giovedì, 30 giugno 2005

Certi libri sembrano promettere tanto, poi deludono. "La malinconia del critico" di Beppe Benvenuto vorrebbe essere un pamphlet sulla fine della Terza pagina dei quotidiani italiani (una fine decretata da tempo, che ne parlamme a ffà) vorrebbe, ma non è. A parte lo stile puerilmente giornalistico, con tutti i cascami dei giornalisti che vogliono essere confidenziali, come chi scrive fosse un crooner, ma sono solo imbarazzanti e prolissi, a parte le ampie citazioni da altri libri che riducono la parte creativa di Benvenuto a ben poco (il tutto dura 74 pagine, poi c'è un'appendice con tre lunghi articoli antologizzati), a parte che il libro intero sembra la prefazione a "La mia vita" di Marcel Reich-Rainicki, maestro della critica tedesco, a parte tutto questo non c'è una risposta alla domanda che Benvenuto si pone all'inizio. Perché è morta la critica letteraria nei giornali? Non c'è una risposta perché nessuno lo sa. O meglio, nessuno sa dirlo perché le ragioni sono troppe. Io una risposta, da lettore, la so dare, però: la critica letteraria è morta perché innanzitutto non c'è più una letteratura che meriti di essere criticata. Dove sono gli autori che in un libro riescono a darti la profondità di una vita, di un'idea, di un paesaggio o solo di uno stile? Non ce ne sono. Della succinta chiacchierata di Benvenuto si riesce a condividere solo la descrizione del giornalismo culturale ridotto a grancassa degli uffici stampa editoriali. Quelli sì lavorano bene. Sanno sedurre i redattori, i capiservizio e i direttori, illudendoli di dargli un'esclusiva, un gossip, uno straccio di pretesto per aprire un dibattito (che non frega niente a nessuno, alla fin fine). Tutta la cultura sui giornali si riduce a promozione di libri, di mostre, di inutilità. Desidero tanto un anno sabbatico dell'editoria. Per un anno niente novità. Ci concentriamo a leggere i libri persi negli anni passati. E loro, gli editori, si dedicano a ristampare il loro catalogo, possibilmente con un prezzo più basso.

Sono perlomeno quindici anni che la critica letteraria italiana non esercita più i suoi compiti. I professori si sono rinchiusi nelle loro torri eburnee e da là lanciano aeroplanini di carta con piccole e striminzite idee, partorite dal loro pensiero debole e corto. I giornalisti le pubblicano frettolosamente e i lettori le ignorano. E continuano a comprare il best seller che non leggeranno (meglio, meglio) e che se leggeranno poco cambierà nella loro mente.

Tutto questo non vien fuori dal libro di Benvenuto, però, che vorrebbe essere ironico, ma è stucchevole. Avrebbe dovuto essere cattivo, invece, menare fendenti violenti e rumorosi, rompere le giarretelle (i napoletani sanno che cosa significa). Dall'aletta di copertina apprendo che Benvenuto è un giornalista professionista (embè?) e che insegna Storia del giornalismo all'Università di Palermo. Doppio lavoro? O conflitto d'interesse? Da questa sua bivalenza avrebbe potuto cavar fuori una rispostina. Se ne esce con 'sto finalino: "Proprio al lettore spetta, secondo prassi e ragione, l'ultima parola". Come se il lettore sapesse che dire. Oggi imperversano, seguendo la moda americana, le scuole di scrittura. Dovrebbero creare le scuole di lettura. Prima s'impara a leggere e poi a scrivere. Perché, dopo aver smaltito libretti inutili come questo, la malinconia è quella del lettore.

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giovedì, 30 giugno 2005

Tu vai sull'onda notturna
ritorta fiamma è il mio cuore
del pettine ambrato ha il colore
riflesso nell'acqua che ti bagna.
Guillaume Apollinaire

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giovedì, 30 giugno 2005

Bastante dimagrimento per il mio corpo è l'essersi ridotto come uno spettro: se non ti rivolgessi la parola tu non mi vedresti.

Le mille e una notte

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mercoledì, 29 giugno 2005

Chi perde ammore va cercanno 'o mare

(questa non ricordo di chi è)

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mercoledì, 29 giugno 2005

Amor vecchio non fa ruggine.

Proverbio italiano

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martedì, 28 giugno 2005
Di cibi oggi vietati ne ho mangiati tanti da giovane. Sì, anche le palle di toro, ma credo una sola volta. Non ne ho un ricordo preciso. Ho mangiato qualche volta anche il cervello fritto, e spessissimo, da bambino, il sanguinaccio di maiale fritto (con il sale o con lo zucchero). Il soffritto lo mangio ancora (a Napoli lo chiamano anche zuppa forte), mi piace tantissimo, ma è un piatto invernale, da accompagnare con aglianico e con falerno del Massico. Buoni anche gli intestini di capretto o di pecora fatti a involtini (qualcosa di simile l'ho mangiato in Grecia, in un paesino sperduto nelle montagnelle della Laconia). Le braciole di zizza, invece,  era un piatto che mangiavo spesso. Mangiarne scatenava una libidine pre-freudiana. Come canta Rino Gaetano, si può vivere cent'anni senza aver letto Freud e ingurgitando tutto quello che può essere ingurgitato. Quello che non uccide, ingrassa.
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martedì, 28 giugno 2005

Ama, e fai quel che vuoi.

Sant'Agostino

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categoria:citazioni
martedì, 28 giugno 2005

Occhiali e capelli grigi sono mercanzie scartate sul mercato dell'amore.

Proverbio italiano

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categoria:citazioni
lunedì, 27 giugno 2005
Certi luoghi di Napoli vanno visti di contropiede. Quando la folla è smammata. Allora, può piacerti anche il fiéto di certi angoli. E' l'oleografia nera, ribaltata di questa città. Prendete la Rotonda Diaz alle otto di sera. Una sera di lunedì. Quando i chioschi lerci sono sorvegliati da tarallari sonnacchiosi, abbacchiati dal caldo e in attesa di un po' di fresco, della corrente del Golfo. Sul Lungomare corrono in tanti, con le t-shirt inzuppate di sudore e gli auricolari impizzati nelle orecchie a dare il tempo o a trasportare in un altrove meno messicano. C'è persino ancora qualcuno in costume, tra la sabbia e le cartacce di Mappatella beach. Al largo qualche yacth fa sventolare una bandiera del Commonwelth. Gli aliscafi sono fermi al molo. E' il momento di mandare in onda una nuova puntata della gastronomia popolare napoletana, dopo la pizzafritta di Di Matteo, che non piace ai pauperisti di ritorno.

Da quanto tempo non mangiate il per'e musso? I napoletani sanno di cosa parlo. Quella cosa orrida a vedersi e sospetta a mangiarsi, composta da intestini e muso di bovino, innaffiato di limone e spruzzato di sale. Stasera mi sono fatto tentare. E come diceva quel frocio sublime di Oscar Wilde, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni. Ho dovuto superare il disgusto delle mani inguantate e delle braccia arruscate e micotiche del vecchio che ha preparato il fiero pasto. Ma ce l'ho fatta. I venditori di per'e musso si sono modernizzati e un po' di fascino s'è perso. Un tempo il per'e musso si mangiava in un foglio di carta oleata, quella un po' rigida e trasparente che di oleoso aveva solo il nome. La spruzzata di sale (ora senza più pepe, ahimé) è fatta sempre con un corno bucato sulla punta e tappato dietro con un sugherone, era laccato di rosso stavolta. Ma la cientepelle (quella parte del per'e musso più schifosa a vedersi, verde per i resti di quintali di erba ruminata dal quadrupede) è sempre cientepella: la cientepella con il suo aspetto più da criniera che da tubo digerente, la cientepella cattura lo sguardo come l'oggetto di una prova di iniziazione. Che qualche santo taumaturgo mi preservi delle intossicazioni alimentari e dalle diarree conseguenti. Assieme alla cientepella ci sono altri intestini meno impressionati, e c'è il muso calloso, l'unico che non disturba l'occhio. Ora, almeno ora l'ho scoperto io, fanno anche una sorta di coppa con muso e peperoncino che aggiungono a richiesta. Il tutto va in una vaschetta trasparente. E il vecchio ti dà pure delle forchettine di plastica.

Appoggiando la vaschetta sul muretto di pietra vulcanica, impregnata più da liquami umani che dalla salsedine, abbiamo appizzato i pezzetti del pasto che pure il conte Ugolino avrebbe allontanato da sé, tra goduria proustiana (ognuno ha la madeleine che merita) e un po' di sussiego piccolo-borghese. Mentre la sera calava su Mergellina, e si accendevano quasi in sincrono lampioni e faretti del Circolo del tennis e quelli del Consolato americano e tutte le mille luci della speculazione edilizia di Posillipo, gli occhi seguivano le tracce dei fari rossi delle auto che si arrampicavano per i tornanti cementificati. Diventa bello pure il peggio di Napoli, talvolta. Dietro c'era il Vomero sovrastato dalla Floridiana (cara a Tortora, Sorryso e Jené) e Sant'Elmo che tiene sotto controllo la plebe lazzara della città e non eventuali invasori (lo sapeva Dumas e lo scriveva, leggetelo è meglio di Dan Brown e racconta meno balle). Qualche cientepella l'abbiamo mangiata. Ma molta l'abbiamo lasciata. C'è un limite a tutto.

Ma non era finita. Ci voleva il tarallo sugna e pepe. E la Peroni da scolare con la bocca, come sempre, attaccata al collo della bottiglia. Il tarallo tenuto caldo e friabile è considerato trash dalla Napoli piccolo-borghese, da quella città che ora parla la lingua di Pippobaudo e prima parlava il dialetto molle di Salvatore Di Giacomo. I piccolo-borghesi schifano il tarallo e chi lo mangia, perché devono dimostrarsi diversi dai lazzari, camorristi e analfabeti. Lo devono fare perchè la contiguità e nei fatti, nei comportamenti e nella mentalità, ma il piccolo-borghese deve differenziarsi nelle apparenze perché non tollera di essere confuso con il vicino lazzaro. Ma rinunciando al tarallo non sanno cosa si perdono. Perché i lazzari sempre lazzari restano e per quanto mi riguarda non ho nessuna voglia di redimerli. Lo facessero i preti e i sedicenti comunisti (io non sono né Ratzinger né Bertonotti, pe' ciorta mia). E i taralli sugna e pepe restano sempre taralli sugna e pepe, anche se ora li fanno meno unti e più aderenti al gusto di chi è cresciuto succhiando il latte dal tubo catodico. Ché una zizza manco sanno che fa il latte. E io di zizze mangiavo pure le braciole. Non le avete mai provate? Peggio per voi. Io ho il vantaggio di essere stato partorito da lombi contadini. Prima o poi ve ne parlerò diffusamente. Ma pare che la zizza di vacca non la vendano più nelle macellerie, dopo la paura della muccapazza.

Ora, per neutralizzare tutto 'sta gastronomia lazzara ho bisogno di un po' di ouzo. Con ghiaccio o senza? Bah.

Musica di sottofondo: "Ferry-boat" di Pino Daniele, "Visa para un sueno" di Juan Luis Guerra, "Come fly with me" di Michel Bublé, "Non ridere" di Paolo Conte, "Lo scenario" di Lucio Battisti, "Rush" di Jay-Jay Johanson, "No woman no cry" di Bob Marley, "A thousand years" di Mariza & Sting, "Calling you" di Jevetta Steele e "Can't take my eyes off of you" nella versione disco dei Boys Town Gang.
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categoria:piaceri, napoletana
lunedì, 27 giugno 2005

da www.repubblica.it

"Love story fra Lady D. e John Kennedy jr"

di FERRUCCIO SANSA

LONDRA - "Abbiamo cominciato a parlare. E una cosa tira l'altra, alla fine ci siamo ritrovati a letto insieme. È stata un'alchimia straordinaria". I protagonisti di questa notte d'amore sono John John Kennedy e Lady D., entrambi morti in circostanze tragiche nel 1997 e nel 1999. Il racconto dell'incontro avvenuto nel 1995, ma rimasto segreto per dieci anni, arriva da Simone Simmons, la grande amica della principessa. La sua confidente più intima. Simmons ha deciso di svelare tutto quello che Lady D. le aveva raccontato nel libro "Diana: l'ultima parola" (anticipato oggi dal tabloid Sun). Si comincia proprio dal torrido incontro con il figlio di Jfk, John Kennedy Jr. La passione - raccontò proprio Lady D. - scoppiò all'improvviso in albergo di Upper East Side, a Manhattan, dove la principessa era alloggiata. Una suite affacciata sul Central Park. John John le chiese un'intervista per il suo giornale George. Diana rifiutò, ma accettò d'incontrare il rampollo della famiglia Kennedy. "Appena lo vidi - avrebbe raccontato a Simone Simmons - fui folgorata dal suo charme. Cominciammo a parlare, ma dopo poco ci trovammo a letto insieme". E Simmons aggiunge: "Diana diede un 10 e lode al suo amante e definì quella notte di pura lussuria. Lady D. ci scherzava sopra, diceva che sarebbe diventata la First Lady Usa". La storia di passione, però, finì praticamente subito: tornando in Inghilterra - racconta Simmons al Sun - Diana consultò gli astri e capì che non c'erano gli elementi per una relazione stabile. Un anno dopo John Kennedy Junior si sposò con Carolyn Bessett.

Commento:

Ma quant'è bella 'sta notizia. Dentro c'è tutto. Se non fosse vera sarebbe ben inventata. Forse è ben inventata come un romanzetto rosa, ma perfetto. C'è tutto: la principessa infelice e puttana, il figlio di Kennedy bello e intellettuale, le corna regali, l'Upper East Side di Manhattan, la morte tragica di tutt'e due, l'astrologia che decide, la lussuria. Ma che avranno fatto? Ah, esserci. Sarebbe bastato fare il voyeur, in stile Michel Houellebecq. E' roba da affidare in mano a uno scrittore monstre metà Liala e metà Philip Roth. E che musica avranno ascoltato di sottofondo? Se vuoi essere lussurioso nell'Upper East Side in casi come questi devi mettere la raccolta doppia di Lou Reed, perfect day, vicious, sweet jane. Anche se temo che quella becerona di Diana avrebbe scelto George Michael o Elton John.

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categoria:notizie, sesso
lunedì, 27 giugno 2005

Amore e odio non sono ciechi, ma accecati dal fuoco che portano in sé.

Friedrich Nietzsche

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categoria:citazioni
lunedì, 27 giugno 2005

Ci sono persone che non si sarebbero mai innamorate se non avessero mai sentito parlare dell'amore.

François de La Rochefoucauld

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categoria:citazioni
domenica, 26 giugno 2005

Tutte le passioni malsane, egoiste e stupide, l'ambizione, l'avarizia, l'avidità, si citano senza odio e senza collera; ma l'amore, la sola passione che cerca la felicità nella felicità di un'altra persona, l'amore che fa l'uomo più grande dell'umanità, sembra che si debba prendere con le molle.

Alphonse Karr

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categoria:citazioni
domenica, 26 giugno 2005

Amore, merda e cenere, son tre cose tenere.

Proverbio italiano

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categoria:citazioni
sabato, 25 giugno 2005
Certi concetti è bene ripeterli. Per farveli entrare nelle chiocche definitivamente. Ebbene, io divento sempre più refrattario ai viaggi. Che devo viaggiare a fare? Io già sto a Napoli. Sono gli altri che devono viaggiare, che devono venire qua. Io sono già arrivato. Come dice Jeneregretterien, non è colpa mia se non siete napoletani. E aggiunge il trucido Roquentin: alla faccia vostra. Questa è la premessa indispensabile.

Perché è così.

Siamo usciti tardi, stamattina. L'idea era quella di andare a cercare un'agenzia di viaggio. Ma come, un'agenzia di viaggio? E per fare cosa? A me serve solo un biglietto da 90 minuti per prendere la Funicolare e salire a San Martino o il 140 per andare a Posillipo. Il livello è sciovinista e sopra le righe, miei cari. State al gioco. Insomma, era una scusa questa dell'agenzia di viaggio. Volevamo andare nel centro antico, la città che fu greca, romana, medievale e barocca. Come turisti sotto un cielo scottadito, un azzurro carcariante. Un demone meridiamo poteva sempre uscire da qualche abbagliante angolo di un cortile miseria-e-nobiltà dei Decumani. L'idea, non detta, era di arrivare fino a via Tribunali, per andare a prendere un po' di frittura da Di Matteo. La conoscete quella pizzeria? I napoletani dicano sì, altrimenti è pronto il foglio di via. Dite sì. Bene. Siamo arrivati fino a là, attraversando Toledo bruciata dalla luce di mezzogiorno, manco una vrenzola di mbriana a consolarci. Poi piazza del Gesù. Bianca e nera, obelisco e bugnato. Giallo tufo da un lato. Barocco dappertutto. Chi vo capì capisce, o sinò faciteve 'nculo. Spaccanapoli fino a San Gregorio Armeno. Presepi fuori stagione. Giugno è il mese ideale per andare a caccia di pastori. Ci scambiavano per turisti. Io per tenere lontane le persone moleste avevo una t-shirt blu con lo stemma rosso dei Karagheorghievic, nazionalismo serbo. Roba tosta che nessuno conosce. Ma il pantalone era azzurro e gli occhiali scuri. Il mio italiano senza accenti (quando voglio) creava l'equivoco. Ma, se non mi conveniva, bastava infilare due giravolte napoletane (financo giuglianesi, embè) e todo cambia. Olè. Insomma, pure quello scorcio plurisecolare che mette insieme San Lorenzo Maggiore, San Paolo Maggiore (con le due colonne romane) e la statua di San Gaetano faceva ubriacare. Saecula saeculorum. Da Di Matteo io ho preso solo una pizzafritta, colosterolo puro, di quello buono però direbbero i nutrizionisti politically correct, che non dà il rigurgito acido come controindicazione. Dentro c'era della ricotta. La si mangia a libretto la pizzafritta, cioè (spiego per chi ha la sfortuna di non essere napoletano, convertitevi anime prave), cioè piegata, in due questa volta (la margherita la si piega in quattro), nel foglio di carta. Abbiamo preso anche crocché, arancini rossi (magnifici come sempre) e 'o guagliunciello s'è mangiato una frittatina di maccheroni ("E' piccantina, ma buonissima". 'A faccia d''o Bigmecche 'e chi l'è mmuorte, ho aggiunto ncapa a mme). Tutto per cinque euro cinque. Si può economizzare e mangiare bene, a Napoli. Calderoli e Tremonti schiattassero dint'a panza, tié. E via a piedi verso San Pietro a Majella, ma senza arrivarci, aggredendo a morsi la pizzafritta, fottendomene se con la ricotta mandavo giù anche un po' della carta. E via tra motorini spetazzanti e il sole alto in cielo che entrava nei vicoli. E via passando davanti alla Campagnola (venerata da Beuys e Warhol). La prossima volta dalla Campagnola vado, come quando andavo all'Università e leggevo Benjamin e Virilio, con il contorno di Tasso. Ora la Campagnola ha messo un cartello multilingue scritto con il pennarello rosso, nel quale pubblicizza la sua cucina napoletana ed economica. Come si fa a non sorridere?

Ma la sete, dopo la pizzafritta e nella luce abbagliante dell'una passata, è canaglia. A piazzetta Nilo c'era ombra, uno spaccio di rosticcerie per ragazzini (puparuoli non sapete che vi perdete, andate da Di Matteo, andate): ho preso una Heineken da 66 cc. Un bicchiere per I. e il resto me lo sono scolato con la bocca attaccata al collo della bottiglia. Con tre euro (uno per la pizza fritta e due per la birra, non c'è proporzione nella vita, non c'è), con tre euro mangi da Dio. Ci voleva un gelato. Cioccolata al peperoncino e limone. Evviva. E' quello che serve a incendiare l'eros e a spegnere il caldo. Un sabato napoletano.

Un sabato napoletano che ti regala quell'incrocio di zefiri che si crea davanti all'ingresso di Santa Chiara. E' il tufo giallo. Un fresco regalato da questa città di magie. Si entra in chiesa, si entra. C'è un matrimonio. Non è fresco come mi aspettavo. Le ultime note dell'organo, prima leggere, per farti ammirare quello che resta del monastero primigenio, gotico, che le bombe alleate distrussero nell'ultima guerra. Munasterio 'e Santa Chiara tengo 'o core scuro scuro. Penz'a Napule comm'era, penz'a Napule comm'è. Comm'è? E' bella sempre, alla faccia dei porci e delle scrofe di piazza Ottocalli. Ottocalli gli devono venire sotto i piedi. Così si ciòncano alle case loro e là restano. Saecula saeculorum. E sia, le ultime foto della sposa sull'altare. L'organo vira sulla Marcia nuziale. Ancora qualche minuto di fresco e via. C'è da affrontare di nuovo Toledo e via Chiaia.

Soundtracks: "Gyspy in My Soul" di Van Morrison, "Matamoros Banks" di Bruce Springsteen, "Sicily" (un posto ci sarà fatto di lava e sale) di Pino Daniele, "Estetica" di Lucio Battisti, "Daysleeppers" dei Rem, "Putesse essere allero" (cu nu speniello mmocca) di Pino Daniele e "Lady Writer" dei Dire Straits. E ora, infine, "Fredrick" di Patti Smith.

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categoria:napoletana
sabato, 25 giugno 2005

La critica letteraria è stata data per morta tante volte. E' un refrain culturale, abusato e stonato che ci porterebbe a impugnare il telecomando per cambiare canale. Da qualche anno in effetti la critica letteraria non se la passa bene. E' ridotta a una disciplina accademica. Non esiste più da tempo (e forse non è un male) la famigerata critica militante, un po' partigiana e un po' artigiana. Sui giornali prevale il chiacchiericcio gossipparo, che è più vicino al marketing che alla critica. Si scrive dei libri accontentandosi di leggere le quarte di copertina. Diceva un mio amico giornalista che esistono tre modi per recensire un libro: il primo è leggere il libro da cima a fondo, il secondo è leggere solo la quarta di copertina, il terzo è non leggerlo proprio. Il terzo è il migliore, perché non ti fai influenzare. Ma quel che è grave è che anche i professori che scrivono sui giornali sono presi dalla febbre da marketing (o marketting). Loro si giustificano dicendo che avrebbero bisogno di più spazio per far lievitare il proprio pensiero, rispetto a quello micragnoso che mettono a disposizione i giornali. Di fatto, se va bene, c'è una critica impressionista.

Ora, Mario Lavagetto, che pure sui giornali scrive, con un pamphlet, intitolato "Eutanasia della critica", prova lanciare un sasso nello stagno. Sì, perché, a una rapida lettura, questo è 'sto libro, un sasso. Lavagetto prima se la prende con chi compra i classici in edicola, non per leggerli (e se li leggesse non avrebbe gli strumenti adeguati per capirli), ma per farne tappezzeria, per sentirsi un po' più colto, a poco prezzo, solo acquistando Svevo e Tolstoj. Quindi fa una breve puntata sull'eredità di Croce e sulla febbre strutturalista e semiotica degli anni Sessanta. Barthes, Barthes e Barthes, che però rivaluta (e ha ragione), con molti riferimenti a Proust (dal quale pure è partito). Roba solo apparentente tosta, perché il linguaggio è colloquiale (con qualche inevitabile coloritura lessicale gergale). E' vero che in meno di cento pagine, scritte pure larghe, non si riesce a dire granchè. E Lavagetto manco ci tiene. Vuole solo far capire, come alla fine fa, che per farci innamorare di un testo deve scattare un rintocco (e cita Giacomo Debenedetti, ebbene siamo ancora là) che si rincorre da un testo all'altro, come da Proust (ancora lui) e Céline. Provocazione per provocazione, c'era molta più gente da mandare affanculo. Ma poi, della criticia letteraria chi se ne frega? Si può vivere cent'anni e bene senza aver letto Auerbach, Bachtin o Steiner. Agli editori basta che escano soffietti sui giornali, agli scrittori pure. Per i professori (ordinari, nel senso di non eccellenti, o associati, nel senso di complici) che si esercitano sui quotidiani è sufficiente la firma a palchetto e il capolettera e la telefonata di ringraziamento dell'amico o del collega recensito. Ai redattori culturali, poi, basta chiudere le pagine, spegnere il computer, tirare la porta e andarsene a casa o a bere con qualche amico residuo. Più che eutanasia mi sembra morte violenta.

Soundtracks: "Boogie Shoes" di K. C. & Sunshine Band, "Santa Lucia" (per chi vive all'incrocio dei venti ed è bruciato vivo) di Francesco De Gregori, "Sentimento" (Castellammare pesce nun ce n'è) degli Avion Travel, "Riki Tiki Tavi" di Donovan, "Goodnight Irene" di Mississippi John Hurt, "New York's Not My Hone" di Jim Croce e "Uomo bastardo" di Marcella Bella.

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categoria:letture
sabato, 25 giugno 2005

Cosa è meglio, amare o essere amati? Nessuno dei due se il vostro tasso di colesterolo è più di seicento...

Woody Allen

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categoria:citazioni
sabato, 25 giugno 2005

Non si giudica chi si ama.

Jean-Paul Sartre

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categoria:citazioni
venerdì, 24 giugno 2005

Più divino, in realtà, è l'amante che l'amato. Difatti è posseduto dal dio.

Platone

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categoria:citazioni
venerdì, 24 giugno 2005

Un uomo può essere felice con qualunque donna purché non la ami.

Marcello Mastroianni

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categoria:citazioni
giovedì, 23 giugno 2005
L'avete presente "Buena vista social club"? Io sì, molto. E se, come adesso, ascolto Ibrahim Ferrer che canta "Dos gardenias", il caldo appiccioso, che neutralizzo con grappa sopraffina, mi porta ai Caraibi. Meglio del rum. Ho le lenti degli occhiali un po' sporche e non vedo bene lo schermo. La musica cambia. Little Richard, allora cosa c'è ora? Il Mississippi o l'Alabama. Qualche scena torrida del film di Alan Parker. Con Mahalia Jackson come colonna sonora. Forse, fregandomene dell'ora, posso anche rivederlo quel film, ho la cassetta. Ora c'è De Gregori. Guarda i muscoli del capitano. Grande ode, fuori stagione, al futurismo. Questa croce di Novecento. E sì, sono impregnato di Novecento. Di quel secolo di gulag, lager e di totalitarmi, di rivolte e decolonizzazioni, di libertà, di riprendiamoci la vita e della fantasia al potere e di una risata vi seppelirà, di Musil e Borges, di Thomas Mann e Gandhi, di Orson Welles e di Lezama Lima. Questa nave fa duemila nodi in mezzo ai ghiacchi tropicali. Fosforo e fantasia. Guerra lampo e poesia. Andiamo avanti tranquillamente. Un valzer val bene un iceberg. Una montagna bianca. Una montagna incantata. E che me ne frega di Manu Chao, ora. Che ora son mi corazon. Il secolo di Totò. Me gustas tu. Parlare dell'America Latina. Mandare tutti a quel paese. Il profumo del mosto selvatico. Davvero kitsch. Me gusta Guatemala. Poi ci sarà Nashville. Una chitarra, tutto un po' fricchettone, molto anni Settanta. A torso nudo su un letto pieno di cuscini. Ciocche bionde e obladì-obladà. Stonato, però. Conta essere facile, easy. Frame. Cinco de la manana. Bublé no, però. Passo avanti. Cerco di meglio in questo party-mix. Un "Libertango" rifatto da Grace Jones. Con quel titolo inglese che non ricordo e che non voglio andare a cercare. La finestra sul cortile. Ma non guardo fuori. No, era "Frantic". Era "Frantic" di Roman Polanski e Harrison Ford? E Parigi? Boulevard. E' così facile. E' facile far scattare l'interruttore. Immaginarsi come l'agente all'Avana. Un ventilatore a pale sul soffitto. Le maniche di camicia arrotolate fino al gomito. Una sigaretta a bruciare nel posacenere. L'ombra e la luce delle tapparelle socchiuse che disegnano processioni sul muro. Forse è un ricordo d'infanzia che gli anni hanno riempito di storie alla Graham Greene.
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categoria:musica, cinema
giovedì, 23 giugno 2005
Cazzo, come ho potuto dimenticare "L'italiano" di Cutugno? Ne ho comprato anche una versione italo-americana da Virgin a Times Square (NYC), eseguita da The Sicilians.
Se la sento all'estero mi viene sempre un groppo alla gola (be', un groppino).
E trash per trash mi commuove pure l'Inno di Mameli. Forse più dell'Internazionale che invece mi esalta e, a suo tempo, mi faceva persino soprassedere sulle sopracciglia cespugliose di Breznev.
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categoria:musica
giovedì, 23 giugno 2005
La migliore di oggi è su "Il Foglio" di Giuliano Ferrara.
"Per castrare Calderoli servirebbe la ghigliottina".
Firmato Maurizio Crippa
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categoria:citazioni, lampi
giovedì, 23 giugno 2005

L'amore ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è sincero.

Marcello Marchesi

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categoria:citazioni
giovedì, 23 giugno 2005

L'opposto della dissolutezza non è la ritrosia, non è l'austerità, non è l'astinenza: è l'amore.

Alphonse Karr

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categoria:citazioni
mercoledì, 22 giugno 2005

Premessa.

Odio le catene. Ho risposto per cortesia, e un po' evasivamente, a quelle che mi sono state proposte. Ma postando e commentando con Sorryso, è venuta fuori l'idea di fare una catena sui gusti trash musicali. Ciascuno di noi ha una canzuncella di merda che lo fa impazzire. A volte sono canzoni pure belle, che, gratta gratta, non sono solo furbe, ma anche intelligenti. La maggior parte, invece, ci piacciono per motivi sentimentali, perché legate a un periodo particolare della nostra vita, a un'estate al mare o un grande amore e niente più. Molte volte ci piacciono per motivi imperscrutabili e ignoti a noi stessi. Ci attraggono come le lampadine attirano e uccidono le falene. E' la forza della canzone popolare, quella veramente popolare. Qualcuno li mette nei suoi film, come succede ormai comunemente nel cinema italiano dei quarantenni-cinquantenni. Moretti docet.

Allora, la catena è composta di una sola domanda (ma ciascuno può arricchirla): Quali sono le canzoni o i cantanti trash ai quali non sapete resistere?

Ecco i miei (ma mi riservo di completare l'elenco, quando ne ricorderò altri). Tra le canzoni napoletane mi piace molto "Ciucculatina d''a Ferrovia" di Nino D'Angelo. Mi commuove. Non è trash come lo è stato, ormai consapevolmente, lo stesso D'Angelo. E' una semplice storia di emarginazione, anche poetica. La musica è tamarra assai, però. Poi sempre di D'Angelo, ma come autore per i Fratelli d'Itano, mi piace "Io songo 'a vita". Una canzoncina con un'orchestrazione bandistica, ma con un testo semplice sulla vita e la forza della vita. Scusate il paragone schizzato, ma a me fa pensare a "La mamma morta" cantata dalla Callas, per contrasto di voce e affinità di temi. Per il trash straniero mi fermo solo a "Mandy" di Barry Manilow, perché mi ricorda un'estate passata a Ischia, ad ascoltare le prime radio libere. Ma è una canzone da sconsigliare a chi soffre di diabete. Chi ha problemi di controllo della glicemia dovrebbe anche evitare Amedeo Minghi. Per me "1950" non è trash, ma una bellissima canzone d'amore e di Storia. Mi piace persino "Vattene amore", perché la si può canticchiare. Ma il resto Minghi è da buttare. Terribile è anche "Un'estate fa" di Michel Fugain. L'ha cantata pure Mina ed è persino stata una cover dei Delta V. Sdoganatissima, quindi. Come sdoganato è pure Franco Califano. La sua "Tutto il resto è noia" non mi piace molto, ma amo metterla tra le mie preferite per pura provocazione. Adoro Adriano Pappalardo da tempi non sospetti. Inizio anni Settanta, per intenderci. Quando le sue canzoni le scrivevano Battisti e Mogol. Poteva essere il nostro Joe Cocker. Mitiche sono "E' ancora giorno", "Segui lui" e "Ricominciamo". Poi c'è "La prima cosa bella" di Nicola Di Bari: semplice e scema, ma, se non ricordo male, il testo è di Sergio Bardotti. Mi ricorda l'infanzia e poi è facile da cantare. Nicola Di Bari avrebbe potuto essere il nostro John Denver (azz). Mi piace anche "Gli anni" degli 883: è un po' presuntuosa, come gli anni Ottanta, ma è fatta di nostalgia miscelata bene. E come scordare tutto il Massimo Ranieri italiano? Da "Rose rosse" a "Sei l'amore mio", da "Via del Conservatorio" a "Vent'anni"? E alla fine, last but non least (come dicono a Forcella), "Luglio" di Riccardo del Turco, ia-ia-iaia.

Passo il testimone solo alla mia complice, Sorryso. E vai.

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mercoledì, 22 giugno 2005

Aveva amato e attraverso l'amore aveva trovato se stesso. La maggior parte degli uomini ama invece per perdersi.

Hermann Hesse

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mercoledì, 22 giugno 2005

I grandi amori si annunciano in modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza!

Ennio Flaiano

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martedì, 21 giugno 2005

Vitalità dell'Amore: non si può, senza essere ingiusti, parlar male di un sentimento che è sopravvissuto al romanticismo e al bidet.

Emil Cioran

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martedì, 21 giugno 2005

Amor fa molto, il denaro tutto.

Proverbio italiano

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lunedì, 20 giugno 2005
Forse non avrei dovuto leggere "Fata Morgana" di Gianni Celati in questo periodo. E' un bel libro, divertente, profondo, che fa pensare. E' insieme la parodia dell'antropologia, l'invenzione di un popolo immaginario, un'indagine sulla vanità del mondo e sul potere della fantasia. E' proprio quest'ultimo aspetto (ma quando analizzerò il romanzo a freddo ne tirerò fuori degli altri, di aspetti) che mi ha più colpito e anche un po' afflitto. Sì, proprio afflitto. Perché, per me, questo è un periodo duro, stressante sul lavoro e di scarse ambizioni oltre il lavoro. Leggere del popolo dei Gamuna, che vive in luogo remoto, ai margini del deserto, in una città abbandonata da una misteriosa popolazione precedente, scappata non si sa per quale motivo, mi ha intristito e mi ha fatto tirare per le lunghe la lettura. I Gamuna di Celati sono molto strani e lui li descrive con vari artifici letterari, in quel modo stralunato che sa usare Celati. Ma, soprattutto, i maschi adulti dei Gamuna sono teneri e insopportabili. Vivono in uno stato di grande indifferenza, paura e apatia, convinti come sono che tutto è apparenza, vanità, allucinazione, visioni e abbagli di una fata Morgana, miraggi. Le donne sono la parte viva di questo popolo, seduttrici, ciarliere, traditrici e propense agli amori saffici. I ragazzi sono invece dei piccoli criminali organizzati in baby gang armate di lance. Ma un rito iniziatico, appena hanno raggiunto la pubertà, ridurrà i giovani maschi in adulti meschini. Ci sono tanti spunti in questo libro che è nato anche in modo strano: pubblicato a brani, quasi vent'anni fa su una rivista e poi ricompattato in romanzo con un narratore che dalla sua casa in Normandia mette assieme i tasselli del mosaico dei Gamuna, attraverso i taccuini di alcuni viaggiatori che hanno vissuto con questo strano popolo. Celati ricostruisce (o meglio costruisce, inventa) tutto dei Gamuna, come se fosse un'opera di antropologia (la religione, la cosmogonia, la vita quotidiana, i rapporti maschio-femmina e giovani-adulti, la lingua, l'organizzazione sociale e politica), ma soprattutto fa trasparire la contrapposizione tra fantasia e realtà. E' un romanzo divertente anche perché leggendo viene da pensare ai popoli creati da Swift o da Borges (tanto per citarne due). In un'aletta del libro è riportata una frase di Rebecca West di cinque anni fa, che dice: "La vita dei Gamuna e l'esistenza postmoderna del tardo capitalismo sono accomunate da uno stretto rapporto speculare, rappresentato dai 'non luoghi', dove le persone si incontrano senza avere nessun legame di tradizione o di identità". Ecco spiegato, a parte il riferimento a Marc Augé, il senso di avvilimento che mi ha dato un bel libro. Sarebbe stato meglio leggerlo in un altro periodo, mi sarei fatto condizionare dall'allegria sballata che scatta in molte pagine.
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lunedì, 20 giugno 2005

Ho il terrore di essermi innamorato di te ma siccome non voglio farti del male facendoti soffrire ti lascio perché ti amo troppo.

Antonio Albanese

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lunedì, 20 giugno 2005

Il sentimento dell'amore presuppone il sentimento della proprietà.

Friedrich Nietzsche

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domenica, 19 giugno 2005

L'amore allo stato puro è quello non corrisposto.

Alessandro Morandotti

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domenica, 19 giugno 2005

Poche sono le persone che non si vergognano di essersi amate quando non si amano più.

François de La Rochefoucauld

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sabato, 18 giugno 2005

Bisognerebbe far con l'amore come quando si mangia il pesce: non buttar giù le lische.

Alphonse Karr

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sabato, 18 giugno 2005

L'amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L'amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina.

Hermann Hesse

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venerdì, 17 giugno 2005

Noi amiamo sempre, malgrado tutto; e questo "malgrado tutto" copre un infinito.

Emil Cioran

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venerdì, 17 giugno 2005

Talvolta amare è solo vanità di amare. Nessuno si rassegna all'idea che agli altri succeda e a lui no.

Gesualdo Bufalino

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venerdì, 17 giugno 2005
E' venuta l'ora di raccontare di Zanzibar. E' merito del Merlot, della grappa e delle merendine del Mulino Bianco che ho ingurgitato per cannarizia. E' merito di questo e della musica che sfila di sottofondo sul Mac. "El negro Zumbon" di Flo Sandon's. Lo ricordate "Caro diario"? E quella pasticceria di Lipari? E la Mangano in "Anna"? In quel film, però.

Zanzibar, allora. E' stato il mio unico viaggio, finora, nell'Africa nera. La testa piena di antropologia, romanzi stile "segretissimo", terzomondismo, esotismo, musica e mille e una notte. Però a Zanzibar ci andai con mia figlia, che allora aveva undici anni. Non vale la pena spiegare perché. Cioé non voglio dirlo. Sta di fatto che nel settembre del 2002 andammo a Zanzibar. L'abbronzatura greca non era ancora andata via e ci aspettava Zanzibar, l'isola della tratta degli schiavi, dei sultani e di Freddy Mercury dei Queen. Quel misto strano di spezie e di malaria. Un po' mi sentivo Rimbaud, ma era un gioco solitario. Mercante di schiavi. Io? Insomma, andammo. Con un aereo che partì alle tre di notte. Non dormii, come sempre negli aerei. Sorvolammo il Sahara di notte, l'Etiopia e il Kenya. Sorvolammo, e la mattina, sul tardi, ricordo, eravamo all'aeroporto di Stone Town, la Città di Pietra, Zanzibar, signori miei. Ci aspettava un villaggio turistico italiano, quella specie di carcere di lusso che non ti fa vedere un cazzo dei posti in cui vai. A parte la luce azzurra e sfibrante dell'Oceano Indiano con le sue alte e basse maree più volte al giorno, le cameriere nere nere, e l'odore caldo e umido dei tristi tropici, sarei potuto essere anche a Fregene. Il villaggio era in un posto chiamato Dongwe, lontano dal centro. Per arrivarci percorrevi prima una strada asfaltata, tra alberi tropicali e miserrime case. Ero sopraffatto dagli odori (odori, poi, fièti terribili misti a papaya infracetata), dai colori e dalle facce della gente, quasi più di mia figlia. Lei aveva il beneficio della giovane età. Io non avevo nessun alibi. Insomma, si andava verso il villaggio con quei pulmini terribili senza vetri e con i sedili di legno, i dalla-dalla, così li chiamano. Sulla strada c'erano persino dei posti di blocco. Esotismo militarizzato. Casaruoppoli mai finiti di costruire. Negri e negretti seduti sulla soglia di casa, donne che pestavano radici in piatti fondi. Zanzibar. Secondo me recitavano tutti la parte dei poveracci, per un accordo con l'Ente del turismo. Dietro le palme avevano delle splendide ville con piscina. Forse lo pensavo per non sentirmi in colpa. Poco dopo la strada arrivava in una specie di sottovillaggio (quattro case) e la strada diventava a macadam e poi a fossi da mal di mare. Poco ci mancò che vomitassi. Delle culate tremende sui sedili di legno. Si andò andò avanti così per venti o trenta minuti, prima di arrivare a Zanzibar, Italia, il villaggio dal quale subito desiderai di non uscire più per non sopportare lo sballottolamento.

Bello, il villaggio turistico. Dirigenti giovanissimi e animatori che volevano a tutti i costi farti divertire. Non li sopporto. Ma questi non erano invadenti. Ce n'era uno di Pennabilli che si stupì quando si accorse che sapevo tutto su Tonino Guerra. Tutto il mondo è paese. E io sono un uomo di mondo, anche se non ho fatto tre anni di militare a Cuneo. Il villaggio era bello. Si mangiava anche la pizza, ma era una specie di focaccia. Si mangiava tanto, come in ogni villaggio tutto compreso. Banane di ogni dimensione e colore e le cameriere mi facevano gli occhi dolci. Poi mi spiegarono che le nere di Zanzibar, le tanzaniane, sono tutte un po' zoccole. Basta sganciare qualche dollaro. Ma spesso lo fanno gratis. Perché le piace scopare. La stanza era uno sballo. Letto a baldacchino, con tanto di tendine. Bagno de-luxe. Uno specchio enorme. Una verandina con un cassettone-divano. Tetto a pagliaio. Verde, verde, botanica e zoologia tropicale e l'Oceano immenso di fronte. Per sette giorni non dovevo pensare a un cazzo. Tranne che a proteggermi dalle zanzare. Zanzare di Zanzibar. E a Zanzibar c'è pure la leggenda di Popowaha (o qualcosa di simile), il nano sodomizzatore. Ma non mi riguardava. Le zanzare, sì. Non volevo beccarmi la malaria e non volevo che la beccasse mia figlia, mi sentivo molto paterno.

Non sto a raccontarvi dell'organizzazione dei villaggi turistici d'oltremare. A un certo livello, visto uno visti tutti. Era bello: una grande piscina con l'acqua di mare, l'ora dell'aperitivo e le escursioni organizzate. C'era un lungo molo di legno, trecento metri che ti portava dove la bassa marea non arrivava. Eravamo a settembre e nel villaggio c'erano più animatori che turisti. Si faceva comunella. La sera c'era uno che cantava. Peppe si chiamava. Vent'anni o poco più. Siciliano o pugliese, non ricordo. Fan di Renato Zero (dichiarato) e di Nino D'Angelo (mannaggia a lui). La sera si giocava a giochi simil-tv. Il giorno si stava in ammollo in piscina e ad asciugarsi a bordo-piscina. Chiacchierando, leggendo e dormendo. Sulla spiaggia di sabbia nivea, da barriera corallina, c'era il capanno di Jamal che vendeva sari, oggetti di pietra e tinga-tinga, quegli enormi quadri naif con giraffe, ippopotami, gazzelle, leopardi e pesci. Prima di partire, per cinquanta dollari ne comprai due di tinga-tinga, assieme a non so più quanti parei che uso come asciugamani da spiaggia e sono belli, cianfrusaglie che ho regalato o che conservo ancora. Cinquanta dollari e due ore di divertente trattativa, tete-à-tete con Jamal, che tipo quel Jamal, un mezzosangue figlio di 'ntrocchia. La sera venivano i masai, veri o finti non lo so, ma erano dei piezzi di guaglioni. Vendevano pure loro cianfrusaglie, però erano poco propensi ai mercanteggiamenti marocchini. Comprai due cinture con perline. Ancora le uso.

Di escursioni ne facemmo due. La prima a Kizimkasi, dove c'erano i delfini. La nostra guida si chiamava Alphan. Parlava un italiano spagnoleggiante. Nero come un nero da fumetto, denti d'avorio per un sorriso Durban un po' cavallino. Gli parlavo del "Re Leone" che lui non aveva mai visto. Simba, sì simba significa leone. Rafiki, sì rafiki in swahili significa amico. Hakuna matata, sì hakuna matata, senza pensieri. E pole pole, piano piano. E via a cantare, a mo' di tormentone, "Jambo, jambo". Zanzibar. A Kizimkasi ci imbarcammo in una specie di canoa coperta. C'era la bassa marea, e le donne e i bambini raccoglievano molluschi nella secca, con le gonne alzate e gli occhi attenti. Al largo c'era mare. Cioè era agitato, un po'. Quanto basta per non godersi la gita. Kizimkasi è sul canale che divide l'isola dal continente. I delfini c'erano, eccome. Ma la nausea fu più forte. Non solo per me. Cominciò anche a piovere, quelle sfaccimme di pioggerelle tropicali che sembrava di stare su un fiume dell'Indocina a fare il Vietnam. Vomitai e invocammo il ritorno a terra. I delfini? Che schiattassero quei mammiferi, senza zampe. E poi avevo già imparato a odiarli quando a quindici anni avevo letto "Horcynus Orca" .

La seconda escursione fu magnifica. A Stone Town, la città. Si andò in giro. Prima al mercato. Puzza che non vi dico, soprattutto nella zona del pesce. Mamma mia. Molto pittoresco. Li avrei ammazzati tutti. Foto qui, foto là. C'era pure una scritta "Gelato italiano". E basta. Mo' esce pure la pizzeria e arrivano le sfogliatelle di Pintauro. C'è un limite a tutto. Sono a Zanzibar non a via Toledo. Spezie dovunque: cardamomo, cannella, chiodi di garofano (la specialità dell'isola). Il tour prevedeva anche la visita alle cantine dove tenevano chiusi gli schiavi. Era impressionate solo a starci in dieci, figuriamoci in centinaia. Poi in una scuola con le bambinelle e i bambinelli che cantavano. Foto qui e foto là. Scatti molto Nascional-geografic. Che stronzi, noi figli della società afflluente. Rubiamo ricordi a prezzi d'occasione. E loro si prestano per gioco, per miseria, per abitudine o forse perché ci compatiscono. Con i nostri pantaloni colorati a pinocchietto e le t-shirt con le scritte della Nike dobbiamo fargli pena. Poi, una chiesa protestante, con la via crucis in swahili. La moschea, la strada con i portoni tipici, e ancora il Palazzo delle Meraviglie. Fatto per un sultano. Mille e una notte. Roba da cartoline. Io chiedevo ad Alphan di portarci alla casa natale di Freddy Mercyry e lui mi ripeteva che quella casa non esiste. Non è che io sia un fan dei Queen. Da ragazzo li considerava come roba corny, veramente trash. Sono cresciuto e non ho cambiato idea. Ma era per fare qualcosa di diverso dai soliti giretti. Mi rifiutai di entrare nel forte portoghese. E mi godetti il pranzo in un ristorantino in riva al mare, fuori città. Una bella tavolata, chiacchiere, risate. Eravamo una compagnia affiatata. Avevo fatto squadra con una coppia di Perugia e un'altra (in viaggio di nozze) di Brescia: alla sposina piaceva Gigi D'Alessio, nessuno è perfetto. Quando sanno che sei napoletano, napoletanare ti tocca per tutta la vita. Poi di nuovo a Stone Town per lo shopping. Comprai un sacco di scemenze, ma anche dei dischi e una pietra preziosa (la tanzanite) per mia moglie. Solo lo scorso Natale ci siamo decisi a piazzarla su un anello, la pietra preziosa.

Tornammo a casa l'11 settembre 2002. Cioè, eravamo su un aereo nel primo anniversario dell'attentato a Manhattan. Non facevamo altro che ripeterci: che combinazione. Ma nessuno pensava, sul serio, potesse accadere qualcosa. E il Sahara, di giorno, da undicimila metri, è stupendo. Era un buon giorno per morire. Finivi di sicuro in prima pagina o nel paradiso dei tuareg.

Ho scritto ascoltando, tra l'altro: "Sultan of swing" dei Dire Straits, "Non si può essere seri a diciassette anni" dei Tetes de Bois, "That's ammore" di Dean Martin, "Teach Your Children" dei Csn&y, "Born to run" di Bruce Springsteen, "Rimmel" di Francesco De Gregori e "Karmakoma" dei Massive Attack.
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giovedì, 16 giugno 2005

Forse l'amore è solo la riconoscenza del piacere.

Honoré de Balzac

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giovedì, 16 giugno 2005

L'amore è come la luna, se non cresce, cala.

Proverbio cinese

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categoria:citazioni
mercoledì, 15 giugno 2005
Un chiarimento, per quello che può valere. A me il merito del referendum interessava molto e poco. Sono questioni così complesse, scientificamente ed eticamente, che non si possono tranciare con un sì o con un no. Penso che in un'embrione ci sia vita. Come ce n'è nelle scarole e nei saraghi. Eppure i saraghi ce li facciamo alla griglia e le scarole le mangiamo condite con l'olio. Credo anche che l'astensionismo sia legittimo e sia stato legittimo. Ma quello che non sopporto è l'idea che la Chiesa, con il suo massimo rappresentante, possa entrare in questioni politiche e legislative di un paese. Anch'io vorrei andare a vivere in Spagna, come dice Latifah. Là c'è un re, cattolicissimo, che di fronte alle richieste della Chiesa di non firmare la legge sui matrimoni-gay, la firma perché sta con il suo popolo che ha eletto quel parlamento che ha legiferato in quel modo. Se a decidere il bene e il male fosse sempre il Papa, noi staremmo ancora a credere che il Sole gira attorno alla Terra. Per chiedere scusa a Galileo Galilei ci hanno messo quattro secoli. Ma trovo insopportabile ancor di più che le alte cariche dello Stato invitino all'astensione. Bene ha fatto quel furbastro di Berlusconi a stare zitto.
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categoria:riflessioni
mercoledì, 15 giugno 2005

Lo scopo dell'amore è l'amore: nulla di più, nulla di meno.

Oscar Wilde

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mercoledì, 15 giugno 2005

Non potendo scordarvi o meritarvi,

se non vi posso amare senza offendervi

io preferisco offendervi ed amarvi.

Francisco de Quevedo

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martedì, 14 giugno 2005

In amore, è più facile rinunciare a un sentimento che perdere un'abitudine.

Marcel Proust

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martedì, 14 giugno 2005

L'amore è sempre un atto di resistenza al sociale e alle sue ingiustizie.

Daniel Pennac

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categoria:citazioni
lunedì, 13 giugno 2005
Risposta a Novocaine che si è incavolata per l'insistenza molesta dei fautori dei quattro sì al referendum di ieri e oggi. Cara Novocaine, non bisogna mai confondere la parte per il tutto. Certe esagerazioni sono fisiologiche. Quello che io trovo invece intollerabile è l'intromissione della Chiesa in faccende politiche. Date a Cesare quel che è di Cesare. E ce lo dessero, una volta per tutte. Del resto è duro mettere la Chiesa tra parentesi, visto che ce l'abbiamo in casa e che per 40 anni siamo stati governati da un partito che si chiamava Democrazia Cristiana. Però, tutto questo revanchismo cattolico e codino è stomachevole. La battaglia contro il relativismo? Ma se il cattolicesimo è relativo, è un fenomeno storico e parziale. Al mondo ci sono molti più buddisti e, tra poco, più musulmani. Quel che si vuole imporre, al di là del quesito referendario, è il ritorno dell'impostazione religiosa della vita quotidiana. Un ritorno al medioevo contro la scienza. Cara Novocaine non dimenticare che per un cristiano e per un ebreo, come recita la Genesi, il peccato originale è la conoscenza, il vero frutto proibito. L'uomo non deve sapere, deve inginocchiarsi e soffrire, anche quando ha una chance per non soffrire, sia essa una cellula staminale o una qualsiasi altra forma di sollievo. Del resto il cristiano venera un uomo in croce, che possiamo aspettarci di più? Il malato esige rispetto, aiuto e compassione. La compassione e il rispetto da soli non bastano. Bisogna aiutarli. La scienza prova a farlo. La Chiesa di invita a sperare in un'altra vita. Se ci credi bene, altrimenti l'hai presa nel culo. Del resto il ritorno al medioevo religioso riguarda anche altri. Bush e i suoi nello studio ovale, prima di prendere qualsiasi decisione, anche quella di bombardare l'Iraq, si tengono per mano e pregano Dio. E non è oscurantismo tutto questo?
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lunedì, 13 giugno 2005

Si è soli con tutto ciò che si ama.

Novalis

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lunedì, 13 giugno 2005

L'amore perdona all'essere amato perfino il desiderio.

Friedrich Nietzsche

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domenica, 12 giugno 2005

Quando una donna dichiara di stimare un uomo è sottinteso che non lo ama.

Alessandro Morandotti

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domenica, 12 giugno 2005

Il miracolo che tutti hanno la possibilità di provare una volta nella vita, il miracolo possibile agli sciocchi e ai vigliacchi come ai santi e agli eroi è l'amore. Nato in un attimo, vive in eterno.

Henry Miller

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sabato, 11 giugno 2005

Raccolgo l'invito di Latifah.

Libri che posseggo nella mia biblioteca: non li conto da decenni. Diciamo cinquemila, per difetto.

Ultimo libro che ho comprato: "Blog generation" di Giuseppe Granieri che ho letto subito. In genere li lascio ammonticchiare sulla scrivania.

Libro che sto leggendo: "Fata Morgana" di Gianni Celati. Ma è quasi per lavoro. Mi sta divertendo.

Tre libri che consiglio ad altri blogger: Tre libri sono pochi. San Tommaso (era lui?) diceva che bisogna diffidare dall'uomo di un solo libro. Tre è parente di uno. Ma ci provo. Innanzitutto "La vita, istruzioni per l'uso" di Georges Perec, perché insegna l'inutilità sublime dell'esistenza. Tutti riponiamo la nostra causa nel nulla (questo però lo diceva l'Unico di Stirner). Va bene per una vacanza, perché è lungo quasi 600 pagine. Poi "Finzioni" di Jorge Luis Borges. Sono racconti che ciòncano le mani a chiunque volesse azzardarsi a fare lo scrittore. O meglio di lui o niente. Quindi, niente. L'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. E' lungo spiegare perché.

Non passo la mano a nessuno.

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sabato, 11 giugno 2005

Gli innamorati non si annoiano mai di stare insieme perché parlano sempre di se stessi.

François de La Rochefoucauld

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sabato, 11 giugno 2005

L'amore è una caccia in cui il cacciatore deve farsi inseguire dalla selvaggina.

Alphonse Karr

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venerdì, 10 giugno 2005
Chi blogga si interroga spesso sui blog. In genere, la comunicazione avviene tra blogger, tra di noi. La bibliografia sulla blogosfera è ancora scarsa, per lo più articoli su giornali, qualche libro tecnico (di Derrick De Kerckhove, che è già difficile da scrivere e far capire a una commessa della libreria) e, appunto, una caterva di post e commenti. Così sono stato incuriosito da "Blog generation" di Giuseppe Granieri, pubblicato da Laterza. L'ho comprato e l'ho cominciato a leggere subito, con curiosità e con crescente interesse e anche con un po' di soddisfazione, quella che nasce dal sapere di essere immerso in una corrente nuova, non so se necessariamente quella giusta e non so se sfortunatamente anche sterile. Il libro è un po' la raffigurazione dello stato dell'arte del mondo dei blog. Una rappresentazione, come ammette l'autore stesso, a rischio, perché la blogosfera è tutta in fieri. E da febbraio, quando il libro è stato stampato, può essere cambiato molto (ed è cambiato, un po'). A me, però, serviva un inquadramento generale dell'argomento. Cosa che ho trovato nel libro. E anche qualche spunto per capire il rapporto tra i blog e i media. Anche questo c'è, trattato ampiamente e con degli esempi (soprattutto e inevitabilmente americani).
A mano a mano che leggevo mi ponevo degli interrogativi, che erano esplicitati da Granieri o che nascevano in me seguendo altre strade. Di fatto s'imponeva la necessità di capire innanzitutto la natura del mio blog e l'urgenza, a oltre un anno dalla sua nascita, di dargli un'identità più compatta, di farlo diventare un progetto riconoscibile. Una sua natura ce l'ha, questo "Rapporto confidenziale", ma ha pure le sue sbandate (lecite) e le sue incoerenze (pur'esse lecite). Volevo e voglio andare oltre il diario di bordo (che mi diverte, o se non altro mi consente uno sfogo). Credo che una direzione la imboccherò. Nessun manifesto programmatico, vedremo.
Ma gli interrogativi più forti sono nati riflettendo sul futuro della blogosfera. Sarà sempre più vasta e più libera? E chi lo sa. Di certo i blogger sono ancora una elite, non necessariamente intellettuale o economica. Anche nella nostra società affluente chi accede alla rete è una minoranza. Ma è una minoranza che può interagire e controllare la mediasfera, ciò il mondo dei media. Sì, controllare. Perché il mondo dei media è pieno di cialtroni (oltre che di una stragrande maggioranza di gente perbene e straordinari professionisti che fanno un lavoro oscuro, acàlano 'a capa e faticano).
Leggendo provavo a immaginare un mondo un po' da sci-fi, dove l'informazione e la formazione avveniva attraverso la Rete. E' qualcosa alla Dick, alla Orwell, per certi versi, vista la capacità della Rete di seguire passo passo ogni nostro spostamento o contatto attraverso i suoi gangli, i suoi nodi e le sue autostrade. Ma è un mondo che, almeno a immaginarlo, non mi spaventa. Forse potrebbe essere un mondo altamente democratico. Forse caotico, ma dove le auctoritas si formano automaticamente e senza filtri.
Chi ha un blog si diverte e sente di far parte di un'avanguardia. Chissà se avremo un futuro. Granieri è ottimista, nonostante i fiaschi dei portali (do you remember?), che avevano una loro ragione intrinseca per fallire: erano un modello televisivo importato nella Rete. I blog sono diversi, hanno una configurazione orizzontale e, appunto, per nodi (Granieri usa moderatamente una terminologia specializzata che faccio un po' fatica a riprodurre). Mi ha interessato, tra l'altro, tutto il ragionamento sulla natura economica dei link. Il che mi ha portato a chiedermi: fino a quando questo grande gioco sarà a costo zero?
Colonna sonora: "Calling Elvis" di Mark Knopfler, "How Can You Mend a Broken Heart" di Michael Bublé, "Werewolves of London" di Adam Sandler, "Only Love Can Break Your Heart" di Neil Young, "Can't Take my Eyes off of You" dei Manic Street Preachers e "Frisco" di Paolo Conte.
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categoria:letture
venerdì, 10 giugno 2005

Niente sembra più fastidioso dell'essere amati, niente è, invece, nell'autentico senso della parola, più "meraviglioso" dell'amare. Chi è amato non appartiene allo stesso clima di chi ama.

Marcel Jouhandeau

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categoria:citazioni
venerdì, 10 giugno 2005

L'amore non sa di zucchero.

Hugo von Hofmannsthal

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categoria:citazioni
venerdì, 10 giugno 2005
Ho visto "Sin City". Impressioni a caldo. E' un fumettone splatter. Tecnicamente stupefacente. Tarantinesco. Pulp. Poco Frank Miller, nonostante la co-regia. Dopo la prima ora ho cominciato a distrarmi e a pensare ai fatti miei, tanto non mi stupivo più di nulla, né del sangue rosso, né di quello bianco-fosforescente, né di quello giallo. Troppo lunga, 'sta storia. A mio figlio di undici anni è piaciuto da sballo, quasi come i cipster e la cocacola che ha ingurgitato. Sin. Peccato.
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categoria:cinema
giovedì, 09 giugno 2005
Il tempo oggi è pessimo. Volevo andare al mare. Avevo anche programmato il risveglio ultramattiniero per affrontare con calma due ore di auto. Ma facesse 'na ferie e ascesse 'o sole. Ne approfitto per ricordare, invece, il sole carcareante della Grecia, quella del 2002. Non ricordo se in mezzo c'è stata qualche altra puntata oltre confine, ma non credo.

Comunque quell'anno avevo deciso la meta da tempo. Puntavo su un'isola, dopo tanta terraferma. Con i soliti amici grecanti avevo insistito per Skyros. E' una delle Sporadi, ma è anomala. Architettura cicladica, innanzitutto, e un po' discosta dalle più frequentate Skiatos e Skopeles e Alonissos. Per di più ci si arriva con un viaggio degno di miglior causa, ma sia. Avevo letto, l'anno prima al Pelio, il romanzo di uno scrittore di Skyros che mi aveva fatto venire voglia di andare proprio in quell'isola un po' stramba e ignota ai più. Ottenni la complicità dei soliti grecanti che addirittura partirono in avanscoperta e trovarono anche una domatio per noi.

A Skyros ci si arriva con un viaggio auto-navi abbastanza sfiancante. Arrivati a Patrasso si è solo all'inizio. Bisogna macinare molti chilometri fino all'Eubea, attraversare indenni la periferia di Atene e marciare verso nord. Noi arrivammo a mezzanotte ad Halkidia, la prima città dell'Eubea, che è un'altra isola per modo di dire. C'è un ponte che la collega alla terraferma, proprio a Halkidia. Diceva la guida che in quella cittadina del sasiccio Aristotele veniva ad osservare lo strano fenomeno delle correnti dello stretto che cambiavano direzione sette volte al giorno. Non mi ci applicai. Mi bastava saperlo. Poi in Grecia non c'è un pizzo di montagna, uno scoglio, un vicolo, un cesso di posto dove non ci sia stato un filosofo, un poeta, un eroe o un dio. Halkidia è un posto brutto. Mangiammo della specie di porchetta con birra, servita su dei fogli di carta gialla, perché vi capitammo in un giorno di festa e questo si mangiava quel giorno, sarà stato san Porco, Aghios Suinos. Era passata mezzanotte, poi, non avevamo ancora trovato un albergo e avevamo fame. Dove dormire ce l'indicò uno dei ragazzi che servivano ai tavoli. Era un albergo molto brutto, neanche economicissimo. Ma era quasi vuoto (e ti credo, chi va ad Halkidia?) e ci diedero due stanze comunicanti con un terrazzo molto grande. Faceva caldo, c'era l'aria condizionata, ma non si riusciva a regolarla, c'erano zanzare fameliche. Fatta l'alba, con la scusa che la strada per Kymi, dove ci si imbarcava (unico imbarco al mondo) per Skyros, era lunga (sessanta chilometri tra montagnelle e paesucci, prima verso sud, poi verso est, poi verso nord, come dei cretini), visto che Kymi era lontana facemmo di tutto per scappare al più presto da quella sottospecie di albergo. Così in fretta che quel cretino del portiere si dimenticò di restituirmi il passaporto. Me ne accorsi quando avevo già fatto quasi un'ora di strada. Eccheccazzo, smadonnai contro tutto e tutti, contro me stesso e contro i greci-marocchini, razzismo allo stato puro. Quando mi restituì il documneto quel fesso del portiere abbozzò pure un sorriso: doveva ringraziare la strada lunga e tortuosa che mi diede tutto il tempo di sfogarmi. Gli avrei sputato in faccia.

Ovviamente perdemmo la nave per Skyros. Cioè arrivammo quando stavano imbarcando le ultime auto. Chiesi di fare il biglietto, mi dissero che c'era un solo posto, l'ultimo. Dovevo aspettare qualche minuto. Poi arrivò un amico greco del bigliettaio e lui gli diede la precedenza. Avevo pronto un'altra sputazzata, ma il tipo diceva e stradiceva che era uno skyriota e gli skyrioti avevano la precedenza. In questi casi veramente i greci vorresti prenderli a calci in culo e mandarli fuori dall'Unione europea. Andatevene con i vostri nemici turchi, così imparate. Per fortuna c'era un'altra nave nel pomeriggio. E ne approfittammo per mangiare e per fare un bagno a Kymi.

Kymi si può traslitterare in Cuma. E da qui partirono i primi coloni greci verso la Campania, dove fondarono appunto Cuma. Come giuglianese (quindi osco, normanno e cumano) mi sarei dovuto sentire a casa (almeno al 33 per cento). Insomma, lasciamo perdere. Alle 18, se non ricordo male, partimmo verso Skyros. Due ore. All'arrivo imbruniva e a Linarià (il porto a ovest) la nave fu accolta dalle note di "Così parlò Zarathustra" di Strauss. Come a dire ce l'avete fatta, la vostra Odissea è finita. Fanno sempre così, non era una ruffianeria per me. A Linarià c'erano ad aspettarci i nostri amici. Venti minuti ed eravamo a Molos, dall'altra parte dell'isola, dove c'era la nostra domatio, in un cortiletto campagnolo, a un centinaio di metri dalla spiaggia. La stanza era piccola, la cucina era ricavata dal disimpegno verso il bagno che quando aprivi la porta scompariva tanto era piccolo. In quattro era peggio di Sing Sing. Ma pagavamo, in tutto, 25 euro. E poi avevamo il patio in comune e il pesce fresco sempre, perché Manoli, il padrone di casa, era un pescatore piccolino, taciturno e sempre pronto a dormire (di giorno, ché di notte andava a buttare reti per l'Egeo).

Skyros non mi fece subito una bella impressione. Il paese, arroccato a metà di una montagnella che somiglia al pandizucchero di Rio, è molto caratteristico, per dirla come un turista entusiasta. Case bianche come a Ios e nel resto delle Cicladi. Poca gente, quasi solo greci, ricchi tra l'altro. E militari, ché l'isola è un punto strategico in caso di attacco dei turchi. Le spiagge erano magnifiche e semideserte. Ghirismata (dove due anni dopo avremmo fatto dei bagni divini) ci deluse perché era battuta dal vento. Non ci ritornammo più e andammo in giro per altre spiagge: Kareflou, Atsitsa, Kyria Panagià. Poi per pigrizia scegliemmo Molos, dove l'acqua è meno pulita, ma c'era un baretto che accettava di mettere i miei dischi. Il mondo è piccolo, cari spiriti affini. A Skyros conobbi Vangelis, lo scrittore che avevo letto l'anno prima e mi aveva fatto venire voglia di andare a Skyros. Credo di essere uno dei pochissimi lettori del suo "Pandora, l'ultima traversata": il suo editore italiano è fallito. Gli dissi che avevo letto il suo libro e ne è nata un'amicizia a colpi di ouzo, discussioni letterarie in italiano, francese (lui vive a Parigi per undici mesi all'anno), greco (cioé lui parlava greco con gli altri). Un giorno ci fece anche smarrire in un bosco di notte, dopo che ci aveva portato a vedere una chiesetta distrutta all'interno dell'isola, un luogo arcadico, non meridiano.

Dopo dieci giorni di 'sta vita ne avevo abbastanza della cella comune e sognavo un grande albergo. I nostri amici volevano anche loro andare via e si diressero addirittura in fondo al Peloponneso, dove li avevano conosciuti tre estati prima, a Finikoundas. Noi optammo per il nord, per Skiatos. Al motto di Skyros è uno Skifos, Skiatos è uno Skiantos, partimmo. E cominciò la serie delle scalogne. Non esistono, ovviamente, collegamenti diretti tra Skyros e Skiatos. Bisogna ritornare a Kymi, rifarsi l'Eubea e puntare in direzione Volos. Ci fermammo a Agios Konstantinos dove alla modica cifra di 230 euro ci promisero che in due ore saremmo stati a Skiatos. Col cazzo. La nave era attesa per le 18, arrivò alle 21,30. E fu allora che la mia Ford decise che doveva scassare le palle. Era in sosta al sole da ore, poverina, quando provai ad aprirla l'antifurto automatico non funzionò. Di corsa a trovare qualcuno che avesse le pilette giuste. Le cambiai, ma niente. Mi toccava aprire la mia auto facendo scattare la sirena. E così fu. Per farla tacere, mentre i greci mi guardavano come un alieno, impiegai tutte le mie energie. In più l'antifurto aveva bloccato anche l'accensione. Con l'aiuto di un padre e un figlio di buona volontà riuscii a disinnescare tutto e a imbarcare, per ultimo l'auto. Mentre la mia famigliola era già dentro e il capitano della nave minacciava di partire senza di me. A questo gli avrei dato un pugno, altro che sputazzata. Per il nervoso mi venne il mal di mare e ho avuto la nausea per tutto il viaggio. A Skiatos arrivammo che era mezzanotte. Puntai verso l'albergo più costoso. Si chiamava Nostos. Belle camere, piscina, ma spiaggia a pagamento. Quattrocento euro a notte. Un salasso che mi consentii per due notti. Poi trovammo uno studios a 55 euro a notte. Fiuuuu. Ma il peggio era che appena arrivati ci dissero che era meglio prenotare subito la nave per il ritorno, rischiavamo di non trovare posto per molti e molti giorni. Così facemmo. Saremmo andati via sette giorni dopo. Ma furono sette giorni da dimenticare. Innanzitutto pioveva tutte le mattine. E a noi toccava stare in albergo (quando stavamo al Nostos, che significa, ironia della sorte, ritorno). Caricammo l'auto e provammo a farci anticipare la partenza. Non ci riuscimmo per niente, passammo la mattinata (piovosa) chiusi in auto al molo, per non partire. Alla fine, basta, mi dissi, ci mettemo l'animo in pace, e ci dicemmo adda passà 'a vacanza. Così ci godemmo quello che c'era da godere, i pomeriggi, solo i pomeriggi, di sole.

Skiatos è piena di ragazzi e ragazze. Incontrammo anche Enzo, il giovane proprietario della focacceria di via Belledonne a Chiaia. Le tanto decantate spiagge (secondo i tour operator le più belle della Grecia, ma sono mai stati a Simos?) erano delle strisce di sabbia completamente occupate da file di ombrelloni. C'erano spiagge più isolate e più libere, ma tanto valeva restare a Skyros. Il paese era carino, ma affollatissimo di guagliunamma di tutt'Europa. Si mangiava bene e c'era pure una bella scelta di ristoranti. Le serate erano fresche e stellate. Il nostro umore migliorò seguendo il ritmo di mattinate a casa per la pioggia, pomeriggio in spiaggia al sole e serate in paese con il maglioncino. Un giorno siamo anche andati a Kastro, il vecchio paese distrutto, dopo un'arrampicata in auto per salite fangose. Ma ne valse la pena. Scogliere e ondate maestose.

Prima di tornare in Italia, volli portare i bambini ad Atene. Era la terza volta di seguito che venivano in Grecia e non erano mai stati ad Atene. Furono tre giorni piacevoli, dopo le varie peripezie. E faceva un caldo torrido. Andammo a dormire in un albergo a due passi dalla plaka, il Cecil, lo stesso nome di un altro nel quale avevamo dormito a Sparta, anni prima, ma non facevano parte di una catena. Un albergo old style, decadente e decaduto. Grandi stanze dal soffitto alto e con i parati a fiori. Breakfast deludente. Ad Atene fervevano i lavori per le Olimpiadi. Cantieri dovunque. Andammo all'Acropoli, of course. Qualche ora nell'Agorà, una foto nel luogo dove Socrate chiacchierava con i suoi discepoli. Musei, rovine. Ma anche la Plaka tra i negozietti con roba inutile e per questo indispensabile. Estiatori e taberne. Furono giorni disintossicanti. Ma mi dissi, sicuro di non mantenere la promessa e non l'ho mantenuta, mai più in Grecia, anche perché in quel primo anno dell'euro i prezzi erano diventati stratosferici per la consuetudine ellenica.

A Patrasso, mentre aspettavamo la nave per l'Italia, sul parabrezza della Ford trovai una multa per divieto di sosta. Solo alla mia auto, alle altre, greche, nulla. Non l'ho mai pagata. Sarà andata in prescrizione.

Colonna sonora (durante la scrittura): "Strawberry Fields forever" dei Beatles, "E dopo... niente è più lo stesso" del Banco, "Sentimento" della Piccola Orchestra Avion Travel, "Melody 7" degli Asian Dub Foundation e "The Geese and the Ghost" di Anthony Philipps. E s'è pure messo a piovere.
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categoria:viaggi
giovedì, 09 giugno 2005

Non c'è nulla al mondo di più nobile e benefico di un amore senza parole, costante, privo di passione.

Hermann Hesse

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categoria:citazioni
giovedì, 09 giugno 2005

Destarsi all'alba con un cuore alato e ringraziare un nuovo giorno d'amore.

Gibran K. Gibran

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categoria:citazioni
mercoledì, 08 giugno 2005
Senza cadere nello stereotipo della "menssana in corporesano", ci sono delle ragioni del corpo che la ragione e la mente non sanno. Noi siamo convinti che sia la mente a dominare il corpo, invece, spesso e nella destinazione finale, è la mente a dover arrendersi al corpo, alla fine del corpo. Eppure, intontiti da duemila anni di cristianesimo e di superiorità dell'animella con le alucce in volo verso la nuvoletta paradisiaca, resi ciechi da troppo umanesimo, che pone il pensiero al di sopra di tutto, riteniamo che il corpo sia un appendice, che quasi quasi non siamo noi, insomma un involucro, alla meglio. E cosi lo acciacchiamo, lo trascuriamo. Non è solo estetica (che pure ha la sua forza e la sua necessità, oltre che il suo piacere) o benessere. Dico che il corpo ci condiziona e reclama il suo essere, a prescindere dal nostro io psicologico.
Molti anni fa, diciamo più di venti, ho letto due libri straordinari, due romanzi: "Le teste scambiate" di Thomas Mann e "L'immoralista" di André Gide. Del primo, sebbene l'abbia letto una sola volta, ricordo tutta la semplice storia come se l'avessi letto ieri. Del secondo, che ho riletto più di una volta, ho fissato in mente solo lo snodo principale della trama (mettendo da parte tutte le allusioni e le omissioni sessuali che accompagnano la sua esegesi). "Le teste scambiate" racconta di due amici dell'antica India. Appartengono a due caste diverse. Uno è un intellettuale dalla mente raffinata, ma dal corpo esile. L'altro è un giovanotto dal fisico prestante, ma di modesta intelligenza. I due, in preda a un furore sacro, si decapitano dinanzi alla statua di una divinità indù. Per un magnanimo regalo della dea è consentito farli rivivere, riattaccando le teste, ma chi lo fa, nella fretta, si sbaglia. Così l'intellettuale si trova con un magnifico corpo, ed è felice. Viceversa il suo amico si ritrova con un corpo esile: ovviamente si sente uno sfigato. Ma con il tempo l'intellettuale comincia a vedere il suo corpo indebolirsi e l'amico lo vede fortificarsi, fino a che tutto torna all'origine, più o meno. Morale della favola? La mente condiziona il corpo fino ad adeguarlo a se stessa, nel bene e nel male. Ecco, bisogna uscire da questa trappola. Dell'"Immoralista" ho fisso nel ricordo la crisi di passaggio del protagonista che da riccastro un po' bruttarello decide di cambiare la sua vita e così trasforma il suo corpo, rendendolo forte e prestante, abbronzato e piacente. Il resto del romanzo, in questo ragionamento, non conta.
In questo inizio di estate il corpo, la bellezza del corpo, si prende le sue rivincite, perché deve essere scoperto, mostrato, non deve sfiguare. Il bello, si sa predispone, alla benevolenza, al piacere e anche al bene. E' un istinto animale che non va sottovalutato. Il corpo ha le sue ragioni che la mente non conosce. Che deve imparare a conoscere e ad adeguarsi.
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categoria:riflessioni, letture
mercoledì, 08 giugno 2005

L'amore, che è cosa divina, non si comanda né si estorce: spira dove vuole.

Thèophile Gautier

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categoria:
mercoledì, 08 giugno 2005

Noi mettiamo l'infinito nell'amore. Ma le donne non commettono questo sbaglio.

Anatole France

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categoria:amore
martedì, 07 giugno 2005

In tutti quegli anni della vita che sarebbero sopraggiunti, quei lunghi anni senza di lei, senza poterla vedere o soltanto poter sentire o sapere di lei, se fosse viva o addirittura felice o morta o quant'altro mai le sarebbe potuto accadere, quel contatto gli sarebbe rimasto racchiuso dentro, sigillato, e non sarebbe mai, mai più andato via. Quell'unico contatto con la sua mano.

Philip K. Dick

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categoria:amore
martedì, 07 giugno 2005

Mescolanza di anatomia e di estasi, apoteosi dell'insolubile, alimento per la bulimia della delusione, l'Amore ci guida verso i bassifondi di gloria.

Emil Cioran

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categoria:amore
lunedì, 06 giugno 2005
Non so se qualcuno ci ha già pensato. Ma mi pare che non l'abbia detto nemmeno quel logorroico di Capezzone. Voglio dire: visto che la Chiesa, con tutti i suoi vescovi e parroci, è entrata a gamba tesa nella campagna referendaria, telefoniamo subito ai nostri commercialisti e chiediamogli di non dare l'otto per mille alla chiesa cattolica. Il mio lo fa di default, come credo facciano moltissimi commercialisti. Ebbene io da quest'anno ai cattolici non darò più neanche un centesimo. Si facessero i cazzi loro e stessero al loro posto.
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categoria:lampi
lunedì, 06 giugno 2005
Con gli anni ho imparato ad apprezzare le vacanze casalinghe. Secondo me, sono le più piacevoli e proficue, quando, come ho fatto io, mi sono attrezzato per avere sotto mano quello che mi diverte (letture, musica, cinema, da bere e l'amore). A questa convinzione ci sono arrivato per caso. Qualche anno fa feci delle ferie forzate, una quindicina di giorni, che passai a casa, con qualche puntatina al mare (era ancora settembre) e cenette fuori, giri per la città, tanto tempo per oziare. Da allora in poi, ogni anno, provo a ritagliarmi almeno una settimana di vacatio. Non riesco mai a realizzare quello che mi riprometto. Fatti i conti riesco ad eccellere sono nei progetti più futili. Ma in fondo la vita è tutta così. Alla fine avremo tutti due metri di terreno, e quindi. L'idea comune, alla quale mi adeguo sempre più malvolentieri, è quella vacanza a tutto tondo che significa quasi sempre un viaggio. Conosco gente che gira il mondo e non capisce un cazzo di dove è andata. Conosco anche gente che viaggia solo per avere timbri sul passaporto. Della serie: ci sono stato, come a dire io c'ero. Una forma di rafforzamento dell'io per accumulo, accumulo di stronzate in questo caso. Be', anch'io amo viaggiare, ma non ne faccio più una religione. Certi luoghi si capiscono meglio leggendo un libro, guardando un documentario su Sky. Si risparmiano soldi, si evitano contrattempi, ci si risparmia puzze e insolazioni. Non tutto il mondo val la pena di essere visto. Che cazzo ci andrei a fare in Guinea Bissau? O in un villaggio Valtur nei Caraibi? Giusto per dire ci sono stato. Visto. Fotografato. Embé? Chi se ne fotte. La verità è che c'è gente imbruttita da Licia Colò e gente imbruttita da Bruce Chatwin. Non fa alcuna differenza. Il viaggio è un mito per molti, per troppi. Io amo viaggiare, ma con mete precise, molto selettive, magari anche un po' inattuali, ma certo essenziali. Se vado in un paese straniero, in genere vado a vedere poche cose. Se vado in una città scelgo un luogo ben definito. Non posso vedere tutto e archiviarlo nella mia memoria. Non voglio vedere tutto, rischierei di non vedere un cazzo. Poche cose, il minimo indispensabile per capire. C'è sempre tempo per ritornare. E se non c'è tempo, pazienza. Ci aspettano sempre i due metri di terreno, sia che abbiamo fatto il giro del mondo in ottanta giorni sia che non abbiamo visto il mare d'inverno.
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categoria:viaggi, riflessioni
lunedì, 06 giugno 2005

Certi amori sono soltanto sudori che si somigliano.

Gesualdo Bufalino

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categoria:amore
lunedì, 06 giugno 2005

Nell'uomo l'amore comincia quando finisce; nella donna finisce quando comincia.

Libero Bovio

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categoria:amore
domenica, 05 giugno 2005

L'amore ha orrore di tutto ciò che non è se stesso.

Honoré de Balzac

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categoria:amore
domenica, 05 giugno 2005

Ammore 'e patrone e vine 'e fiasco a sera so' buono e 'a matina so' sciacque.

Proverbio napoletano

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categoria:amore
domenica, 05 giugno 2005
Come annunciato, il tormentone sull'amicizia è stato breve. Ora però ne comincia un altro, ben più lungo. Per dimezzare i tempi, proporrò due citazioni alla volta. Altrimenti facciamo Natale. Andremo avanti, però, per tutta l'estate. Dopo il sesso dell'anno passato, ci vuole un po' di sentimento.
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categoria:lampi
domenica, 05 giugno 2005

Amico è con chi puoi stare in silenzio.

Camillo Sbarbaro

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categoria:amicizia
sabato, 04 giugno 2005
Sto ascoltando i Sigur Ros appena comprati da Music Store. Agaetis Byrjun, il brano che da il titolo all'album. Consigliati da Jeneregretterien e Vulcanica. Sto ascoltando. Sono già passati quattro minuti. Quando comincia la canzone? Aridateme Pupo.
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categoria:musica
sabato, 04 giugno 2005
Poi ci sono riuscito ad andare al mare. Primo giorno di giugno libero e via andare. Non molto lontano. Appena a Miliscola, in un sabato flegreo, affollato e trafficato (ma non da dare capate sul cruscotto). Non sarebbe malaccio la Miliscola, stretta tra Capo Miseno e Monte di Procida, con Procida di fronte e Ischia a minacciarla alle spalle con l'Epomeo che incombe, e nella nebbiolina intravedi il profilo di Capri e della penisola sorrentina. Una cartolina, apparentemente. Ma l'acqua, sarà per la sabbia scura e le bollicine galleggianti, non ispira. Per trovarne di decente devi camminare un po' ed evitare di stare a ridosso dei frangiflutti di scogli neri. Lidi, ombrelloni, parcheggi al fresco, green shade, e tanti euro da sborsare. Speculazioni è dir poco. E siamo a giugno. Altro che la lira di Maroni, la dice giusta Benigni che invoca il ritorno ai sesterzi, così possiamo andare a conquistare la Gallia.
Un po' di musica dall'iPod e qualche pagina del supremo Ryszard Kapuscinski, il suo primo libro, quello della guerra del football. E' proprio strano che un giornalista polacco sia l'unico a saper raccontare il mondo o solo il terzo Mondo, nel quale ci specchiamo per contrasto. Storie di uomini, di violenze e di speranze, che per trovarne di uguali dobbiamo tornare a Conrad. Be', leggetelo e poi mi dite. E leggete pure William Langewiesche, americano, capace di raccontare senza stare a giudicare, ma dandoti gli strumenti per capire da solo e per giudicare, se è il caso. Leggete pure lui e poi mi dite.
Ora, docciato e rasato, della mezza giornata al mare mi è rimasta l'allergia da acqua di mare (pure quella, pure quella, ma passa dopo qualche seduta sulla sdraio) e una voglia di andare a passeggiare per Toledo, finché i negozi sono aperti.

Colonna sonora: "Vattene amore" di Mietta ("trottolino amoroso", "gattino annaffiato"), "Galopa murrieta" di Mercedes Sosa e un po' di Mozart.

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categoria:piaceri
sabato, 04 giugno 2005

Oh!... Tutti abbiamo bisogno di amici, a volte.

Oscar Wilde

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categoria:amicizia
venerdì, 03 giugno 2005
Ho migliaia e migliaia di libri (non esagero) e non li leggo.
Ho migliaia di cd (non esagero) e non li ascolto.
Ho centinaia di dvd e non li vedo.
Ho centinaia e centinaia di riviste che non sfoglio.
Ho l'abbonamento a Sky e non accendo la tv.
Ho tre computer attivi (e due ne ho buttati perché obsoleti).
Ho tre iPod (e ogni tanto li accendo).
Ho decine di moleskine e agendine trendy e sono bianchi e intonsi.
Ho penne di tutte le forme e non scrivo, l'inchiostro si sarà seccato.
Ho un casino di cose inutili, costate care, che prima o poi finiranno nella spazzatura.
Quanti soldi mi avete fatto buttare?
Ma soprattutto mi avete rotto il cazzo.
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categoria:nausea
venerdì, 03 giugno 2005
Stavolta niente alici fritte, ma prodigiose zucchine alla scapece alle quali mancava solo l'essenziale menta. Per mandarle giù c'era della falanghina del Taburno. Non è la mia preferita, ma andava bene lo stesso. Mi aspettano sette o forse nove giorni senza lavoro. Spero di non avere rotture di scatole nel frattempo. Vorrei approfittarne per andare al mare, qualche giorno. E devo sbrigare un po' di faccende metropolitane. Voglio soprattutto riposare, tranne le sedute intensive in palestra. Ma che cazzo, sono tre anni che ci vado regolarmente e la pancetta sta sempre là. Gli addominali non ne vogliono sapere di star dietro ai miei stravizi alimentari. Poveracci, fanno quel che possono.
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categoria:sospensioni
venerdì, 03 giugno 2005

Una nuova conoscenza è un esperimento, un nuovo amico un rischio.

Ezra Pound

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categoria:amicizia
giovedì, 02 giugno 2005

Naturalmente l'amicizia non ha nulla in comune con le inclinazioni di coloro che cercano di soddisfare il loro desiderio distorto con persone dello stesso sesso. L'eros dell'amicizia non ha bisogno dei corpi… essi, anzi, lo disturbano più di quanto non lo attraggono. Ma si tratta pur sempre di eros.

Sàndor Màrai

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categoria:amicizia
mercoledì, 01 giugno 2005

E vabbè continuiamo con i viaggi, anche se non commentate, anche se non ve ne fotte un cazzo. Continuo.

Allora pure nel 2001 andai in Grecia, per l'estate. Non era la prima volta e non doveva essere l'ultima. Quella volta, un mese o poco più che il mondo cambiasse per due torri che dovevano crollare, il mondo, il mondo sì, era tutto sommato piccolo, felice e sconosciuto come un giornalista sudamericano con i baffi neri. Andammo nella Stereà Ellàda, o come cazzo si dice, nella Grecia centrale. Prima tappa era l'isola di Lefkada. Isola poi, si arriva tranquillamente con l'auto, attraversando un ponte. Se vieni da Igoumenitsa il battello lo prendi ad Azio, il posto della battaglia di Ottaviano e Antonio. Il naso di Cleopatra fece il resto. All'isola di Lefkada ci arrivi comodamente, davvero. Ed è bella grande. Ci sono paesotti (uno, almeno) con splendidi bar, ristorantini buoni, negozietti per turisti, spiagge straordinarie e ci sono tante altre isolette e scogli di contorno. Uno spasso. La prima casa che trovammo fu su un pizzo di montagna, per seguire le voglie di certi nostri amici. Io mi ruppi le palle due ore dopo. E subito pensai a traslocare. Volevo il mare. E andammo a Vassiliki, a sud dell'isola. Trovai una stanza dietro un ristorante, l'ideale per leggere Montanelli. Non avete capito? Non importa. Lo leggevo, "Storia dei greci". Insomma, andavo ogni giorno in una spiaggia diversa. La migliore era Agiofyli, ma il battello ci lasciò lì per un giorno intero senz'acqua e stramaledissi le pietre bianche e l'acqua cristallina. Voglio andare via. Veniteme 'a piglià, all'anema 'e chi v'è mmuorte. Facemmo pure una gita a Itaca e a Cefalonia. Feci il bagno in una spiaggia di Skorpios, l'isola di Onassis e della Callas, In quell'acqua vi veniva la voglia di cantare Castadiva. Sarei stato ridicolo. Tacqui e mi tuffai sott'acqua. Itaca. Itaca. I-ta-ca. Ho visto un porticciolo e basta. Odissea niente. Ulisse manco p'a capa. In un baretto bevvi birra. Portai a casa una pietruzza gialla, lavorata dal mare. Ulisse. Di Lefkada ricordo pure una spiaggia dove si arrivava dopo una lunga discesa. Porto Katsiki. Porto delle capre. Falesia bianca, sassi bianchi. Ombrelloni rossi. Tanta polvere sulla Ford blu. Pare che da queste parti Saffo si sia lanciata nel vuoto, muoio disperata. E di Lefkada ricordo un bel ristorante con del pesce fresco, a Vassiliki. A Vassiliki comprai pure un anello d'argento che ho ancora al dito. La mia pelle bianca e profumata. Infine una gita con un motoscafo verso un isolotto perso tra Lefkada e il continente.

E poi via da Lefkada, con un giro lungo. Attorno a un golfo, tra una gola di rocce rosse, evitando Missolungi e il cuore di Byron. Sosta in un paesotto che un tempo si chiamava Lepanto e ora ha un nome greco del cazzo. C'era un castello. C'era una piazza con i bar per bere un cafè-frappé. E poi ancora via, lungo la sponda nord del golfo di Corinto. Curve, curve, fabbriche e altre rocce rosse. Poi salita a Delfi, vista di sera. C'era bisogno di un Platone o di Eraclito o di un qualsiasi filosofo scafesso che ci mostrasse la Pizia, la sublime Pizia stizzosa di Durrenmatt, non eravamo né Epido né altro, ma la magia c'era. Sali, sali, sali sempre a Delfi. Poi stanco, dopo la doccia, mangiammo calamari su una terrazza a guardare la pianura sotto, appena dopo i tetti. Il giorno dopo si partiva per il Pelio, penisola nella penisola. Ma prima c'era un monastero da vedere, monastero bizantino dedicato a san Luca. O ricordo male? E ancora curve, curve e curve. Camion, sorpassi e curve. Fino a una pianura, dopo le Termopili, verso Volos, la città più grande del mondo, secondo Paolo, che aveva solo sette anni. McDonald's come premio.

E poi le curve del Pelio, terra dei centauri, di meléti, boschi, curve, curve, spiagge. Prima andammo in un posto del cazzo, Horeftò. Una notte in albergo. Un bagno all'alba da solo. E poi via. Giri su giri. Finimmo poco lontano: a Agios Ioannis, San Giovanni. Una stanza, dietro i banconi di un fruttivendolo. Ma c'erano due magnifiche spiagge ad Agios Ioannis. Manco ne ricordo il nome. Ma c'era sole e sole. Azzurro come solo la Grecia ti sa dare. Di mattina al mare, poi il pomeriggio in giro per montagne. Arrivammo, una volta, anche sulla punta del Pelio, in una spiaggia con l'acqua un po' oleosa, dopo un paesino di montagna e mare. Strade solitarie e petrose. Grecia anteriore, futuro anteriore. Kalòs, calore. Magnifiche fritture di pesce in ristoranti orribili con osti dalle facce patibolari, peggio degli assassini di Winckelmann. In un posto c'era un albero molto antico, ma in tutto il Pelio non c'era un bancomat. Bisognava fare due ore di curve per andare a Volos e approfittarne per far mangiare i bambini da Mac e noi in un'ouzeria, un tempo per pescatori, ora per impiegati. Ma dove si mangiava meravigliosamente pesante, roba indigesta, ma sublime. Un'àncora a fare da monumento. E gli Argonauti e poi la memoria dei profughi di Smirne. Volos è un posto per Maqroll il Gabbiere. Andateci per capire qualcosa dei Balcani terminali.

Andammo via dal Pelio dopo un Ferragosto di pioggia, vento e mare agitato. Direzione Meteore. Magnifiche. Un albergo equivoco, ma che di fronte aveva un palo della luce dove avevano fatto il nido le cicogne. La sera la passai a osservarle come uno scienziato spensierato del Nàscional-geografic-ciànnel. Tutti i monasteri delle Meteore sono belli, grandi e piccoli. Andateci da soli, che io non posso che usare superlativi per descrivervi il matrimonio tra natura e cultura, un paesaggio lunare, affollato di turisti e icone (le avrei comprate tutte, come un Chatwin misericordioso e ipnotizzato). Un pope con la barba. Un giovane guardiano albanese che parlava italiano. Una carrucola. Un pozzo. Un cigolìo. Fiori. Panorami. Cartoline. E' la Grecia bizantina, divina quanto quella olimpica. Ortodossa e nera. Barbuta.

Dalle Meteore a Igoumenitsa. Una lunga strada a perdere tempo per sorpassare su una strada a corsia singola una fila di camion e corriere. A Ioannina, città di lago fangoso e di fantasmi letterari (c'ero passato nel 1977, m'era sembrata una città di campagna e nulla più, una sosta verso Atene), a Ioannina mangiammo magnifiche polpette e passammo alcune ore in un bar pieno di trentenni. Città giovane 'sta Ioannina del cazzo, pure lei. E poi Igoumenitsa, per una notte in un albergo da incubo. Sveglia alle cinque per la nave. Alle quattro ero già andato a prendere un caffè in un bar buio e lercio. Uno per me, un altro in un bicchierino monouso per I. che ancora dormiva. L'aria era fresca. I turchi che ritornavano in Germania avevano dormito nelle loro mercedes. Dai finestrini socchiusi usciva il loro calore un po' fètido. Sapete che vi dico? Io i turchi nell'Unione europea non ce li voglio. Si facessero l'Unione asiatica per cazzi loro. La nave arrivò puntuale, ma partì in ritardo.

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categoria:viaggi
mercoledì, 01 giugno 2005
Io e I. ci siamo scofanati una zuppiera di alici fritte. E per mandarle giù una bella bottiglia di falanghina gelata. Alla faccia di chi ci vuole male.
postato da: roquentin alle ore 22:19 | Permalink | commenti (4)
categoria:piaceri
mercoledì, 01 giugno 2005
Leggo da qualche parte che la lingua è uno dei muscoli più forti del corpo umano. Allora mi chiedo: perché la si usa per dire stronzate? E non voglio fare aggiunte oscene.
postato da: roquentin alle ore 13:08 | Permalink | commenti (3)
categoria:riflessioni
mercoledì, 01 giugno 2005

Poteva andar peggio. Il tuo nemico poteva esserti amico.

Stanislaw Jerzy Lec

postato da: roquentin alle ore 07:57 | Permalink | commenti (2)
categoria:amicizia