domenica, 31 luglio 2005
Ma che cavolo si mangia in Croazia? Ci sono stato due anni fa e ricordo solo polpette aromatizzate. Non si può andare avanti due settimane con le polpette aromatizzate croate. E non c'è l'ouzo. E non ci sono i ristorantini sul mare con le sedie di paglia dalle spalliere azzurre, non c'è parakalò, efkaristò e kalimera. Non c'è tutto questo. Aridateme la Grecia. Mo' mi tocca cambiare la lista dei libri e fare uno scambio di mani. E tirare fuori cartine e guide del Peloponneso.
E non devo dimenticare di chiudere gas, luce e acqua.
Musica di sottofondo: "Redemption song" (Bob Marley) e "When I Was Cruel n. 2" (Elvis Costello). E ora ha attaccato "Carpet Crawlers" dei Genesis. Mitica, prima o poi farò un post su questa canzone che ha accompagnato la mia adolescenza. Intanto mi faccio un ouzo, non è mai detto. Forse vado in Croazia e lì i liquori fanno schifo. Un ouzo, sì, tanto senza palestra, la panza s'è prese le sue libertà.
domenica, 31 luglio 2005
Preparare le valigie, ricordarsi del passaporto, svuotare il frigo, non dimenticare iPod vari, computer e altra tecnologia da viaggio, taccuini e penne. I libri sono già scelti. Ma ora un dubbio assale metà della famiglia: ma siamo sicuri che non vogliamo ritornare in Grecia? La nostalgia ha germito moglie e figlia. E ora? Io mi ero convinto che il viaggio in auto fino a Trieste sarebbe stato una novità rispetto all'attesa nel porto di Bari o Brindisi. E invece no. Tutto cambia. Ma chi si sveglia all'alba? Che palle, ho staccato la spina del lavoro da poco più di un'ora e di nuovo in mezzo ai dubbi. Vabbuò, domani mattina tutti in auto e via, vado dove mi porta la Ford, la vecchia scassona di undici anni, ma rimessa a punto per il lungo viaggio. E via. Nei Balcani, comunque. Fosse pure l'Albania. Già, l'Albania. Potrebbe essere un'idea. L'Albania, magari con la complicità di qualche scafista che non vuole fare il viaggio di ritorno a vuoto.
Colonna sonora minima: "In The Midnight Hour" (Wilson Pickett), "Nun Parlà" (Nicola Arigliano), "Moon & Sand" (Chet Baker) e "Rome wasn't built in a day" (Morcheeba).
domenica, 31 luglio 2005
Ecco cosa porterò da leggere in viaggio:
1. Mario Vargas Llosa, La zia Julia e lo scribacchino (perché sebbene di destra, in media, Vargitas ha scritto libri più belli di quelli di Garcia Marquez).
2. Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata (avrei preferito il secondo che parla dell'11 settembre, ma è meglio cominciare dal primo).
3. Valeria Parrella, Mosca più balena (bisogna pur cominciare).
4. Valeria Parrella, Per grazia ricevuta (bisogna pur continuare).
5. Nicholas Blincoe, Tacchi alti (un noir consente il riposo).
6. Wiliam Langewiesche, Terrore dal mare (sarà la scelta migliore).
7. Hanif Kureishi, Il mio orecchio sul suo cuore (Kureishi non tradisce).
8. Ranko Marinkovic, Mani (perché andrò in Croazia, quasi sicuramente, e ho scambiato il Mani con le mani).
Ma non è detta l'ultima parola.
Breve colonna sonora: "L'apparenza" (Lucio Battisti), "'O cielo pe' cuscino" (Almamegretta), "God Fella" (Gigi) e "Via del Conservatorio" (Massimo Ranieri).
domenica, 31 luglio 2005
Un giorno mi diceste, Amica, alla finestra,
contemplando Montmartre e le campagne intorno:
"La vita solitaria, un deserto soggiorno
valgon più della Corte: là io vorrei restare.
Sarebbe dei miei sensi lo spirito signore,
in digiuno e orazione io passerei il giorno,
i dardi sfiderei e le fiamme d'Amore,
del mio sangue il crudele pascersi non potrebbe" .
Allora vi risposi: "E' un inganno pensare
che il fuoco non sia fuoco se lo copre la cenere,
si vedono le fiamme sacri chiostri passare.
Nasce come in città Amore nei deserti.
Se un Dio così potente forza tutti gli Dèi ,
non sapranno orazioni né digiuno difenderti".
Pierre de Ronsard
domenica, 31 luglio 2005
Io solamente, Lisi, son dannato,
e in un torrido inverno il cuore mio,
ardo di neve e in fiamme son ghiacciato.
Francisco de Quevedo
domenica, 31 luglio 2005
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E brutto come il tempo
Quando il tempo è brutto.
Jacques Prévert
domenica, 31 luglio 2005
Trovommi Amor del tutto disarmato,
ed aperta la via per gli occhi al core,
che di lagrime son fatti uscio e varco.
Francesco Petrarca
domenica, 31 luglio 2005
Sei la cantina chiusa
dal battuto di terra
dov'è entrata una volta
ch'era scalzo il bambino
e ci ripensa sempre
come al cortile antico
dove s'apriva l'alba.
Cesare Pavese
domenica, 31 luglio 2005
Non agitarti, non piangere, non affaticare
le tue forze estenuate e il cuore non torturare.
Tu sei viva, sei in me, nel mio petto,
come caposaldo, come amico, come caso.
Boris Pasternak
domenica, 31 luglio 2005
E' l'ultimo giorno di lavoro, prima della seconda parte delle ferie. Domani si va, con in mente una meta vaga e con tutta la voglia e il diritto di cambiare, viaggiando viaggiando.
Così vi affido ben sei tranci di poesia (qualcuna intera) sull'amore, perché, da domani mattina sarà difficile collegarmi. Ma farò di tutte per non farvi restare senza amore. Intanto oggi sono qui.
sabato, 30 luglio 2005
A grande richiesta, cioè per chiarire le cose, posto direttamente la poesia di Eduardo De Filippo intitolata "Bafuogno".
Ma che tiempo nguttuso,
che mutria c'ha miso!
E guardate stu cielo
si è cosa!
Ma che è, ntunacato?
Nu cielo po' essere
bianco e cucente
cucente e lucente
ca pare
nu specchio appannato?
E' del 1979.
In un'atmosfera del genere è difficile l'epifania di demoni meridiani. Loro amano la luce solare. Il sole carcareante che crea bagliori e miraggi. Ah, la Grecia, la Magna Grecia.
sabato, 30 luglio 2005
Amore e odio spesso coincidono, infatti io l'amante di mia moglie lo odio.
Maurizio Sangalli
sabato, 30 luglio 2005
L'amore è certamente tutto meno che un mezzo di conoscenza.
Friedrich Nietzsche
venerdì, 29 luglio 2005
La parola amore è una delle parole totali che noi maneggiamo, cioè una di quelle parole che non hanno, per definizione, una definizione.
Giorgio Manganelli
venerdì, 29 luglio 2005
La conoscenza di un essere è un sentimento negativo; il sentimento positivo, la realtà, è l'angoscia di essere sempre estranei a chi si ama.
André Malraux
giovedì, 28 luglio 2005
Questa è bellissima e la dedico a tutti i blogger napoletani e che amano Napoli (in modo particolare a Jeneregretterien). E' di Aleksandr I. Herzen, che fu a Napoli nel 1848.
"Vedi Napoli e poi muori", che sciocchezza! "Vedi Napoli e odia la morte!".
Nonostante il bafuogno di oggi è da sottoscrivere e incidere sui muri.
giovedì, 28 luglio 2005
Nei giorni che precedono la partenza per i viaggi estivi, uno dei pensieri con i quali gioco è quello della scelta dei libri da mettere in valigia. E' un gioco che va per le lunghe e si decide, quasi sempre, all'ultimo momento. Intanto, tiro fuori dagli scaffali un po' di roba e la piazzo in evidenza sulla scrivania. E loro, i libri, mi guardano con un misto di seduzione e indifferenza. Ovviamente sono i sentimenti che provo io verso di loro.
Anche quest'anno il gioco è cominciato. E come sempre sono alle prese con una scelta di fondo: porto un bel classico, voluminoso, uno di quei mattoni che non ho mai avuto il tempo di leggere o porto roba leggera? Finisce sempre che privilegio la seconda ipotesi e metto in valigia un misto di testi che durante l'inverno non ho fatto a tempo a leggere. Quasi sempre, però, porto un Simenon senza Maigret e un Dick (anche se poi leggo il primo e riporto a casa, intonso, il secondo): con le loro atmosfere plumbee, fatte di porti di nebbie e piccola borghesia francese, di mondi futuribili pieni di pioggia, polvere e plastica, romanzi con queste atmosfere sono l'antidoto ai demoni meridiani dell'Egeo. In genere. Resta sempre il rammarico, però di aver lasciato a casa un bel tomo classico e di aver perso, quindi, l'occasione per appuntarsi al petto la medaglia del lettore perfetto.
Così, ora, vorrei portare con me il Decameron di Boccaccio, che al liceo e all'università ho letto a pizzichi e mozzichi, e del quale tutti crediamo di saper tutto, senza aver ingurgitato le sue mille pagine. Qualche anno fa lessi il Don Chisciotte (nei due volumi einaudiani) e fu una bella estate. Magari posso affiancare al Decameron qualche romanzetto, giusto per spezzare l'affanno, quando l'abitudine stronca il piacere.
Ma mi tenta (e mi avvilisce, contemporaneamente, che strano) la voglia di portare con me i soliti dieci libri, dei quali in due settimane riesco a leggerne a stento la metà. C'è il mare e la vacanza che invoca le sue esigenze che sono in realtà le mie: fisiche e più forti di tutto. Ora sulla scrivania sono accumulati otto libri. C'è "Terrore dal mare" di William Langewiesche (stupefacente inchiesta dal di dentro sul mondo della pirateria contemporanea, globalizzata e miserabile, terroristica e affamata: almeno questo so). C'è "Mani" di Patrick Leigh Fermor: sono i viaggi nel Peloponneso (dove conto di avviarmi) di un insopportabile maestro di chatwinismo, suppongo. "Tacchi alti" di Nicholas Blincoe è un noir metropolitano di cui mi stanno tutti parlando bene: posso tranquillamente dedicargli un pomeriggio, anche se sono più di 200 pagine. Ho messo in evidenza anche i due libretti di racconti di Valeria Parrella: è venuto il momento di leggerla per scoprire se è sopravvalutata o no. Ho anche un Kureishi che non tradisce: "Il mio orecchio sul suo cuore", magari scopro qualcosa di intelligente e inedito sulla comunità pakistana in Inghilterra, con i tempi che corrono può essere utile. Ma i due libri sui quali conto di più sono i romanzi di Jonathan Safrer Foer, "Ogni cosa è illuminata" e "Molto forte, incredibilmnete vicino". Ho letto di tutto e di più su Foer, anche belle interviste. E' un genio o una sòla? Voglio scoprirlo, ma messi insieme i due romanzi fanno la bellezza di quasi 700 pagine. Potrei aggiungere anche "La notte dell'oracolo" di Paul Auster, ha già viaggiato molto con me e questa potrebbe essere la volta buona che lo leggo.
Il gioco continua.
giovedì, 28 luglio 2005
Per un settantenne è facile amare il prossimo, più difficile amare la prossima.
Dimitri Yordanow
giovedì, 28 luglio 2005
Per lui, che era certo di rimanere solo in tutti gli amplessi, l'amore era una fosca libidine, un autoinganno fatto alla notte e alla sozzura.
Heinrich Mann
mercoledì, 27 luglio 2005
Non so a voi, ma da stamattina Splinder con me fa i capricci. Non si prende gli aggiornamenti dei post o, addirittura, resuscita vecchie versioni.
mercoledì, 27 luglio 2005
Io adoro mangiare nei presunti postacci. Lo faccio tutte le volte che viaggio, tirandomi addosso le maledizioni della famiglia.
Però non bisogna avere pregiudizi in nessuna direzione. Né verso i locali popolari (come Da Michele, ad esempio) né verso quelli da guida Michelin.
In Iraq e Giordania ho mangiato in posti che mi inchino, miscredente quale sono, al clemente e misericordioso Allah che mi ha salvato la vita. Non ho rinunciato al "masguf", un pescione del Tigri cotto lentamente accanto a un falò (ci vogliono ore per prepararlo). L'ho mangiato in diversi posti. Ma il più terribile è stato proprio a Bagdad. Era di notte, forse già l'una. Cominciammo a mangiare che saranno state le tre, dopo aver ingurgitato della pessima e anonima birra locale. Sarebbe stato meglio bere la varecchina. E vabbuò. Stavamo in un presunto giardinetto pieno d'erbacce e di animali che la notte nascondeva. Si intravedevano solo i movimenti di zoccoloni di ciummo, grandi come faine. Il masguf lo mangiammo a mani nude e l'unto rimase a lungo appiccicato alle dita perché non c'erano tovaglioli (non solo per colpa dell'embargo, eravamo nel 1999). Tanto che coniai una regola per scegliere i posti dove mangiare. Dovevano avere tre requisiti essenziali: posate, tovaglioli e pavimento. L'unica volta che trovammo come pulire la mani fu nel migliore ristorante di Mosul: a Mondragone l'avrebbero schifato un posto del genere. Non c'erano solo i neon, Flamenko bello, c'erano pure ritrattoni di sceicchi e cartoline canadesi e, per non dispiacere a nessuno, una madonnina di legno accanto alla cassa. Erano curdi e malencavati, quelli lì, furbi come volpi del deserto. E a tavola non ci portarono tovaglioli, ma un lussuosissimo rotolo di carta igienica rosa. Fu la nostra felicità, per quel pomeriggio. Non lo consumammo tutto, quello che restava lo portammo via con noi. Sopperì a quella razionata del nostro hotel, l'Ishtar, ex-Sheraton, di fronte al mitico Palestine.
Tralascio altro. Ricordo solo la sosta in una bettola nel deserto giordano, dove ci scaricò l'autista sciita del pulman che ci portava in Iraq. Lui, l'arabo, mangiò pollo accanto alla cucina. A noi diedero dell'hummus rancido (crema di ceci che ci toccò mangiare per quasi tutta la nostra permanenza nel paese del feroce Saddamino). Manco lo presi in considerazione. Mi basto dare un'occhiata al vestito pieno di macchie schifose del mustafà che ci serviva. Gli altri clienti guardavano una soap opera egiziana alla tv, e bevevano cocacola.
Però in Grecia mi è sempre andata bene. Ripenso con nostalgia (ma l'ho già scritto in qualche post precedente) alla taberna di un paesino nelle montagnelle della Laconia, nel Peloponneso. Ci capitammo, in quel paesino che, se non ricordo male, si chiamava Agios Dimitros, perché sbagliai strada da Monemvassia a Neapolis (tutto il Mediterraneo è paese per un napoletano). Mangiammo magnifiche interiora di pecora (les entrailles, eccole, per noi zandraglia viaggiante, evviva), peccato che dovetti bere soda al posto della birra, perché mi confusi con le lattine, spinto dalla mia indomabile curiosità. Ma forse quella soda mi aiutò a digerire prima fegatelli, intestini, coratelle e grassume ovino.
E, per finire, a New York mi sono fatto decine di MacDonald's di Manhattan e Burker King del Bronx, due volte al giorno. Senza rinunciare per due sere al borghesissimo Palm e alle sue bisteccone da cowboy metropolitano.
Soundtrack (sempre fornito da iTunes): "Born to run" (Bruce Springsteen), "E' stata tua la colpa" (Edoardo Bennato), "Sucker" (Angela McCluskey), "Rags to Riches" (Tony Bennett), "Eleanor Rigby" (The Four Tops), "Odio e lacreme" (Nino D'Angelo), "Catarì" (Massimo Ranieri) e "Un'ora sola ti vorrei" (The Showmen).
mercoledì, 27 luglio 2005
Interrogato da Flamenko fornisco informazioni su una parola che amo spesso usare. Molto napoletana, quindi internazionale.
Allora, spulciando qualche dizionario, scopro che si può usare sia "zandraglia" (che io preferisco) che "zantraglia" (riportata da Flamenko e da me intempestivamente corretta). Secondo il "Dizionario etimologico napoletano" di Francesco D'Ascoli, zandraglia-zantraglia sta per "donnaccia, donna cenciosa e spregevole" L'etimologia sarebbe spagnola (la lingua napoletana l'ho detto è internazionale). Deriverebbe da "andrajo", cencio, straccio e quindi "persona cenciosa e volgare". Esisterebbero anche due derivati che io non avevo mai sentito: "zandragliarìa" che sta per "azione bassa e volgare, popolaccio, feccia, marmaglia (specialmente con riferimento a donne) e "zandragliuso", aggettivo che sta per cencioso e volgare. Per "zandragliarìa" mi viene più naturale dire "zandragliata" (modellandola sull'italiano "stangata", "zingarata", ecc.) oppure, per il secondo significato, quello di popolaccio e feccia, semplicemente "zandraglia" (che io uso comunemente, anche quando scrivo e che mi viene supportata dal secondo testo che citerò tra poco). Per esempio, esiste la zandraglia catodica, quella che impesta la nostra casa attraverso la tv, gente inutile e dannosa, sicuramente volgare.
Più vicina alle mie conoscenze e al mio uso è, però, l'etimologia che rintraccia il colto e spassoso Renato de Falco nel suo "Alfabeto napoletano". Secondo de Falco zantraglia o zandraglia indica "una donna - più spesso però una moltitudine di persone - volgare, plebea, cenciosa, rumorosa, sgradevole". L'etimologia che rinviene è molto più bella di quella del D'Ascoli, immaginifica, direi, e risalirebbe al periodo francese, angioino, tredicesimo-quattordicesimo secolo (la lingua napoletana è internazionale, placide e non placide signore). Cedo la parola a lui per una lunga citazione. "Al termine dei pantagruelici conviti" scrive de Falco "che, con eccessiva frequenza ed in oltraggio alla diffusa miseria in cui versava la popolazione, si tenevano nell'allora recente Maschio Angioino, il ciambellano maggiore procedeva alla raccolta dei resti del banchetto disponendone il trasporto sugli spalti del castello. Da qui dava la 'voce', chiamando ad avvilente raccolta le numerose persone che già da ore si erano andate accalcando nei fossati in precaria ed umiliante attesa: 'Les entrailles!' (cioè non le interiora delle bestie peraltro diligentemente spolpate, ma in genere ogni sorta di avanzi e di ossa): e il popolino - oppresso da quella atavica fame che nei secoli lo ha segnato come un'onta di certo a lui non ascrivibile - faceva ressa, e vociava, e si agitava per la raccolta di quegli avanzi che gli venivano magnanimamente gettati dall'alto".
La parola è stata spesso usata dai poeti napoletani. Cito solo, per bieco campanilismo, Giambattista Basile, che a Giugliano scrisse in lingua napoletana, il primo e insuperato libro di favole, "Lo cunto de li cunti" altrimenti noto come "Pentamerone" (correvano i primi decenni del rifulgente secolo barocco, il più prodigioso per i figli della sirena Partenope). Basile usa la parola "zandraglia" nel decimo trattenimiento della terza giornata ("Le tre fate"): riferendosi all'immancabile cattiva matrigna scrive che "faceva ire la negra figliastra co' le peo zandraglie".E questo è quanto.
Soundtrack fornito dal Party mix di iTunes: "You Can't Put Your Arms Around A Memory" (Johhny Thunders), "Luce (Tramonti a Nord Est) (Elisa), "Can't Take My Eyes Off of You" (Muse), "El negro Zumbon" (Flo Sandon's), "Epistle to Dippy" (Donovan), "Ragazze acidelle" (Flaminio Maphia), "Eternità" (Ornella Vanoni), "Maria's bed" (Bruce Springsteen), "L'amico della porta accanto" (New Trolls), "Almeno tu nell'universo" (Mia Martini), "Dopo... niente è più lo stesso" (Banco del Mutuo Soccorso) e "Summer kisses, winter tears" (Julee Cruise). Niente palestra, fa troppo caldo. E già due caffè.
mercoledì, 27 luglio 2005
L'"Odi et amo" di Catullo è diventata la norma del discorso amoroso. L'unica differenza tra noi e lui è che lui se ne chiede il perché ("quare id faciam") e noi no.
Giuseppe Pontiggia
mercoledì, 27 luglio 2005
L'amore nasce per appetito, dura per fame e muore per sazietà.
Alessandro Morandotti
martedì, 26 luglio 2005
Devo riconoscere che la pizza di Brandi sta migliorando. Per molto tempo ho snobbato quel luogo per turisti, che a poco a poco ha soffocato tutto il vicoletto di via Sant'Anna di Palazzo, a Chiaia, con tavolini messi in ogni basso e per strada. In passato vi avevo mangiato pizze indecenti. Ci sono tornato di recente e anche oggi. E ho cominciato a ricredermi. La pizza è buona, cotta bene. L'impasto è quasi perfetto, i condimenti sono vari e assortiti con intelligenza. Le pizze che ho provato io non mi hanno deluso. Forse quella con i cicinielli (intitolata pomposamente alla Loren) avrebbe bisogno di un po' di sale in più. Ma si rimedia facilmente. Hanno anche una falanghina in bottiglia con il loro marchio. Non è male. In giro ci sono falanghine che portano nomi gloriosi e sono peggiori. Fame usurpate.
Ma (c'è un ma) la fragaglia che mi hanno proposto oggi era un'indecenza. Possono fare fessi gli inglesi e i giapponesi che affollano il locale, richiamati dal mito dell'invenzione della Margherita, ma non un napoletano. Ebbene non era fragaglia: era un misto di fragaglia (pochissima) e paranza (di pezzatura piccola). Questo è il minimo. Ma era fritta malissimo. C'era troppa pastetta che avvolgeva il pesce nascondendolo e ammazzando il sapore. Cos'era un trucco per neutralizzare la mancata freschezza dei pesci? Sta di fatto che abbiamo detto al cameriere di riprendersela. Ce ne ha portata un'altra appena appena meno indecente. E chest''è. Ma l'impepata di cozze senza pepe (presa da mio figlio) era buona. Mitili grandi e saporiti. Dico io, ma se la fragaglia non la sapete fare, continuate a fare la pizza. Rimpiango sempre le pizze che faceva la buonanima di don Salvatore Iossa alla Riviera di Chiaia. Lui non c'è più e siamo tutti un po' orfani. Un giorno o l'altro ve ne farà l'elogio.
Comunque, il mio terzetto di pizzerie preferite è composto da:
1. Ancora Salvatore alla Riviera (per affetto e nostalgia);
2. Ciro a Santa Brigida (anche se ci vado poco, troppi presunti manager);
3. Da Michele (la vera pizza popolare, solo Margherita accompagnata da una Peroni, al tavolo con degli sconosciuti).
Aggiungerei anche Umberto (a via Alabardieri), perché la pizza ordino e me la portano a casa, ma non ha nulla da invidiare a centinaia di altre pizze, Brandi compreso. E' fatta a regola d'arte.
martedì, 26 luglio 2005
Sono triste, ma sono sempre triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
Pablo Neruda
martedì, 26 luglio 2005
Forse di questa età
di questi giorni più acuti
che baionette e pugnali,
quando i secoli saranno canuti,
resteremo soltanto tu ed io
che t'inseguirò di città in città.
Vladimir Majakovskij
lunedì, 25 luglio 2005
A leggere i giornali di stamattina, stanno dirottando tutti i turisti diretti sul Mar Rosso in Grecia, come meta alternativa. E che palle. Vuoi vedere che non trovo più posto. Mi toccherà prenotare.
Ma restate a casa vostra.
lunedì, 25 luglio 2005
L'amore non è il lamento morente di un violino lontano, ma il cigolio trionfante delle molle del letto.
S. J. Perelman
lunedì, 25 luglio 2005
Amare per essere amato è da uomo; ma amare per amare è quasi da angelo.
Alphonse de Lamartine
domenica, 24 luglio 2005
L'amore riesce a sconfiggere qualsiasi cosa tranne la povertà e il mal di denti.
Mae West
domenica, 24 luglio 2005
C'è un'unica specie di amore, ma ce ne sono mille copie diverse.
François de La Rochefoucauld
sabato, 23 luglio 2005
Non andate in vacanza. Restate a casa vostra.
sabato, 23 luglio 2005
Vi sono innamorati che guardano nell'amore come nel sole, e divengono semplicemente ciechi; mentre ve ne sono altri che con stupore scoprono per la prima volta la vita quando l'amore la illumina.
Robert Musil
sabato, 23 luglio 2005
L'amore è condito con i rimorsi di coscienza e i rimorsi si coscienza sono gli impulsi sadici del cristianesimo.
Karl Kraus
venerdì, 22 luglio 2005
Pure il samurchio ho mangiato da ragazzo. Era una salsiccia fatta con il sangue di maiale, piena di pepe, veniva bolliva in delle "caurare" (pentoloni-caldaie) nere di fuliggine. Era un cibo autunnale. Ma chissà perché è legato a ricordi estivi. A Giugliano lo vendeva una vecchia vestita sempre a lutto, a piazza San Nicola. Non faceva schifo, anzi.
venerdì, 22 luglio 2005
Sta filando tranquillo questo pomeriggio di lavoro solitario. Bevo acqua. Aspetto. Penso.
Oggi compreso, devono passare dieci giorni, poi via andare. Grecia, se trovo la nave.
venerdì, 22 luglio 2005
L'amante è come il pesce: pessimo se non è fresco.
Plauto
venerdì, 22 luglio 2005
Quando non si ama nessuno, si è più liberi per il piacere.
Marcel Jouhandeau
giovedì, 21 luglio 2005
Il 21 luglio è un giorno al quale mi lega un ricordo fortissimo: la morte tragica di mio padre. Ormai dopo 39 anni, non c'è più dolore, il dolore che non provai nemmeno allora, ero troppo piccolo. Però i ricordi ci sono tutti. Ogni anno, come oggi, ci faccio i conti. Non vado al cimitero. Ma l'opaca fotografia in bianco e nero con il suo sorriso, che ho conosciuto così poco, mi appare davanti agli occhi per tutta la giornata.
Anche 39 anni fa era una giornata caldissima. Ed era, come oggi, un giovedì. Lo ricordo bene, perché nella mia ingenuità fanciullesca quando capii che mio padre era morto mi dissi che, quella sera, non avrei potuto vedere il programma a quiz di Mike Bongiorno, sul primo canale.
Faceva un caldo torrido anche allora, io stavo giocando nel cortile di uno zio, poco lontano dal mio. Le vacanze non passavano mai in quegli anni. Lunghi pomeriggi vuoti a inventare giochi, senza giocattoli, ma non tanto spazio. Giocavamo a qualcosa di crudele e divertente, sicuramente, quando sentii gridare. Era la voce di mia madre. Ma non chiamava me e nemmeno mia sorella più grande. Gridava e basta. Gridava dal dolore, avrei scoperto. Le avevano appena detto che suo marito era morto, suo marito che era uscito la mattina per andare a lavorare e che ora alle tre del pomeriggio scopriva che non sarebbe mai più tornato. Noi due, mia sorella e io, tornammo a casa e vedemmo il suo viso stravolto e impazzito come non l'avevamo mai visto. Il volto della disgrazia, atroce. I suoi occhi chiari fissi in un punto lontanissimo. Ci chiamava, ora, ma non ci vedeva. Piangeva e il suo candido viso era di un rosso violento, senza lacrime. Si erano consumate in pochi minuti, le lacrime. A vederla così, piangemmo anche noi due, senza sapere che cosa fosse successo. La piccola casa si era già riempita di gente, parenti, zie e sconosciuti. Mia zia C., gridava come una disperata, i capelli sciolti. Nessuno provava a calmare nessuno. Era il rito delle prefiche, il grande dolore della morte per i popoli mediterranei, l'avrei capito negli anni.
Tutti cercavano me e mia sorella, noi eravamo lì, ma nessuno sembrava vederci. Capimmo da soli, dalle grida e dai sussurri, che era morto nostro padre, che era uscito all'alba e forse ci aveva salutati con uno sguardo e basta. Ci avrebbe ritrovati a casa la sera. Forse ci è venuto a trovare sempre, ogni sera. E noi non l'abbiamo visto, come non ci vedeva tutta quella gente che non aveva il coraggio di dirci subito la verità, come quella gente sconosciuta che riempiva casa. Era il 21 luglio del 1966.
giovedì, 21 luglio 2005
Sono finalmente riuscito ad andare in palestra questa mattina. Era una settimana che facevo filone, per un motivo o per un altro. Ma soprattutto per la pigrizia e per il caldo. Ma una potente sudata mi ci voleva. Eravamo in tre a scatenarci tra attrezzi e macchine. Ho fatto con calma, senza esagerare. Vado in palestra, ma sono sempre un napoletano.
giovedì, 21 luglio 2005
Si possono avere migliaia di amici, ma soltanto una amata. Gli harem sono un'altra cosa. Sto parlando di danza e non di ginnastica.
Vladimir Nabokov
giovedì, 21 luglio 2005
Una piuma può tornire una pietra se la muove la mano dell'amore.
Hugo von Hoffmansthal
mercoledì, 20 luglio 2005
Mi misi a scriverle una lettera per dirle la mia desolazione al pensiero di perderla, tale che avevo deciso di scrivere un libro su di lei che l'avrebbe immortalata. Sarebbe stato un libro, dicevo, come nessuno ne ha mai visti prima.
Henry Miller
mercoledì, 20 luglio 2005
L'uomo e la donna, l'amore, cos'è mai tutto questo? un tappo e una bottiglia.
James Joyce
martedì, 19 luglio 2005
Qui si sta freschi. Il pacchetto è confezionato, per oggi. Aspetto, indeciso. Forse vado via.
martedì, 19 luglio 2005
da www.corriere.it
Oltre musica e foto: nuova frontiera per il lettore della Apple, ormai un cult
«Dopo l'estate arriva l'Ipod video»
L'indiscreazione del Wall Street Journal: la società di Steve Jobs in trattativa con le major musicali per chiudere accordi sui clip
NEW YORK - Un iPod che oltre a musica e foto è in grado di riprodurre anche video. Se ne parla da tempo, ma ora la nuova versione del lettore digitale della Apple, oggetto ormai di culto, sarebbe alle porte. Lo rivela un'indiscrezione pubblicata dal Wall Street Journal, lo stesso giornale che a maggio aveva predetto il passaggio di Apple ai processori di Intel.
TRATTATIVE IN CORSO - Alla realizzazione di questo scenario, secondo il quotidiano americano, starebbe lavorando Steve Jobs, fondatore e anima della società californiana di Cupertino, in trattativa con le principali major musicali per chiudere accordi di licenza sui video da vendere poi attraverso iTunes Music Store, il negozio virtuale che proprio ieri ha festeggiato la 500 milionesima canzone venduta.
FORSE A SETTEMBRE - Il piano potrebbe essere annunciato a settembre, sulla base di indiscrezioni raccolte in ambienti dell'industria discografica, alla conclusione di colloqui ora in corso con Warner Music, Emi, Vivendi Universal e Sony BMG, la joint venture tra Sony e Bertelsmann. Ipotizzato anche il prezzo unitario di vendita per ciascun video, pari a 1,99 dollari, con possibilità di sconto per chi acquista allo stesso tempo anche una canzone.
NETWORK DELL'ENTERTAINMENT - Sulle potenzialità della musica veicolata attraverso il web si sono di recente svegliati gli appetiti dei colossi del settore, che hanno ad esempio firmato accordi con Yahoo!, il portale internet, o la Aol di Time Warner, che ha cominciato a trasmettere musica e video. La Apple, con la realizzazione del piano, si appresterebbe a trasformare un successo musicale in una sorta di network dell'entertainment sfruttando il piccolo iPod, venduto nel trimestre appena chiuso in 6,16 milioni di pezzi (fruttando utili record), un milione in più rispetto alle più rosee previsioni. Per il salto ulteriore di qualità, la società di computer può contare sulle solide capacità di sviluppo dei software video, incluso Quicktime e le gamme di video-editing come Final Cut Pro e iMovie.
NO COMMENT DALLA APPLE - Dal canto suo la Apple ha evitato qualsiasi commento sulla vicenda, limitandosi a rilevare attraverso un portavoce che non «è abitudine della compagnia esprimere giudizi su rumor e speculazioni». È ancora vivo, però, il ricordo del cambio di partner per la fornitura di chip dei computer Mac, dalla Ibm alla Intel, smentita anche fino a pochi giorni prima della ufficializzazione dell'accordo di poche settimane fa.
martedì, 19 luglio 2005
Siamo tutti avidi di storie altrui. Per questo guardiamo, leggiamo, ascoltiamo. Vorremmo vivere tutte le vite. Vorremmo essere, primo o poi, tutti. E' l'ambizione dell'eternità.
martedì, 19 luglio 2005
Perché l'amavo? Perché era lei; perché ero io.
Michel de Montaigne
martedì, 19 luglio 2005
Per tutti, anche per i più fortunati, l'amore comincia necessariamente con una sconfitta.
Hermann Hesse
lunedì, 18 luglio 2005
Qualche anno fa lessi un libro di Vittorio Foa, credo che si intitolasse "Il Cavallo e la Torre". Prendendo a prestito le figure degli scacchi, spiegava che in certe situazioni, di fronte alle difficoltà, la mossa corretta non è quella della Torre che affronta l'avversario in modo lineare, ma quella del cavallo che scavalca lateralmente il rivale. Così ho fatto anch'io. Da qualche giorno lo avevo annunciato. Da oggi pomeriggio l'ho messo in pratica. E mi sento meno oppresso. Con il passare dei giorni camminerò sul velluto, come annuncia il mio oroscopo, secondo il quale il terribile Saturno, dopo due anni, è uscito dal mio segno. Proprio oggi. E' vero, quando si è in difficoltà ci si aggrappa a tutto. Ma ciò che conta è l'attenta riflessione, razionale. Da essa scaturisce la mossa del cavallo. O del cavillo.
lunedì, 18 luglio 2005
T'amerò e te lo farò capire con tutti i mezzi
impossibili, tutte le parole impronunciabili
con tutte le carezze più imbarazzanti
per farti fare le tenerezze quando hai pudore nel farti avanti
appena i gesti rifiuteranno le parole
e le nostre immaginazioni avranno finalmente un valore.
Emilio Lo Curcio
lunedì, 18 luglio 2005
Al cor gentil repara sempre Amore
come l'ausello in selva a la verdura;
né fe' amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch'amor, natura.
Guido Guinizelli
domenica, 17 luglio 2005
Non pensavo che capitasse così presto, ma stamattina sono salito al Vomero. E così ne ho approfittato per seguire ancora una volta i suggerimenti di Sorryso e Vulcanica sulle gelaterie napoletane. Dopo la verifica a Fantasia Gelati di via Toledo (vedi qualche post più sotto) e la mia delusione, ho voluto cercare una smentita o una conferma al mio giudizio, andando da Fantasia Gelati di piazza Vanvitelli. E' stata una conferma. I prodotti della vostra decantata gelateria, pacchianelle care, sono troppo dolci. Niente papaya e cassata, questa volta, ma solo gusti alla frutta. Scartati limone e fragola, troppo facili, li sa fare chiunque (o quasi), ho chiesto albicocca e kiwi. E già la ragazza dietro il banco, mentre ero distratto a guardare l'allestimento disneyano delle vaschette, mi ha messo sì albicocca ma accoppiato con un altro gusto, sempre giallo (suppongo melone o arancia). Non gliel'ho ridato indietro per buona educazione, ma anche perché un gusto valeva l'altro in questa prova. Ma sbagliarsi in questi casi è già un segno negativo. Che non si capisse se il gusto fosse arancia o melone è un altro segno. Questi gelati hanno molta fantasia, sono molto colorati e appariscenti, ma sono troppo dolci. Ogni sapore è tramortito dallo zucchero. Se i gusti alla frutta sono resi indistinguibili anche alla gelataia (evidentemente daltonica), figuriamoci quelli alla crema. Non oso pensare al cioccolato e a tutti quegli altri pastrocchi pieni di smarties e grattuggiati vari. E' come prendere i vari caffè che ormai offrono nei bar napoletani: alla crema, irlandesi, messicani, cubani, viennesi, argentini, lituani o della Jakuzia. Non senti il caffé. Prendetevi un espresso, e basta. E' così con queste fantasione combinazioni iperglicemiche. Un gelato deve avere il sapore di gelato.
p.s. Tralascio la successiva magnifica passeggiata alla Floridiana.
domenica, 17 luglio 2005
Son giorni questi in cui si contano i giorni. Quelli che mancano alla sospensione del lavoro, alle vacanze, alle partenze. C'è chi è già andato, chi è temporaneamente ritornato, chi sta per partire, chi per ripartire. Quand'ero ragazzo e non avevo impegni di lavoro, di solito si partiva (con zaino e sacco a pelo) intorno al 20 di luglio, per tentare di restare fuori (con i pochi soldi che si aveva in tasca) almeno fino a ferragosto. Ci si riusciva, a furia di scatolette di carne, panini e notti umide sulle spiagge.
Quest'anno mi tocca contare i giorni a maggior ragione perché non avrò un giorno libero, che sia uno, fino al 31 luglio. Facciamo i conti. Oggi è il 17 luglio, quindi me ne mancano ancora quindici, oggi compreso. Senza un giorno libero, quindici sono tanti. Vabbè, passeranno.
Ma il primo agosto sarò via, per soli 17 giorni, ma me li farò bastare. E ancora una volta andrò ramengo per la Grecia. Senza prenotazioni, neanche per la nave. Mission impossible, per un primo agosto. Ma non è detto. Altrimenti, serendipity.
domenica, 17 luglio 2005
Dio ha fatto il coito, l'uomo ha fatto l'amore.
Edmond e Jules Goncourt
domenica, 17 luglio 2005
Facendone un peccato, il cristianesimo ha fatto molto per l'amore.
Anatole France
sabato, 16 luglio 2005
Tra un amore e l'altro, ci vuole una quarantena con un terzo.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 16 luglio 2005
L'amore vive non solo di sentimento ma di bistecche.
Carlo Dossi
venerdì, 15 luglio 2005
Devo ritrovare il passante mobile della cintura.
venerdì, 15 luglio 2005
Nella prima giovinezza, si ama una donna perché è una donna, solo più tardi si ama una donna perché è lei.
Alphonse Karr
venerdì, 15 luglio 2005
Quando ami, smetti di vivere per te stesso. Vivi per un'altra persona.
Philip K. Dick
giovedì, 14 luglio 2005
Ho tirato fuori dagli scaffali della libreria "Annam" di Christophe Bataille perché avevo bisogno di qualcosa di piccolo da leggere al mare. Qualcosa che si liquida in una seduta sola. Neanche novanta pagine del formato piccolo del Melangolo. E poi mi ero confuso con l'altro Bataille: Georges. Cioè, da quando avevo concesso ospitalità a casa mia al libretto (oltre dieci anni fa) ero convinto che si trattasse di un libro di Georges. Credo che sia così. Forse sapevo che si trattava di un altro, ma quando ho preso "Annam" immaginavo Georges e non Christophe. Maneggiandolo, prima di infilarlo nella borsa che uso per la spiaggia, ho scoperto l'equivoco. Va bene lo stesso, mi sono detto. Poi l'aveva tradotto quello scapocchione del mio amico Egi Volterrani (uno strano ircocervo: per un terzo è Fantozzi, per un altro Indiana Jones, per un altro ancora Charles Baudelaire).
E' stata una piacevole lettura. Per prima cosa 'sto Christophe ha scritto il libro a 21 anni, nel 1993. Quindi è ancora un giovin signore, beataìsso. E già mostra una rara capacità di scrittura, se non altro nella scelta del tema. Perché "Annam" è la storia della prima missione cattolica francese in Vietnam, negli anni in cui in Europa scoppia la Rivoluzione francese. Il romanzetto comincia con l'arrivo alla corte di Luigi XVI dell'ultimo imperatore dell'Indocina, un malinconico bambinello di sette anni, inviato dal padre esiliato a chiedere aiuto al potente sovrano parigino. Il re, però, ha altri cazzi per la testa, infatti qualche anno dopo gliela taglieranno pure la testa. Il piccoletto a Versailles si ammala di polmonite e muore, ma prima di tirare le cuoia entra nelle simpatie di un abate vandeano che decide di mandare un po' di preti, suore e soldati a evangelizzare il Vietnam. Bataille racconta il viaggio con un piglio asciutto, da resoconto vagamente conradiano. Si viaggia verso un cuore di tenebra, lo si intuisce e si capisce come andrà a finire, a schifìo. Il ragazzo ha uno stile a metà strada tra certe spigolosità della pubblicistica francese e la spinta scattosa di Stevenson (ma non so se sia uno stratagemma di quel mattacchione di Egi: tradurre è sempre un po' tradire). Non male, comunque, anche se Bataille sta a indugiare spesso sui paesaggi, e sui relativi colori, sempre un po' da tavolozza acida e vagamente psichedelica, soprattutto quando l'armata Brancaleone arriva in Indocina.
Nelle poche pagine di "Annam" ci sono tante cose. Chi lo leggerà se le troverà da solo. Però a me ha colpito lo smarrimento di quegli uomini lasciati soli ai confini del mondo. Quando le navi missionarie arriveranno in Vietrnam in Francia è già successo il finimondo e si perderà memoria di quegli uomini spediti in Asia. Anche loro, a poco a poco se ne fotteranno della madrepatria e alla fine anche del cattolicesimo. Vivranno come dei contadini indocinesi. Prima di morire, a uno a uno, per malattie tropicali, coltiveranmno riso, guideranno elefanti, cacceranno cinghiali, vivranno in capanne di bambù, alla fine scoperanno pure (i sopravvissuti), ma tutto con un senso di straniamento panteista. Umido di pioggia.
Soundtrack: "Here Comes the Sun" (Beatles), "Go No More A-Roving" (Leonard Cohen), "Can't Take My Eyes off of you" (Joe Loss) e "No woman no cry" (Bob Marley).
giovedì, 14 luglio 2005
Quello che tu chiami amore... nella migliore delle ipotesi sono semplici voglie! Nella peggiore, abitudini! In entrambi i casi, una messinscena! Dall'impostura della seduzione fino alle bugie della rottura passando per i rimpianti inespressi e i rimorsi inconfessabili, solo parti da caratterista! Nient'altro che fifa, intrallazzi, trucchi, eccolo qua il grande amore! Una sporca gabola per dimenticare chi siamo! E riapparecchiare il tavolo tutti i giorni!
Daniel Pennac
giovedì, 14 luglio 2005
L'amore è tutta la storia della vita di una donna, un episodio soltanto in quella dell'uomo.
Madame de Stael
giovedì, 14 luglio 2005
Seguo sempre i consigli delle mie pacchianelle. E così, imbeccato da Sorryso e Vulcanica, ho voluto riprovare il gelato di Fantasia Gelati, nella fattispecie quello di via Toledo (poco più in là dell'ex Provveditorato agli Studi, anni Ottanta). Lo conoscevo bene e da tempo lo disdegnavo per il suo aspetto da McDonald's del gelato. Spesso (anni fa, però) vi avevo preso dei gelati, quando i gusti erano più semplici. Ci sono ritornato. Ho preso un cono piccolo con due gusti strambi (in essi si scorge la vera natura del gelataio): papaya e cassata siciliana (pubblicizzato come fabbricato con vera ricotta trinarica). Ebbene, devo di nuovo dissentire con la squisita Sorryso e la sopracciò Vulcanica: è un gelato iperrealista, troppo dolce, troppo composto, troppo troppo. Roba da andare subito a fare un esame del sangue. Valori glicemici al top. Un gelato è un gelato è un gelato. Non bisogna esagerare. Si perde il senso naturale e popolare del prodotto. Come succede, tenera Sorryso, con la sfogliatella di Mary. La prossima volta, ma questa volta andrò a quello di piazza Vanvitelli (semmai me la sentirò di espatriare per la breve occorrenza fin sopra le alture himalayane del Vomero), la prossima volta indagherò sui gusti semplici. Sarà la prova del nove. In sintesi: giudizio sospeso, in attesa dell'appello. Ma sono maldisposto.
E' vero che nel pomeriggio, di ritorno dalle Rocce Verdi (e non fate quella faccia) mi ero concesso un altro gelato da Bilancione (gusti estivi: pesca e melone) e che dopo la sortita da Fantasia Gelati, sono approdato in un accorsatissimo sushi bar, è vero, quindi (soprattutto per il finale di serata) che ho molto peccato. Ma di Fantasia nei gelati ne ho vista fin troppa.
Soundtrack: "Lover man" (Billie Holiday), "A Hard Night's Day" (The Supremes) e "Road to Nowhere" (Talking Heads).
mercoledì, 13 luglio 2005
Ma per l'amore ci volevan quattrini. Tutto quanto potesse afferrarne un poveretto, era la lussuria. Per l'amore occorreva l'abito buono, la macchina, un appartamento in qualche parte, o un buon albergo. Occorreva poterlo rivoltare in cellophane.
Graham Greene
mercoledì, 13 luglio 2005
La cosa più difficile è capire perché si è amata una donna che non ama più.
Henri de Régnier
martedì, 12 luglio 2005
Quando nel 2003 sono ritornato negli Stati Uniti, ho portato con me "American Ground" di William Langewiesche. E' un libro che racconta la rimozione delle macerie delle Torri Gemelle. Langewiesche è un giornalista dell'"Atlantic Monthly" e fu l'unico a poter vivere, fianco a fianco agli scavatori, un'esperienza unica nella storia del giornalismo. La lettura di quel libro accompagnò e riempì le mie notti insonni in un albergo di M Street, a Washington, a causa della mia incapacità a superare rapidamente il jet lag. Sotto il piumone, nell'ottobre ancora caldo di una consueta estate indiana, leggevo di Langewiesche e dei pompieri di New York che tiravano fuori da quelle rovine corpi e dolore. Ma Langewiesche non era tenero con i pompieri e con la retorica che ha accompagnato per mesi il loro intervento e il loro sacrificio. Per quanto scrisse fu minacciato e ne nacque anche una vicenda giudiziaria. Ma lui aveva scritto quello che aveva visto. Quando, qualche giorno dopo, sono stato a New York e sono andato a vedere quel che restava di Gound Zero, nella mente avevo il racconto di Langewiesche, più che le immagini della televisione. Lo dovete leggere quel libro. L'ha pubblicato Adelphi.
Lo scorso maggio a Torino ho incontrato Langewiesche. Una lunga chiacchierata. Lui è un personaggio dall'aspetto kennediano: camicia bianca con le maniche arrotolate, faccia da cowboy ma inglese molto wasp. Ragionamenti chiari, anticonformisti e contemporaneamente liberal (anti-Bush, certamente), sempre oltre il perbenismo del politicamente corretto o di quanto i pauperisti di tutto il mondo ricco vogliono sentire, per attutire i propri sensi di colpa. Era appena tornato da Bagdad dove sta seguendo le fasi preliminari del processo a Saddam Hussein. Mi disse che l'Iraq era uno dei posti più brutti e insignificanti che avesse mai visto (e io che ci sono stato prima dell'occupazione americana, capivo e concordavo, monumenti mesopotamici e zigurrat a parte). Langewiesche, a spese del suo giornale, di mondo ne ha visto tanto. A Torino, presentava un altro suo libro "Terrore dal mare" (che non ho ancora letto, ma ho la sua dedica: "To P. - with thanks to my fellow writher"), nel quale sostiene, tra le altre cose, che la globalizzazione è considerata una benedizione dai paesi del Terzo Mondo. E' un tipo che difficilmente non si può invidiare, anche perché è bravo, concreto e chiaro nella scrittura. Non ha vanità di stile e neanche la malinconia di Ryszard Kapuscinski (che pure mi piace assai), sebbene certe sue pagine ricordino Joseph Conrad, un classico che Langewiesche sostiene di non aver mai letto.
A Torino scoprii l'esistenza di un altro suo libro tradotto in italiano, antecedente agli altri due. Si trattava dello smilzo "Lo schianto dell'EgyptAir 990" (edito da Arcana). Una volta a casa me lo procurai. E solo ora ho avuto il tempo (bastano poche ore) per leggerlo e godermelo. Si racconta la vera storia dell'aereo "suicidato" dal suo pilota egiziano, il 31 ottobre del 1999. A bordo c'erano oltre 200 persone (di cui cento americane). E', in sostanza, un lungo articolo che riesce a far appassionare anche dei dettagli tecnici (non ce ne sono poi tanti), ma soprattutto racconta, senza trarne conclusioni personali, in perfetta linea con il miglior giornalismo anglosassone, quanto le ragioni politiche impediscano l'accertamento della verità e quanta distanza culturale possa esserci tra noi occidentali, cocciutamente tecnocrati, e popoli, come l'egiziano in questo caso, pervicacemente annebbiati da ragioni religiose o morali, o da una legittima ma fuorviante necessità di affermare la propria dignità di fronte al mondo. Riassunto così, però, faccio un torto al libro. Perché dentro c'è anche una lezione di aderenza ai fatti che non vanno soltanto squadernati nudi e crudi, ma indagati e spiegati, confrontati. Non ci sono giudizi di chi scrive, ma a chi legge viene fornito tutto quanto sia possibile affinché si faccia una propria idea. Una lezione di giornalismo.
Soundtrack: "Stumble and Pain" ( Joseph Arthur), "Wayfaring Strager / Fly Me To The Moon" (Giant Sand), "Celtic New Year" (Van Morrison), "The Cinema Show" (Genesis), "Florence" (The Paragons) e "Milan, Madrid, Chicago, Paris" (Jay-Jay Johanson), sorseggiando succo di frutta: sono sovrappeso, questo mese ho marinato troppe volte la palestra e gli anni passano, soprattutto in giorni come questi.
martedì, 12 luglio 2005
Si prende tutt'a un tratto una persona, magari indegna di noi sotto tutti gli aspetti, una persona che vi misconosce profondamente, pronta a tormentarvi ad ogni occasione, e di una persona simile si fa a un tratto, ad onta di tutto, l'incarnazione di un certo ideale, del proprio sogno, si concentrano in essa tutte le proprie speranze, ci s'inchina dinanzi ad essa, la si ama per tutta la vita, senza sapere assolutamente il perché - forse appunto perché non è degna.
Fedor Dostoevskij
martedì, 12 luglio 2005
Per la maggior parte degli uomini l'amore rappresenta la più classica delle scuse per arrivare al sesso. Il bello è che le donne da sempre fanno finta di crederci: ed è così che nascono i bambini.
Giobbe Covatta
lunedì, 11 luglio 2005
Dell'Abruzzo, finora, conoscevo un po' delle zone interne, delle montagne. Parco Nazionale e dintorni. Ma svagatamente o per lavoro. Venerdì scorso per un invito (più o meno lavorativo) sono andato a Pescara. Due giorni e mezzo. In un albergo con vista sul mare. Di Pescara e di tutta la costa abruzzese, che non conoscevo, dopo questi due giorni, non sono molto entusiasta.
Pescara è linda, provinciale con un'urbanistica anni Settanta, non eccessivamente speculativa, ma banalotta, provinciale, appunto: una Rimini in minore. Non ho visto molto, perché non avevo voglia di rincorrere i miti dannunziani. C'è una lunga spiaggia di sabbia, larga e piena di ombrelloni, lidi con giochi per bambini, mai troppo affollati, ma neanche economici, un mare che dalla finestra dell'albergo sembrava pulito. Larghe piazze, negozi di abbigliamento ben forniti, un bar (Berardo) che fa gelati e aperitivi strepitosi. C'è pure una libreria Feltrinelli. Il fiume omonimo che la taglia in due. Tanti pescherecci e di conseguenza pesce fresco e, immagino, a buon mercato. In albergo ne ho mangiato di ottimo e ben cucinato (anche se senza eccellenze).
Le serate erano impegnate, ma i pomeriggi erano lunghi e liberi. Ho passeggiato. C'è stato il sole e c'è stata la pioggia. Qualche amico, molte nuove conoscenze, anche interessanti, tante chiacchiere, letteratura e un pizzico di teatro.
lunedì, 11 luglio 2005
Ma eroi, profeti, miti, santi, bambole e banditi
ti rapiranno ancora tante volte
o tu li aspetterai e non verranno mai
per una aperta chiudi cento porte.
Francesco Guccini
lunedì, 11 luglio 2005
Amore mio, nei vapori d'un bar
all'alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti!
Giorgio Caproni
domenica, 10 luglio 2005
L'amore è un gran maestro, insegna d'un sol colpo.
Pierre Corneille
domenica, 10 luglio 2005
L'arte di amare? È il saper unire a un temperamento di vampiro la discrezione di un anemone.
Emil Cioran
domenica, 10 luglio 2005
Ama come se più tardi dovessi odiare.
Marco Tullio Cicerone
domenica, 10 luglio 2005
Non c'è amore sprecato, signore.
Miguel de Cervantes
venerdì, 08 luglio 2005
E accumparuta 'a luna all'intrasatto
pe' lle dà 'o sfizio e' me vedé distrutto:
pe' chello ca 'sta femmena m'ha fatto
vurria ca 'a luna se vestesse 'a lutto.
Libero Bovio
venerdì, 08 luglio 2005
Io non sono il tuo uomo né il tuo amore.
Fiera tu sei, o angelo mio breve.
Senza tremare piantami nel cuore
il tuo azzurro tacco alla francese.
Aleksandr Blok
giovedì, 07 luglio 2005
L'utile e il dilettevole. Dovevo andare a Roma per una faccenda privata, ne ho approfittato per andare a vedere la mostra di Fernando Botero. Ma è stata una giornata strana. Già dalla mattinata, in auto, mentre guidavo sull'autostrada, sono stato inseguito dalle notizie sugli attentati di Londra. Così vedere i grandi quadri di Botero sulle torture di Abu Ghraib ha avuto un sapore strano. Forse più inquietante. Non amo molto Botero. E' troppo alla moda, anche se è una persona molto disponibile, capace di stare quasi un'ora a telefono con uno sconosciuto come me. E' anche ripetitivo, con tutti i suoi ciccioni. Non conoscevo le sue nature morte, però. E mi ha divertito scoprire che Botero è capace di far diventare sovrappeso anche le sedie, i vasi di fiori, le chitarre. Le opere dedicate al carcere iracheno sono effettivamente crude. Meno violente delle foto che abbiamo viste, ma riescono a ferire più a fondo: vomiti, sangue, corpi nudi, cani che azzannano, carcerieri che pisciano sui prigionieri, uomini barbuti costretti a indossare biancheria intima femminile. L'abuso. Le figure tonde che altrove riescono ad ammorbidire il male, qui lo enfatizzavano. E questo, secondo me, affranca Botero dalla sua accondiscendenza al mercato. A fine visita ho anche comprato una t-shirt bianca con la riproduzione della coppia presidenziale.
Botero a parte, mi ha divertito entrare a Palazzo Venezia. Non c'ero mai stato. Sono passato decine, centinaia di volte nella piazza e sotto il fatidico balcone, ma dentro non c'ero mai andato. E' un bel posto, un po' labirintico, ma sempre classico e rinascimentale, bianco e rossiccio com'è la Roma latina e papale.
Prima ero entrato nel Pantheon (anche qui per la prima volta). Era pieno zeppo di turisti, giapponesi soprattutto. In confronto c'era meno gente da McDonald's di fronte (dove c'erano tre giovani suore ispaniche, mi pare, alle prese con un Big Mac, eh la globalizzazione). Piazza di Spagna, poi. Meglio tacere, sembrava di stare a Tokyo o a Seoul.
Tornando a casa, ancora notizie da Londra. I morti erano ancora meno di quaranta.
Soundtrack: muto. Ma in compenso sorseggio del vino di Gragnano, fresco.
giovedì, 07 luglio 2005
L'amore ha bisogno di cospirazione ma anche che non si noti. Starsi accanto per altri motivi, sapere noi soli. E disporre di tutte le possibilità, tutto un corridoio di porte aperte, entrare quando e dove vogliamo, dopo una svelta occhiata in giro, lo sguardo e i gesti esperti in improvvisazioni.
Pasquale Panella
giovedì, 07 luglio 2005
Si conserva a lungo il primo amante, quando non se ne trova un secondo.
François de La Rochefoucauld
mercoledì, 06 luglio 2005
Se le sue labbra sono infuocate e lei trema tra le tue braccia, scordatela. Ha la malaria.
Jakie Kannon
mercoledì, 06 luglio 2005
E' più facile amare gli altri che sé. Degli altri si conosce il meglio, l'antologia.
Gesualdo Bufalino
martedì, 05 luglio 2005
Gelati napoletani. Già lo so che vi scatenerete, pacchianelle cittadine. Ognuna di voi avrà i suoi luoghi sacri, resi proustianamente inimitabili da ricordi infantili o adolescenziali. Già lo so. Ma dico lo stesso la mia. La mia di oggi. Ebbene, provo a fare un post comparato tra il mitico Bilancione di via Posillipo e Il Gelatiere di San Pasquale a Chiaia. Non ha il valore di un test. Il confronto vale solo perché oggi ho mangiato due gelati: il primo a Posillipo, il secondo a Chiaia. Perché, secondo voi gli statistici stitici hanno metodi migliori dei miei? Bah, ma l'avete presente Mannheimer?
Va premesso che questi frammenti di un discorso calorico sono inficiati dal pregressso. Ovvero, da quello che è accaduto prima della degustazione.
Allora, Bilancione è un'istituzione. Va detto che uno dei proprietari era, era perché è precocemente morto, Pietro Bilancione, il ragazzino che nel film "L'oro di Napoli" recitava con Vittorio de Sica nell'episodio del nobile con la passione del gioco. Scena mitica del cinema italiano. Grande, grandissimo De Sica. Impagabile il piccolo Bilancione. Nei fine settimana, Bilancione blocca il traffico. Le pacchianelle napoletane sanno di cosa parlo. Veniamo ai gelati. Io ho preso un cono medio a due gusti: crema di limone e fiesta. Avevo intenzione di buttarmi su fragola e cioccolato, ma (e chi se lo immaginava?) sta diventando troppo di moda: l'aveva preso anche il bambino che mi precedeva nella fila. Il gusto "fiesta", poi, è una specie di cioccolata mischiata a sostanze croccanti. Crema di limone è il gusto limone impastrocchiato chissà come. Ma ai gelati artigianali bisogna concedere una dose di arbitrio, altrimenti bestemmieremmo a vedere il gusto puffo e il suo incongruo colore. E sia. Bilancione ha diversi atout: la fantasia (comune a molti gelatai napoletani e italiani), la genuinità (ho assaggiato il gusto cioccolato che ha preso I. ed era notevole) e un panorama unico al mondo. Uscite dalla gelateria e non c'è neanche bisogno di attraversare la strada per godere di uno dei panorami più belli del mondo: il mare, Capri, la penisola sorrentina e uno scorcio di Vesuvio, le ville sopra l'acqua, roba che quei tre balenghi di Borghezio (bleah), Speroni (groop) e Salvini (ahhhh) diventerebbero verdi d'invidia (schiattate dint'a panza, tiè, vuje e la melma del dio Po). Più che un atout è un uppercut. Non ti riprendi più. Resti a bocca aperta e il gelato cola direttamente sulla mano. L'incanto era appena appena attenuato dal ricordo della giornata passata a bordo piscina (ancora una volta) in una di quelle discese a mare posillipine dove si accalcano vecchie signore borghesi, lamentose e incartapecorite, e giovani mogliere di guappi dei Quartieri o di piazza Ottocalli che cercano i figlioletti a colpi di ciruzzo-viene-ccà e giancarlo-a-mammà.
Il Gelatiere di via San Pasquale non può schierare il medesmo panorama posillipesco caro a Sannazaro e agli arcadici marinisti e marinari. Dal Gelatiere di fronte hai solo i cartelli dei saldi di Alcott. Una panchina di plastica bianca. Di giorno c'è il traffico borghese di Chiaia e di sera il passaggio solitario di qualche fuoristrada che scende alla Riviera. Il gelato però è più moderno. C'è il gusto puffo (prima o poi dovrò assaggiarlo, per pura conoscenza scientifica), ma ci sono tanti altri gusti più placidi e conformi alla vulgata partenopea. Noi, da queste parti in gelati e sorbetti siamo maestri da secoli. Rileggete Giacomo Leopardi e saprete. Ché il poeta di Recanati era disposto a tutto (anche sessualmente) con Antonio Ranieri purché lo portasse a Toledo per un coppetto. Dal Gelatiere ho optato per fragola e yogurt. Era già sera. Ed ero reduce da una frittura di alici e calamarelle, innaffiate da vinello biondo di Furore, a diciassette euro a bottiglia. Il cervello era obnubilato a sufficienza. Tanto che le vetrine di Alcott potevano essere più fascinose del Golfo dei poeti. Come un Pausillipon by Warhol, con l'arancione, il turchese, il granata e il verdolino delle camicie di lino che congiuravano in un balletto di pop art.
Allora chi ha vinto? Ma nessuno. Un gelato è un gelato è un gelato.
Soundtrack: "Echi d'infinito" di Antonella Ruggiero, "Warring Dhol" degli Asian Dub Foundation, "Lady Writer" dei Dire Straits, "Eleanor Rigby" dei Four Tops, "No puedo quitar mis ojos de ti" di Matt Monro, "Teach your children" di CSN&Y, "After the goldrush" di Neil Young e "Slippin' and Slidin'" di Little Richard.
martedì, 05 luglio 2005
L'amore è l'infinito alla portata dei barboncini.
Louis-Ferdinand Céline
martedì, 05 luglio 2005
Innamorarsi è dar vita a una religione il cui dio è fallibile.
Jorge Luis Borges
lunedì, 04 luglio 2005
E poi di che parliamo? Mettiamo in archivio un altro delirio? Mentre voi vi godete il fresco di una sera d'estate. Mentre io attraverso una vacanza napoletana. Vacanza come vacatio. Pusillico, mandulinata 'e Napule. Sushi bar. Come James. Un Commitment. Impegnato? E per che cosa? Merito della falanghina e della grappa. Ogni tanto ci vuole. Per creare nuove sinapsi, quando ci si sente liberi. Mentre gli altri inseguono sogni e allucinazioni, per sfuggire a quanto non si può sfuggire. Una scivolata, a gamba tesa, tra le parole. Per ridare senso al silenzio. Rivedendo un vecchio film. Quale? E poi perché? E già bello solo immaginarlo, il film. Perché vederlo? Perché descriverlo?
Rivedere. Rivedere il passato. Per creare. Ma poi perché creare? Cos'è questa insistenza dell'ego che vuole mimare l'atto divino? Creare? Ma che ce ne fotte? Scomparire piuttosto in un afflato buddista, con uno spirito da umile francescano e manzoniano o da vinto verghiano. A chi guarda il mondo dal basso e non gliene frega un cazzo di quello che sta sopra. Arrabattatevi voi, voi che volete comandare invece che fottere. Alla fine, alla fine, alla fine. Io di giorno dormo. E di notte? Quando è buio evito le notti bianche. Le odio. Voglio dormire pure di notte.
Cenetta simil-svedese. Stile Ikea. Polpettine alle cipolle, profumate, comunque (voglio una genovese, voglio una genovese, per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti). Avevo vent'anni quando cenai con David Cooper. La grammatica del vivere. L'antipsichiatria e l'ingegneria. Lago Patria e piazzale Tecchio. David Cooper. Miti d'ieri. A volte non ritornano e muoiono. Ho mangiato pane crispy, come una carta di musica a doppio strato. Domani niente mare. Forse nel pomeriggio, se ci riesco. Clima di paura. Poi verrà il lavoro, ancora qualche giorno. Ancora qualche giorno. Datemi un giorno e rivolterò il mondo. Un giorno, un giorno per il mio regno. Meglio del cavallo. Per scivolare tra la Patagonia e il Cilento. Tra il Salento e la Calabria Saudita. Avete mai visitato Crotone, quando anche alla sera il barometro segna più di trenta gradi? C'è una pizzeria a Crotone dove sembra di stare in un angolo tra la via Appia e il West, tra Pirro e Lincoln, tra un'onda stanca e il Potomac. Roba da generale Grant. Alla guerra come alla guerra. Buenos Aires, Napoli. E Diego, e il Diego ritrovato (porompompero-però) a fare da lietmotiv. La libertà della poesia. Una serata rabelesiana, stretti tra la bestemmia goliardiaca e la negritudine. Pensare? Pensate voi.
Ci sono due cose da aspettare: 'o Senegal (io son stato marocchino, viva-viva 'o Senegal) e la donna latina (far l'amore tra le vigne: a settembre, a settembre, come un'avventura perduta con i dieci anni). Sweet Jane. Un'ora me la dai? L'amore è meglio del vino, del sesso che tu prendi e dai. Chi? Dove? Quando? E non mi avevate detto niente? Bastardi. L'amore, il sesso, il vino. E ched'è il riassunto delle quartine di Khayyam?
lunedì, 04 luglio 2005
Assassinato a 15 anni per l’iPod
New York, accoltellato da una banda di coetanei.
E’ il primo omicidio
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NEW YORK. Christopher Rose ascoltava l'iPod e sognava una vita da rapper. Invece in dote dal destino ha avuto solo la morte da stella maledetta dell'hip hop. Accoltellato senza pieta, come fosse un regolamento di conti di gang rivali. Maera solo un ragazzino di 15 anni in visita alla madre. Ed e il primo morto ammazzato per colpa di un ipod. Gli ipod costituiscono dunque la preda prelibata per i piccoli criminali di strada: dall'inizio dell'anno la polizia di New York ha registrato cinquanta rapine di iPod nella metropolitana della citta, contro zero nell'anno precedente, quando ancora, vederne in circolazione era piuttosto raro. Nonostante tutto, nessuno si era mai ferito.
La storia e cambiata l'altra notte nell'affollata stazione di East Flatbush, quartiere popolare di Brooklyn dove Christopher Rose, con la testa infilata nelle cuffie dell'iPod, si e ritrovato d'improvviso circondato da un gruppo di coetanei armati di coltello. Poco dopo agonizzava in una pozza di sangue. Gli hanno chiesto di consegnargli l'iPod, quello ha provato a ribellarsi, ma aveva di fronte gente disposta a tutto. Fulminei lo hanno accoltellato diverse volte, prima di sparire nel nulla con la refurtiva.
I testimoni presenti, tra cui due amici e il fratello del ragazzo, hanno parlato di una piccola banda di adolescenti, con forse dieci elementi, anche se a colpire sarebbe stato uno solo. L'aspetto piu inquietante riguarda l'abbigliamento degli assassini: avrebbero indossato i colori tipici delle antiche gang metropolitane.
Per il piccolo Christopher Rose e per i suoi compagni di viaggio si trattava di una visita in citta. Rose era venuto a Brooklyn a trovare la madre, ma stava salendo sul treno per tornare in Pennsylvania dove risiede col padre.
L'adolescente non ha avuto modo di difendersi. Era sotto shock, probabilmente non ha neppure capito cosa stava succedendo, poi ha perso i sensi. I suoi amici hanno provato a rianimarlo, senza successo¡í, ha detto John Riley, un testimone oculare dell'aggressione. Rose e morto 20 minuti dopo il ricovero al King Hospital.
Al 67¢ª distretto di polizia di New York, uno dei piu sotto pressione dovendo gestire un quartiere tra i piu difficili della citta, ieri erano gia stati effettuati alcuni arresti, ma nessuno dei ragazzi per ora risponde alla descrizione dell'accoltellatore. Ora il rischio e la psicosi. Per gli abitanti di New York l'iPod e diventato una specie di consuetudine, oltre che uno status symbol tecnologico. E la metropolitana il luogo piu comune dove incontrare persone di ogni eta, assorti dall'ascolto in cuffia ad ogni ora del giorno. L'omicidio di Rose solleva adesso un problema: l'iPod sta dunque diventando un obiettivo per i criminali, come certi orologi appariscenti, e una collana d'oro. La polizia consiglia discrezione e attenzione, specie nelle piccole stazioni lontane da Manhattan. La madre di Christopher ha parlato ieri in pubblico per rivelare un triste particolare: L'iPod non era neppure suo. Se lo era fatto prestare per il viaggio. Era un patito di musica hip hop. Spero che prendano chi lo ha ucciso. Ma anche se non lo prendono, uno cosi finisce male.
Riccardo Romani
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lunedì, 04 luglio 2005
L'amore non è così schifiltoso come l'amor proprio.
Luc de Clapiers de Vauvenargues
lunedì, 04 luglio 2005
L'amore è come il morbillo: più tardi arriva e peggio è.
Arthur Bloch
domenica, 03 luglio 2005
Amarti è un lavoro da uomini.
Bruce Springsteen
domenica, 03 luglio 2005
L'amore che si accende e si spegne a intermittenza presto si fulmina.
Dino Basili
sabato, 02 luglio 2005
da www.repubblica.it
Sesso, la classifica della Ue
"Italiani al top ma non per quantità"
Un sondaggio del Wall Street Journal su ventimila cittadini europei
Siamo noi i più focosi ma anche i meno assidui
di ALESSANDRA RETICO
ROMA - Hanno il gusto della vita. Quando mangiano e quando parlano ci mettono cuore e corpo, figuriamoci quando fanno l'amore. Gli italiani sono così, fuoco e anima, esagerazione. Hanno un che di antico addosso, che non trovi altrove, che non hanno altri. Insomma, ci risiamo, gli italiani avranno pure tanti difetti, mammoni o magari sì, un po' indietro su certe cose. Ma non questo: il sesso lo fanno meglio.
L'adagio o le sperimentate qualità amatorie, il logo scritto pure sulle magliette da Madonna, italians do it better, eccolo confermato, e con le motivazioni su elencate, da 19.163 persone in 20 Paesi europei (col contributo degli Stati Uniti) in un sondaggio del Wall Street Journal. La maggior parte dice il partner me lo scelgo nei dintorni di casa mia.
Ma messi ai voti gli amanti stranieri, gli italiani vincono, ben staccati sull'alto della classifica, col 17% delle preferenze. Seguono i francesi col 14%, gli americani terzi con l'8%, quarti gli spagnoli (5%), infine turchi e inglesi con un magro 3%. Il disegnino che illustra la classifica sul quotidiano economico rafforza qualche sospetto che l'immaginario può più del reale: un omaccione con baffi e pizzetto, costume folkloristico e occhi socchiusi che ispirato suona un mandolino, deduciamo, per una serenata. Magari.
A commentare le cifre, un reportage da Verona che getta benzina sul fuoco: sotto il balcone di Romeo e Giulietta lo scorso anno ci sono andati circa tre milioni di turisti. Sulla tomba di lei 78 coppie, per lo più inglesi, sono convolate a nozze. "Italiani i migliori amanti?" si chiede dubbiosa la reporter per rispondersi che "sicuramente per cibo, bellezza, calore e passione non c'è miglior posto dell'Italia per essere innamorati". L'amore è fumo e insanità, diceva Shakespeare. Ma qui forse funziona di più la piramide alimentar-affettiva mediterranea, ecco che, guarda la sorpresa, stuzzica gli appetiti delle donne più che degli uomini: nella maggior parte d'Europa, specie dell'ovest, le signore preferiscono ai loro compatrioti italiani e francesi.
I campioni, uomini e donne, del campanilismo sessuale sono invece greci (77%), italiani (69%) e bulgari (48%). Gli esterofili più convinti i tedeschi (15%), seguiti da belgi e olandesi. Fuori le bussole.
Qualità, ok, ma veniamo pure al prosaico "quante volte": gli italiani, curiosamente, non vengono nominati né per meriti né per demeriti. Forse perché il mito non si sgretoli, chissà.
Gli europei, in media, ritengono che la dose ideale di sesso alla settimana è tra le due e le quattro volte. Ma tra chi aumenta a cinque e più le performance, svettano i greci (24%), seguiti da ungheresi, russi, americani. I più svogliati, cechi, svedesi, tedeschi, danesi e finlandesi che denunciano un amplesso o anche meno ogni sette giorni. Alcove a temperature naturali.
Questioni culturali, invece: i giovani europei imparano di sesso dagli amici per lo più (32%), poi dalla tv e dai media, e solo il 26% dai genitori, rimasti modelli educativi per un 37% di tedeschi. Sparpagliate nei frammenti di questo discorso amoroso, due schegge: il tradimento, sul quale gli europei dicono di poter chiudere un occhio in alcune circostanze, è decisamente mal digerito in Turchia, Svezia e, incredibile, in Francia. I più laici, e anche qui qualche sorpresa, accanto agli evoluti finlandesi e britannici ci sono i greci.
L'omosessualità ha un termometro strano in Europa: il 30% dice che c'è troppa tolleranza, il 31 che ce n'è in misura adeguata e un altro 31 poca. Spagna, dato non pervenuto.
sabato, 02 luglio 2005
Credo che al mondo ci siano persone capaci di amare da morire una penna stilografica. È molto triste. È una cosa che si capisce quando non si è innamorati.
Banana Yoshimoto
sabato, 02 luglio 2005
L'amore che economizza non è mai vero amore.
Honorè de Balzac
venerdì, 01 luglio 2005
Ho letto "A voce nuda" di Michel Faber perché m'incuriosiva un autore che aveva scatenato la passione di lettori avvertiti con il suo mastodontico "Il petalo cremisi e il bianco". Ma non me la sono sentito di affrontare il macigno. E se non mi piace? Mi sono chiesto. Che faccio? Io non abbandono mai i libri a metà. Me li ciuccio fino alla fine, stramaledicendo l'autore e me stesso per il tempo perso. Così ho voluto saggiare Faber con un libretto smilzo. Dico subito che ho fatto bene. Perché "A voce nuda" non mi ha convinto completamente, ma soprattutto non mi ha fatto venire la voglia di leggere altro di Faber. Mi basta questo. Per ora.
Non è che sia un brutto libro. Ma è il solito discorso delle aspettative. Se devo leggere qualche autore che sappia indagare a fondo i contorcimenti della mente umana contemporanea e le strambe dinamiche che si instaurano nei piccoli gruppi, familiari o amicali, allora leggo McEwan e sto a posto. Gli altri sembrano variazioni sul tema.
"A voce nuda" narra delle prove di un quintetto di musica corale in un isolato castello belga (ma credo a poca distanza dall'Olanda, perché molti personaggi sono olandesi) . Il clima di isolamento e le manie dei singoli personaggi, soprattutto quello di Catherine, una donna che sta uscendo dalla depressione, ma continua ad avere sussulti suicidi, congiurano a creare un'atmosfera alla "Giro di vite" di Henry James (come sbrigativamente suggerisce l'estensore della nota promozionale della quarta di copertina). Ma è tutto fiacco e irrisolto. E' vero i personaggi sono tratteggiati bene e a Faber bastano poche espressioni per farcene capire il carattere. Tutto congiura per un climax un po' gotico. Ma la tragedia, che alla fine scioglie tutto e disperde il gruppo, è una tragedia banalmente naturale. Questa soluzione che sta a significare? Che le nostre paure (c'è anche un grido notturno che viene dal bosco e che sente solo Catherine, ma la cui origine non viene chiarita nemmeno alla fine) non hanno cause sovrannaturali? L'opera che stanno provando non piace a nessuno dei musicisti. Nelle due settimane che dura il loro isolamento imparano a cantarla e a odiarla. Ci sono anche dei ritrattini ben scritti di altri personaggi esterni al coro. Ma, leggendo leggendo, non viene via dalla mente la sensazione epidermica, lo so (il libro l'ho letto in gran parte a bordo di una piscina, al fresco di un ombrellone),di essere alle prese con un filmetto di serie B, che il regista non sa come concludere e che magari voleva far durare più a lungo e che la produzione ha tagliato per mancanza di fondi. Però Faber è bravo. Solo che, per me, nell'ordine-disordine delle mie letture, viene dopo altri molto più bravi di lui. Leggevo e continuavo a chiedermi: ma che vuole dire? Che cosa suggerisce che io non colgo? Ma poi pensavo: ma se vuoi dire qualcosa, dillo e fammi capire. E' che io non sopporto la scrittura allusiva ed ellittica. Un romanzo non è un saggio, è vero. Ma l'autore non può sempre giocare con l'irrisolto, giocare a nascondino per mettere alla prova il lettore o per dimostare di essere più bravo di sta dall'altra parte della pagina scritta. Se sei più bravo, mi vien voglia di dirgli, caro mio mi devi stupire con effetti speciali, altrimenti sei un seccatore. E' che troppi scrittori contemporanei hanno il vizio del frammento, del ho-detto-e-non-detto.
Leggere un romanzo, quando è un grande romanzo, è un'impresa più difficile della lettura di un saggio filosofico. Vi sembra strano? No, è così. Un filosofo, un matematico, un politico deve spiegare, deve convincere, deve dimostare. Così imposta il suo discorso per farsi capire. Un narratore deve far capire, raccontando, celando, mescolando le carte. Il romanzo, insomma, racconta (quando è un grande romanzo) la vita e spesso la nostra vita. Ma deve essere capace di farlo, altrimenti è solo un gioco criptico.
Forse "Il petalo cremisi e il bianco", nella sua possanza, fa comprendere meglio Faber. Non me la sento, però, di affrontare questa scalata.
venerdì, 01 luglio 2005
L'amore è un castigo. Siamo puniti di non aver saputo restare soli.
Marguerite Yourcenar
venerdì, 01 luglio 2005
Il vero Amore ha tutte
le diottrie a posto
ma parla da miope.
Wystan Hugo Auden