lunedì, 28 febbraio 2005
Non è ancora cominciato e già desidero il gran finale. Sono perseguitato dal tricolore.
domenica, 27 febbraio 2005
Sarò incasinato di lavoro, lo so già. Per esperienza. Così, nonostante la tecnologia di cui sarò dotato, non so se riuscirò, nei prossimi otto-nove giorni, a prendermi cura del blog e dei miei "spiriti affini" (

Ariachiara). Ci proverò. Lo sapete, anche da lontano (e questa volta non lo sarà) riesco a mandarvi mie notizie. Fino al mio ritorno è sospeso il servizio "frasi celebri", o meglio il tormentone filo-misogino. Per ragioni tecniche. Vi ho lasciato con una citazione dolce. Perché io amo le donne. E una sola più di tutte.
domenica, 27 febbraio 2005
Quando si scrive delle donne, bisogna intingere la penna nell'arcobaleno.
Denis Diderot
sabato, 26 febbraio 2005
Volete sapere dove vado? Per lavoro? Vado a realizzare una cifra tonda. Il dieci che fu di Maradona. Ma non vorrei equagliare il primato di Baudo e Bongiorno. Quindi spero che sia l'ultima volta. Anche perché amo che me le càntino in altro modo. Qualcuno saprà sciogliere questi ermetismi. Altri no. Ma io, che nella vita sono un giocatore di scacchi e quindi combatto a viso aperto, qui nel blog mi diverto a fare il giocatore di poker, gioco a carte coperte. Agli altri il compito, lo sfizio o la noia di scoprire i punti o i bluff.
sabato, 26 febbraio 2005
da www.repubblica.it
Il ritorno di Bruce Springsteen
e un Santa Claus a luci rosse
di GIOVANNI GAGLIARDI
ROMA - Per i fan di Springsteen è iniziato il conto alla rovescia in attesa di "Devils & Dust" che uscirà il 26 aprile. E in casa Columbia c'è chi sta sudando freddo. La scaletta è pronta ed è già stata annunciata ma, secondo indiscrezioni, ai 12 pezzi scelti per il nuovo disco, il Boss vorrebbe aggiungerne un tredicesimo, una canzone che canta ormai da anni live: "Pilgrim in the temple of love / Santa gets a blowjob".
Già il titolo è di quelli forti. L'attacco, poi, è strepitoso. (It was Christmas eve, I was standing in the parking lot of "Fabulous Girls - Nude, Nude, Nude"). Il resto del pezzo è una di quelle storie degno dei migliori affreschi "Born in the Usa", che nel giro di pochi accordi ti fanno vedere un pezzo di quella America, in bianco e nero, dura degna del miglior Springsteen. (In the car next to me there was a young lady givin' a blow job to a man in a Santa Claus suit). Ma tra blowjobs, appunto, assholes, fuckin' nights e auguri tipo "Merry Fuck You", sembra proprio che qualcuno tra i responsabili dell'etichetta discografica, abbia perso il sonno.
Evidentemente preoccupano i Babbi Natale ubriachi, le ballerine di lap dance e le valli dei Supervixens. Ma il racconto è bello, toccante. Con una Lady Godiva un po' triste che alla fine del suo spettacolo "Mi mostrò una foto del suo bambino, disse che di giorno è una studente d'arte / Balla sei sere a settimana per zoticoni e idioti come questi, ovviamente, presenti esclusi".
Un ritratto che non sfigurerebbe affatto tra quello dei soldati americani di stanza in Iraq ("La paura è un diavolo potente/Trasforma l'acciaio in ruggine polverosa/Il mio dito è sul grilletto/Non so di chi fidarmi/Quando guardo nei tuoi occhi/Vedo soltanto
diavoli e polvere"), e di un padre ("Mio padre non era altro che uno sconosciuto/Viveva in un albergo giù in città/Quando ero bambino lui era soltanto un estraneo/Un estraneo che vedevo in giro../Ora che ho un figlio mio/Ho un solo desiderio in questo mondo dimenticato da Dio/Spero che i tuoi peccati siano soltanto tuoi"). Con i saluti di Santa Claus: "Buon Natale a tutti, idioti, e una fottuta buona notte".
sabato, 26 febbraio 2005
La donna affermativa è "un" tipo di donna che più corrisponde all'immaginario maschile perché rappresenta la parte narcisistica che egli ha perduto e di cui ha più paura.
Rosella Prezzo
venerdì, 25 febbraio 2005
Sto leggendo in bozze "Il complotto contro l'America" di Philip Roth. Poche pagine. E' all'altezza delle mie esigenti aspettative. Lo scorso ottobre, avevo cominciato a leggerlo in inglese (l'avevo comprato appena messo piede a Washington). Troppo tosto mi sembrò. E leggendolo in italiano capisco il perché. Ho messo da parte "Lo scrittore fantasma": me lo porterò con me in viaggio (assieme alle bozze). Anche se so che non avrò tempo di leggere. Avrò appena tempo per dormire.
venerdì, 25 febbraio 2005
Se morissi laggiù sul fronte dell'armata,
piangeresti un giorno, o Lou, mia adorata,
e poi il mio ricordo si spegnerebbe come muore
un obice che esplode sul fronte dell'armata
un bell'obice che somiglia alle mimose in fiore.
Guillaume Apollinaire
giovedì, 24 febbraio 2005
Una donna può velarsi il volto con un sorriso.
Gibran K. Gibran
mercoledì, 23 febbraio 2005
E' passato molto tempo dall'ultima volta che ho scritto di alcuni dei miei viaggi. Ne ho scritto per un po', poi mi sono rotto le scatole. Mi succede sempre così. Con tutto. Bah, ora provo a ricominciare. Ripartendo da dove ero rimasto.
Dove ero rimasto? Non lo ricordo più. So da dove riparto. Dall'India. Dall'India del dicembre del 1993. Cazzo, quanto tempo è passato. Ci andai per un viaggio di lavoro, che, come al solito, diventava una vacanza (bei tempi, adesso i viaggi di lavoro sono sempre una smazzata). Solo pochi giorni e solo New Delhi e il Sikkim. Sempre la solita storia. Vado in paesi esotici e visito le parti più marginali. Il Sikkim è uno staterello al confine con la Cina, pieno zeppo di monasteri buddisti. Del buddismo tibetano, quello con i templi dai disegni coloratissimi e mostruosi. E' il buddismo tantrico, quello più puro e più magico, che dovrebbe anche insegnare a scopare meglio. Ma non ci diedero il canzo di sperimentarlo. Io, con il mio scatenato agnosticismo, buttavo tutto a ridere. Però qualcosa, dopo tanto tempo, mi è rimasto dentro. Una sorta di voglia di pace interiore, una propensione alla compassione (per gli altri uomini, meno per gli animali). Però ho sempre dentro di me un blocco: un ineliminabile senso d'identità esistenziale (sono o non sono Roquentin? E pensare che sarei potuto essere Meursault, se solo avessi saputo come scrivere il mio nome da straniero). Io sono io. E vorrei esserlo anche dopo la morte. E il Nirvana vada a fare in culo. Non voglio sparire in un brodo primordiale, dimenticando tutto di me stesso.
Insomma in India ci andai per lavoro. A New Delhi facemmo un po' i turisti. La vedemmo in due fasi, prima e dopo la permanenza nel Sikkim. Ricordo la visita in un osservatorio astronomico costruito da un maraja dell'Ottocento. Tutto in pietra rossa. Non c'era nessun cannocchiale, ma vari barboni. Perché era tutto abbandonato, ci mancava solo che vi razzolassero le vacche sacre, quegli esseri scheletrici che bloccano il traffico a tutte le ore. Era un luogo surreale. Scattai tante foto che somigliano a quelle di Chatwin. In quel periodo godevo a mostrare un occhio assoluto e a citare quell'inglese di moda. Tutto passa, ringraziando iddio. Una notte andammo anche in una zona malfamata, dove passammo il tempo a vedere come i facchini scaricavano sacchi e sacchi di farina. Facce nere e imbiancate. Stracci. Occhi sbarrati e curiosi su di noi, i ricchi. Visitammo un famoso monastero buddista, dove c'era un giovane americano, biondo, che era la reincarnazione di non so più quale lama, un rimpocé, un maestro, un coso vestito di rosso. A me faceva solo pena. E ancora doveva uscire nelle sale il "Piccolo Buddha" di Bertolucci. Al ritorno dal Sikkim andammo invece al Forte Rosso e alla grande Moschea (bellissima, davvero), collego sempre la sua immagine a un romanzo di Amitav Ghosh (forse "Il Cromosoma Calcutta"). Ma ricordo di più un ristorante che si chiamava Bukhara dove si mangiava carne bovina. Cucina kazaha o uzbeka, credo. Roba non indiana. In pratica non ti davano posate, ma un grembiulino dove asciugare le mani. La portata era unica: un vitello cotto come una porchetta, piazzato come un idolo gastronomico al centro della tavola. Ognuno di noi doveva staccare con le mani un pezzo, intingerlo in aromi e salsette varie e strafogarselo. Era divertente, solo che io odio avere le mani unte.
Il Sikkim, dunque. Le notizie essenziali andatevele a cercare su qualche atlante o sul google, e non rompete le palle. La capitale è Gangtok, un posto del cazzo, un paesone di campagna (almeno era così 12 anni fa), con vari alberghi. Arrivarci era un'impresa. Da Delhi prendevi un aereo che diverse ore dopo di lasciava in una città di vacche e piantagioni di té, a nord del Bangladesh. Poi con una land rover cominciavi a salire verso le pendici dell'Himalaya, o giù di lì. Mezza giornata per fare duecento chilometri scarsi, tornante dopo tornante, seguendo le bizze del fiume Tista, affluente del Gange. Detto così sembra roba di Kipling. E' vero, lungo la strada c'erano anche delle graziose scimmiette che si avvicinavano in cerca di cibo. Molto pittoresco, ma non finiva mai 'sta salita. C'era pure una dogana, dove aspettammo ore per un timbro. Una volta arrivati ci piazzarono in uno dei migliori alberghi. Era carino, solo che era a trenta metri da un maestoso piazzale sterrato dove si facevano i comizi, perché c'era un'elezione indiana. Tutte le sere comiziavano. Avete idea di cosa possa essere un comizio indiano? Roba che ti viene la voglia di sparare al Mahatma Gandhi. E questo era niente. Le camere dell'albergo come riscaldamento avevano una stufetta elettrica che a tenerla accesa tutta la notte a poca distanza dal letto metteva paura. E mica è finita? L'albergatore ci disse di controllare bene le scarpe ogni mattina, prima di indossarle, perché durante la notte potevano infilarsi dentro degli scorpioncini velenosissimi. E che cazzo, pure gli scorpioni. Voglio tornarmene a casa mia, voglio. E poi, ditemi, come si fa a capire che uno scorpione è entrato nella tua scarpa? Si infila la mano? Si sbatte a terra la scarpa, così l'animaletto s'incazza e salta subito fuori per il pizzico letale? Decisi, mentre prendevo sonno, che avrei imparato a camminare scalzo, come facevano gli indigeni.
Il giro nel Sikkim prevedeva la visita a vari monasteri. Ne vedemmo tre. Innanitutto quello bellissimo di Rumtek, il più grande, dove in nostro onore fecero anche una danza. E varie puje. Dovete sapere che la puja è una sorta di messa che si sa quanto comincia e non si sa quando finisce, Tutti i monaci seduti a terra a gambe incrociate a fare muuuuuu muuuuuuu. Mani giunte, gong vari e litanie che fanno venire sonno. In segno di ospitalità ti danno da bere té al latte di yak (un bufalo himalayano), in ciotole schifose. E' una bevanda che definire repellente è un atto di gentilezza. Ad accompagnare il tutto ci sono dei biscotti stantii che per loro, morti di fame, sono una leccornia. In pratica i bucaneve della Doria di quando eravamo bambini. Non biscotti simili ai bucaneve della nostra infanzia. Era proprio quelli, dovevano risalire all'epoca di Carosello. E se non li mangiavi si offendevano. Una tortura. Io li mettevo in tasca e li buttavo fuori dal finestrino della rover, quando tornavano in albergo. Il tè se lo scolava un'addetta stampa alla quale piaceva moltissimo. Alla fine del viaggio avrà preso tre chili. Però ci fecero incontrare un lama bambino. Avrà avuto quattro anni, ma tutti lo veneravano. E lui, l'animaletto reincarnato, era molto nella parte. Assistemmo pure a una cerimonia che si fa raramente. La fecero per noi perché i nostri accompagnatori sganciarono molti dollari. In pratica un monaco, una specie di priore però, dalla faccia porcina e con un kimono giallo, si siede su una sedia e medita. Accanto a sé ha un cappello giallo che sembra disegnato da Moebius. Noi seduti davanti a lui, con la sciarpetta bianca al collo e una manciata di riso tra le mani a coppa, dovevamo guardare lui in silenzio. Il priore maialino invece guarda davanti a sé, guarda il vuoto, credo. Poi, quando ormai tutti ne abbiamo le palle piene di stare seduti, zitti e muti, e cominciamo a guardare i disegni sul tetto, la faccia annoiata del nostro vicino, lui il monaco con un gesto da gattosilvestro prende il cappello giallo lo appoggia in testa, se lo toglie e lo rimette subito a posto. Durata della scena un quarto di secondo. Noi che volevamo fare delle foto rimaniamo come degli allocchi. Più incazzato di tutti il fotografo della compagnia, Giorgio, un tipo tosto che poi è diventato il fotografo ufficiale di Berlusconi I, si imbufalì come uno yak. Non ho scattato, non ho scattato. Il porcellino se ne stava già andando indignato (o forse divertito), quando il capo gruppo mise mano alla tasca e cacciò un altro mazzetto di dollari. Il priore si convinse a ripetere la cerimonia che viene fatta in rare occasioni. Una seconda ripetizione dopo solo tre minuti è stato un evento unico e sarà diventato leggendario alle pendici del Kangengiunka. Il monaco si risiede sul suo tronetto. Ci guarda per un po', ma meno della prima volta. Prende rapidamente il cappello. Noi pronti con le reflex. E questa volta non è questione di un attimo. Si mette il cappello giallo in testa e lo lascia lì. Sorride beato come uno dei tre porcellini di Disney. Persino io sono riuscito a scattare quasi un rullino intero.
Dopo Rumtek, visitammo Phodang e Labrang. Il secondo era un posto magnifico. Da Gangtok con il solito fuoristrada in quasi due ore si arrivava a Phodang. Poi a piedi per un sentiero di pietre argentate. Andavamo a Labrang perché ci avevano detto che c'era un monaco che faceva la levitazione. Quando lo vidi (io mi aspettavo una specie di padre Pio) quasi mi scappava da ridere. Era un gigantesco contadino vestito da monaco. Parlava solo un dialetto tibetano. Per capirci c'era bisogno di tre o quattro passaggi linguistici. Ma seduti fuori del tempio, guardando la grande vallata che lontano lontano arriva fino al golfo del Bengala, riuscimmo a sapere quello che volevamo. Lui ci disse che non levitava per niente. E ti credo, doveva pesare quasi 150 chili. Ma il suo compito era insegnare a scrivere ai bambini delle case dei dintorni. Secondo la nostra guida mentiva. Secondo me diceva la verità. Quando gli chiedemmo cosa aveva imparato dalla vita rispose che quello che conta è la nostra terra, quello che riusciamo a tirarne fuori. Un vero contadino. Parlava come mia madre (che era morta solo pochi mesi prima). Avevo fatto tutta quella strada per sentirmi dire le sue stesse cose. La terra, il lavoro della terra.
mercoledì, 23 febbraio 2005
Gli uomini prediligono le bionde, ma più ancora i titoli di credito che rendono bene. E le bionde prediligono gli uomini. Desiderano, perfino più del danaro, lo strano senso di potenza e di ampliamento del loro io che deriva loro dall'avere un uomo. Averlo!
David H. Lawrence
martedì, 22 febbraio 2005
Ho mangiato una mela annurca e ho buttato giù un'aspirina. E' il solito leggero mal di testa che mi disturba al risveglio, dopo una serata passata più a bere che a mangiare. Con gli amici, non amo le bevute solitarie. Grandioso Taurasi e ancora più grandioso Pallagrello. Vini campani, perché in certe cose rasento lo sciovinismo. E anche perché gli amici erano svizzeri (ciao Beatrice, ciao Reto) e amano Napoli. Anche Zurigo ha un cuore, anzi due.
Basterà la mela annurca a evitarmi l'ormai ricorrente (seppur leggero) fastidio allo stomaco? Non tollero più come prima le aspirine, che per me sono da tempo un toccasana, un rimedio per tutto. Enzo Moscato canta "Dos gardenias". Com'è bella questa canzone cubana, anche quando la canta lui, secondo me la canta un po' troppo veloce, le fa perdere quella malinconia morbida che può scatenarsi una sera nella balorda Cienfuegos. Guardando il mare e non questa pioggia insistente che non si è ancora stancata di disturbare le nostre giornate.
martedì, 22 febbraio 2005
Certe donne si devono picchiare a intervalli regolari, come gong.
Noel Coward
martedì, 22 febbraio 2005
Se gli uomini sapessero come le donne passano il tempo quando sono tra loro, non si sposerebbero mai.
O. Henry
martedì, 22 febbraio 2005
Capisco... il guaio è che la donna, invece di scriverne le pagine, ha steso i panni della storia dell'umanità.
Quino
martedì, 22 febbraio 2005
E' una calunnia, parlar di sesso debole a proposito di una donna.
Indira Gandhi
martedì, 22 febbraio 2005
Mai fidarsi di una donna che dice la sua vera età. Una donna capace di dir quello è capace di dir tutto.
Oscar Wilde
lunedì, 21 febbraio 2005
Telefono guasto a casa da giovedì pomeriggio. Grandi litigate con tutti i 187 del 187. Ma senza successo. Telefono sempre muto, sembra di stare a Kandahar. Lontano tre giorni dal lavoro. Silenzio anche da questo desk dal quale riprendo ora a comunicare. Appena avrò la linea da casa riprenderà il tormentone misogino. Con gli arretrati.
giovedì, 17 febbraio 2005
Vittorio Sgarbi, che nonostante tutto e per quello che vado a scrivere, mi è sempre simpatico, Vittorio Sgarbi divenne popolare, fuori dalla cerchia degli appassionati d'arte, quando dal palcoscenico del "Maurizio Costanzo Show" gridò stizzito, quasi isterico, che desiderava ardentemente la morte di una persona, di Federico Zeri, pace all'anima sua. I motivi mettiamoli tra parentesi.
Marco Messeri in una scena di "Ricomincio da tre", nel quale interpreta la parte di uno schizzato mentale, confessa, pure lui isterico e stizzito, che alla domanda "Vorresti essere Gianni Agnelli?" lui avrebbe risposto "Sì, sì, sì" e non l'ipocrita "no" di tutti gli altri.
Sono due esempi in cui la nostra vera natura desiderosa e rancorosa è messa a nudo. Ci sono sentimenti (e gesti) che non confesseremmo neanche sotto tortura. Sono le nostre carriole di Pirandello. La conoscete quella novella? E' famosa. Non ve la riassumo. In sostanza, ciascuno di noi, quando è da solo ed è sicuro di non essere visto compie dei gesti inusuali, grotteschi, fanciulleschi. Si sfoga. Poi ci sono pensieri che assillano la nostra mente come ossessione, e a volte, quando siamo soli e siamo sicuri che nessuno ci veda, producono quei gesti strampalati.
Queste schegge hanno attraversato la mia mente leggendo in questi giorni alcuni blog (quelli di Ariachiara e di Reina, ma non solo), nei quali serpeggia un malessere curioso. Sarà l'attesa della primavera, sarà la vita che in certe fasi s'attorciglia e sembra congiurare contro di noi. Anche certi miei post possono essere aggiunti all'elenco. Insomma, sarà quel che sarà, ma credo che bisognebbe accettarsi e desiderare di essere migliori. Bisogna occuparsi di noi e delle persone che si amano. Non aspettare che il sole segua la pioggia, inutilmente. E continuare a sfogarsi, di nascosto e, se possibile, in pubblico.
giovedì, 17 febbraio 2005
Oggi c'è il sole, a Napoli. A faccia 'e chi ce vo' male. Gli U2 promettono a beautiful day. Ma io dovrò lavorare per tutta la giornata. Come diceva il compagno Prevert, quando non parlava alle sciampiste? "Ma perché una giornata così bella dobbiamo regalarla al padrone?" Bella domanda. La mia risposta sarebbe irripetibile. Mi consolo pensando che avrò tre giorni liberi dal lavoro, ma incasinato di impegni extra. Spero che il sole non mi abbandoni.
giovedì, 17 febbraio 2005
Se le donne non avessero la fica da dar via, sarebbero una razza insopportabile. Per un po' di sollazzo del cazzo, a noialtri ci tocca tollerare questi mostri dolciastri, queste piattole invereconde, queste zozzone.
Henry Miller
mercoledì, 16 febbraio 2005
Ci sono dei giorni in cui tutti sembrano essersi messi d'accordo per romperti le scatole, per crearti casini, tanto da pensare che non riuscirai a sbrogliare la matassa della giornata. Tutto si aggroviglia. Poi tutto si scioglie, ma resta un malessere strano, misto a euforia. Uno stato d'animo contrastato: è finita, ti dici, ma vorresti ancora menare qualche pugno. Poi, credo ci si afflosci come un pupazzo sgonfiato.
mercoledì, 16 febbraio 2005
La donna è quel che si è trovato di meglio per sostituire l'uomo quando si ha la scalogna di non essere pederasti.
Boris Vian
martedì, 15 febbraio 2005
Il buon giorno si vede dal mal di testa. Se poi ci si mette pure Tricky, possiamo attaccare il cartello di completo.
martedì, 15 febbraio 2005
Dio creò l'uomo, e trovando che non era abbastanza solo, gli diede una compagna perché sentisse più acutamente la sua solitudine.
Paul Valery
lunedì, 14 febbraio 2005
La donna fu il secondo errore di Dio!
Friedrich Nietzsche
domenica, 13 febbraio 2005
La grande domanda alla quale non sono riuscito a rispondere, nonostante trent'anni di ricerche sull'anima femminile, è: "Che cosa vuole una donna?".
Sigmund Freud
sabato, 12 febbraio 2005
Meglio restare a casa a vedere un dvd, uno qualsiasi. Meglio a casa, lontano dalla pioggia e dalla carne umana e inutile che si aggira per ristoranti, cinema e altro. Il sabato libero non fa più per me, da tempo. Ci sono settimane intere che non faccio che aggirarmi nello spazio di due-trecento metri, la mia riserva indiana. Internet e il lavoro, come due tette alle quali succhiare una coercizione evasiva, nel doppio senso di sfuggente e fuggente. Giusto a ora di pranzo una puntata al Vomero, quando aveva già cominciato a piovere. Un altro iPod, seppur mini, ha fatto il trionfale ingresso a casa. E' il regalo che si è scelto mia figlia per i 14 anni. Prima del Mac, siamo andati da MacDonald's. Di Mac in Mac. C'è una bella differenza, ma con la globalizzazione bisogna convivere. Sempre meglio della mafia. Come dicono quelli che sanno le cose? Glocal. Locale nel globale, globale nel locale. Io mica l'ho capita bene. Ma che me fotte. Capire, dico. Provate a sentire Bach suonato alla Mozart. Non c'entra. Ma cosa c'entra? Forse bisogna essere globale nel bilocale. E' l'ora che ascolto l'"Internazionale", la "Cantata dei pastori", le "Variazioni Goldberg". Riprendo tra le mani il Purgatorio. E rinvengo, il passo dimenticato (da me) del nono canto nel quale Dante si paragona ad Achille che si risveglia Schiro. Urca, Skyros, citata dal Sommo. Devo farlo sapere al mio amico Vangelis. E riprendo tra le mani anche Borges, il Pedro Henrìquez Urena dell'oro delle tigri: "Non ricorderai questo sogno perché il tuo oblio è necessario affinché i fatti si compiano". Vabbè, ordino una pizza da Umberto. E chissà a che ora arriverà. E' l'antidoto a Mac.
sabato, 12 febbraio 2005
Facesse 'na corta e ascesse 'o sole.
sabato, 12 febbraio 2005
Essere donna è terribilmente difficile, perché consiste nell'aver a che fare con gli uomini.
Joseph Conrad
sabato, 12 febbraio 2005
Sono anch'io deluso di "Morso di luna nuova" di Erri De Luca. E' un libro inutile. I dialoghi mi sembrano scritti per Pietro De Vico o per Vittorio Marsiglia. Il finalino è imbarazzate. Retorico e con la doppia allusione alla Ortese per fare l'occhiolino a chi capisce. De Luca scrive bene ed è molto sensibile, forse un po' "profetico". Gioca con il suo personaggio e il suo passato. Salvo poco di quanto ha prodotto, ma è sicuramente una spanna al di sopra degli altri napoletani. Negli interventi giornalistici, tolta la retorica biblica, è spesso efficace. Ma fare lo spiritoso non è arte sua. Produce macchiette, come quella del cacaglio.
venerdì, 11 febbraio 2005
E' morto Arthur Miller. Aveva 89 anni.
venerdì, 11 febbraio 2005
Le donne sarebbero le creature più adorabili della terra se cadendo fra le loro braccia, non si cadesse anche nelle loro mani.
Henri de Montherlant
giovedì, 10 febbraio 2005
Effettivamente scrivere con Battisti-Panella di sottofondo genera deliri (algidi, ma pur sempre deliri). La spinta mimetica è troppo forte e tutto si riduce a proporre frammenti di un neodiscorso amoroso. A pizziche e a muzzeche. Resta fuori un'analisi (e data l'ora, pure mo', mi riesce difficile da fare l'analisi, sto pure a digiuno, andrei bene per l'analisi del sangue: dovrò rinviare tutto a sabato, almeno), resta fuori l'analisi della fine del ruolo argomentativo della parola.
E' finito l'ordine del discorso. E Foucault nella sua nicchia francese gioirà. Ma non è ancora morto il discorso dell'ordine. Anche quando si discute di disordine occorre l'ordine, es muss sein. Altrimenti l'apollineo è lontano. Siamo prigionieri di Hegel (titolo dell'ultimo disco della sublime cinquina), della dialettica, della sintesi dopo la tesi e l'antitesi. Sono passati i secoli, ma il nostro cervello continua a far fatica a pensare oltre l'ordine, a creare un altro livello, sghembo, storto, nuovo che non sia un passettino dialettico più avanti. Solo retorica. Più passano gli anni più adoro l'asciutta prosa di Beckett. Molly molli.
giovedì, 10 febbraio 2005
La noia di una donna ha sempre un nome: quella dell'uomo con cui vive.
André Suarès
mercoledì, 09 febbraio 2005
Ebbene, scrivo con il sottofondo di "Don Giovanni" di Battisti-Panella. Spesso, come sanno i più giurassici frequentatori di quest'animale autoproclamatosi Roquentin (non è il signor P. che parla, quel fesso, sono sempre io, in una rara manifestazione di autocritica, o di autostima?, boh), come sanno quelli che vanno perdendo tempo su questo blog (acalàte 'a capa e faticate), come sapete insomma, io ho spesso minacciato di infliggervi panellate a vagonate. Qua e là avevate potuto leggere qualche allusione, qualche testo per intero, qualche commento, qualche cagliosa per gli impertinenti. Cose così. Mai un discorso serio. Manco stavolta ne ho la forza, data l'ora e data la mia mania di improvvisatore, superficiale guitto, sbeffeggiatore impunito (ata fà 'a prova, ata fà?). Nun teng'a forza, chesta è 'a verità. Lei s'è invaghita del bitume.
Ebbene, scrivo con il sottofondo iTunesco dell'omnia opera panelliana, che scivola sotto queste righe che vi ammannisco, cercando il bandolo della matassa per capire da dove devo far partire i miei colpi di frusta. Cerco l'ispirazione da qualche verso sbilenco, una carrozza anacronistica, stanze come questa, fianchi pretenziosi da roano. Qualche anno fa ne ho parlato (per iscritto) pubblicamente di Panella. E' qui quel lavorìo dell'erba simile al pensiero. Per non dimenticarlo in generale. Ho avuto il privilegio di parlare al telefono per lungo tempo, tralasciando l'urgente lavoro e le chiamate in attesa, con Sua Maestà Panella (secondo solo al Montale di "Satura", in faccende di poesia). Erano posti dove non c'è fuga. Le nostre rappresentanze, i nostri uffici doganali. Avviluppati in teneri sofismi. Musica, ritmo che, vent'anni fa, De Gregori ebbe a dire, quando ascoltò "Don Giovanni": "Battisti è più avanti di tutti di dieci anni". Si sbagliava, era più avanti di venti. E a leggere voi, miseri ascoltatori di lamentose litanie genovesi, forse di trenta. I vostri capelli diventeranno grigi e pure bianchi e starete a menarvela con pescatori assopiti, bocche di rosa, storie di impiegati, bombaroli, marinelle e papaveri rossi. Dormite, dormite, sepolti nei vostri campi di grano. E poi di che parliamo? Ho infilato i suoi frammenti amorosi in tanti messaggi che spedivo dall'affollata tana ligure. Che sberleffo. Mi tolgo le foglie dalle dita. Fare l'orlo alle pastarelle.
Non c'è verso di costruire un discorso critico serio. Non si può spezzare il gelo della perfezione, il dionisiaco che si fa apollineo, rabbrividendo di piacere. E poi di che parliamo? Tutto traspare in filigrana. Solletica anche l'aria. Un gesto un solo gesto. In cambio non invento niente: mi butto solo o non mi butto. I profani non capiscono.
Tra il pop che straccia la melodia, che la copre di ritmica elettronica, freddo come il paradiso ("In quella parte ove surge ad aprire Zefiro dolce le novelle fronde"), fino all'ossessione, che ne fa un proto-trip-hop o un'house addomesticata dalla mente. Il corpo resti al suo posto, tra questa musica che è perfezione di un tramonto di Novecento, che sono i muscoli del capitano (non suoi, non suoi), del sangue partirsene col nero, tra questo e quest'altro, Panella inserisce la perdita del senso comune, delle mogolate, sono cristalli isterici, tutte le pompe con l'acqua nelle vene, diventano calembour pour epater i piccoli borghesi dall'orecchio atrofizzato. Lo sguazzo dell'ardire e dell'osare. E' il vetro che si è spezzato, è questa croce di Novecento (non sua, non sua). Sembrerebbe il sussurro dell'acqua. Cos'è più la parola? Cos'è più la canzonetta, l'intronata routine del cantar leggero? Cos'é? Questi cinque pugnali conficcati nella carne della melodia inutile ne hanno decretato l'agonia. Sono versi che ridono degli inutili romanticismi e delle dannose invettive. Sono cinque spade nel cuore, quei dischi. Fatti uscire dal silenzio, dalla doppia negazione delle proprie immagini, dalle vesti dei Ben Hur (loro, noi, che siamo, che sono il suo fumista) per andare incontro a chi solo sa cogliere il gesto inutile e gratuito. L'atto bastardo gidiano, volgarizzato da Bowles. Le quattro meno un quarto della notte, quando arriveranno, quando arriveranno per fermare il borbottìo delle guanciotte? Voglio scoprire anch'io cosa farò di nuovo, cosa farò di meno, con leggero margine d'incerto.
Ebbene, mi dico.
mercoledì, 09 febbraio 2005
Un uomo che moraleggia è di solito un ipocrita, una donna che moraleggia è invariabilmente brutta.
Oscar Wilde
martedì, 08 febbraio 2005
E va bene, my wife è stata perfetta oggi, meglio della Kidman nel film che sapete. La Kidman? Ma ce ne voglio due o tre per appararla a lei, alla my wife. Be' che ha fatto? Una lasagna, a seguire salsicce, polpette e gallinella di maiale. E chiacchiere con il sanguinaccio. E per ammassare tutto nel capiente stomaco Morellino di Scansano, sempre esso, sempre.
Ora sono al mio desk (dal desco al desk, ahimé) a trafficare con altrui parole. Ma sono contento come un Carnevale. Ma non era una Pasqua? Da domani quaresima e palestra.
martedì, 08 febbraio 2005
Un angelo, per una donna, è sempre più irritante di una bestia!
Luigi Pirandello
lunedì, 07 febbraio 2005
Devo confessare che tra i romanzi di Philip Roth ho sempre preferito quelli lunghi, corposi, almeno quattrocento pagine. Roth ha una capacità rara di ribaltare i punti di vista e i giudizi che il lettore faticosamente si è costruito sui personaggi che lo scrittore ha inventato, un ribaltamento che si produce automaticamente, a mano a mano che si va avanti nelle pagine. Ma pensavo che per poter ingannare il lettore Roth avesse bisogno di molte pagine, così da poterci fare amare e poi odiare tutte le sue creature come fa, per esempio in "Pastorale americana" con lo Svedese e i suoi. Ma la lettura di "L'animale morente" mi ha fatto cambiare opinione. Roth può essere grande anche quando se la cava con poco più di cento pagine. Certo il gioco dei ribaltamenti dei giudizi non è strepitoso, ma c'è. E c'è una forza, una benefica cattiveria (mi si passi l'ossimoro stantio), che è una sferzata rigenerante. E c'è un dolore, una miscela di sesso e morte che supera la banalità dell'accoppiamento (tra sesso e morte) con una pietas umana che non ti aspetteresti in un cinico come Roth.
lunedì, 07 febbraio 2005
Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia.
Marcel Proust
domenica, 06 febbraio 2005
Tutti i ragionamenti degli uomini non valgano un sentimento della donna.
Voltaire
sabato, 05 febbraio 2005
Quando lavoro troppo, e da solo (meglio soli, comunque), alla fine ho soltanto voglia di dormire. Vorrei mettere tutto tra parentesi, anche i giochi sporchi dei colleghi, e pensare a quello che veramente conta nella vita: gli affetti forti, l'amore che si dà (che si impara a dare) e quello che si riceve, i tanti, diversi tipi d'amore (per il proprio partner, per i figli, per le proprie fìsime - che altri chiamano abitudini). Quando lavoro troppo, e da solo (meglio), la stanchezza non mi fa vedere la pochezza del resto del mondo. Mi concentro come il chirurgo che deve segare una gamba: prima tiro via la pelle, poi lavoro il muscolo, poi mi accanisco sull'osso. Ed è meglio che gli altri abbiano l'anestesia. Domani è domenica, io lavoro lo stesso.
sabato, 05 febbraio 2005
Stamattina avevo bisogno di due caffè. Il primo l'ho preso. Il secondo è in arrivo. E il fegato si faccia i cavoli suoi.
sabato, 05 febbraio 2005
La castità delle donne dipende dal pudore degli uomini.
François Gérard
venerdì, 04 febbraio 2005
La differenza che passa fra la donna e lo specchio è che questo riflette senza parlare, e quella parla senza riflettere.
Anonimo
giovedì, 03 febbraio 2005
Un detto per i giuglianesofoni:
Dicette Cannelora: 'a vierno stamme fora.
Rispunnette San Biase: vierno mo' trase.
Ma dicette 'a vecchia antica: Tann'a vierno stamme fore
quanno a foglia 'e fiche è quanto 'o pere 'e voie.
Esegesi minima:
Ieri era Candelora. Oggi è san Biagio.
Voie sta per bue.
Per il resto arrangiatevi.
giovedì, 03 febbraio 2005
Ogni donna è ribelle, e in genere è ferocemente in rivolta contro se stessa.
Oscar Wilde
mercoledì, 02 febbraio 2005
Il freddo congela le idee, ho scritto in qualche commento, da qualche parte, a qualche spirito affine. Il vino, il solito Morellino, riscalda un po' il corpo. Fa andare avanti, soprattutto se è appoggiato su un bel po' di baccalà fritto, per rinverdire i fasti della Vigilia di Natale. Il freddo, comunque, fa il suo sporco lavoro. Io approfitto dell'ennesimo giorno libero, prima di un tour de force che si annuncia cruento. Mi consola la lettura di Philip Roth. So che il mio umore è molto influenzato dalle letture che faccio. Non dalle storie in sé, ma dalla qualità della scrittura. I bei libri, a prescindere da quanto narrano, mi mettono di buon umore, come la buona musica. Quella che ascolto quasi sempre di sottofondo, a casa e per strada. Sul lavoro non trovo mai spiriti affini in questo senso. La bottiglia di Morellino, che ho quasi scolata del tutto (era un'altra, non quella della felice coincidenza di sabato scorso), era forse eccessivamente e stranamente, per un Morellino, un po' troppo tanninica. Sto scrivendo questo post, velocemente, per posticipare un corpo a corpo che mi aspetta (che mi sto costruendo) con un altro libro. L'atmosfera natalizia, fuori tempo massimo, è accentuata da "Quanno nascette ninno" che iTunes ha deciso di elargirmi ora, tra un Michael Bublé e un'"Eleanor Rigby" in versione R&B.
mercoledì, 02 febbraio 2005
Conobbi l'indole delle donne: non vogliono quando tu vuoi, e vogliono quando tu non vuoi.
Afro Publio Terenzio
martedì, 01 febbraio 2005
Sapete perché gli Dei non dettero la barba alle donne? Perché essa non avrebbe avuto modo di tacere quando il barbiere gliela radeva.
Platone