo tranquillo, sentendo solo la mancanza di un buon bicchiere di rhum o almeno un mojito (rimpiangendo quelli della Bodeguita del Medio, un ricordo che è diventato maggiorenne). Mi è anche piaciuto il film, per tutto il suo spirito giovanilistico, ingenuo, così falso da sembrare vero, anche tenero (ho sorriso guardando la nuotata notturna verso l'isola dei lebbrosi: quanto Propp c'era dentro). Un'educazione sentimentale, più che politica. Anch'io ho il poster di Guevara appeso alla parete (pur'esso maggiorenne, mi costò solo mezzo dollaro all'Avana).
La sequenza finale del film, con le immagini in bianco e nero dei poveri, dei vinti, degli umili, che Alberto ed Ernesto, hanno incontrato nel loro viaggio, ha fatto il suo effetto. La guardavo e provavo a ricordare le parole di un altro finale, quello di "Furore" di John Ford, le parole della madre di Tom Joad (Jane Darwell), che racchiudono tutta la sua filosofia, roosveltiana quanto volete, ma semplice, vera e positiva. Non le ho ricordate e sono andato a cercarle: "Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti". E poi ho ricordato una risposta di Bruce Springsteen in un'intervista del mese di agosto, che avevo messo da parte. Springsteen ha cantato il fantasma di Tom Joad, lo sapete. Dice: "Credo che la gente viene ai concerti per la stessa ragione per cui ci andavo io quando ero giovane, o per lo stesso motivo per cui le persone leggono un libro o vedono uno spettacolo: vogliono provare emozioni, vedersi cambiati, trasformati. Vogliono sentire qualcosa, sentire che appartengono a qualcosa. Vogliono sentirsi uniti alla gente che hanno intorno e vogliono capire le loro emozioni e il loro io interiore in un modo chiaro. L'artista ha la possibilità di fare questo ogni sera. Sono questi gli obiettivi che mi propongo quando salgo sul palcoscenico e non penso a nient'altro". Non possaimo non dirci springstiniani.
Ascoltavo: "Gioco di bimba" (Le Orme), "Private Investigation" (Dire Straits), "Ai Du" (Ry Cooder & Ali Farka Touré), "A Tousand Years" (Mariza & Sting), "Keep Mediocrity At Bay" (Van Morrison) e "Helpless" (Neil Young).
lunedì, 19 settembre 2005
Pioggia, un po' di sole. Fino in Molise. Il vairo è una specie di predatore di fiume, a metà tra lupo e faina, ha detto il cameriere tra una portata e l'altra. Un animale del Volturno. O è un animale immaginario? Il valiere era, nella mia infanzia, il ghiro. Qualcuno lo mangiava. Io, invece, oggi ho mangiato carne di bufalo (alla tartara e al forno). Poi fino a Presenzano, verso Cassino, per comprare mozzarella divina. Alla faccia di chi la mangia confezionata. C'è qualche vantaggio a vivere in questo paradiso abitato da diavoli. Era De Bouchard (nel Seicento) a usare questa definizione, per primo. O era qualche altro anonimo viaggiatore? Vairo, lonza. Animali. Masked ball, born to run. Altrove, Henri Michaux, tra la Gran Garabagna e Poddema, nelle terre invisibili, dove sorgono le città invisibili. Quando parlava, Italo Calvino sembrava quasi afasico. Era buffo. Almeno a vederlo in tv, di notte. Aldebaran, andare, andare, andare andare lontano, sempre. Dal niente si partì verso il niente. Dove sei? Se ci sei.
San Gennaro ha fatto il miracolo. Io ho brindato con pallagrello nero. Anche evitare la superstizione è una superstizione.
lunedì, 19 settembre 2005
Cogliere con uno sguardo un'immagine del mondo è arte. Ma quante cose entrano in un occhio.
Karl Kraus
lunedì, 19 settembre 2005
Il mezzo migliore per sfuggire al mondo è l'arte; il mezzo più sicuro per entrare in contatto col mondo è l'arte.
Johann Wolfgang Goethe
lunedì, 19 settembre 2005
Accessibile al "volere artistico " non è soltanto la forma tout court, ma l'opera singola, totalmente plasmata.
Walter Benjamin
domenica, 18 settembre 2005
Dagli appunti dell'agosto 2003.
"Siamo stati in Montenegro. Una lunga gita. Le Bocche del Cattaro e Budva. Abbiamo fatto il bagno in una spiaggia di ciottoli, dove c’era la foce di un torrente e pure un bar. Ho scoperto che la moneta corrente nel Montenegro è l’euro. Solo la Serbia usa il dinaro. Intorno alle 13 abbiamo proseguito lungo la baia fino a Perast, dove c’è una bella chiesa intitolata a san Nicola. Di fronte ci sono due isolotti: su uno c’è una chiesa dedicata alla Madonna dello Scarpello. Una ragazza, parente della custode alla chiesa di San Nicola (secentesca e veneziana), ci ha detto che per trovare spiagge di sabbia dovevamo andare a Budva. Abbiamo proseguito lungo la baia, poi abbiamo fatto un lungo e brutto tunnel e siamo spuntati nei pressi di un aeroporto. Quindi verso Budva. È una Rimini pezzottata. C’era un McDonald’s, negozietti, gente che faceva tatuaggi o vendeva collanine. Bancarelle varie. Uno scivolo acquatico. Molti bar attrezzati anche per le cubiste. Ho comparto due t-shirt con gli stemmi del Montenegro (bianca) e dei cetnici nazionalisti serbi (blu, il venditore mi ha detto che era il simbolo della Jugoslavia). Ne ho visto anche con la foto di Mladic (il criminale di guerra) e di Draza Mihajlovic, il leader cetnico nazionalista che durante la seconda guerra mondiale fu combattuto da Tito. Il venditore di t-shirt era molto fiero di loro due. A Budva ci sono molti negozi di dischi pezzottati. Perfetti, venduti ad appena 2,5 euro. Ho ricomprato "The rising" di Bruce Springsteen, con tutt’altra copertina. Pezzottatissimo. A Budva è tutto pezzottato. Del resto il presidente montenegrino è accusato dai magistrati italiani di essere coinvolto nel contrabbando di sigarette. Prima di arrivare alle Bocche di Cattaro abbiamo attraversato il litorale di due città: Igalo e un’altra di cui non ricordo il nome. Erano affollatissimi. Litorale, poi, è una parola grossa. In pratica la spiaggia non c’era: i bagnanti erano stesi su una striscia di cemento, al di là di muretto che la divideva dalla stretta strada dove passavano le auto. C’erano i soliti moli, con qualche barca ormeggiata e la gente stesa a prendere il sole. Un carnaio che mi ha fatto perdere la pazienza, perché avevo difficoltà a passare con la Ford. Dopo Perast c’era un paese (Kotor) con una fortezza e una cinta muraria che somigliava a quella di Ston".
Ripeto la stessa operazione che ho fatto per Mostar. Riporto gli appunti con qualche breve commento, due anni dopo. In questo caso c'è poco da aggiungere. L'impressione era già chiara e forte allora. Solo che, dopo qualche settimana sono stato a Rimini e mi è sembrata una Budva pezzottata. Poi scoprii, vedendo delle foto, che Budva aveva un centro antico, pittoresco come gli altri. Ma io non l'avevo proprio visto. Cercavamo spiagge, trovammo tarocchi. Ma fu istruttivo. La t-shirt blu, quella con lo stemma serbo, la metto spesso. Quella del Montenegro non l'ho mai indossata, neanche per andare in palestra. Però nelle Bocche del Cattaro ci ritornerei. Perast, quel giorno e a quell'ora mi diede l'impressione di una grande pace. Prima di arrivare a Perast, facemmo il bagno in una spiaggia piccola con un bar e tanti montenegrini sotto gli ombrelloni che ci guardavano come marziani. Che ci fanno qui? Sembrava che si chiedessero questo. Già che ci facevamo? Il posto, a ripensarci, era quasi un cesso, con l'acqua molto al di sotto degli standard minimi ai quali ci hanno abituati i nostri irregolari viaggi balcanici. Eramo troppo stanchi: un posto valeva l'altro.
Ascolto in sottofondo, molto sottofondo per non disturbare chi dorme ancora: "Moiazeis kay sy san thalassa" (Eleftheria Arvanitaki), "Imagine" (Neil Young), "Can't take my eyes off of you" (101 Strings Orchestra: ho circa 80 versioni di questa canzone, iTunes le fa girare in continuazione) e "Fuck it" (Eamon).
domenica, 18 settembre 2005
In arte le buone intenzioni non hanno il minimo valore. Tutta la cattiva arte è il prodotto di buone intenzioni.
Oscar Wilde
domenica, 18 settembre 2005
La buona scultura non si crea in un periodo di decadenza. Si può creare letteratura, anche pittura, ma in un periodo di decadenza gli uomini non tagliano la pietra.
Ezra Pound
domenica, 18 settembre 2005
Non comprare quadri astratti: fatteli da te.
Mino Maccari
sabato, 17 settembre 2005
Di Cechov avevo letto, tantissimi anni fa, il reportage sull'isola di Sachalin. Mi era piaciuto, non in modo straordinario, ma era bello. Poi qualche mese fa avevo comprato e letto, incazzandomi, un libretto compilativo, con brani del reportage, spacciato per una sorta di manuale di scrittura (troverete il post in questo blog). Poi, leggendo "Il mio orecchio sul suo cuore" di Kureishi, ho trovato citato ed esaltato Cechov in continuazione. E così mi sono deciso a mettere mano a qualcuno dei suoi libri che da anni giacciono a prendere polvere negli scaffali dello studio. Li ho messi tutti sul comodino, con buona volontà, e ho attaccato con quello che aveva un appeal maggiore, fidandomi delle quarte di copertina. Così ho cominciato "Il monaco nero e altri racconti". E ora l'ho finito, impiegando molto tempo, anche perché ho intermezzato l'impresa con altre faccende e altre letture. Non perché Cechov non mi piacesse, ma non ne ero entusiasta come sembrava Kureishi. Le mie sono impressioni di lettore, vorace ma superficiale. Quindi, dico quello che capisco, il resto ciccia.
I racconti sono di diseguale lunghezza (alcuni, come il primo che mi è piaciuto più degli altri - "Racconto di un uomo in incognito" - sono lunghi una settantina di pagine, altri non arrivano a dieci). Confesso di non aver mai sopportato i russi, soprattutto Dostoevskij. E' un grande, ma è anche grosso. Non si possono leggere 200 pagine prima che accada qualcosa di significativo. Almeno in questo Cechov è più rapido (trattandosi, poi, di racconti). Non voglio entrare nei meandri della letteratura comparata o della contestualizzazione degli autori. Parlo da lettore (vorace e superficiale, ho detto) che conversa con altri lettori. Non da critico letterario (che non sono). Cechov l'ho sempre considerato un autore di teatro. I racconti hanno bei dialoghi e una capacità di caratterizzare anche i personaggi minori in poche righe. Proprio questa felicità narrativa però mi dava un inspiegabile fastidio. Poi ho capito e mi sono detto: in realtà non me ne frega un cazzo di personaggi minori in un racconto. Mi è sembrato, ora un secolo e mezzo dopo (quasi), come un segno dei suoi tempi e un suo esercizio di bravura, un virtuosismo. Magari i cechoviani sanno e diranno altro, ma a me ha provocato questa reazione. Poi mi ha incupito tutto quel mondo miserevole, povero e di gente che non sa che farsene della vita (ricchi o poveri, fa lo stesso). Alcuni personaggi sono indimenticabili. Basta solo questo a fare grande un autore. A parte il protagonista del "Racconto di un uomo incognito" (non ricordo il nome: anzi i nomi dei personaggi russi mi stanno sulle palle, non sopporto i patronimici e i diminutivi), è felice la descrizione della psicologia della industriale zitella di "Il regno delle babe" e quella dell'avaro fabbricatore di bare di "Il violino di Rotschild". Ma, comunque, se devo leggere letteratura ottocentesca preferisco i francesi.
In sottofondo: "Onda Callejera" (Ry Cooder), "Can't take my eyes off of you" (Gloria Gaynor), "Uomo bastardo" (Marcella Bella: è una magnifica canzone, e poi lei è una sfrontata e tenera pruvasòna di destra, ah quel coniglio dal muso nero e quella scritta sul suo culo, quando ha cantato all'Ariston), "Sui tuoi nei" (Negramaro), "Yemen Cutta Connection" (Black Star Liner: se non la conoscete, scaricatela appena potete) e "Sanacore" (Almamegretta).
sabato, 17 settembre 2005
L'arte non esige dagli artisti talento, ma opere.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 17 settembre 2005
Il moralista deve rinascere ogni volta. L'artista, una volta per tutte.
Karl Kraus
sabato, 17 settembre 2005
Un artista decente è destinato ad essere infelice nella vita. Ogni volta che ha fame e apre il suo sacco, ci trova dentro solo perle!
Hermann Hesse
venerdì, 16 settembre 2005
L'arte consiste nel fare e non nel dire, e tuttavia si continua e si continuerà sempre più a dire che a fare.
Johann Wolfgang Goethe
venerdì, 16 settembre 2005
L'arte è un investimento di capitali, la cultura un alibi.
Ennio Flaiano
venerdì, 16 settembre 2005
Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l'"hic et nunc" dell'opera d'arte - la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova.
Walter Benjamin
venerdì, 16 settembre 2005
Virata di 180 gradi. Passiamo a un tema più etereo, sebbene molto visibile.
venerdì, 16 settembre 2005
È strano come se anche si conoscono i minimi dettagli di un corpo, mai e poi mai si possieda il segreto di chi lo abita.
Simona Vinci
venerdì, 16 settembre 2005
Se vi è qualcosa che fa esistere l'anima, questo non è altro che il suo corpo. Tutto ciò che esiste è un corpo, del suo proprio genere particolare; niente è privo di corpo, se non ciò che non esiste.
Tertulliano
giovedì, 15 settembre 2005
Mi sentivo più giovane, più leggero, più felice nel corpo; provavo dentro di me un'inebriante sensazione di indifferenza e mentre una corrente di immagini sensuali si agitava nella mia fantasia come la rapida di un mulino, sentivo sciogliersi ogni costrizione e nell'anima una libertà sconosciuta seppur non innocente.
Robert Louis Stevenson
giovedì, 15 settembre 2005
E come di notte ci si avvicina ad una città animata intorno alla quale non c'è nulla, come ci si ritrova, per volontà di un colpo di dadi in una delle stazioni perdenti del giuoco dimenticato, come una combinazione di cifre scelte a caso apre la tal porta blindata, così ero entrato nella mia forma senza aver avuto modo di prevedere ciò che mi aspettava.
Philippe Sollers
mercoledì, 14 settembre 2005
Il quarto anniversario dell'attacco a Manhattan, come immaginavo e temevo, ha scatenato i rituali post e commenti sull'America, gli americani, la guerra in Iraq e tutto il resto. Sono argomenti interessanti, ma attorno ai quali io trovo che ci sia molto chiacchiericcio e troppa prevenzione. Proverò a scrivere quello che penso. Lo farò per punti, ma senza un ordine prestabilito. Temo che sarà un post lungo, perciò procuratevi un bel tazzone di caffé americano (ehm), uno di quelli che ti danno nel famigerato Starbucks, che ora trattano peggio di McDonald's (che a me pure piace: stasera quasi quasi ci vado). Sì, perché le caffetterie della Starbucks (globalizzate e globalizzanti quanto volete voi) sono belle: ti siedi in un ambiente pulito e tranquillo, con gente che lavora al suo portatile, in manica di camicia e cravatte da yuppie, di sottofondo ti mettono canzoni di Neil Young, Bob Dylan, Eagles e forse pure Tom Waits (in Italia i bar se hanno la musica mettono solo la Pausini, D'Alessio e Antonacci, se ti va bene Ligabue). E, seduto al tuo tavolino color legno, speri che, da un momento all'altro, entrino Michael Douglas, Tom Hanks, Nicole Kidman o qualcuna di quelle arrapatone di "Sex and the City". Se siete antiamericani radicali appoggiate sul vostro desk un bel frappé-café greco: fa lo stesso, non mi offendo. Divago, divago, ma fa parte del gioco e forse anche del ragionamento. Non lo so, lo scoprirò con voi. Andiamo.
1. I complottisti. Già nelle ore immediatamente successive all'attacco al Wtc si disse che era tutta una messinscena. Si disse che era stato il Mossad israeliano, perché quel giorno nelle Torri c'erano pochi ebrei e, sicuramente, qualcuno li aveva avvertiti di quello che stava succedendo. Roba da Clive Cussler, di gente che vede il mondo attraverso gli albi di "Segretissimo" (li stampano ancora?). Si disse e s'è detto di tutto. Ma una cosa è certa, quel casino l'ha fatto gente di al Queda, tanto che poco dopo l'hanno rivendicato. E negli anni hanno replicato, a Bali, a Madrid e a Londra. Poi film come quelli di Moore, che non fa che ripetere quanto si dice da anni e che non nega che a fare l'attentato siano stati i fanatici islamici, ha creato qualche altro fraintendimento (involontario, perché lui è chiaro) da parte di chi legge superficialmente avvenimenti e film, notizie e fiction. Moore dice che tra la famiglia Bush e i sauditi c'erano forti legami economici, roda da petrolieri. Roba schifosa, ma che non c'entra nulla con gli attentati, ma piuttosto riguarda il dopo-attentati, riguarda come è stata gestita l'emergenza (vedi l'espatrio facile di sauditi che erano negli Stati Uniti nei giorni successivi all'11 settembre) e poi sulla reazione violenta di una parte dell'America, e infine sulla paura, tema già brillantemente sviluppato da Moore in "Bowling a Colombine". A voler essere più chiari, il legame tra sauditi e Bush è qualcosa che sta sulle palle a Osama bin Laden, il quale ha tra i suoi obiettivi proprio il crollo della dinastia saudita, custode dei luoghi santi dell'Islam e, secondo lui, troppo prona agli interessi degli infedeli. Da questo punto di vista, per Bin Laden l'attacco al Wtc è stato come prendere due piccioni con una fava. Quindi quei legami rendono ancora più plausibile la natura fondamentalista dell'attacco. Poi si sa che il terrorismo gioca a creare polveroni e terrore (sono terroristi per questo, lo dice la parola stessa), dove tutto diventa oscuro e inquinato. Leggete Orwell e i libri sul terrore stalinista degli anni Trenta per capire come funziona la disinformazione e la calunnia. Alla fine nessuno crede più a nulla e i fanatici, che hanno lavorato bene, prendono il potere. Quindi non facciamo la figura dei gonzi, piuttosto leggiamo (o rileggiamo) "Il pendolo di Foucault" di Umberto Eco e non quella puttanata del "Codice da Vinci" di Dan Brown.
2. Bush. Non sopporto l'equazione Bush uguale America. Sarebbe come dire Berlusconi uguale Italia. La maggioranza degli italiani (una maggiornza vera, non quella minoritaria degli elettori e votanti americani) Berlusconi l'ha votato e l'ha eletto per ben due volte. Se qualche straniero prova a dire che sono come Berlusconi, solo perché è il presidente del Consiglio del paese dove sono nato e vivo, lo prendo a calci in bocca. Allora perché incolpare tutti gli americani per quella minoranza che vota ed elegge Bush? E' americano Bruce Springsteen come è americano Philip Roth e l'elenco sarebbe lunghissimo. La democrazia, questa cosa un po' sporca (ma non abbiamo saputo trovare di meglio in cinquemila anni di storia), produce anche questo. Non si possono condannare 'mparanza gli americani. Gli Stati Uniti sono un grande paese. Sono una potenza imperiale, come duemila anni fa lo erano i romani. Impongono la loro legge. Però i romani conquistarono la Grecia, ma furono conquistati dai vinti, dalla loro cultura. Noi europei invece non facciamo che lamentarci, propendiamo verso un protezionismo del cazzo. E tacciamo di ignoranza un intero popolo. Diciamo che le loro scuole producono asini. E le nostre? Da Scampia o dall'Umberto non mi pare che escano tanti Einstein. Non c'è paese che come l'America investe nella ricerca. Lo fanno i privati. E allora? Meglio. Da noi non lo fa neanche lo Stato. In America a una come la Moratti non affiderebbero neppure un asilo, noi l'abbiamo fatta ministro. Chi è migliore? E non mi pare che ci sia una fuga di cervelli dall'America all'Italia. Piuttosto avviene il contrario. Poi ci sono tragedie come quella di New Orleans che mostrano la fragilità di un paese apparentemente ricco, ma che ha molti poveri, molti razzisti. Embé? Qui da noi siamo tutti ricchi e schifiamo il razzismo, vero? In Irpinia, con la ricostruzione dopo il terremoto di 25 anni fa, è successo quel poco che tutti conosciamo. All'università di Napoli, quando l'ho frequentata io, si mangiava pane e storicismo. Sono vaccinato. Non giudico il mondo secondo le ideologie, ma secondo i fatti e il confronto di idee. Poche categorie e pochi "ismi".
3. La guerra in Iraq. E' una porcata. Una vendetta insensata e un atto di violazione del diritto internazionale. Niente armi di distruzione di massa e più morti che in Vietnam. Saddam andava cacciato nel 1991. In Iraq ci sono stato in tempi non sospetti ed era un paese di merda. Non c'era fame, nonostante l'embargo. Ma il clima era di paura totale. Non si poteva neanche pronunciarlo il nome di Saddam. L'hanno tolto di mezzo troppo tardi. Gli hanno consentito di arricchirsi come un califfo e di instaurare un suo medioevo. Ora la sinistra, certa sinistra perché anch'io sono di sinistra, sinistra-sinistra, fa il tifo per la presunta resistenza irachena che non è altro che una chietta di assassini. Mi ricorda l'infatuazione del 1979 che l'estrema sinistra ebbe per l'ayatollah Khomeini. Se ne fece un santino. Che stronzi che si era. Poi s'è visto chi fosse quel vecchio rincoglionito: chador e fatwa e l'Iran ancora si deve riprendere. E i talebani? Lasciamo perdere. L'unica cosa che bisogna fare è andarsene subito dall'Iraq, soprattutto noi italiani che non c'entriamo un cazzo con questa follia. Ma ho paura che sia troppo tardi.
4. L'Islam e gli arabi. Continuamo a confondere Islam e arabi. L'Islam è una religione. Gli arabi sono un popolo diviso in tanti stati nazionali. E' come se mi definissero cattolico solo perché sono italiano. L'Islam è una religione più invasiva nella vita sociale del cristianesimo, ma spesso è solo l'espressione di un formalismo esteriore che una vera e propria fede radicale e totale. La maggioranza della gente nei paesi arabi pensa a mettere insieme il pranzo con la cena, pensa a lavorare e a crescere i figli e magari a guadagnarsi un po' di benessere, con o senza l'aiuto di Allah. Vogliono i nostri beni di consumo, invece vedono che ad arricchirsi sono solo gli sciecchi del petrolio. Anche tra gli arabi ci sono sfruttati e sfruttatori. Prima dell'invasione irachena, il Kuwait era un paese che sfruttava gli immigrati palestinesi come bestie (leggete Kanafani, per esempio, per farvi un'idea). I ricchi sauditi hanno camerieri filippini e bengalesi che picchiano a morte. Le loro puttane le fanno arrivare dall'Oriente. Insomma, anche lì esiste una struttura sociale complessa che noi, dal nostro osservatorio, vediamo tutto omogeneizzata. Invece è un casino. Nei paesi arabi chi appoggia al Queda è una piccola minoranza. Esiste però un diffuso senso di rivalsa contro l'Occiente ricco, una voglia di rinascita, dopo il lungo e ingiusto periodo di colonizzazioni e protettorati. Ma che siano popoli in rivolta permanente è una distorsione ottica. In questo i media hanno le loro colpe. Quando abbatterono le Twin Towers fecero vedere dei palestinesi che esultavano. Sarà stata una trentina di persone. E subito si disse che tutta la Palestina e il mondo arabo era in festa. Trenta persone non rappresentano un miliardo di islamici. Era una messinscena, probabilmente pagata dal giornalista. Del resto la tv (soprattutto) non rappresenta la realtà, ma la falsifica, anche involontariamente. Avete mai saputo quanti erano i morti reali dello tsunami di Natale? Molti, molti meno di trecentomila. C'è chi dice solo poche migliaia. Le tv vanno intervistando sempre chi protesta, chi inneggia, gli altri non fanno notizia, ma sono la maggioranza. E' una maggioranza cancellata. Chi ricorda le fosse di Timisoara in Romania che fecero crollare quel dittatore crudele e da pochade che era Ceaucescu? Erano un falso. Scavarono le tombe di gente morta per cazzi loro. E l'abbattimento della statua di Saddam quando gli americani occuparono Bagdad? Un'azione pagata dalle tv. E di esempi se ne possono fare a dozzine. E' chiaro che questo contribuisce a falsificare tutto, a creare un polverone in cui i complottisti della domenica si muovono come pesci nell'acqua sporca.
5. La globalizzazione. Identificare globalizzazione con americanizzazione è un'altra equazione diffusa. Poi vai a vedere e scopri che chi globalizza dal basso e voracemente sono il made-in-China e la potente tecnologia giapponese. Aveva ragione l'Hegel della "Fenomenologia dello spirito": il potere e la civiltà vanno da Oriente a Occidente, ma siccome la Terra è tonda ritornano in Oriente. Ora, il ciclo si è compiuto. La globalizzazione, come il meticciato, è inevitabile, potremmo dire che è il fine ultimo del mondo. Bisogna viverla senza false coscienze, imparando a farci i conti. Si può immaginare di contaminarla con il locale, giocando con il neologismo, più di facciata che di sostanza, del "glocal". Ma il risultato è che il mondo gira e non puoi fermarlo, puoi iniettare nelle sue vene delle sostanze positive. Devi cavalcare la tigre, dicono i saggi orientali, altrimenti la tigre ti sbrana. La vita non è un museo dove si conserva tutto. La vita individuale e collettiva è fatta di distruzione e costruzione, di oblio e di progetti. Bisogna imparare a buttare. Leggeri, leggeri. Non facciamo gli antiquari. La Storia, insegnava Nietzsche, può essere utile, ma è anche dannosa, soprattutto quando si lascia che i morti seppelliscano i vivi. Molte cose del nostro presente sono destinate a scomparire, come sono scomparse tante civiltà. E' la vita. Per tornare a Hegel e prendendo parzialmente le distanze, si può affermare che non è sempre detto che il reale sia razionale. E intrecciando Hegel con quel bistrattato di Pascal si può aggiungere che la ragione non è tutto, perché ci sono ragioni che la ragione non conosce, quelle del cuore. Quindi dire che il mondo va così può essere letto come una forma di rassegnazione, di fatalismo. Non è così. La complessità del mondo stabilisce leggi che qualche volta possono piacerci, perché coincidono con i nostri desideri. Altre volte questa complessità ci sembra una prigione perché crea regole che aborriamo. Allora bisogna darsi da fare. Si può perdere o si può vincere. Ma bisogna provarci. In ogni caso è pur vero che non bisogna pensare che viviamo nella notte in cui tutte le vacche sono nere. La globalizzazione non è l'appiattimento su McDonald's. Lo è per i deboli di mente e i deboli di sentimenti. La globalizzazione non è l'America, ma siamo anche noi, che tra qualche migliaio di anni avremo finalmente discendenti di un'unica razza, quella umana come scriveva sul suo passaporto Einstein, i nostri discendenti con gli occhi a mandorla azzurri, la pelle bruna, i capelli biondi, ma con un dna da far paura.
Bah, ho detto troppo e non ho detto un cazzo. E poi accanto a me avevo solo un caffè espresso, napoletano, finito da tempo.
Sottofondo globalizzato, ma non omogeneizzato: "Sukkar, sukkar, sukkar" (Ali Hassan Kuban), "Mio fratello è figlio unico" (Rino Gaetano), "My One and Only Love" (Chet Baker), "Matamoros Banks" (Bruce Springsteen), "Via del Conservatorio" (Massimo Ranieri), "A Tulawin" (Idir), "Can't take my eyes off of you" (Carle Wooley), "Karmacoma - The Napoli trip" (Massive Attack e Rais), "Lover man" (Billie Holiday), "A child is born" (Angelique Kidjo), "Adwa" (Gigi), "Luci a San Siro" (Roberto Vecchioni), "Sway" (Michael Bublé) e "Sex & drugs & rock & roll" (Ian Dury).
mercoledì, 14 settembre 2005
Le quattro meno un quarto della notte,
il sonno se n'è andato all'improvviso,
si ferma il borbottio delle guanciotte
l'ombra è severa ma addolcisce il viso.
Cosa non farà più, cosa farà di nuovo,
cosa farà di meno,
seduta in mezzo al letto lei promette
cosa non farà più.
Cosa farà di nuovo, cosa farà di meno,
con un leggero margine d'incerto,
con la sincerità di tutto il cuore
leggero, pesante, volubile. Crede le dolcezze
sono come
le amarezze:
pesi falsi senza pietà.
È una misericordia, un'operetta pia
considerare adesso con che garbo
ha piegato, ripiegato e messo via
il maglioncino su un bracciolo, un gambo.
Cosa che rifarà, che rifarà di nuovo,
non sa se più, se meno,
seduta in mezzo al letto nel rispetto
timido che ha di sé.
E le dolcezze sono,
son come le amarezze
con un cordiale ed umile sospiro
si sente sangue del suo stesso sangue
e corpo del suo corpo in un bel giro
d'edera intorno a sé,
con strette blande,
non si resiste più
e non è più questione tra il giulivo e il triste.
Seduta in mezzo al letto lei promette:
cosa non farà più,
cosa farà di nuovo, cosa farà di meno,
con un prudente margine d'incerto.
Le tre e quarantacinque della notte,
il sonno se n'è andato all'improvviso,
le dolcezze sono come le amarezze:
strette blande senza pietà.
Nella notte, sonno sperso,
ombra austera, caro il viso,
con che garbo,
con che umile sospiro:
cosa non farà più,
cosa farà di nuovo,
cosa farà di meno.
Il sublime Panella (complice Battisti) ha avuto parole per tutto. Io sono qui che aspetto il sonno. Di nuovo. Cercherò la compagnia di Erodoto.
mercoledì, 14 settembre 2005
Il nostro proprio corpo... è straniero a noi stessi quanto gli ammassi stellari o i fondi vulcanici. Nessun dialogo possibile. Nessun alfabeto comune. Non possiamo calarci nella sua fabbrica tenebrosa. E in certe fasi cruciali, esso ci lega a sé nello stesso rapporto che lega un forzato alla ruota del suo supplizio.
Elsa Morante
mercoledì, 14 settembre 2005
Non bisogna disprezzare coloro che non conoscono tutto il piacere che si può ricavare dal proprio corpo e dal corpo di un altro, ma non si deve neppure invidiarli. Passano accanto alla vita.
Michel Jouhandeau
martedì, 13 settembre 2005
Lo spirito si porta dietro il corpo come uno scomodo vestito che da tutte le parti è troppo largo, troppo lungo e mal tagliato.
E.T. A. Hoffmann
martedì, 13 settembre 2005
Ricordate che la terra ama sentire i vostri piedi nudi, e il vento ama scherzare ansioso con la vostra chioma.
Gibran K. Gibran
lunedì, 12 settembre 2005
Copiato dagli appunti del 1 agosto 2003.
"Tombe musulmane nella città, dove c’erano i parchi. Palazzi distrutti. Il ponte in ricostruzione. Soldati italiani in una gelateria italiana. Moschee. Tanti minareti, ma il campanile cattolico svetta più di tutti. E su una montagna, quella da dove i croati cattolici bombardavano la città, c’è una grande croce. Architettura socialista in periferia. Pure lì c’è il segno della guerra. Palazzi cadenti con bar moderni al pianterreno. Ragazzi fanno i tuffi nel fiume per cinque euro. Si paga in tre monete diverse: euro, kuna croata e marco bosniaco (che vale mezzo euro). Nella gelateria si sono ragazze italiane, al collo hanno la croce tao (faranno parte di qualche missione umanitaria). Le tombe musulmane (ci spiega un uomo che acchiappa i turisti nei pressi di una moschea che stanno ricostruendo: è il custode?) hanno due lapidi: una per la testa, l’altra per i piedi. Le lapidi dei maschi, in cima alla stele hanno un turbante stilizzato. Ci sono anche tombe più moderne con forme strane. Ho visto t-shirt molto rozze, turistiche old style. Due erano divertenti ma immettibili: una aveva la faccia grande di Tito sulla schiena e una piccola sul petto; l’altra aveva la scritta: "I am Muslim, don’t panic". Abbiamo mangiato in una pizzeria che si affaccia sul cantiere del ponte (la ricostruzione è finanziata dalla Turchia). La pizzeria si chiama Bella Vista. Sì, bella vista sul cantiere. Abbiamo mangiato una pizza, con grande coraggio. Alla gelateria abbiamo preso granite e (solo io) gelati. E due caffè espresso per I. e per me. I cimiteri in città (pressoché musulmani) sono impressionanti, come i palazzi bombardati o solo scheggiati. La guerra e la barbarie che irrompono nel tranquillo mondo moderno fatto di supermarket, turisti, auto in sosta, antenne paraboliche".
Due anni dopo, resta poco altro attaccato, come uno sputo, alla memoria. Forse la voce del presunto custode della mosche in ricostruzione. Non la voce vera, ma l'imitiazione dell'acuto Paolo, che sembra che non sente, ma capisce tutto. I musulmuuaaani, così faceva Paolo già dal giorno dopo, evidentemente colpito come in un sogno in cui tv, storia e vita diventano tutt'uno e soppiantano i cartoni, la bellezza dei cartoni. Un tormentone: i musulmuuaani.
E poi, e poi, e poi: la strada lungo il fiume la Neretva. Mostar: quando abbatterono il ponte, il famoso ponte, i mosterini (o mosteresi? o mostariani?) proclamarono: lo costruiremo più bello e più antico di prima. L'hanno finito da tempo. Per me Mostar era la città di Matvejevic, e il ponte non era quello sulla Drina di Andric, ma forse gli somigliava.
Poco e niente, quello che vedemmo. Un misto di architettura socialista e cooperativista, bombarbata, e di Islam. Mostar-mostarda. Ognuno spalmava le sue bombe. I più cattivi, diceva il presunto custode musulmano, che aveva sposato un cattolica, erano i serbi ortodossi. Mostar. Most significa ponte. Visitammo alcune moschee. Poca roba. Poco. Un giorno era poco ed era troppo. Tombe, lapidi, lapidi. Cercammo di sentire il muezzin alle cinque, ma non ci riuscimmo. Sulla strada del ritorno comprammo un'anguria. Mostar.
Ho ascoltato: "Say What you Will" (Eric Clapton), "Io mi fermo qui" (Ornella Vanoni), "C'era un ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones" (Gianni Morandi), "Splendid Isolation" (Pete Yorn), "Scende la pioggia" (ancora Gianni Morandi) e "Sacrifice" (Elton John: datemi l'insulina, please).
lunedì, 12 settembre 2005
E' il viso infatti la persona; il corpo non ha nome, e un volto celato non è niente.
Theophile Gautier
lunedì, 12 settembre 2005
I testicoli sono più importanti anche del cuore.
Galeno
domenica, 11 settembre 2005
Alcuni temono di risuscitare nudi, perciò desiderano risuscitare nella carne. Costoro non sanno che proprio quanti portano la "carne" sono nudi; mentre quelli che "si apprestano" a spogliarsi non sono nudi. "La carne e il sangue non possono ereditare il Regno di Dio".
Dal Vangelo di Filippo
domenica, 11 settembre 2005
Ma nessuno sa leggere il corpo; i meno ciechi tra noi scoprono solo che sulle sue pareti, che metri di fango hanno per tanto tempo celato, è tracciata una lingua sconosciuta.
Tony Duvert
sabato, 10 settembre 2005
Oggi, dopo la palestra, la mia giornata è tutta dedicata al mio amico Tbj. Più tardi sarò a Pompei ad ascoltarlo. Dopo il pranzo, in un esclusivo circolo del Borgo Marinari, abbiamo fatto una lunga passeggiata per Toledo, in tre: io, lui e I. Come due ragazzi e una ragazza, guardando le vetrine, entrando nei negozi a misurare giacche e maglie in saldi. Una sfogliatella da Pintauro. Una corsa, quasi. Poi a via Chiaia abbiamo comprato due maglie di filo: io blu e lui verde. Farai una grande figura a passeggiare per la grigia Saint-Germain des Pres, gli ho detto. E lui ha riso. Gli ho anche suggerito il titolo del suo nuovo libro.
sabato, 10 settembre 2005
La vide sorgere, con quei capelli d'un nero intenso e con lo stesso pallore della cieca, da una nube confusa di nastri e di carte colorate.
Gabriel Garcìa Màrquez
sabato, 10 settembre 2005
Il pallore ci mostra fino a che punto il corpo può capire l'anima.
Emil Cioran
venerdì, 09 settembre 2005
Mi piace abitare a pochi passi da un’enoteca. Mi piace tornare a casa e fermarmi a prendere del vino. Non è solo il piacere di berne a casa, con chi si ama, come per un piacere donato da un dio greco. Quel vino rosso (perché il rosso è il mio vino) è anche un omaggio alla memoria. Alla memoria di mio padre, ai pochi ricordi che ho di mio padre e della sua breve vita di buono, sempre dalla parte del torto, della sua vita di umile manzoniano, di vinto verghiano (alla fine), di giovane aviatore mancato, di carrista nella steppa bianca di neve della Russia infinita, di contadino e di operaio precario nell'Italia del dopoguerra. Alla sua morte tragica e precoce. Tra quattro anni sarò più vecchio di lui. E' un omaggio, intimo molto intimo, non perché mio padre fosse un beone (non ci sarebbe stato niente di male, per altro: lo insegna Khayyam). Lui beveva poco, nonostante che il padre e la sorella avessero un'osteria per povera gente di paese. Lui beveva poco: a pranzo un bicchiere di vino rosso. A pranzo, quelle poche volte che pranzava a casa. I miei ricordi sono lontani e baluginanti. Be', io andavo a prendergli un bicchiere di vino all'osteria della sorella, la porta accanto nel nostro stesso cortile, 'o luoco. Era un compito al quale tenevo tanto, con l'orgoglio dei cinque-sei anni. Era uno di quei bicchieri da bancone, di quelli che non se ne trovano più da decenni, forse solo in qualche bar di corso Garibaldi o dell'Anticaglia. Tempo fa ne ho trovati sei o sette a 50 cinquanta centesimi ognuno, al mercatino delle pulci della Villa Comunale, e li ho comprati tutti. Ora li uso come una necessità irrinunciabile all'omaggio. Insomma era uno di quei bicchieri dal design semplice e resistente a tutto. Era quasi sempre pieno fino al bordo. Io ero molto attento a non far cadere neanche una goccia di vino. Lo portavo religiosamente quel bicchiere di cantina, come il calice di un chierichetto verso l'altare. Non sapevo che quello sarebbe stato uno dei pochi forti ricordi che avrei avuto di Gennaro, il ragazzo che non potè volare via, l'uomo che nelle foto in bianco e nero avrebbe lasciato impresso solo un sorriso piccolo piccolo. Io portavo il bicchiere fino a casa. E lui non diceva niente. Forse qualche volta mi ha detto di berne un sorsetto di quel vino del Massico, di quel Falerno dei poveri, per farmi abituare ai piaceri della vita. E io da allora, come per uno svezzamento omeopatico al piacere, al vino rosso non ho mai saputo rinunciare. Formidabili le sbronze (le uniche della mia vita) di diciottenne-ventenne, tra la via Campana e il west, il sesso e la rivolta. Non avevo bisogno di uccidere il padre, di disonorarlo. Lui non c'era più da molti anni. E il suo sorriso, piccolo piccolo, aleggiava nell'aria attorno a me e sapeva di vino rosso. Io non lo vedevo. Ma lui c'era.
Ascoltavo: "Campati in aria" (Lucio Battisti), "Brava gente" (Nino D'Angelo), "Io songo 'a vita" (Fratelli d'Itano: è bellissima, quasi come "La mamma morta" cantata da Maria Callas, il dio dei puristi e Jeneregretterien mi perdonino per l'accostamento), "Tubthumping" (Chumbawamba), "Heaven on Their Minds" (Carl Anderson, il Giuda che ho amato prima di leggere le tre versioni di Borges), "Muy Fifi" (Ry Cooder) e, gran finale, "Rockin in the free world" (Pearl Jam & Neil Young).
venerdì, 09 settembre 2005
Lo stronzo è precisamente l'escremento reso alla stato di fallo.
Roland Barthes
venerdì, 09 settembre 2005
Il corpo grottesco non è separato dal resto del mondo, non è chiuso, né determinato, né dato, ma supera se stesso, esce dai propri limiti. L'accento è messo su quelle parti del corpo in cui esso è aperto al mondo esterno, in cui cioè il mondo penetra nel corpo e ne sporge, oppure in cui il corpo sporge sul mondo, quindi sugli orifizi, sulle protuberanze, su tutte le manifestazioni di escrescenze: bocca spalancata, organi genitali, seno, fallo, grosso ventre, naso. Il corpo rivela la propria sostanza, come il principio di crescita e di superamento dei propri limiti, soltanto in atti come l'accoppiamento, la gravidanza, il parto, la nascita, l'agonia, il mangiare, il bere e la defecazione. E' un corpo eternamente non "dato", che genera ed è generato senza tregua; è una maglia della catena dell'evoluzione del genere umano, e, più esattamente, due maglie mostrate là dove esse si uniscono, dove entrano l'una nell'altra.
Michail Bachtin
giovedì, 08 settembre 2005
Dilemma che ha accompagnato tutta la mia giornata: che faccio, lo compro anche l'iPod Nano? Sarebbe il quarto, in famiglia.
giovedì, 08 settembre 2005
Il miraggio del corpo è ovunque grandissimo. E' il solo oggetto sul quale concentrarsi, non già come fonte di piacere, ma come oggetto di smodate attenzioni, nella continua ossessione della decadenza e della cattiva prestazione, segno e anticipazione della morte, alla quale nessuno sa più dare altro senso se non quello della sua perpetua prevenzione. Il corpo è vezzeggiato, coccolato, nella certezza totale della sua non-risurrezione.
Jean Baudrillard
giovedì, 08 settembre 2005
Il sapere, come il godimento, muore con ogni corpo.
Roland Barthes
giovedì, 08 settembre 2005
E' morto Sergio Endrigo.
"La solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore".
Che la terra gli sia lieve.
mercoledì, 07 settembre 2005
Spesso per la testa mi passano ricordi che stentano a trasformarsi in riflessioni, o spuntano abbozzi di analisi che scivolano nella confortante ruvidezza della memoria spicciola, personale, fatta di sogni ed errori. La sto prendendo da lontano. Voglio parlare di chi aveva 18 anni nel 1977. Cioè della mia generzione, o giù di lì. Ascoltavo una canzone di Venditti, una delle poche che riesco ad ascoltare, "Compagno di scuola" che parla del Sessantotto e che doveva metterci in guardia già allora sui rischi del riflusso con tutti gli annessi e connessi che ne seguirono (compresi i paninari, qualcuno li ricorda?).
La mia generazione non ha perso, ma si è persa. Rispetto al Sessantotto che, come diceva quel profeta di Pasolini, era una rivolta dei figli della borghesia contro i loro padri, il Settantasette, che Pasolini non vide, era la rivolta del proletariato giovanile, fatto di fuorisede, di borgatari, di canzoni al chiaro di luna a piazza Maggiore, di zingari felici, fricchettoni, di indiani metropolitani, di tanto rock e punk e poche bandiere rosse e contesse. Eravamo creativi e cretini tutt'assieme. Ci battevamo contro i nemici esterni (i fasci e i democristiani) e quelli interni (i tossici e i terroristi). Come è andata a finire lo sappiano, sono quasi passati trent'anni. In galera o da Muccioli. Ci siamo persi. Molti sono entrati in banca, altri nei giornali del potere, di un quarto potere ammaestrato.
Ammazzarono Moro e ammazzarono la rivolta e non il Potere e il Sim (che non è una scheda telefonica, ma il Sistema internazionale delle Multinazionali: quant'erano brutti quei documenti delle Brigate rosse). Noi continuavamo a sognare e avevamo molta paura. Bicòs tenàit bilòng telovers, bilòng te-as.
La mia generazione si è persa. Perché forse non era neanche una generazione, era gente che si sarebbe ritrovata solo a dormire sulla collina. Senza manco sapere chi fosse Lee Masters.
mercoledì, 07 settembre 2005
Premesso che di tutta 'sta bagarre sul governatore della Banca d'Italia poco mi sono interessato e poco me ne fotte, ma perché non ci togliamo dalle palle Berlusconi e ci teniamo Fazio? Se non sono cazzi di cacciare un chiattone come lui se andassero loro, 'mparanza.
mercoledì, 07 settembre 2005
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.
Dante Alighieri
mercoledì, 07 settembre 2005
Take a little trip back with father Tiresias,
Listen to the old man speak of all he has lived through.
I have crossed between the poles, for me there's no mystery.
Once a man, like the sea I raged,
Once a woman, like the hearth I gave.
There is in fact more earth than sea.
Peter Gabriel
mercoledì, 07 settembre 2005
Io vidi certo, ed ancor par ch'io 'l vegga,
un busto senza capo andar sì come
andavan li altri della trista greggia;
e 'l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna;
e quel mirava noi, e dicea: "Oh me!"
Di sé facea a se stesso lucerna
ed eran due in uno e uno in due:
com'esser può, quei sa che sì governa.
Dante Alighieri
mercoledì, 07 settembre 2005
Cambio, senza dare spiegazioni. Quasi in silenzio.
mercoledì, 07 settembre 2005
Scrivevo silenzi.
Arthur Rimbaud
mercoledì, 07 settembre 2005
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Eugenio Montale
martedì, 06 settembre 2005
Da quando Napoli ha cominciato a rivedere i turisti veri, non quelli di passaggio in rotta verso le isole o Pompei, facciamo da una dozzina d'anni, è invalso l'uso, nelle guide, nelle cartine e in tutto il ciarpame per i viaggiatori fast food, ma anche nei documenti ufficiali, negli inviti per manifestazioni pubbliche, di rinominare il Maschio Angioino con l'antico nome di Castel Nuovo, nome filologicamente ineccepibile, ma che in molti napoletani (soprattutto popolari) genera stupore. Castel Nuovo? E dov'è? Ah, il Maschio Angioino? E chiamatelo con il suo nome.
E' vero quando fu costruito, alla fine del Duecento, Castel Nuovo si chiamava così, per distinguerlo da Castel Capuano, che fu abbandonato dagli angioini perché andava stretto alla corte del regno che aveva fatto di Napoli la capitale. Ma, più o meno, dall'Ottocento, quando subì l'ennesima ristrutturazione, il castello, dove da tempo non risiedevano più re e viceré, traslocati al vicino e massiccio Palazzo Reale che affacciava su Largo di Palazzo, oggi piazza Plesbiscito, insomma dall'Ottocento è comunemente chiamato Maschio Angioino. Il termine maschio non ha nessun riferimento o allusione sessuale, è solo una italianizzazione della parola tedesca (non chiedetemi quale) che indica castello, fortezza.
Lo ammetto è una definizione corrente , storicamente recente, ma per un paio di secoli accettata e ufficiale. Un po' come è stato con via Toledo, che con l'Unità d'Italia fu rinominata via Roma, e così fu chiamata fino al 1975, quando la giunta rossa del sindaco-pittore Maurizio Valenzi volle ripristinare il vecchio e autentico nome: Toledo, dal nome del viceré spagnolo che la fece costruire. Ma i napoletani ancora continuano a chiamarla via Roma. Solo qualche popolano più verace, magari dei Quartieri, la chiama semplicemente Tuledo (nome che è resistito in tutta la canzonettistica da "Reginella" a "Palomma" a "Io, mammeta e tu"). Sia come sia, spesso a Napoli, c'è sempre un secondo nome. E quello filologico non è necessariamente il più diffuso e il più amato.
Per quanto mi riguarda preferisco di gran lunga via Toledo a via Roma. E' il vero nome, che rende la strada unica ed esotica. Di vie Roma è piena l'Italia, dalle grandi città ai borghi di campagna. Di Toledo ce n'è una sola. Per lo stesso principio di unicità preferisco il recente nome Maschio Angioino al più antico Castel Nuovo. E poi il termine Maschio, fottendomene dall'etimologia, fa molto figo. Maschio Angioino dà una sensazione di forza, rispetto al vago e vanesio Castel Nuovo.
martedì, 06 settembre 2005
Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
Ludwig Wittgenstein
martedì, 06 settembre 2005
La maggior parte di chi prende parte alle conversazioni ci obbliga a maledire la nostra stella per non averci fatto nascere nella popolazione africana di cui parla Eudosso: selvaggi senza bocca, e che perciò non l'aprivano mai. Eppure ho in mente gente che, se gli si togliesse la bocca, riuscirebbe a continuare a blaterare dal naso.
Edgar Allan Poe
lunedì, 05 settembre 2005
Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.
Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zagara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.
Ho tanta fede in te. Son quieta
come l'arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l'orzo intorno alla casa.
Antonia Pozzi
lunedì, 05 settembre 2005
Non ero amato dagli abitanti del villaggio,
tutto perché dicevo il mio pensiero,
e affrontavo quelli che mancavano verso di me,
con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
segreti affanni e rancori.
E' assai lodato l'atto del ragazzo spartano,
che si nascose il lupo sotto il mantello,
lasciandosi divorare, senza lamentarsi.
E' più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
e lottare con lui all'aperto, magari per strada,
tra polvere e ululi di dolore.
La lingua è magari un membro indisciplinato -
ma il silenzio avvelena l'anima.
Mi biasimi chi vuole - io son contento.
Edgar Lee Masters
domenica, 04 settembre 2005
Passo davanti al megastore della Feltrinelli di piazza dei Martiri almeno tre o quattro volte al giorno. Abito da quelle parti. Fino a qualche mese fa entravo in continuazione e compravo anche molto: libri da leggere che si accumulavano nei ripiani delle librerie, dvd che stanno a prendere la polvere nel salone, dischi ascoltati una volta sola e poi abbandonati nel mucchio selvaggio e incontrollato (potrebbe metterci ordine mia figlia, prima o poi). Ora mi limito a dare un'occhiata alle novità e al limite scendo giù a prendere un caffé. E' che da mesi ho la nausea dei libri. Prima era una tentazione e un feticcio, ora sono diventati uno stress (lavorativo) e una noia (non trovo qualcosa che mi piace da troppo tempo, tranne i soliti, ma non si possono leggere sempre i soliti). Quindi quando passo davanti al megastore, tre o quattro volte al giorno, accelero il passo, per sfuggire a pensieri fastidiosi. Però non riesco a non guardare le facce sempre soddisfatte di quelli che escono dalla libreria. In mano hanno la loro busta rossa, grande o piccola, leggera o pesante. Sono da soli, in coppia o a piccoli gruppi. Hanno il sorriso di chi si aspetta una nuova avventura (cartacea, sì, ma che cambia?), una nuova scoperta, una conferma per sé stessi. Io quel sorriso l'ho perso. E non so neanche se voglio ritrovarlo. Un po' li invidio. Forse sì, vorrei ritrovarli quel sorriso e quella curiosità, magari con un'inevitabile maturità e qualche sospiro in più. Madame Bovary sono io.
domenica, 04 settembre 2005
La nostra vita trascorre fra il silenzio di chi tace e il silenzio di chi non è stato compreso, e intorno a tutto ciò, come un'ape in un luogo senza fiori, aleggia sconosciuto un inutile destino.
Fernando Pessoa
domenica, 04 settembre 2005
Persino nel suo silenzio c'erano errori linguistici.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 03 settembre 2005
All'inizio era il Verbo. Solo più tardi è venuto il Silenzio.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 03 settembre 2005
Colui che sa non parla. Colui che parla non sa.
Lao-Tse
venerdì, 02 settembre 2005
Andare in Croazia la prima volta fu un po' come tradire la moglie. La moglie era la Grecia. E la tradivo perché il primo anno con l'euro era stato uno choc, per non dire una rapina. Così per dispetto volli che a decidere fosse la sorte, e da Bari mi imbarcai sulla prima nave di cui trovassi il biglietto. Andava a Dubrovnik. Nell'attesa, nella lunga attesa, per la partenza, feci qualche telefonata di orientamento a chi in passato da quelle parti c'era già stato. Si dice a Napoli che chi tene 'a lengua va 'n Sardegna. Figuriamoci se hai la faccia tosta di Totò a piazza Duomo di fronte a un vigile austro-lombardo. Nu vulevòn savuàr. E un'ora dopo l'arrivo sull'altra sponda dell'Adriatico avevamo già trovato casa dove ci avevano detto gli amici italiani. E alle nove di mattina eravamo in acqua a sguazzare. Avevamo trovato una camera a Zaton, qualche chilometro a nord di Dubrovnik. Zaton Mali, per la precisione, che significa Zaton piccola: poche case in affitto, un fiordo dalmatico, un supermercato, un bar, qualche napoletano. E a Napoli, proprio a via Cavallerizza (il mondo è piccolo), era vissuta durante la guerra la signora Lina che ci affittò le due stanze dove dormimmo per i primi giorni. Poi cambiammo stanze e andammo da Mare, una placida signora che ci diede la solita casa della zia, piena di ninnoli, quadretti e formiche. Era tranquillo stare a Zaton Mali: si poteva anche andare a Zaton Veliki (che significa grande), c'era l'edicola con i giornali italiani del giorno prima, c'era un altro supermercato e molti ristoranti, al migliore (migliore, poi) toccava sempre fare la fila e competere per un posto con rumorosi tedeschi. Ma non si mangiava male. Per il resto le solite cose. Tra Mali e Veliki, già il secondo giorno avevamo le palle come mongolfiere e ci demmo alle lunghe escursioni. Ingannati dalla solita guida cercammo subito le dorate spiagge di Orebic, risalendo per una mattinata intera quella maledetta penisola che porta a un tiro di schioppo da Korcula. Ma quale sabbia? Cominciai a maledire tutta la Jugoslavia, intera e a pezzetti, e smadonnai poi per tutto il giorno. Ero così stanco dopo aver guidato per strade a una sola corsia che volli fermarrmi su una spiaggia di sassolini, poco prima del paese. Una schifezza, si vedeva Korcula e non me ne fregava un cazzo. Tornammo indietro, ignorando il più grande castello dell'Adriatico (mi pare che si chiamasse Ston) e comprando cozze a buon mercato. Il bagno lo facemmo in una specie di Torregaveta locale. Ma almeno c'era un po' di spazio per stendere il pareo. E spazio anche per parcheggiare (al sole) la macchina. Questo fu il secondo giorno e il primo impatto. Poi ci capitò di peggio, come quando decidemmo di esplorare le zone a sud di Dubrovnik. Fino a Cavtar c'erano tante stradine che portavano al mare, ma arrivavi in fondo e c'era un albergo o un parco privato. Mare niente, divieto d'accesso. Peggio che in certe parti della Sardegna. Finimmo in un altro mezzo cesso di spiaggia, con ruderi bombardati tutt'attorno, un casino di gente e diversi italiani sfortunati come noi. L'unica spiaggia decente la trovammo a Nord, si chiamava, credo, Brscine (e mettètela una vocale in più, che vi costa?). Grosse pietre, ma acqua divina. Potevi affittare lettino e ombrellone, c'era un bar con gelati e birre e non si affollava troppo, sebbene fosse di facilissimo accesso. Là passammo i migliori giorni di mare. Un giorno facemmo un giro su tre isolette domestiche: Lopud, Sipan e un'altra che mi scoccio di andare a trovare il nome sugli appunti. Brevi soste, bagni, tuffi e pranzo a bordo a base di sgombri alla griglia e insalata di pomodori. E i gabbiani che ci inseguivano per acchiappare i resti dei pesci che i marinai lanciavano in mare per il nostro divertimento, ma ridevano solo loro. Andammo a Mljet, dove c'è un parco con due laghi che comunicano, molti boschi, una chiesa tra le acque e donne croate molto maleducate. Paolo si divertì moltissimo. Ma io odio i boschi.
Facemmo anche due altre lunghe escursioni, in Bosnia e in Montenegro, ma ve ne parlerò a parte.
Ovviamente la sera andavamo a Dubrovnik. E il problema più importante era trovare un posto per parcheggiare. Avete presente il Vomero il sabato sera? Ecco. La città è bella, ricostruita con pignoleria e voglia di rivincita. Si passeggiava lungo la strada principale, lucidata e bianca, si andava a sentire la puzza di cesso del porto vecchio, si mangiavano gelati, si guardava la gente, si sfuggiva ai buttadentro dei ristoranti. Noi andavamo a mangiare al Domino, ma pure là era peggio che trovare un posto al parcheggio. Uno degli ultimi giorni facemmo anche il giro della mura: faceva un caldo che neanche a Bagdad. Ma non era male, peccato che una bottiglietta d'acqua da mezzo litro te la facessero pagare una cifra. Per non parlare delle aranciate. A tradire le moglie questo succede. Ma, ora, due anni dopo e dopo essere ritornato in Croazia meno di un mese fa, di Dubrovnik ricordo che mi colpì la ostinata memoria, coltivata come una ferita che fa compagnia, la memoria della guerra e dei morti per la guerra. Per sé e per i suoi. C'è un piccolo museo con una bandiera stracciata (broken flag, broken flag, cara signora Smith, altri Vietnam, diciamo Secessioni), un piccolo museo con le foto allineate delle persone morte per bombardamenti e (forse) nei combattimenti. Erano tutti maschi. Erano, per lo più, giovani, forti e sono morti. Diversi nomi italiani. Tra tante facce ogni tanto uno spazio bianco, sotto il vuoto una didascalia con il nome, la data di nascita e quella di morte. La memoria ostinata anche dove non c'è più un volto. E poi, all'ingresso del borgo antico c'era pure una piantina della città nella quale erano indicate con dei puntini rosi e neri le case e i palazzi distrutti e ricostruiti. In quella festa dell'agosto di Dubrovnik tutto questo a me sembrava macabro o falso come un castello dell'orrore a Disneyland, o come dei reportage per la tv che vedi e rivedi e dopo non te ne fotte niente, fai zapping su un telequiz e via.
Sentivo: "Little Drop of Poison" (Tom Waits), "In the Sun" (Joseph Arthur), "Remember the Days" (Nelly Furtado), "Aida" (Rino Gaetano) e "Amore Disperato" (Lucio Dalla & Mina).
venerdì, 02 settembre 2005
La ripresa in palestra è stata soft. Aspettavo il segnale per ritornare a far lavorare (lavorare con lentezza, ricordando Radio Alice) i muscoli sonnacchiosi. Il segnale è venuto ieri: con l'ennesimo bicchiere è finita la bottiglia di ouzo che tenevo in casa dall'ultima puntata greca. Cominciamo a bruciarli 'sti grassi alcolici, vai. Settembre può anche essere il mese del ripensamento, sugli anni e sull'età, ma è anche il mese della tonificazione. Se non ti rompono troppo il cazzo.
venerdì, 02 settembre 2005
Il silenzio è l'atteggiamento più sicuro per chi diffida di se stesso.
François de La Rochefoucauld
venerdì, 02 settembre 2005
Chi sa tacere meglio, deve dirlo ad alta voce.
Karl Kraus
giovedì, 01 settembre 2005
Anche gli iPod sono spenti, da giorni. Che cosa sta succedendo?
giovedì, 01 settembre 2005
Datemi il silenzio e io sfiderò la notte.
Gibran K. Gibran
giovedì, 01 settembre 2005
In tutto quello che mi disse, perfino nel suo sentimentalismo impressionante, ritrovai qualcosa: un ritmo sfuggente di parole perdute, che avevo udito da qualche parte molto tempo prima. Per un momento una frase cercò di prender forma nella mia bocca, e le labbra si schiusero come quelle di un muto, come se non fossero trattenute soltanto da un filo di aria stupita. Ma non diedero suono, e ciò che avevo quasi ritrovato divenne inesprimibile per sempre.
Francis Scott Fitzgerald