domenica, 31 ottobre 2004
Tutto nella vita forse non è che un mezzo per la composizione di versi sonori.
Valerio Brjusov
sabato, 30 ottobre 2004
Certi giorni sono difficili da ammazzare. Perché proprio ammazzare li vorrei. Cominciano male senza nessun motivo particolare, e proseguono mollemente, senza un arrizzo, senza una vibrazione, solo piccole rotture di cazzo, notizie moleste, informazioni che non vorresti avere. Aggiungi qualche fastidio di stagione è il malessere è completo. Niente da segnalare all'orizzonte, quindi. Calma piatta, ma ho il mal di mare. Com'erano quei magnifici versi della "Ballata del vecchio marinaio" di Coleridge? "Per giorni e giorni, giorni e giorni, immobili siam stati, senza fiatare, immoti come nave dipinta su oceano dipinto".
sabato, 30 ottobre 2004
Non è sufficiente assumere la coscienza della frattura tra le parole e le cose; ma è necessario collocarsi tra lo spazio aperto, dentro la frattura, dove la scrittura come esperienza limite, come estremo del possibile, sarà quella pratica vertiginosa, in cui il confronto con la morte sarà assimilata ed insieme possibile, ineludibile ed insieme inaffrontabile.
Gino Boratta
venerdì, 29 ottobre 2004
da www.corriere.it
ROMA - Resta alta la tensione nel centrodestra. Dopo lo scambio polemico di battute, ufficiose e ufficiali, tra il premier Berlusconi e Gianfranco Fini, sono i rispettivi vice a incrociare i guantoni. Il ring è sempre lo stesso: il piano taglia-tasse che il presidente del Consiglio vorrebbe introdurre con un emendamento alla Finanziaria ma che gli alleati non giudicano una priorità da inserire nell'agenda parlamentare. A piazzare un macigno sul percorso della riduzione fiscale, almeno nella versione a tre aliquote preferita dal premier è Mario Landolfi, portavoce di An e fedelissimo di Fini. A lui risponde con altrettanta durezza Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza di Palazzo Chigi e profondo esegeta dell'ortodossia berlusconiana.
AN ALL'ATTACCO - «Con la riforma del fisco chiesta da Berlusconi, lo stesso Berlusconi risparmierebbe 760 mila euro ogni anno. Insomma, lo slogan diventerebbe meno tasse per Berlusconi». L'osservazione viene non da un partito d'opposizione, ma dal secondo partito della coalizione di governo, Alleanza nazionale. La firma è quella di Mario Landolfi che citando un'inchiesta pubblicata sul settimanale l'Espresso scatena l'ennesima bagarre. Ma Landolfi va oltre e definisce l’ipotesi di una riforma fiscale con tre aliquote con la massima al 39% un «errore macroscopico». Fiutando il pericolo un collega di partito, il senatore Nania, prova a metterci una pezza: «Nessuno voleva offendere il premier - spiega il presidente dei senatori di An - Noi vogliamo solo rilevare un dato politico». Precisazione dovuta, ma ormai la frittata è fatta.
LA REPLICA - «All'amico onorevole Landolfi replico che la sua dichiarazione non è aggiornata, anzi arriva fuori tempo massimo - ribatte il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Paolo Bonaiuti-. Il presidente Berlusconi infatti ha più volte pubblicamente e solennemente dichiarato che avrebbe destinato totalmente in beneficenza ogni eventuale vantaggio che gli potesse derivare dalla riforma fiscale del governo. All'onorevole Landolfi ricordo affettuosamente che non è ancora una colpa in Italia aver lavorato con passione per creare dal nulla un'impresa che ha impiegato e impiega decine di migliaia di persone. Magari l'amico Landolfi avesse fatto altrettanto!».
L'ULIVO: SVELATI I TRUCCHI - «Un vantaggio di 760.000 euro l'anno per il contribuente Berlusconi: se lo dice Landolfi, c'è da credergli...», commenta a metà tra l'ironico e il divertito Paolo Cento, coordinatore dei Verdi . «Noto con piacere che Landolfi comincia a fare i conti. Condivido che sarebbe difficile spiegare agli italiani l'esito della riforma fiscale per le tasche di berlusconi e dei suoi parigrado», gli fa eco il responsabile economico dei Ds, Pierluigi Bersani.
venerdì, 29 ottobre 2004
da www.repubblica.it
Bush che parla a una folla di militari in servizio in Iraq. Dice loro: "Sono orgoglioso e ammirato per i sacrifici dei soldati e delle loro famiglie". Aggiunge: "Prometto di proteggere la nazione". Circa 45 secondi di parlato, estratti del discorso alla Convention Repubblicana. Poi un'inquadratura, di appena un paio di secondi, sugli uomini in divisa. Facce che, a guardarle meglio, risultano familiari: sono sempre le stesse, duplicate. A pizzicare il 'ritocco' dello spot per la campagna elettorale del presidente, il sito DailyKos.com, che notando la straordinaria ricorrenza delle facce dei soldati ne ha dedotto un rimaneggiamento al computer. La Casa Bianca è stata costretta ad ammettere la verità . Ma il ritocco, ha spiegato, era dovuto al fatto che il podio da cui Bush parlava oscurava parte dalla folla e per ottenere un'immagine chiara si è dovuto montare l'immagine del presidente sopra un campione di soldati poi ripetuto per riempire lo spazio. La squadra repubblicana nega qualsiasi coinvolgimento nell'alterazione, imputando la scelta a chi ha prodotto il video. I democratici hanno preso la palla al balzo: "Se non dicono la verità in uno spot, non la dicono neanche per tutto il resto".
venerdì, 29 ottobre 2004
Se provo a fare un breve bilancio dell'impatto che le citazioni di questo blog hanno sui passanti curiosi, scopro che se per il sesso c'erano molti sguardi e poche parole, per la scrittura ci sono poche parole e forse pochi sguardi. Discutere di scrittura, scrivendone, è una faccenda molto seria. Ho esitato molti giorni prima di lanciare un sassolino nello stagno. Ora provo a lanciare una briciola di pane, per vedere se abbocca qualche pesciolino.
Mi rendo conto che su un blog spesso e volentieri si cazzeggia o ci si confessa come su una sorta di diario pubblico, sono sfoghi o giochi, ma tutto sommato si scrive, anche quando ci si limita a lasciare qualche messaggio iconografico (leggi: foto). Sulla scrittura ci si interroga sempre poco. Chi ha un suo talento scrive, immaginando o di essere in preda a un dio o di essere capace di gestire la parola scritta per un'eredità genetica. Non si pone molte domande, scrive e vada come vada. Solo qualche volta prova a migliorare se stesso. Mi sto riferendo ai blog, è ovvio. Sempre e solo ai blog. E anzi a quella piccola parte di blog che ho linkato o che frequento, qua e là . La maggior parte degli autori dei blog sono degli scriventi, per usare una distinzione di Roland Barthes (e non state lì a sbuffare, vi ho visti). Mettono parole in fila cercando di rappresentare il meglio possibile i sentimenti e i pensieri che vi stanno dietro. Non esercitano il minimo sforzo tecnico.
Ora queste pietruzze che io lancio quotidianamente qualche dubbio, qualche curiosità dovrebbero instillare. Si meriterebbero, talvolta, un commento. Non perché le ho scelte io, ma per una loro forza intrinseca. Invece scivolano come l'acqua. Silenzio, qualche parolina, timida timida. Ma qualcosa vi resta attaccato addosso?
venerdì, 29 ottobre 2004
Scrivere, significherebbe forse, nel libro, divenire leggibili a chiunque e indecifrabili a se stessi?
Maurice Blanchot
giovedì, 28 ottobre 2004
Contro la daily sfighetta basta e avanza avere addosso qualcosa di rosso. Una borsa, ma anche l'etichetta di una borsa. Una cravatta. Una maglietta. Calzini no, fanno lenone. Contro la sfortuna con la "s" maiuscola occorre un cornetto di corallo, con il gancetto d'oro. Deve essere piccolo e deve essere regalato. Se lo compri non vale. Basta tenerlo in una tasca e strofinarne la punta quando c'è un pericolo.
giovedì, 28 ottobre 2004
Anche la sfiga ha i suoi bioritmi, i suoi ottovolanti, su e giù, su e giù. Non parlo della sfortuna con la "s" maiuscola, parlo delle piccole e grandi rotture di cazzo che non ti cambiano la vita, ma ti rovinano la giornata o la settimana. Ebbene, la sfighetta daily e fatta di piccole cose che cominciano ad andare storte, una dietro l'altra. Vai in palestra e ti accorgi che hai dimenticato il pantoloncino, torni a casa e trovi che s'è rotta la playstation di tuo figlio, tua moglie arriva in ritardo dal lavoro perché il bus non passava, i tuoi colleghi ti annunciano un po' di brutte notizie, e così via. Tutto rotola giù fino a quando, una piccola fiammella comincia a bruciare nel senso giusto. E' il segnale che il vento sta cambiando. Ma devi scivolare fino in fondo, per poi cominciare a risalire, con il pietrone di Sisifo sulle spalle.
giovedì, 28 ottobre 2004
Il mio compito, come scrittore, è di riportare sulla pagina le scene che alla realtà dei miei occhi, la sola che mi interessi, comunque si producono; di farmi spettatore di un teatro quale non è dato vedere in nessun altro luogo e circostanza, con attori e situazioni che lasciano un segno, a volte indelebile, nei nostri sensi.
Alberto Bevilacqua
mercoledì, 27 ottobre 2004
La pioggia è durata poco. Ma ha lasciato uno strascico di cielo coperto. Addio sogni lunari. Il mio cuore non può volare alto come un falco. Anche il medico mi ha detto che ho un battito più che perfetto. Una questione di grammatica, più che di fisiologia. Devo sentirmi rassicurato. Vorrei vedere, dopo due anni di palestra e senza aver mai fumato una sigaretta in vita mia.
mercoledì, 27 ottobre 2004
da www.corriere.it
Caro caffè: + 26% in quattro anni
Un incremento di oltre il doppio rispetto a quello dell'inflazione.
La qualità è diminuita: il 30% del prodotto viene dal Vietnam
ROMA - Il prezzo di una tazzina di caffè al bar in quattro anni è aumentato del 26%, un incremento di gran lunga superiore a quello dell'inflazione. Lo sostiene l'associazione di consumatori Aduc, evidenziando anche un forte calo della qualità. All'inizio dell'anno 2000 un caffè al bar costava in Italia in media 1.200 lire, pari 0,62 euro, ma nel 2004 il prezzo medio è salito a 0,78 euro, pari a 1.510 lire. Il prezzo del caffè in quattro anni è salito del 108% rispetto all'indice Istat sui prezzi, che per il quadriennio 2000-2004 ha misurato un'inflazione del 12,5%. A ciò si aggiunge il fatto che «un buon 30% del caffè è di provenienza vietnamita», continua l'Aduc, che si traduce in «minore qualità e quindi prezzi minori per gli acquisti, fatti dal torrefattore al produttore. In sostanza il caffè vietnamità costa il 500% in meno del più pregiato caffè sudamericano. Il minor costo di acquisto dovrebbe riversarsi a cascata sul prezzo della tazzina di caffè al bar. Non ci sembra che sia così o per lo meno non lo è in proporzione percentuale».
mercoledì, 27 ottobre 2004
Non vedete più i resti ingombranti del mio ex album fotografico. E' una liberazione. Ed è tutto merito di Vulcanica. Che si è seduta al mio umile desk e ha messo le mani nel mio template. Maga maghella ha fatto tutto per benino. Non voglio dire di più e non dovete sapere di più.
mercoledì, 27 ottobre 2004
Prima o poi doveva pure succedere. Piove, ma non a dirotto. Quindi è peggio, può durare molto. Quando non vedo il cielo mi sento malinconico. E' che da bambino volevo fare l'astronauta, affascinato dallo sbarco sulla Luna del lontano luglio 1969 e da quegli scafandri bianchissimi con la boccia di vetro a coprire la testa. Altro che Jules Verne, quello era vero. Sulla Luna, evviva. Da quella notte è nato il mio amore per la fantascienza, che il tempo e il gusto per i paradossi, hanno indirizzato su Philip K. Dick (che da tempo mi è venuto a noia, pure lui). Ecco, pensando pensando ricordando ricordando, la malinconia si è trasformata in sogno. Sono fatto così: penso positivo, prima ancora che lo cantasse quel geniale fessacchiotto di Jovanotti. Penso positivo perché son vivo. Sogno a occhi aperti. E' più bello e non scriverò mai il mio romanzo perché mi appaga solo poterlo e saperlo pensare e raccontarlo a me stesso. Leggo un libro mai scritto, che mi piace. La pioggia, alla fine, non bagna il nostro umore. Grazie anche ad Astor Piazzolla che va in sottofondo. Il tango è un pensiero triste che si balla. Che folgorante definizione. La tristezza si scioglie nel ballo, diventa gioia. Un ossimoro, a voler essere letterati. E l'ossimoro, con l'ottimismo, è il sale della vita.
mercoledì, 27 ottobre 2004
Alla fin fine dipendiamo pur sempre dalle creature che abbiamo fabbricato noi.
Johann Wolfgang Goethe
martedì, 26 ottobre 2004
Oggi sono stato tutto il giorno a commentare i post altrui e non ho lasciato nemmanco un rigo su questo blog. Non è obbligatorio, lo so. E' che sono stato a perdermi in affarucci noiosi per tutto il giorno, a parte le due ore di palestra. Ora è tardi per trovare un'idea.
martedì, 26 ottobre 2004
Da www.repubblica.it
Un toro irrompe al ristorante
nella fuga alcuni contusi
SAN VITTORE DEL LAZIO (Frosinone) -Stavano cenando al ristorante, ieri sera, e tra una portata e l'altra mettevano a punto lo statuto di un'associazione di avvocati in via di costituzione quando, all'improvviso, hanno visto un toro che incornava la porta d'ingresso. Sono bastate un paio di testate dell'animale imbufalito per spalancarla. Il toro è quindi entrato nella sala de "La divina" (questo il nome del locale) ed ha iniziato ad annusare tutte le portate che si trovavano sui tavoli. Poi, forse disturbato dal fuggi fuggi generale, ha cominciato a caricare sedie, divani e quant'altro capitava al suo passaggio. I quindici avventori ed i proprietari del ristorante, situato ai confini con il comune di Mignano Montelungo, in provincia di Caserta, hanno trovato rifugio ai piani superiori ed hanno così potuto chiedere aiuto ai carabinieri ed al 118. Alcuni clienti, infatti, si sono sentiti male, qualche altro nella fuga ha riportato contusioni. Dopo due ore di lavoro dei vigili del fuoco e di un veterinario dell'Asl, l'animale è stato addormentato e riconsegnato al proprietario, un allevatore che vive poco lontano dal ristorante ed al quale il toro era sfuggito.
martedì, 26 ottobre 2004
"Il venerdì 20 luglio 1714, a mezzogiorno, il più bel ponte di tutto il Perù si spezzò, precipitando cinque viaggiatori nell'abisso sottostante".
martedì, 26 ottobre 2004
Mi sforzo di essere conciso e divento oscuro.
Orazio
lunedì, 25 ottobre 2004
La terza tappa della mia primavera nordafricana fu l'Algeria. Era il 1990. La data è importante. A maggio gli integralisti del Fis avevano vinto le loro prime elezioni, quelle regionali. Ma non c'era ancora la guerra civile. La gente, soprattutto i giovani più aperti all'Europa, era preoccupata: nessuno poteva immaginare lo stillicidio di stragi, agguati e rappresaglie che continua ancora oggi. Era giugno e c'era il sole e c'era il mare e c'era un villaggio turistico bianco, un tempo nobile, poi malandato. C'era la musica, tanta. Avevo scoperto il rai da poco. E per me fu l'inizio di una passione che non è ancora finita. Quant'era bella Tipaza, quant'era bella. Avevo la mente piena delle pagine del sodale Albert Camus, il suo floreale e malinconico ritorno a Tipaza. C'erano scavi romani che guardai dall'esterno, ma oltre i ruderi intuivo un Mediterraneo più ruffiano del solito. C'era una strada piena di ristorantini dove si poteva persino bere la birra e dove si mangiava pesce buonissimo e spiedini di agnello. E cuscus. C'erano tanti giovani algerini. Quanti sono stati uccisi, quanti dormono sulla collina di una maladetta Spoon River musulmana? L'integralismo allora era quasi una curiosità giornalistica. Poi divenne il mattatoio che sappiano, sempre più veloce fino a oggi, fino alle Torri Gemelle, fino alle proditoria invasione dell'Iraq. Allora il jihad era una chiacchiera, seduti a un tavolino o distesi sulla sabbia dorata di Tipaza.
Il villaggio era tutto bianco, circondato dall'azzurro del mare e dal verde scuro, malconcio e malinconico dei prati. Qua e là uno spuzzo di viola delle bougainville. Ma bando alle descrizioni. Ero andato per un festival musicale. Con me c'era Imma e nella sua pancia c'era Antonia. Il suo microscopico cuore aveva segnato solo un paio di mesi di battiti. Nelle nostre orecchie, quindi, c'era tanta musica. Tutto il giorno sbracati al sole. Circondati da indigeni in costume e da indigene vestite come per andare alla preghiera: era la paura che spingeva quelle splendide Afef a conciarsi come delle monache? I ragazzi algerini stavano lì a guardarci come corvi appollaiati. Guardavano le nostre donne in bikini, veramente. Roba mai vista, nonostante il presunto laicismo sbandierato dal loro paese fin dai tempi della battaglia di Algeri. Guardavano le donne e non nascondevano le erezioni che gonfiavano gli slip. Nel nostro gruppo c'era anche Rosa Fumetto, allora ancora passabile. E le piaceva farsi ammirare. Di giorno al mare, la sera alla periferia di Algeri, dopo un lungo viaggio in autobus, per ascoltare concerti di musica africana. La star locale, con Khaled ormai già allora infrancesato, era Cheb Mami: un guaglionciello di appena un metro e sessanta, con camicie improbabili e un sorriso di denti sporchi. Quando suonava era un tripudio di ragazzi che ballavano come tanti yuppidù e muovevano il bacino con una frenesia che non era solo sessuale. C'erano secoli di repressione che quella libertà sconcia, ma erotica, voleva cancellare. Roland Barthes se li sarebbe portati tutti a letto. Ma al festival ascoltammo pure uno straordinario Manu Dibango e una sgangherata band della Mauritania con un bassista che dilaniò i nostri timpani.
C'erano i mondiali di calcio di Italia 90. E per vedere una partita (cos'era Italia-Uruguay o cos'altro?) chiedemmo ospitalità a un albergo. Seduti a terra, con i ricchi petrolieri in caffettano e kufia accomodati sulle poltrone alle nostre spalle. Più che guardare la partita quegli emiri ammiravano noi, con curiosità e qualche sorriso di compatimento. Eravamo bestie rare. Una mezza giornata ad Algeri non ce la facemmo mancare. In cinque affittammo un taxi e via a macinare chilometri. Girammo per la casba di Pontecorvo, cercando segni cinematografici che non c'erano. C'erano invece bambini che ci seguivano in silenzio e si nascondevamo appena gli sorridevamo. Non chiedevano nulla a noi marziani. Cercammo di visitare una moschea, ma fecero entrare solo i maschi e solo nello spazio non dedicato alla preghiera. Gli sguardi, questa volta, erano torvi. Qualche mese dopo si sarebbero trasformati in raffiche di mitra. Il taxista ci portò a mangiare scampi e pesce alla griglia in un ristorante che conosceva. Fu felice e meravigliato quando lo invitammo a sedersi al nostro tavolo. Sorrideva, succhiava le chele e non diceva una parola. Chissà se è ancora vivo, pure lui.
lunedì, 25 ottobre 2004
"Tutti gli stati, tutti i dominii che hanno avuto ed hanno impero sopra gli uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati".
lunedì, 25 ottobre 2004
"Fu un amore a prima vita. La prima volta che Yossarian vide il cappellano, si innamorò pazzamente di lui".
lunedì, 25 ottobre 2004
Poco studiata dai grammatici del racconto (come Propp), esiste una struttura rapsodica della narrazione, propria soprattutto al romanzo picaresco (...). Raccontare, in questo caso, non consiste nel far maturare una storia e poi scioglierla, secondo un modello implicitamente organico (nascere, vivere, morire), cioè nel sottoporre la successione degli episodi a un ordine naturale (o logico) che diventa il senso stesso imposto dal "Destino" a ogni vita, a ogni viaggio, ma nel giustapporre puramente e semplicemente dei pezzi iterativi e mobili: il continuum, allora, è solo un seguito di giunture, un tessuto barocco di stracci.
Roland Barthes
domenica, 24 ottobre 2004
Oggi sta filando via, la giornata. Tutto come previsto. Lavoro e lavoro. Come tante e troppe domeniche, consacrate al desk del dio pallone. Senza l'entusiasmo degli anni eroici. Solo stanchezza. E ancora deve finire. Domani mi concedo una pausa.
domenica, 24 ottobre 2004
"Era circa mezzogiorno quando Petronio si destò".
domenica, 24 ottobre 2004
Il discredito della forma serve a esaltare l'importanza del contenuto: dire: "scrivo male" significa: "penso bene".
Roland Barthes
sabato, 23 ottobre 2004
E' "Scarface" con Pacino e la Pfeiffer. Neanche l'anonimo americano-procidano l'ha azzeccato.
sabato, 23 ottobre 2004
Qualcuno sa come si fa a togliere lo spazio foto (ormai non più disponibili)?
sabato, 23 ottobre 2004
E' ancora estate. Si potrebbe ancora andare a mare, tranquillamente. E invece no. Che tristezza 'sto bel tempo sprecato. E domani mattina mi tocca pure andare a votare.
sabato, 23 ottobre 2004
Vista la rapidità dell'utente anonimo (americano e ora senza IP), propongo ancora un incipit. Giuro che per oggi è l'ultimo:
"Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome".
sabato, 23 ottobre 2004
"Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s'accorgono solo poche anime sensibili, come i raffreddati da fieno che starnutano per pollini di fiori d'altre terre".
sabato, 23 ottobre 2004
Riprendiamo anche la sana abitudine di una frase da un film:
"Elvira è sempre in ritardo: passa metà della sua vita a vestirsi e l'altra metà a spogliarsi".
sabato, 23 ottobre 2004
Mi rimangio la promessa. E ne propongo un altro. Facile.
"Inevitabile: l'odore delle mandorle gli ricordava sempre il destino dell'amore non corrisposto".
sabato, 23 ottobre 2004
L'uomo di lettere è privo di aiuti: assomiglia ai pesci volanti: se si innalza un poco, gli uccelli lo divorano; se si immerge, i pesci lo mangiano.
Voltaire
venerdì, 22 ottobre 2004
Ripensavo, tra una "run" e uno "step" (la palestra concilia la riflessione), ripensavo a quale libro avesse inconsciamente condizionato la mia scrittura. Scartati gli inarrivabili, mi sono reso conto che, soprattutto sul lavoro, sono in debito con gli "Scritti politici giovanili" di Karl Marx. Letti quando avevo meno di vent'anni. Quella copertina grigia e bianca dei Saggi Einaudi l'ho ancora davanti agli occhi. Le controllate sottolineature a matita sono ancora lì, immagino. Il piacere di capire un discorso e, poi, il ribaltamento finale delle logiche altrui: una grande lezione. E ancora l'arte di spiegare e trovare un senso nuovo, con un ordine cambiato, e solo allora più chiaro e divertente. A tutto questo ho aggiunto il gusto per il paradosso mentale (alla Borges, si parva licet...) e il famigerato "scarto" del formalismo russo. Bel casino, ne convengo. Ma questi sono modelli. Poi esistono le tecniche.
venerdì, 22 ottobre 2004
Ne avevo proprio bisogno. Una passeggiata lungo via Toledo (la Broadway napoletana: l'iperbole è di Melville), senza l'iPod, per sentire i rumori, le voci e i rari silenzi di sempre. Era da prima della trasferta americana che non me la godevo, Toledo.
venerdì, 22 ottobre 2004
L'essenziale non è pensare, ma stampare quello che si pensa. Se poi si pensano sciocchezze, non importa. Basta firmarle.
Giuseppe Pontiggia
venerdì, 22 ottobre 2004
La pagina bianca riassume l'infinità di testi che non saranno mai scritti per incapacità.
Carlos Drummond de Andrade
giovedì, 21 ottobre 2004
E vabbè sto ascoltando Juliette Gréco di sottofondo. Qualcosa in contrario? Oggi non lavoro. Ho mille progetti, come sempre. Ma non farò un cazzo. La mia libertà non coincide con quella degli altri. Ho già speso una cifra alla Feltrinelli (tra dvd, cd, libri e le memory card nuove per la Playstation 2 di Paolo). Non dovrei mai essere libero. Sono appena le 13. In che condizioni arriverò a stasera? Di utile finora ho messo nel carniere solo le due ore scarse di palestra (quadricipiti, polpacci e femorali sotto tensione, addominali - ma che palle - e bicipiti, deltoidi e altre schifezze da macelleria cannibale). Mi sento bene, però. Sono a vostra disposizione
giovedì, 21 ottobre 2004
Quel che si scrive con fatica, si legge con facilità.
Vladimir Nabokov
giovedì, 21 ottobre 2004
La maggior parte dei pensatori scrive male, perché ci comunica non solo i suoi pensieri, ma anche l'atto di pensare i pensieri.
Friedrich Nietzsche
giovedì, 21 ottobre 2004
Le parole volano, gli scritti anche.
Giuseppe Pontiggia
giovedì, 21 ottobre 2004
In definitiva è quindi la scrittura di Sade il supporto di tutto Sade. Il suo compito, in cui trionfa sempre splendidamente, è di contaminare reciprocamente l'erotica e la retorica, la parola e il delitto, d'introdurre di colpo nelle convenzioni del linguaggio sociale il sovvertimento della scena erotica, nel momento stesso che il valore di questa è prelevato dal tesoro della lingua.
Roland Barthes
giovedì, 21 ottobre 2004
Evviva Tortora: mi ha pittato in quattro mosse. Andate a curiosare nei commenti ai suoi post nel suo blog che ho qui linkato e scoprirete che per lui sono:
geniale mattacchione,
brusco dissacratore,
incontenibile guastafeste
e inguaribile bohémien.
mercoledì, 20 ottobre 2004
Sì, tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene a tutti e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in cui la vita dell'edificio si ripercuote, lontana e regolare.
mercoledì, 20 ottobre 2004
"Lo ricordo (io non ho diritto di pronunciare questo verbo sacro; un uomo solo, sulla terra, ebbe questo diritto, e quest'uomo è morto) e ricordo la passiflora oscura che teneva nella mano, vedendola come nessuno vide mai questo fiore, né mai lo vedrà , anche se l'avrà guardato dal crepuscolo del giorno a quello della notte, per una vita intera".
mercoledì, 20 ottobre 2004
Una giornata che poteva essere magnifica se tutt'a un tratto non si abbafognava. Ma se va avanti così si torna in spiagga, ragazzi. Non ci sono più le mezze stagioni, evviva. Liberiamo i guardaroba: bastano t-shirt e cappotti. Di temperato avremo solo le matite. Però qualcuno ci avvertisse che prenotiamo le sdraio.
Ora c'è una refola d'aria fresca che entra dalla finestra. Mi aiuta a dare l'ultimo colpo per smaltire il mezzo litro di falanghina che ha accompagnato la pizza, le alici fritte e le zucchine alla scapece.
mercoledì, 20 ottobre 2004
Vi aspettereste Washington, lo so. Ma no, niente reportage a caldo. Almeno non quando voglio divertirmi. Devono passare mesi, se non anni o decenni, per far sedimentare i ricordi e tirare fuori solo quelli importanti. L'oblio deve fare il suo sano lavoro di scrematura. Ecco.
A Marrakesh ci andai con Tahar Ben Jelloun. C'era una specie di premio o convegno organizzato da un'università italiana. Lui mi fece invitare. C'erano professori di tanti paesi, in viaggio con mogli o parenti. Premiavano Tahar, tra gli altri. E Tahar venne con Aisha, la splendida moglie, e Miriam, la figlia (allora aveva solo lei) che chiamavamo Mim e che allora aveva quattro anni e non stava un minuto ferma. Poi è finita sulla copertina de "Il razzismo spiegato a mia figlia". Quei quattro giorni a Marrakesh inaugurarono i tipi di viaggi che amo di più: quelli in una sola città, per un solo appuntamento. Niente tour defaticanti. Poco e bene. Abbiamo l'eternità davanti. Siamo immortali, mica siamo mosche. Bando alle stronzate, a Marrakesh andai con Tahar.
Come per il Cairo ho solo bagliori intermittenti della memoria. Ma questa volta sono bagliori rossi, come le case, le mura, la terra, il quartiere dei tintori e i vestiti della donne. Stavamo in un grande albergo fuori delle mura e poco lontani da quella magnifica torre, come si chiama? Makouba? Strade larghe, sole a picco, aiuole di erba secca come a Secondigliano. Un Marocco napoletano. Le giovani coppie passavano ore a chiacchierare e a guardarsi all'ombra di qualche albero gracilento. Fidanzatini di Peynet in versione araba. Allora avevo la testa piena di scrittori magrebini. Mediterraneo, Mediterraneo, Mediterraneo. E pure Marrakesh express. Ma non avevo visto i film di Salvatores (li aveva già fatti, allora?). Inutile dirvi di Jema-el-Fna. Me la sono goduta come in un film di Hitchcock (mi sento sempre un po' fesso come James Stewart). La piazza del nulla: magnifico. Così capivo da dove venivano certe immagini prodigiose degli scrittori nordafricani e mediorientali. Come si fa a chiamare un luogo come quello, con tutto quel fomicolio umano, incantatori di serpenti, stregoni, bancarelle di arance, mosche, mosche, mosche, mosche, dappertutto, indovini, venditori di amuleti e di banane, mendicanti, acrobati e mangiatori di fuoco, magnifiche donne i cui passi muovevano le natiche che intuivi sotto le tuniche brillanti, come si fa a chiamare tutto questo il Nulla? E' vero, la toponomastica ha un'altra genesi. Ma il Nulla? Mi sembra troppo. E il bazar, poi, cos'era il bazar? Insomma, tutte le fantasie mie e vostre. Guardatevi un documentario turistico, aggiungete il caldo e la puzza, e avete fatto. Così non sto ad affaticarmi come un collaboratore di Licia Colò. In breve, amai la tranquillità delle masadre e dei loro cortili silenziosi, la frescura dei vicoli stretti, con gli sguardi curiosi dei bambini dietro ogni angolo.
Andammo raramente fuori città. Una sera ci portarono tutti a cena in un ristorante tipico. Quasi nel deserto. E, ovviamente, si chiamava l'Oasi. Assistemmo a una specie di spettacolo circense con cavalli, beduini e odalische, con la colonna sonora dei Carmina burana di Orff. Poi a mangiare. Splendida cucina marocchina, di un non ricordo più il nome di una pietanza. C'era di sicuro il cuscus. Continuavo a chiedere del vino e i camerieri dicevano di sì e non me lo portavano. Mi incazzai pure. Tahar al mio fianco, assieme a vari dignitari e apparatnik marocchini, sorrideva sotto i baffi. Non mi portavano che cocacola. Il giorno dopo mi spiegarono che nei pranzi ufficiali (se sono ufficiali lo si capisce dall'esposizione del quadro del re) non è permesso il vino. Ipocriti e musulmani. Un'altra gita fuori porta la feci con Tahar, la figlia, la moglie e un amico che aveva la macchina. Mi portarono verso le montagne. C'era un fiumiciattolo e una donna velata che cominciò a strillare quando la fotografai da lontano. Tahar la prese pure a maleparole. Era un posto bruttarello, ma a Tahar non so che cosa ricordava. O forse ad Aisha, che è di quelle parti. Ognuno di noi si porta dentro un luogo magico, che agli altri non dice nulla. Anche io ne ho uno, ma ci hanno costruito una grande discarica. E' un segno del destino.
L'unica volta che provai a uscire da solo, in quei quattro-cinque giorni, rifiutando di prendere una guida locale, fui letteralmente assalito da accattoni e fastidiosi sorrisi sdentati di vecchi e giovani. Volevo andare a Jema-el-Fna. C'ero quasi arrivato con il codazzo di postulanti con le mani tese, ma mi ruppi le palle e me tornai all'albergo, bestemmiando. Al Cairo si poteva camminare più o meno tranquilli, qui invece il turista era solo un pollo da spennare. Comprai bracciali e collane, bellissimi e costosi. Passai un pomeriggio da un venditore di tappeti. Non volevo andarci, ma la guida mi ci portò. Gli avevo già annunciato che non avrei comprato nulla. Tè alla menta in continuazione, chiacchiere e trattative. Il venditore aveva quasi convinto il professore di Macerata che era con me. Ma non se ne fece nulla, per questioni di spedizione, e ce ne andammo, inseguiti dal venditore e dalla guida che era un suo sodale. Poi, io e il professore, preferimmo andare a bere una cocacola sul terrazzo del Café de France, con vista sulla piazza. Era la sera, magnifica, dorata, fiabesca. Seduti ai tavolini attorno c'erano alcuni giovani marchettari, effemminati, ma discreti. Preferimmo comunque sloggiare. Non cercavamo avventure, tantomeno di quel tipo. Come dice Tahar, gli uomini hanno un odore che non mi piace. Quella sera stessa (o un'altra?) c'era una cena in un locale dove si faceva la danza del ventre. Tahar non c'era. Stavo con alcuni ragazzi e ragazze che facevano parte dell'organizzazione del convegno (o del premio). Grandi chiacchierate e bevute di vino (non era una cena ufficiale). Si parlava di Maradona. Quell'anno vincemmo il secondo scudetto. I ragazzi amavano il calcio e il cuscus, le ragazze avevano occhi neri, profondi e dolci. Non parlavano, ma bastavano i loro sguardi.
Al ritorno, all'aeroporto, mentre facevo il chek-in, alcune signore italiane del convegno, mi chiesero, meravigliate, dove avessi imparato così bene l'italiano. Ma io sono italiano, risposi divertito. E una di loro, ancora più stupita, mi spiegò che avevano pensato che io fossi marocchino, perché ero sempre stato in compagnia degli indigeni. Lo presi come un complimento. Comunque, l'italiano l'ho imparato a scuola, senza mai tradire la mia madrelingua napoletana.
mercoledì, 20 ottobre 2004
Rieccoci.
"Non l'ho mai conosciuta da viva".
mercoledì, 20 ottobre 2004
Quando vi sono certezze, viene meno lo stile: la cura dell'espressione è la prerogativa di coloro che non possono addormentarsi in una fede. Mancando di un solido appoggio, essi si aggrappano alle parole - simulacri di realtà ; gli altri, invece, forti delle loro convinzioni, disprezzano l'apparenza delle parole e si abbandonano all'agio dell'improvvisazione.
Emil Cioran
mercoledì, 20 ottobre 2004
Il Novecento sperimenta come la rapidità dei mezzi di trasporto, le prestazioni delle apparecchiature con cui si riproducono la parola e la scrittura, sopravanzino i bisogni.
Walter Benjamin
mercoledì, 20 ottobre 2004
Forse non c'è più un solo adolescente che abbia questo fantasma: "essere scrittore!". Di quale contemporaneo voler copiare, non l'opera, ma le pratiche, le pose, quella maniera di andare in giro per il mondo con un taccuino in tasca e una frase in testa (così vedevo Gide che circolava dalla Russia al Congo, leggendo i suoi classici e scrivendo i suoi taccuini nel vagone ristorante in attesa delle portate; così lo vidi realmente, un giorno del 1939, in fondo alla brasserie Lutétia, mentre mangiava una pera e leggeva un libro)? Poiché ciò che il fantasma impone è lo scrittore come lo si può vedere nel suo diario intimo, è "lo scrittore meno la sua opera": forma suprema del sacro: il marchio e il vuoto.
Roland Barthes
martedì, 19 ottobre 2004
Ma dove siete? Ma come, io torno e che trovo? Quasi un deserto. Tutte quelle invocazioni: torna Roquentin. Tutti quei complimenti (grazie a tutti). E poi? E poi ognuno di voi ha preso la via sua.
Ciòncatevi al computer.
martedì, 19 ottobre 2004
www.repubblica.it
Cancella amori falliti e violenze
Fa discutere la "pillola dell'oblio"
Gli esperti: "Può permettere a chi ha vissuto traumi di tornare a una vita accettabile". I detrattori: "Assolve i criminali"
di ALESSANDRA RETICO
UNA "pillola del giorno dopo" che cancella quello che non sarebbe dovuto accadere: un lutto inelaborabile, una violenza, un trauma. Una dose di dimenticanza da assumere per cancellare un evento e anestetizzarne gli effetti emotivi. Un contraccettivo dell'anima che renda infeconda l'esperienza del dolore. Da quando se n'è iniziato a parlare, ormai da diversi mesi, il farmaco che cancella dalla memoria le esperienze di sofferenza acute e sul quale un prestigioso team di scienziati sta lavorando in tutto il mondo ha assunto i nomi più diversi, da pillola dell'oblio a pillola dell'assoluzione.
Comunque la si voglia chiamare, apprezzandone le possibilità terapeutiche in quei soggetti che dopo vissuti drammatici come guerre o stupri non riescono più ad avere una vita apprezzabile o se ne condannino le possibili conseguenze come offrire a criminali vaccini contro il rimorso, fatto sta che la pillola per dimenticare fa discutere e farà discutere in modo più circostanziato a San Diego la settimana prossima, quando i primi risultati degli studi condotti in parallelo in Francia, Canada, California e New York verranno presentati al convegno della Società di Neuroscienze.
Allora sì che gli scenari fantascientifici di molta letteratura cinematografica, da "Paycheck" all'ultimo film con Jim Carrey "Se mi lasci ti cancello" in uscita venerdì nelle sale italiane, diverranno più che altro lungimiranti profezie. Come il disperato Joel del film di Micheal Gondry inabilitato alla vita da un amore fallito decide di bussare alla porta del dottor Howard Mierzwiak per togliersi dalla mente l'amatissima Clementine, così magari anche noi potremo sperare in un futuro ripulito da facce, odori, modi, eventi e situazioni crudelmente inopportuni. O temerlo, certo. Come lo teme quella parte della scienza ossessionato dal problema contrario, dalla perdita di "presenza" in malattie come l'Alzheimer e la demenza senile. Senza parlare, sarebbe impossibile, di tutto ciò che al ricordo, anche doloroso, è connesso: dalla Storia all'evoluzione della psiche.
C'è che la pillola dell'oblio, l'anestetico delle angosce e delle brutture, ma anche delle emozioni forti tout court, pare abbia gli ingredienti adatti per entrare negli armadietti della nostra società , così ansiosa di cancellare e manipolare, che sia a colpi di bisturi o psicofarmaci, tutto quanto non appaia innocuamente "bello". E procurare, per quanto chimica, una parvenza di felicità . Ma c'è chi come Roger Pitman, psichiatra di Harvard, fautore dell'oblio terapeutico, pensa che cancellare la memoria in alcuni casi si debba. Un incidente. Un attentato terroristico. Uno stupro. Gli orrori di una guerra. Esperienze che hanno il potenziale di mettere radici nella memoria provocando la sindrome da stress post traumatico, un disturbo che affligge molti reduci del Vietnam, chi sopravvive a un disastro aereo, i sopravvissuti dell'11 settembre. Ne soffrono dal tre all'otto per cento degli americani.
Pitman insieme a Glenn Saxe, psichiatra dell'età dello sviluppo al Boston Medical Center, è partito da un'intuizione: si sa da tempo che le terapie prolungate con farmaci antiipertensivi a base di propranololo provocano un leggero calo generalizzato della memoria. "Troppa adrenalina dopo un evento traumatico crea una memoria eccessivamente forte, eccessivamente emotiva e troppo profondamente radicata", ha spiegato Pittman. Per ridurre l'adrenalina indotta dal trauma il team di Harvard ha somministrato a un gruppo di 40 pazienti per 19 giorni dopo il trauma il propanololo che interferisce con l'azione degli ormoni dello stress nel cervello. Una settimana dopo la fine della terapia gli individui che avevano preso la pillola erano in grado di raccontare l'evento traumatico di cui erano stati protagonisti senza sintomi da stress e, tre mesi dopo, con minor ansia.
La parte del cervello interessata, è quella profonda dell'amigdala, una sorta di interruttore nell'elaborazione delle paure. Se la pillola "pigia" a dissinnescare il motore delle paure, il ricordo non mette radici. Nell'università della California, a Irvine, il neurobiologo James L. McGaugh ha così scoperto di poter inibire nel cervello dei topi la reazione ormonale alla paura. Alla Ponce School of Medicine di Portorico, Gregory Quirk ha osservato che la corteccia prefrontale ha un'attività neurale minore dopo eventi traumatici e che, stimolandola con appositi magneti, si può favorire la dimenticanza dell'evento critico. Ma il piccolo problema è che di memoria sappiamo ancora poco e anche i ricercatori dell'oblio ammettono che "non sappiamo se stiamo cancellando il ricordo o erigendo barriere che nascondono il ricordo", ha confessato Karim Nader, della McGill University di Montreal. Dubbi da parte del Consiglio per la Bioetica della Casa Bianca per il quale "cambiare il contenuto delle nostre memorie alterandone le tonalità emotive, per quanto desiderabile per alleviare sensi di colpa o consapevolezze dolorose, potrebbe sottilmente cambiare chi siamo".
martedì, 19 ottobre 2004
da: www.corriere.it
Sioux: il «Crazy Horse» cambi nome
La tribù dal Dakota scrive al locale parigino: «I nostri figli ricordino Cavallo Pazzo come un guerriero non un night»
PARIGI - Tashunka Witko, Crazy Horse tradotto nella lingua dell'invasore bianco, era un capo Sioux coraggioso. Ed è oggi un simbolo della storia e della tradizione dei nativi d'America. Per questo la comunità Sioux della riserva di Pine Ridge, si è ribellata contro il celebre locale parigino che porta il nome di Cavallo Pazzo, e nel quale avvengono spettacoli con discinte ballerine che portano (seppur striminziti) vestiti da indiane, con tanto di copricapi piumati. E' stata Harvey Donna bianca, fiera discendente di Cavallo Pazzo, a scrivere una dignitosa ma arrabbiata lettera al Crazy Horse parigino, chiedendo che il locale cambi nome.
VALOROSO GUERRIERO - «Voglio che i giovani della nostra tribù - ha scritto Donna Bianca - ricordino Crazy Horse come un grande condottiero e un valoroso guerriero, e non come un locale parigino». Nessuna minaccia, spiega Alfred Nuvola Rossa, 53 anni, membro della tribù dei degli Oglala sioux. Da parte dei discendenti di Cavallo Pazzo, non c'è intenzione, al momento, di passare alle vie legali, ma la determinazione quella non manca. La richiesta è chiara e ferma. «Non ci interessa far chiudere il locale, vogliamo solo che cambi nome».
LEGGENDARIO - Crazy Horse era nato in Sud Dakota intorno al 1845. Combattè contro i coloni americani sotto la guida di un altro leggendario guerriero Sioux, Nuvola Rossa e morì, ucciso da una baionetta, nel 1877. Come tutti i grandi capi indiani Cavallo Pazzo è ricordato non solo per le sue imprese di guerra, ma anche per la sua saggezza. «L'uomo che ha una grandiosa visione deve seguirla, come l'aquila si alza verso il più profondo blu del cielo». Così parlava Cavallo Pazzo. E, come Alfred Nuvola Rossa ricorda, per un popolo che ha perso tutto tranne la memoria del suo passato «il nome di Cavallo Pazzo è sacro». Il guerriero è venerato tanto da gli è stato dedicato, nelle Black Hills del Sud Dakota, il gigantesco Crazy Horse Memorial, una scultura che ricalca le fattezze del guerriero e per realizzare la quale un'intera montagna è stata frantumata. Un sorta di risposta alla famosa scultura del monte Rushmore che raffigura i quattro padri fondatori dell'America.
NOMI - Dal locale parigino dedicato all'«arte della danza senza veli», intanto fanno sapere: «ci riserviamo di rispondere privatamente alla signora Harvey Donna Bianca». Nient'altro, basso profilo, il rischio è cattiva pubblicità per lo storico club fondato nel 1951 da Alain Bernardin. Allora Bernardin pensò di onorare con la scelta del nome, più che il coraggio e la nobiltà di Cavallo Pazzo, la sua passione per il Far West e lo spirito dei cowboy. E se oggi cercando sul web Crazy Horse ad apparire sono molteplici cose, non tutte legate agli indiani d'America, forse significa che i nomi, col tempo e nella storia assumono molti, diversi significati e possono essere usati per evocare diverse realtà .
martedì, 19 ottobre 2004
Eccomi qua. Di nuovo pronto. Sarò scontato, ma sento che fa un po' troppo caldo. Invece, attorno a me c'è il freddo. Che, in certi casi, mi va anche benissimo. La giornata è lunga. Non so che cosa promette. Vi chiederete: ma che cazzo l'hai scritto a fare 'sto post? Appunto.
martedì, 19 ottobre 2004
Una storia nasce a metà tra un bisogno di esprimere qualcosa e un progetto di dire qualcosa. Perché tutte e due le cose sono importanti, se tu ti fermi al bisogno di qualcosa arrivi all'espressione intimista della tua essenza, della tua solitudine, dei tuoi sentimenti e se ti affidi solo al progetto finisci per fare qualcosa di estremamente intellettualistico e a volte sbagliato.
Claudio Lolli
martedì, 19 ottobre 2004
Come mai un autore scrive? Lo fa per mille motivi. Perché si diverte a inventare qualcosa; oppure perché le idee e le immagini lo affascinano talmente che egli può trovar pace soltanto quando le ha fissate sulla carta; oppure perché rimugina interrogativi e dubbi, per i quali trova una specie di risposta nei destini dei personaggi da lui creati, o semplicemente perché ha imparato a scrivere; o magari - e questo, ahimé, è un caso frequentissimo - perché non ha imparato proprio niente.
Walter Benjamin
martedì, 19 ottobre 2004
Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E' tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando - per ragioni pratiche -, è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E' un povero, e rende la vita più povera.
Anna Maria Ortese.
martedì, 19 ottobre 2004
Si scrive quel sé ideale che converge con gli altri. Con quel sé che si aspetta dal testo non quello che sa, ma qualcosa di più di chi l'ha scritto. Il testo va oltre i programmi, le previsioni, il sapere stesso dell'autore. Altrimenti non varrebbe la pena di scrivere. Scrivere non è mai trascrivere. E' Inventare, ossia trovare, "invenire", attraverso le parole. E' conoscere attraverso il linguaggio delle parole.
Giuseppe Pontiggia
martedì, 19 ottobre 2004
E volevo vedere Londra, volevo. Il ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones, macché. Un po' come Bill Murray di "Lost in translation" e Tom Hanks di "The terminal" ho passato le mie otto ore otto in terra britannica tra l'aeroporto di Gatwick e l'albergo Le Meridien (che sempre all'aeroposto si trova). Come perdersi nel desiderio. E' che dovevamo assistere un'amica febbricitante di brutto. E' finita che abbiamo preso una stanza in un hotel, per sei o sette ore. Lei a dormire e a mangiare brodini, noi tre a cercare un medico, a tentare di farci dare un antibiotico da giovani ma rigidi presunti farmacisti (ma che cazzo di inglese parlano questi inglesi?). Niente, dopo averci procurato via fax una ricetta dall'Italia dopo aver fatto avanti e indietro tra il Nord e il Sud del terminal, abbiamo fatto capire alla delirante compagna d'avventura che non stavamo sul set de "Il té nel deserto", e lei non era John Malkovich che stava sputando la vita in un fortino perso nelle sabbie del Sahara. Insomma, tra qualche ora saremmo stati a casa e avrebbe avuto a disposizione tutta la tachipirina che voleva. Per farla breve ci siamo dovuti accontentare di un panino da Mac, di un giro tra i negozi di quel magnifico non-luogo che è Gatwick (Augé, Augé pensavo solo a te). Volevo comprare braccialetti gialli: ultimo tentativo e ultimo no nel negozio Nike, una volta superato lo sfibrante controllo anti-telebano. Mi sono dovuto accontentare dell'ennesima t-shirt (nera con l'Union Jack, of course) che finirà nell'armadio. E questa è stata Londra.
Ora torno al mio desk, con i casini già annunciati. Ma prima vi ammannirò un po' di citazioni solite (con arretrati). Per l'incipit ancora un giorno (o forse solo qualche ora) di riposo. E poi in palestra a cominciare a smaltire i due chili che ho preso a furia di steak da cow boy.
domenica, 17 ottobre 2004
Starnutisco in continuazione e sto sempre aspettando qualcuno che non arriva. Questo viaggio a Washington è stato stretto tra queste due "a": attese e allergie. Le ultime ore americane le sto passando così. Caldo e freddo. Moquette killer. Finirà . Lost in qualcos'altro. Oggi, forse, andrò a mangiare in un ristorante americano: il tamarrissimo "Old Story". Finora ho sempre mangiato italiano, ma non per mia scelta. L'organizzazione faceva capo al very expansive "Cafè Milano". Tutto molto buono, quasi tutto italiano.
Ho letto pochissimo del brutto libro che avevo portato dall'Italia. Ho comprato pochissimo. Ho scattato poche foto (quasi tutte inutili e ripetitive). Non ho neanche prodotto tanto. Ma c'era poco da produrre. Insomma, un rottura di cazzo, non un viaggio. Di certo non è stata una vacanza. Neanche la compagnia era tutta di mio gradimento. La prossima volta faccio filone.
domenica, 17 ottobre 2004
Sta finendo. Anzi è finita. Ultimo servizio portato a termine. Qui in America sono appena le 13,10. Avrei il tempo di andarmene in giro. Ma temo che sia tutto chiuso. Mi attendono molte ore di viaggio. E già so che a Napoli, sul lavoro, mi hanno preparato un bel piattino. Tutto si paga. Nulla è gratis. 'O rutto porta 'o sano.
sabato, 16 ottobre 2004
Il galà della Niaf, alla quale mi accingo ad andare, è una gran parata dell'America tricolore. Con tutti i suoi pregiudizi e i suoi orgogli. E' la festa del cotonato per le signore (tutte delle Barbara Sinatra) e dello smoking per i signori (tanti panzoni) e dello sbraco alcolico per i rampanti guagliuncielli paisà (in stile Nicolas Cage o qualcosa di più giovanilistico). E' un bel punto d'osservazione, anche se un italiano si sente sul set dei Soprano o del Padrino. E questi italo-americani, che non spiccicano un parola d'italiano e ascoltano l'inno di Mameli in piedi e quello americano con la mano sul cuore, proprio la parola mafia non vogliono sentir pronunciare. Vedete che casino hanno fatto contro De Niro, colpevole solo di essere un genio della recitazione. Stasera ci sarà pure Luciano Pavarotti. Mi sentirò come al raduno degli Amici dell'Opera di Piccolo Cesare, a Miami. Lo ricordate "A qualcuno piace caldo"? Sono simpatici questi italiani d'America (o Americani d'Italia), non distinguono Fassino da Fini e ridono alle battute di Berlusconi, ma manco le capiscono. E mi hanno detto che in maggioranza sono democratici e dovrebbero votare per Kerry. Invece gli italo-americani piu' giovani sono repubblicani, dei neocon che voglio fare la loro rivoluzione conservatrice, eliminare il vecchio, quello che loro considerano vecchio. Boh? Qui tutti dicono che vincerà Bush.
sabato, 16 ottobre 2004
Ieri sono stato ostaggio di altri. Una forma di sequestro. Di corsa per Washington per incontri inutili e di rappresentanza. Per di più con vestito e cravatta, cosa che odio (in questa fase della mia vita). E poi sempre a mangiare e a bere. Discorsi inutili e simpatici. La città che scorreva attraverso i finestrini dell'auto come un film nel quale potresti entrare, ma non te lo lasciano fare. Quanto verde c'è qui in America. Se non sbaglio era Gertrude Stein a dire che in America ci sono più spazi dove non c'è nessuno che spazi dove c'è qualcuno. E' proprio vero. Ieri sera questo sonnacchioso ghetto bianco di Georgetown si è animato di gente (molti giovani) in preda a un'elegante e ricca febbre del venerdì sera. Luci.
Il cielo a quest'ora (qui sono appena le 8 del mattino) è ancora grigio. Ma in genere poi esce il sole (alternato con qualche pioggerellina, ma ieri ha piovuto abbastanza). Tra un'ora devo fare una telefonata di lavoro a New York. Stasera c'è invece un gran galà , al quale dovrebbero partecipare (ma nessuno ha confermato) Bush e Kerry. Ci andremo e vedremo. Ora mi serve l'ennesimo caffè lungo, al quale, dopo l'incubo alla Nicholson, mi sono abituato. E' buono.
venerdì, 15 ottobre 2004
Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè. Voglio un caffè.
L'avete visto "Shining". Ecco.
venerdì, 15 ottobre 2004
Oggi (qui sono le 11,30 appena) ho già fatto il mio compitino quotidiano. Sarei libero (a parte incontri pallosi e di routine) per poter spendere e spandere. Sono povero per questo io, sono uno scialacquatore. Ma non ho ancora portato a compimento alcune missioni. Non trovo alcune cose essenziali. Alcune sì. E' stata fortunata, per ora, solo mia figlia Antonia.
venerdì, 15 ottobre 2004
Voi state vivendo l'alba del giorno dopo. Io sto alla sera precedente. Non faccio che starnutire. Ci sono moquette dappertutto, qui a Washington. E io, nella vecchiaia, sono diventato allergico. Lunga chiacchierata di lavoro. Un corto muto che ho visto a occhi chiusi: è stato magnifico. Era pure firmato Antonioni. Il mio sonno è stata una forma di recensione. Così impara: non e' mai troppo tardi.
Merlot californiano. Annunci. Rinunce. Denunce. Ma chi se ne fotte?
giovedì, 14 ottobre 2004
Fino alle 17,30, ora locale, dovrei essere libero. Ma il cielo grigio non invita ad approfittare della libertà . Andrò in giro, a scattare qualche foto. Andrò in giro, per negozi, a curiosare. Andrò in giro per le strade a guardare la gente e a parlare. Forse, qualche museo. Per darmi un tono.
mercoledì, 13 ottobre 2004
Pomeriggio americano in una Georgetown che ormai conosco bene. Al Mall di M street. Un'occhiata a Victoria's: troppo vecchio maiale, ma borghese. I love Bukowsky, e Philip Roth: quella roba non fa per me. E ho comprato "The plot aganist America", oltre a una felpa blu con la scritta Georgetown.
Georgetown è il ghetto bianco di una città che ha l'ottanta per cento della popolazione nera. Una Disneyland minore. Non vedo che scritte pro-Kerry o pro-Bush. E persevero nella mia convinzione: l'unica differenza tra Bush e Kerry è che con il secondo puoi farci anche il riso. Ma, ha aggiunto un collega ancora più spiritoso, il riso fa buon sangue. Forse è un democratico. Volevo comprare un elefantino a stelle e strisce: ne faccio collezione. Ma è il simbolo dei repubblicani. L'unica cosa che ripeterò sarà andare al Lincoln Center a toccare la scritta "I have dream", là dove parlò Martin Luher King. Ma c'aggia fa, so' romantico.
mercoledì, 13 ottobre 2004
Eccomi qua. In un albergo in riva al Potomac. A vedere film e a mangiare italiano. Mi darò allo shopping sfrenato. Victoria's secret mi aspetta, pollastrelle mie. E poi altre perversioni a stelle e strisce. Diamine, per mille pistole, e che sono venuto a fare qui nella Babylon by the bus? Ma quella era Londra, era.
lunedì, 11 ottobre 2004
A mezzogiorno ho mangiato la mozzarella.
Stasera ho cenato con salame napoletano e culatello. E ora mi sto facendo a colpi di Morellino di Scansano.
Poi metto il cd di canzoni napoletane di Massimo Ranieri.
lunedì, 11 ottobre 2004
Prima o poi dovevo scrivere dell'Egitto. O meglio del Cairo. Solo del Cairo. E di quel pezzetto d'Africa e di deserto che circonda le piramidi di Giza e di Saqqara.
Era la prima volta che mettevo piede in Africa e in un paese arabo. Nel giro di un paio di mesi ci tornai per tre volte, in Nordafrica. Ero andato al Cairo per incontrare Naghib Mahfuz. Ma sostanzialmente fu una vacanza, perché l'incontro si risolse in una chiacchierata di un'oretta, nella sede del giornale al quale il Nobel d'Egitto collaborava e dove aveva una stanza. Per il resto fu una vacanza, assieme a un'allegra combriccola di amici e colleghi. Quattro o cinque giorni in tutto, in un grande albergo con il balconcino che affacciava sul Nilo, lento e attraversato da piroghe.
Non ricordo poi tantissimo, a pensarci bene. Dalla nebbia di quattordici anni passati emergono dei barbagli di luce. La passeggiata sulla Corniche del Nilo, con barche sfasciate e aiuole bruciacchiate e fetenti. La gita alle Piramidi, che, viste e riviste in foto e in filmati, non mi fecero tanta impressione. Le foto di rito sul dromedario, la kefia bianca per proteggersi dal sole. Ricordo di più le baracche di fango lungo il fiume, i bambini a dorso d'asino che accettavano di farsi fotografare solo se sganciavi una mancia (è così anche in Marocco e in Tunisia, ma credo in qualsiasi paese povero). Ricordo meglio le piramidi di Saqqara che somigliano a quelle centroamericane. A Saqqara entrai anche dentro una tomba. Trovai dei geroglifici. E che potevo trovare? E uscendo diedi pure una capocciata contro un asse bassa del tetto. A Saqqara m'impressionò lo stacco netto tra la campagna e il deserto. Fino a un certo punto c'erano palmeti di datteri, attraversavi la strada e cominciava il deserto che dal Nilo ti portava dritto dritto ad Agadir sull'oceano Atlantico. Volendo potevi anche decidere di suicidarti così.
La maggior parte del tempo restammo al Cairo. Un giorno lo dedicammo a un giro infinito dalla moschea di Saladino giù giù per i bazar e i mercati, a curiosare tra le bancarelle. Ma io ero infastidito da una puzza incredibile che sentivo ovunque, anche sulle mani (poi scoprii che era il sapone dell'albergo): era un misto di pistacchio marcio e letame di asino. Chiedevo agli altri se lo sentissero, e tutti rispondevano di no. Mangiammo in ristorante della zona più borghese, ma questo non risparmiò a uno di noi una crisi di dissenteria che lo costrinse in albergo per il resto del viaggio. Pensavamo a un colpo di sole, ma Felice (sì, era lui) solo aveva mangiato dell'insalata e dei pomodori crudi (e io con lui, dallo stesso piatto). Le strade del bazar erano molto pittoresche, mi affascinavano i volti delle ragazze, soprattutto le più giovani, che ci guardavano con insistenza. Era dei visi di luna piena, belli come le Mille e una notte e parlavano tra di loro, con un tubare di colombi.
Fui frastornato dalla Città dei Morti, il cimitero nel quale abitavano centinaia di migliaia di persone. Ne vedemmo solo uno spicchio. Il tassista che ci accompagnava ci sconsigliò di entrare, ma noi lo facemmo lo stesso. Fummo assaliti da bambini che ci chiedevano l'elemosina. L'ex supervisora di Vulcanica ebbe la cattiva idea di dare delle monetine a uno di loro, fu una guerra di mani, di grida che ci costrinse a riparare in un giardino pieno di lapidi e cippi funerari. Per uscire attraversammo una casa-loculo dove viveva una vecchia che aveva il letto in una nicchia e il televisore in un'altra. Il tassista ci disse che eravamo stati dei pazzi. Noi, rassicurati per lo scampato pericolo, lo prendemmo in giro. L'avevamo ribattezzato Toro, il tassista. Era stato lui a definirsi così, per la sua potenza sessuale, se non altro per il desiderio che, diceva, covava sempre dentro i suoi lombi. Aveva una faccia bovina e degli occhi di brace. Diceva di fare il tassista perché aveva bisogno di soldi, doveva comprare una seconda moglie, quella che aveva non gli bastava. A guardarlo faceva un po' senso. Sempre sudato e non stava mai zitto.
L'ultimo ricordo: la visita al sarcofago di Tutan Kamen (o come cavolo si scrive). Ero con un mio amico, scuro di pelle e con baffoni neri. Davanti alla stanza del sarcofago, nell'ingolfatissimo Museo, c'era una fila da far paura. Tutti turisti. Che fece Michele, il mio amico? Cominciò a farfugliare in un finto arabo, si fece strada tra la fila, aprì la porta e ci fece entrare, invitandoci a precederlo con un largo inchino da beduino. Una volta dentro non facemmo altro che ridere come degli scemi, il sarcofago manco lo presi in considerazione.
lunedì, 11 ottobre 2004
Dopo il cielo 'ntufato e minaccioso di ieri, mi aspettavo una sana giornata di pioggia, liberatoria. Invece c'è il sole, il magnifico sole di Napoli che, in quest'estate indiana, colora le nostre vie, come un regalo di primavera. E' il saluto ruffiano che mi fa la mia città tutte le volte che devo lasciarla. E' gelosa. "Nuie ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule". E' nostalgia preventiva.
E' ora di andare giù a prendere un caffè e a sbrigare tutto quello che ingombra le ore lente della vigilia.
lunedì, 11 ottobre 2004
Incommensurabile è il nostro bisogno di dire, anche
quando le nostre parole, portate via dal vento,
andranno a sbattere contro le montagne fino a
perdere ogni senso, fino a fare dei buchi nella roccia
e a smuovere le pietre pesanti dell'insonnia.
Tahar Ben Jelloun
lunedì, 11 ottobre 2004
Mi è accaduto qualche volta che taluno mi dicesse che la "trovata finale" era stata felice, tanto naturalmente essa mi aveva portato, dal punto di partenza, a conchiudere. Ma quel finale era stato primo a presentarmisi spontaneo, e avevo faticato molto a trovargli precedenti possibili e accettabili.
Massimo Bontempelli
lunedì, 11 ottobre 2004
Visto che nessuno più li caca i miei quiz, questo sarà l'ultimo. Vi servirà da passatempo durante la mia assenza:
"Quattro", disse il Giaguaro.
domenica, 10 ottobre 2004
Non sono abituato alle domeniche senza lavoro. L'avrò già detto. Così dormo, leggiucchio, faccio zapping, accendo e spengo lo stereo, mi fermo solo sul Bolero di Ravel rifatto da Frank Zappa. Aspetto di andare al cinema. Aspetto domani per fare la valigia. Mi culla il caldo sudato del Gabon raccontato da Simenon.
domenica, 10 ottobre 2004
"E' cominciata così. Io, non avevo detto niente. Niente".
domenica, 10 ottobre 2004
Il terrore della pagina bianca. E di quella scritta?
Giuseppe Pontiggia
domenica, 10 ottobre 2004
Con la grammatica della visione intendiamo l'insieme di percezioni, di accostamenti consuetudinari, di tradizioni, di codici semiologici, che entrano in azione allorché un uomo preso a caso guarda qualcosa; lo sguardo del soggetto sociale. Il poeta è colui che sfugge a tale grammatica della visione, non segue le leggi e le classificazioni.
Maria Corti
sabato, 09 ottobre 2004
E' morto il filosofo francese Jacques Derrida. A riferirlo sono state fonti del suo entourage. Derrida aveva 74 anni ed era malato di tumore.
sabato, 09 ottobre 2004
Ho davanti a me dieci giorni particolari. Fino a lunedì non lavoro e martedì si parte. E' raro che riesca a guadagnarmi un week end. Neanche ci provo, però. Ma questa volta è andata così. Oggi si chiuderà con un'attesa serata conviviale (anche culturale). Domani e lunedì: riposo e ultimi preparativi primi della partenza. Poi sei giorni americani. Ormai sto diventando un veterano di Washington, anzi della frizzante sonnolenza di Georgetown, un po' fighetta, un po' pacchiana, come sa essere sempre la grande mamma America. Questo viaggio di lavoro avrà una piccola coda londinese (solo otto ore, tra un volo e l'altro, tra un aeroporto e l'altro). Ma non mi lascio scappare la possibilità di un giro in città . Sarebbe anche la prima volta. Ho sempre trascurato Londra, ma ora che sto finalmente studiando inglese la trovo una tappa obbligata.
Come ogni volta che mi tocca attendere, e non passo dal desk direttamente ai servizi da inviato, l'attesa (preziosa per l'organizzazione) diventa un gorgo di riflessioni e piaceri minimi. Così stamattina, ho voluto svegliarmi con un regalo. Ho preso l'iPod e ho selezionato solo le canzoni panelliane di Battisti. Ma a caso, random. Per ricollegarmi a ieri sera. "A portata di mano", "Equivoci amici" ("Il maestro solitario fischietta ariette d'oblio"), "L'apparenza" ("Rientri con cavalli fragorosi e salti di delfini tra marosi"), "Madre pennuta" ("Guidai, l'accostai e sorpassai il tempo, l'obeso in limousine"), "Specchi opposti" ("Sei entrata nella stessa distrazione creata perché potesse accadere qualcosa e tutto succede quando tutto riposa"), "Però il rinoceronte" ("Sono io quella ragazza, infatti è lei"), "Fatti un pianto" ("Lacrimoni che sono lenzuola"), "Potrebbe essere sera" ("Viola paonazza, la ragazza è sola", doppia allitterazione: uuuhmm, come il cioccolattino giusto dalla scatola di Forrest Gump) e alla fine la sublime "I ritoni" ("Si sopravvive a tutto per innamorarsi").
E dopo, lo stereo del salone, complice e ruffiano, aggiunge Lou Reed e Tom Waits (il più tenero Tom di "Real gone"). Al ritorno al lavoro, tra dieci giorni, forse ci saranno quei cambiamenti che s'annunciano. Forse? Con una compagnia come questa si possono anche affrontare o scansare.
sabato, 09 ottobre 2004
"Smontato di cavallo, camminava lungo noccioli e siepi di rose selvatiche, seguito dal garzone di stalla con due cavalli alle briglie, camminava, nei crepitii del silenzio, a torso nudo sotto il sole di mezzogiorno, camminava e sorrideva, enigmatico e principesco, della vittoria certo".
sabato, 09 ottobre 2004
Quando mi siedo al mio tavolo da lavoro, non mi sento più a mio agio d'uno che fosse caduto sulla piazza dell'Opera in pieno traffico rompendosi le gambe.
Franz Kafka
sabato, 09 ottobre 2004
Finché decisero di scrivere essi una commedia. Lo scoglio era il soggetto. Lo cercarono facendo colazione, e bevevano a tutto spiano caffè, alimento nervoso indispensabile al lavoro cerebrale; poi, al caffè, aggiunsero due, tre bicchierini di liquori. Schiacciato quindi un pisolino, scendevano a far due passi nel frutteto; e neanche lì trovando l'ispirazione, la cercavano battendo, fianco a fianco, la campagna; donde rincasavano sfiniti. Oppure, si chiudevano in camera a doppia mandata. Bouvard sgomberava lo scrittoio, si metteva davanti un foglio di carta, intingeva la penna e restava lì con gli occhi al soffitto; mentre, affondato in poltrona, le gambe stese, Pécuchet meditava a capo chino. A volte avvertivano un brivido, e come la ventata di un'idea; al momento di acchiapparla, l'idea svaniva.
Gustave Flaubert
venerdì, 08 ottobre 2004
A portata di mano
di Pasquale Panella
Dicendo abbiamo tempo
ci giri intorno
stemperi e riempi
come dire centotrè vasetti
di liquido con colore diluito
che certamente è meno previdente
di una conservazione che alimenti
tutti i tuoi seguenti
spunti di appetito.
Sono fluidi a vedersi c'è un piacere
anche perché qualcosa si nota che manca
e se ci fosse è come non avesse nome.
Abbiamo tutto il tempo.
E poi il discorso prende
una piega architettonica nell'aria con le mani,
si collega ai pianti rampicanti
all'euforia da giardino
ai pensili eccitanti.
All'ornamentale destino.
E tutto il tempo è vicino
a portata di mano
sul tavolino, sul ripiano
su quanto ti è più caro.
Ma se cominciassimo
che ne dici
se entrassimo nel vivo
oltre la porta orale saliamo
a perpendicolo la scala
che nel muro si avvita.
L'umido della parete nella mano
s'asciuga sempre più
parete che d'acciughe sale su
nella rete in muratura.
Saliamoli i gradini con le punte
e pure sconoscendo se calziamo un'epoca,
una storia, una leggenda
in cui calati, risalendo siamo.
E l'anta si spalanca.
Dicendo abbiamo tempo
tu intendevi dire il contrario
vedevi necessario che quanto vai inventando oggi
non te lo ritrovassi sempre vivido
tra i piedi tale e quale
esatto nel reale
con i particolari talmente precisi
un domani da non credere
che i fatti siano intrisi
di te così profondamente
così com'è com'è vero avvengano
in assenza di qualsiasi sostanza.
Volevi invece dire
prendi il tempo con me
un po' interrogativa
mentre la mano offriva
abbiamo tutto il tempo
aroma di caffè.
(1988)
venerdì, 08 ottobre 2004
L'Annunciazione del Libro (il "Prospetto") è una delle manovre dilazionatorie che regolano la nostra utopia interna. Io immagino, io fantasmizzo, io colorisco e lucido il grande libro di cui sono incapace: è un libro di sapere e di scrittura, insieme sistema perfetto e derisione d'ogni sistema, una somma d'intelligenza e di piacere, un libro vendicatore e tenero, corrosivo e pacifico ecc. (qui scatenamento d'aggettivi, vampate d'immaginario); in breve ha tutte le qualità d'un eroe da romanzo: è colui che viene (l'avventura) e tale libro, facendomi il Giovanni Battista di me stesso, io l'annuncio.
Roland Barthes
venerdì, 08 ottobre 2004
Oscuro perché prestino attenzione. Chiaro, chiaro come l'acqua, perché nessuno capisca.
Antonio Machado
giovedì, 07 ottobre 2004
A quest'ora è una palla. Ariachiara sta a fare la mammina premurosa, Grober è scomparsa da settimane, Latifah ha chiuso per una pausa di riflessione (ohè, ma quanto la vuoi far durare), Reina è tornata a casa, Sorrysorry sta preparando la cena al ragazzotto e al compagnuccio, per poi uscirsene con le amichette, Tortora s'è immerso nella lettura di Platone e Kierkegaard, Tuttaperme se n'è andata folleggiando nelle notti romane, Vulcanica è andata a triatro, e io che me ne faccio di 'sta serata?
Scornacchiati e scornacchiate, cioncà tevi davanti al computer.
giovedì, 07 ottobre 2004
(ANSA) - LONDRA, 7 OTT - Televisione spazzatura in Gran Bretagna: Rebecca Loos, l'ex assistente personale di David Beckham che aveva detto di aver avuto una relazione con lui, ha masturbato un maiale in un reality show provocando una bufera di polemiche da parte di telespettatori scandalizzati e gruppi per la protezione degli animali. I produttori di "The Farm", il format Endemol andato in onda anche in Italia a primavera su Italia 1 con il titolo "La fattoria", sono stati fortemente criticati per la loro decisione di mandare in onda alle dieci di sera la scena in cui la Loos, dopo aver indossato un paio di guanti di gomma, procede a masturbare il maiale per raccoglierne il seme. Ora le organizzazioni che monitorano gli standard televisivi ed i gruppi animalisti vogliono che il programma venga sospeso. Guida la campagna dello sdegno il popolare tabloid "The Sun", che titola: «Reality? Questa è bestiality tv».
giovedì, 07 ottobre 2004
da www.corriere.it
Germania, nuovo caso di cannibalismo
Un insegnante di musica massacrato da un amico conosciuto in Internet: «Volevo mangiare parti del suo cadavere»
BERLINO - Nuovo allucinante caso di cannibalismo in Germania. A Berlino Joe R., 33 anni, insegnante di musica, è stato ucciso da Ralf M., 41, imbianchino disoccupato, con un cacciavite. Poi l'assassino ha fatto il cadavere a pezzi e li ha messi in frigorifero forse per mangiarli successivamente. L'episodio è riportato giovedì sui quotidiani tedeschi. «Volevo mangiare parti del suo cadavere», ha ammesso Ralf subito dopo essersi consegnato alla polizia, secondo quanto scrive il giornale bavarese «Das Bild». Carnefice e vittima, entrambi omosessuali, si erano conosciuti in Internet in una chat line gay. Al terzo incontro Joe R. è stato colpito a ripetizione con un cacciavite.
SMEMBRATO - Bild racconta la testimonianza di un poliziotto che è entrato nella casa del delitto: il torso decapitato e sanguinante della vittima giaceva sul pavimento, braccia e gambe erano state staccate dal resto del corpo, cuore, fegato, reni e polmoni erano stati prelevati e messi in frigo. L'omicidio è avvenuto lunedì e l'assassino si è costituito il giorno dopo al vicino commissariato di polizia. Gli inquirenti però sono ancora cauti nel parlare di un nuovo caso di cannibalismo, visto che non è stato accertato che l'omicida abbia mangiato parti della sua vittima. Ralf M. era spesso a corto di soldi e viveva con i suoi due gatti in un condominio di Neukölln, quartiere alla periferia meridionale di Berlino a forte densità di immigrati turchi e asiatici. I vicini lo descrivono come una persona tranquilla e semplice, che usciva di rado e parlava molto poco.
giovedì, 07 ottobre 2004
Da tempo osservo con fastidio il degrado della sana tazzulella 'e cafè napoletana.
Dico subito cha a me piace l'espresso semplice, con un cucchiaiano raso di zucchero. Non gradisco le miscele troppo abbrustolite o quelle troppo aromatiche. Deve solo essere forte, il mio caffè. Quando sono in città o in paesi dove l'espresso è solo una ciofèca mi adatto agli usi locali. Per me già Caserta è un luogo dove il caffè non è perfetto. In ogni caso non sono di quei fanatici che vanno cercando anche a Mikonos o a New York il mitico baretto che farebbe il presunto vero espresso. Quindi bevo quello locale. O bevo altro. Quello lungo americano, dopo qualche giorno diventa, per abitudine, anche meno sgradevole. E il frappé greco è un buon sistema per occupare per ore il tavolino. Amo anche il caffè di casa, che contiene molta più caffeina di quello del bar. Uso, nell'ordine, il Passalacqua (che non ha pari nel mondo), l'Illy e anche l'economico Kimbo (nella confezione nera). Altro è fuori dai miei gusti casalinghi, anche se qualche volta, per puro scopo scientifrico, provo altre miscele.
Date queste premesse, sto assistendo da anni al degrado della "degustazione" del caffè nei bar napoletani. Sì sì, proprio della degustazione. L'espresso si prende velocemente, bollente (meglio con la tazzina fredda, ma la calda è più igienica) e senza correttivi. Invece prendere il caffè è diventata un'impresa alla Indiana Jones. I cosiddetti bar eleganti (ma che lo sono solo per i turisti) producono caffè di tutti i tipi: alla nocciola (è l'effetto della devastazione prodotta dalla Nutella), al cacao, con panna o cremette varie. Insomma, schifezze che solo per prepararle il barista ci mette un quarto d'ora. Libero ognuno di avvelenarsi come vuole, però che lo facesse almeno seduto a un tavolino, senza incasinare il bancone che andrebbe riservato a chi vuole il caffè bollente e veloce. Certe commesse stanno lì davanti a sbocconcellare la brioche, a spettegolare, a bere il presunto caffè con una lentezza degna di miglior causa. Neanche riesci a farti vedere dal barista, a dargli lo scontrino e la monetina. E poi, orrore degli orrori, le signorine, dopo aver sorbito il tutto bevono un bicchiere d'acqua. Come l'acqua dopo il caffè? E che lo prendete a fare il caffè, allora? L'acqua si beve ri-go-ro-sa-men-te prima, per pulire la bocca e predisporre le papille al gusto pieno del caffè. Ma forse è meglio che l'acqua la bevano dopo, così liberano la bocca da quel terribile sapore che del caffè non ha più nulla.
giovedì, 07 ottobre 2004
Ieri ho comprato un vestito color antracite.
Oggi la sarta gli farà una piega. E il risvolto.
Ogni attimo nella vita necessita di un aggiusto
di una piega che mostri i risvolti.
Sono le scoperte dell'uomo mite.
giovedì, 07 ottobre 2004
La maggior parte degli scrittori, e in particolare i poeti, preferiscono dare a intendere di comporre in una sorta di Splendida Frenesia, o Intuizione Estatica. E rabbrividirebbero all'idea di lasciare che il pubblico sbirci, fra le quinte, le crudezze elaborate e vacillanti del pensiero; il senso acchiappato all'ultimo momento, le idee baluginate mille volte senza mai arrivare alla maturità della visione piena; le fantasie maturate invece appieno, ma scartate nella disperazione davanti allo loro insensibilità ; le selezioni attente, i cauti rifiuti; le dolorose cancellature, le interpolazioni. In una parola, le ruote e gli ingranaggi; i macchinari per i cambiamenti di scena; le scale a pioli, le botole; le penne di pavone, il cerone rosso e neri nei che novantanove volte su cento costituiscono il bagaglio dell'"histrio" letterario.
Edgar Alla Poe
giovedì, 07 ottobre 2004
Scrivere è proprio tutto, amare e disamare, volere il bello e il brutto, tenersi monte e mare (...): Ora mi salta in mente, non so come, di dire a tutta questa gente che scrivere è morire.
Marino Moretti
giovedì, 07 ottobre 2004
"Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere".
mercoledì, 06 ottobre 2004
da www.repubblica.it
Microsoft, beffa sul ServicePack2
Canadese ordina e riceve 150 cd
KINGSTON (Canada) - C'è una falla in Microsoft. Nulla a che fare con la sicurezza dei computer, questa volta. Il problema riguarda il servizio clienti del colosso di Redmond, fin troppo cortese e premuroso. Bill Gates e soci hanno recentemente rilasciato il ServicePack2, un aggiornamento di sicurezza per il sistema operativo Windows Xp. Si tratta di un update molto pesante da scaricare, per cui Microsoft ha pensato bene di inviarlo gratuitamente a casa di chiunque ne faccia richiesta compilando un modulo su internet. Tra quelli che hanno deciso di farsi mandare l'Sp2 a domicilio c'è Alexander Burke, un giovane canadese che si autodescrive "hacker e tecnomane a tutto tondo". Qualche giorno fa, Alex va sul sito di Microsoft, compila il modulo per la richiesta del ServicePack e lo invia. Poi torna indietro e lo invia un'altra volta. E un'altra ancora. Per un totale di 150 invii. In tempo reale, Alex riceve 150 e-mail di conferma. "A questo punto, immaginavo che la scimmia incaricata di attaccare le etichette sulle buste, vedendo comparire tante volte il mio nome, iniziasse a farsi qualche domanda", racconta Alex sul forum KingstonComputerPlanet.com. E invece, dopo qualche giorno, il ragazzo riceve una telefonata dal corriere espresso: "Abbiamo due enormi pacchi per lei, dovrebbe passare a prenderli". Alex va al deposito con la sua macchina fotografica e immortala il risultato della sua bravata: un sacco contenente 150 (non uno di più, non uno di meno) con manuale di istruzioni e bigliettino di accompagnamento firmato Microsoft: "Grazie per il suo ordine". Secondo Alex, il suo scherzo è costato a Bill Gates un migliaio di dollari. Spiccioli per un uomo il cui patrimonio personale si aggira intorno ai 50 miliardi. Ma se qualche centinaio di burloni decidesse di emulare Alex ordinando un migliaio di cd a testa, la fin troppo efficiente macchina di distribuzione dell'Sp2 potrebbe risentirne. La falla va tappata.
mercoledì, 06 ottobre 2004
Brave. Eccone un altro:
"Durante il fine settimana gli avvoltoi s'introdussero attraverso i balconi della casa presidenziale, fiaccarono a beccate le maglie del filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell'interno, e all'alba del lunedì la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza".
mercoledì, 06 ottobre 2004
"Finché ebbe luce negli occhi, mio padre fece fotografie".
mercoledì, 06 ottobre 2004
A scrivere un brutto libro si fa la stessa fatica che a scriverne uno bello; e il brutto viene con la stessa sincerità dall'anima dell'autore.
Aldous Huxley
mercoledì, 06 ottobre 2004
Scrivere un libro significa liberarsi da un eccesso di sensazioni, idee, fantasie e disagevoli presenze che occupano la sua mente e stanno mutandosi in fissazioni moleste. La scrittura è una liberazione e scrivendo si riesce a trasformare un ingorgo mentale in un piacere.
Luigi Malerba
martedì, 05 ottobre 2004
"Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita".
martedì, 05 ottobre 2004
Reina è stata troppo brava a beccare subito l'incipit di "Horcynus Orca". Io speravo di avere a disposizione un po' di ore per mettere in ordine i ricordi, in modo da poter scrivere di questo romanzo che ho molto amato, che amo ancora, quasi trent'anni dopo averlo letto tutto d'un fiato, nelle sue oltre mille pagine.
Non l'ho più riletto, "Horcynus Orca". Ma nella mente ho chiare le imprese di 'Ndrja, l'astuzia delle fere, il potere malefico dell'orca, il dolidoli finale degli sbarbatelli che si perde nel buio, quando i remi affondano là dove il mare è mare.
Avevo letto per la prima volta di "Horcynus Orca" in un letto d'ospedale. Avevo quattordici-quindici anni. Era stato operato di appendicectomia. Sfogliando una rivista, credo "Epoca", lessi un servizio di Domenico Porzio che raccontava la grande fatica di Stefano D'Arrigo che, dopo vent'anni di scrittura, stava completando il suo romanzo. Mi colpì l'immagine di quell'uomo con le occhiaie scavate. Ce l'ho ancora vive nella memoria quelle pagine, che poi ho conservato per anni e ho perso in qualche trasloco. Quando il libro uscì, dopo pochi mesi, lo comprai subito. Allora, conoscevo poca letteratura, quello che può saperne un quindicenne. Avevo letto e amato Pirandello, forse avevo già letto Sartre e Camus. Di sicuro m'ero perso negli arcipelaghi di Solzenicyn. E quel poco di Omero l'avevo appreso dalle antologie scolastiche. Ero già, comunque un lettore forte. Borges era ancora di là a venire, come Céline, Garcia Marquez, Vargas Llosa e forse pure Svevo. Comunque sia, ero un adolescente con pochi strumenti interpretativi.
La prima edizione, che custodisco come una reliquia, era della Mondadori: sovracopertina grigio-verdina con un margine blu. Pagine leggerissime come la seta. Nessuna parola di presentazione, né introduzione, né testi sulle alette. Solo il nome dell'autore, il titolo e l'editore. Dentro c'era un foglietto di carta rigida, ripiegato in tre (è ancora lì, sicuro) che dava qualche scarna indicazione del libro. Poi la dedica: "A Jutta che meriterebbe di figurare in copertina con il suo Stefano".
Per leggerlo tutto impiegai l'intero mese di agosto. Un mese straordinario. Non feci nessuna vacanza quell'anno. Ho avuto un'infanzia un po' alla David Copperfield e di ferie non se ne parlava in casa mia. Steso sul divano di similpelle che il sudore mi attaccava alla t-shirt, ho fatto uno dei viaggi più straordinari della mia vita.
Non voglio fare ora un'esegesi del romanzo. Voglio dire che dopo averlo letto ho smesso di sognare di fare lo scrittore. E' la stessa sensazione che ho avuto anni dopo leggendo Roland Barthes e Jorge Luis Borges. Se non si è capaci di scrivere meglio di così è inutile tentare, mi dissi con la mia precoce sagacia.
Un linguaggio potente che ho ritrovato solo poche altre volte, quello di "Horcynus Orca". Qualche mese fa ho comprato la riedizione della Rizzoli, con la lunga introduzione di Walter Pedullà. E' sempre qui, accanto a me, la sfoglio, leggo qualche pagina e m'immergo in un mare di beatuitudine letteraria. Sì, trent'anni dopo, mi emoziona ancora. Ma avrò la forza di rileggerlo un'altra volta almeno?
martedì, 05 ottobre 2004
"Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina 'Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill'e e cariddi".
martedì, 05 ottobre 2004
Perché certa gente scrive? Perché non ha abbastanza carattere per non scrivere.
Karl Kraus
martedì, 05 ottobre 2004
Alcuni scrittori per scrivere hanno bisogno della vena. Altri dell'avena.
Achille Campanile
lunedì, 04 ottobre 2004
"Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni".
lunedì, 04 ottobre 2004
Proviamo con quest'altro.
"Quel volto era reso più lungo da alcune rughe verticali, profonde come cicatrici, scavate da insonnie ostinate e abituali, un volto mal rasato, lavorato dal tempo".
lunedì, 04 ottobre 2004
"Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso".
Non è facile, questa volta.
lunedì, 04 ottobre 2004
Lo stile non è altro che metafora, cioè equazione tra l'intenzione letteraria e la struttura fisica dell'autore (...). Per la sua origine biologica, lo stile si situa al di fuori dell'arte, cioè al di fuori del patto che lega lo scrittore alla società. E' perciò possibile che un autore preferisca la sicurezza dell'arte alla solitudine dello stile.
Roland Barthes
lunedì, 04 ottobre 2004
Forse il modo più economico e più proficuo di essere scrittore non è inventare qualcosa di nuovo (che è impossibile), o trovare un nuovo modo di dire qualcosa di vecchio (che è quasi altrettanto impossibile), ma riscrivere parole che sono già state scritte adottando una sequenza diversa dall'originale.
Guido Almansi
domenica, 03 ottobre 2004
"Un giovanotto di aspetto semplice e comune era partito in piena estate da Amburgo, sua città natale, diretto a Davos-Platz, nel Canton dei Grigioni, dove contava di rimanere tre settimane, in visita presso un suo parente".
domenica, 03 ottobre 2004
"Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo".
Forse è troppo facile, bah.
domenica, 03 ottobre 2004
Volete la soluzione del quiz-incipit?
domenica, 03 ottobre 2004
da www.corriere.it
Springsteen apre il tour «politico» pro-Kerry
PHILADELPHIA - L'atmosfera, fuori, è da sagra paesana. I fan, arrivati in pulmini e auto familiari da tutti gli Stati del Nord-est, sono accampati di fronte al Wachovia Center con tavolini pieghevoli imbanditi di hamburger, patatine e fiumi di birra. I più trafelati sono i volontari - migliaia, tutti giovanissimi - che dietro i tavolini delle due organizzazioni liberal «America Coming Together» e «MoveOn.org», si affannano a iscrivere i votanti alle liste (il termine scade domani qui in Pennsylvania, lo Stato dove alle elezioni del 2000 solo il 39% degli under 29 hanno usufruito del loro diritto).
I volontari appartengono all’associazione «Vote for Change», vota per il cambiamento, e la tournee anti-Bush attraverserà 11 stati e 33 città che si concluderà l'11 ottobre con un grande concerto nel centro di Washington.
Alle 21, quando Bruce Springsteen mette mano alla sua chitarra elettrica per interprete da solo uno «Star-spangled Banner», inno americano reso quasi irriconoscibile, i 17 mila fan accalcati nello stadio esaurito esplodono in un boato di applausi e battipiedi che fa tremare l'enorme sala. «Era dai tempi di Jimi Hendrix, a Woodstock, che l'inno nazionale americano non veniva reinventato in maniera tanto originale", commenta il critico del Philadelphia Inquirer , facendosi largo tra un oceano di braccia ondeggianti nella stessa direzione dove anche le guardie di sicurezza ballano.
Sventolano enormi bandiere a stelle e strisce mentre la «E Street Band» intona «Born in the Usa», e «No Surrender» che il candidato democratico John Kerry utilizza regolarmente nei suoi comizi, con l'imprimatur del Boss.
Il tour americano delle rock star negli Stati che non hanno ancora deciso come votare alle elezioni del prossimo 2 novembre, riecheggia insomma il tema della convention democratica di Boston: patriottismo e libertà, orgoglio di essere americani ma anche determinazione a voltare pagina. «Siamo qui per combattere - spiega il 55enne Springsteen, jeans e t-shirt nera - in modo da ottenere un governo che sia aperto, razionale, che guardi al futuro e sia umano».
Anche se la maggior parte dei fan è lì per lui (le magliette «Bruce for President» battono quelle pro-Kerry 5 a 1), anche il 44enne Michael Stipe dei Rem, vestito tutto di bianco, trascina la platea con i motivi più politicizzati del gruppo: «Final Straw», contro la guerra in Iraq, «World Leader Pretend», e «Leaving New York», scritta dopo l'11 settembre.
Stipe viene travolto dagli applausi quando chiede al pubblico «avete visto il dibattito tv tra i due candidati?». Più tardi Springsteen azzarda un accento da predicatore nero a metà strada tra Jesse Jackson e Martin Luther King per invitare i fan a «risorgere, perché l'America è una terra di grandi promesse, tutte ancora da realizzare».
Ma, comizi a parte, la grande protagonista è stata la musica, corale, impegnata ed appassionata, come l'applauditissimo «People have the Power» di Patti Smith, che ha portato tutti sul palcoscenico, per un gran finale seguito da ben tre bis.
Tutti gli artisti (tra cui l'ex leader dei Creedence Clearwater Revival, John Fogerty) non riceveranno una lira per il tour de force pro-Kerry, senza precedenti nella storia Usa. I biglietti (costo tra i 47 e 79 dollari) potevano essere venduti solo a cittadini americani maggiori di 18 anni, aventi diritto al voto.
«Riunire gente di questo calibro in così poco tempo è stato un miracolo dettato dai tempi gravissimi in cui viviamo», spiega dietro le quinte Barbara Carr, manager di Bruce Springsteen insieme a John Landau, secondo cui «nell'attuale clima di intimidazione, sono ben poche le star che hanno il coraggio di uscire allo scoperto rischiando la carriera».
Su tutto il concerto di quasi 5 ore, ironicamente, ha aleggiato lo spirito di Bob Dylan, il cui classico «With God on Our Side» ha risuonato più volte durante i tre intervalli. Probabilmente a sua insaputa.
Alessandra Farkas
domenica, 03 ottobre 2004
Giro per la Feltrinelli, come mi capita quasi tutti i giorni. Essendo un lettore forte, riesco quasi sempre a distinguere quello che vale la pena sfogliare, quello che va ignorato e quello che bisogna leggere. Mi fermo davanti ai libri di critica e tecnica letteraria. Solitamente li snobbo: sono spesso chiacchiere. Mi colpisce un volumetto della Minimum Fax: Anton Cechov, "Scarpe buone e un quaderno di appunti", sottotitolo "come fare un reportage". Lo sfoglio rapidamente. Cechov ha scritto "L'isola di Sachalin". L'ho letto tantissimi anni fa: era strano, imperfetto, ma mi piacque. Questo libro parla di come Cechov ha scritto quel reportage. Tra l'altro, in questi giorni, mi sto divertendo a propinare agli incauti curiosi di questo blog i miei viaggi all'estero. Lo prendo, vediamo che dice. Non ci penso molto e lo metto assieme alle altre cose che ho comprato. Costa solo 7,50 euro. Si può anche fare.
A casa lo guardo con maggiore attenzione. L'introduzione è di Piero Brunello che non conosco. E' anche il curatore. Be', il libro parla proprio del viaggio a Sachalin. Per qualche giorno è sulla pila dei libri che vorrei leggere a breve. Finisco Simenon e metto mano: speriamo di imparare qualcosa, mi dico. Ed ecco l'amara scoperta: è una terribile sòla. In pratica l'ottanta per cento del libro è fatto degli stralci dell'"Isola di Sachalin". Ma può mai essere? Resto basìto. Il libro è strutturato a paragrafi. Ognuno di essi porta un titoletto e un sottotitolo del tipo: "Fare escursioni", "Viaggiare a piedi, in compagnia, seguendo percorsi fuori mano". Cazzo, che genio 'sto Cechov. Ovviamente il titoletto e il sottotitolo è produzione autografa del Brunello (che, con il cognome che si ritrova, sarà sempre ubriaco). E sotto il titoletto c'è uno stralcio del libro, con, alla fine, un numeretto che indica da quale capitolo dell'edizione mondadoriana del 1990 dell"Isola" è tratto. Non l'ho ancora finito. Lo sto leggendo un po' incazzato. Lo finirò per inerzia, come faccio sempre. Mi consolo pensando che sarà un ripasso di un libro che a suo tempo mi piacque. Vedo che alla fine c'è un'appendice del solito Brunello. Arriverò fino a lì per capire. Ma temo di aver già capito tutto.
domenica, 03 ottobre 2004
Se uno sciocco si dichiara tale, gli si crede sulla parola. Se un genio proclama di esserlo, si pretende che lo dimostri.
Alessandro Morandotti
domenica, 03 ottobre 2004
Uno sciocco colto è più sciocco di uno sciocco ignorante.
Molière
domenica, 03 ottobre 2004
Sei così imbecille che se facessero le olimpiadi degli imbecilli tu arriveresti secondo.Perché? Perché sei imbecille.
Walter Matthau
domenica, 03 ottobre 2004
Meglio l'analfabetismo che l'imbecillità con la firma.
Mino Maccari
domenica, 03 ottobre 2004
La stupidità non esenta dal pensare.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 02 ottobre 2004
"All'Accademia di Quantico dell'FBI la sezione di scienza del comportamento, che si occupa tra l'altro degli omicidi in serie, è situata nel seminterrato".
sabato, 02 ottobre 2004
Viaggi (se vi siete scocciati, ditemelo)
C'era ancora la Jugoslavia quando sono andato in Slovenia. Cioè stava lì lì per scoppiare. Mancavano pochi mesi. Ma nell'aria si avvertiva poco e niente. Almeno per me, che mi divertivo a immaginare invasioni dei post-titoisti ai danni del Friuli. L'implosione, invece, covava sotto la cenere. L'unico segno, per me, furono dei ragazzi di Lubiana che vendevano giornali e pins che inneggiavano alla secessione. Ne comprai qualcuna di pins, per simpatia. La loro mi sembrava una battaglia impossibile e fuori del tempo. Il mondo e la mente delle persone allora procedeva ancora per unificazioni, annessioni, e non per separazioni. Era ancora il XX secolo, il secolo breve di Hobsbawn. Due o tre anni dopo il delirio di stendardi (come lo definì il mio amico Predrag) causò guerre, stragi, pulizie etniche, stupri. Vicini di casa, famiglie si massacrarano in nome di una bandiera che non sventolava da decenni e di una religione che professavano solo i loro nonni. Ma la pacifica, alpina Slovenia non soffrì molto: benestante e con un occhio all'Austria e all'Italia, se la cavò con qualche scaramuccia di confine e, ora, zitta e muta, è nell'Unione europea.
Comunque sia, andai in Slovenia. Vidi poco. Tutto si riassume in due giornate. Ero con amici triestini. Per loro la Jugoslavia era solo l'Istria con le spiagge, i paesini e i ristoranti dove mangiare il pesce a poco prezzo. E la prima volta proprio in Istria andammo. Ora è Croazia, tranne un lembo di terra slovena che finisce nell'Adriatico. Il primo impatto con l'Est fu la dogana. Mi stupì e divertì che la linea di confine tra l'Occidente e l'Oriente, tra il Capitalismo e il Socialismo fosse segnato da un piccolo canale dove il doganiere coltivava le cipolle. In un attimo crollò tutto il castello di chiacchiere politiche e ideologiche. Mi venne da sorridere come se stessi guardando un film di Peppone e don Camillo. Altro che carrarmati e falci e martello, c'era solo una puzza di rafano. Ebbene quel primo passaggio ci portò nei bei paesotti dell'Istria. Case veneziane, monumenti a musicisti, yacht occidentali ormeggiati e la gente che ci guardava con un misto di ammirazione e diffidenza. Erano abituati a questi gruppi di giovani pieni di lire che spendevano in una sera il loro stipendio mensile. Girammo per vicoletti e piazze, scattammo foto davanti a fontane, bevemmo qualcosa a un bar, poi finimmo a mangiare in un ristorante lungo la strada, molto rinomato. Eravamo una decina e pagammo un milione di dinari, cioè 150mila lire, più o meno. Spaghetti all'astice e pesce appena pescato, vino e altro che non ricordo. Un'abbuffata. Poi a giocare al casinò di Portorose, come in un film dei Vanzina. Si rideva, ma si puntava poco. Al ritorno lungo la strada tante carcasse di auto incidentate e abbandonate. "Non sanno guidare, questi slavi" spiegava Roberto "Escono fuori strada, si scontrano e muoiono. E le auto restano lì".
La seconda puntata slovena nacque da una mia insistenza. Volevo andare a Lubiana. I miei amici triestini non c'erano mai andati, non gli era mai passato neanche per la testa. Li convinsi e un giorno andammo. La campagna era meravigliosa: verde, case di contadini ben tenute, boschi, animali al pascolo. Un piccolo eden interrotto qua e là dalle carcasse delle auto incidentate, ai margini della strada. Lubiana fu una felice scoperta. Piccola, bella, pulita, chiese barocche in stile austriaco, il castello sulla collina, mercatini all'aperto per vendere poveri e genuini prodotti della campagna. E poi il ponte con i quattro dragoni. Un tempo conoscevo anche il nome di quel ponte così mitteleuropeo, ora non lo ricordo più. Noi ci sentivamo quasi degli americani. Ma gli sloveni sorridevano e spiccicavano qualche parola di italiano o di francese. Comprai delle coppe colorate, delle terribili musicassette di canzoni popolari balcaniche, niente a che vedere con Bregovic. Compai anche un'edizione in croato del "Dizionario dei Chazari" di Milorad Pavic. Che me ne dovevo fare? Niente, ma era bello avere in una lingua slava un libro che ho molto amato. Pranzammo in un ristorantino molto alla moda. Con l'equivalente di cinquemila lire di allora mangiammo carne, polpette, salse, salsette, intingoli e piatti locali, molta birra pure. Prima di andar via volli fare gli ultimi acquisti: rafano e una bottiglia di quel pestilenziale liquore nero che si chiama pelincovic o qualcosa di simile. Una volta a casa ne sorseggiai un po' e mi semprò puro metanolo. Qualche mese dopo finì a innaffiare i gerani sul balcone. Che non seccarono.
sabato, 02 ottobre 2004
da www.repubblica.it
Povertà , rivincita e distruzione
la vita esagerata di Maradona
"Eravamo gente umile: vivevamo in una baracca in cui
l'unica acqua corrente era quella che pioveva dal tetto"
di MARTIN AMIS
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| A Cuba per la cura disintossicante del 2000 |
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C'È UNA fotografia veramente terrificante di Diego Armando Maradona, del 2000, l'anno del suo primo attacco di cuore. Indossa: un capellino da baseball messo alla rovescia che fa vedere una ciocca di capelli, tinti alla punk color cacca di bambino, occhiali scuri, una maglietta da batterista senza maniche, che lascia scoperto tutto il tatuaggio del "Che" Guevara sulla sua spalla destra e un sogghigno beffardo con la bocca aperta. Poi si arriva alla enorme massa della pancia.
Sarebbe impossibile esagerare l'ubiquità del diminutivo ( -ito, -ita) nello spagnolo latinoamericano, che ha origine nell'estrema riverenza e indulgenza concessa ai più piccoli. È un continuo incontrare uomini chiamati come bambini piccoli - gagliardi Sergito, forzuti Huguito (e un mio amico di sessanta anni si chiama semplicemente Ito). Ma vi strozzereste oggi chiamando Maradona "Dieguito".
Lo si vede ancora oggi frequentemente, in tv, barcollando negli aeroporti o incastrato in un golf cart; ha recuperato il suo vecchio colore dei capelli e si veste più discretamente, ma la sua corpulenta dimensione resta prodigiosa e impossibile da ignorare.
È evidente quanto ciò lo torturi. E lo si vede, Dieguito, dentro il suo nuovo involucro, bloccato, sofferente, eppure non si ribella. Dentro ogni uomo grasso, si dice, c'è un uomo magro che tenta di uscire. Nel caos di Maradona sembra che ci sia un uomo ancora più grasso che tenta di entrare.
L'autobiografia di Maradona, El Diego, stava per uscire e quaggiù si parlava del fatto che avrebbe concesso un'intervista a Buenos Aires (casualmente non ero lontano: Uruguay). Quando improvvisamente si spostò a Cuba, la sua seconda casa (o clinica) dal 2002, io lo seguii con gioia. Maradona aveva già avuto un attacco cardiaco causato dalla droga ad aprile, è vero, ma ufficialmente si disse che si trattava di un viaggio di routine - una disintossicazione, o un decarburare.
Il suo agente, un giovane con le stesse forme di Dieguito chiamato Ponzalo, mi ricevette nel suo albergo e, cautamente, mi disse che sembrava stesse migliorando. Ebbi una risposta il giorno dopo, nel notiziario. I medici - i medici di Fidel - del Centro di Salute mentale, erano chiari. Il paziente era collegato alle macchine come un astronauta e non avrebbe incontrato chicchessia.
Maradona si era ritirato nel '97. Nel 2001 aveva giocato (assai corpulento, lo ammetto) in una partita mandata in onda. Ora nel 2004, ha bisogno che gli sia dia il permesso di guardare una partita in tv. Ha 43 anni. Dieguito - dove è finito?
Nell'America del Sud si dice a volte, o si suppone, che la chiave per capire il carattere degli argentini si trovi nella loro valutazione dei due gol di Maradona nella Coppa del Mondo dell'86. Per il primo gol, battezzato "la mano di Dio", Maradona era lievitato in maniera incredibile su un cross e aveva mandato la palla in porta con un intelligentemente nascosto colpo della mano sinistra. Ma il secondo gol, che arrivò pochi minuti dopo, fu uno di quelli che Bobby Robson chiama un "maledetto miracolo": raccogliendo un passaggio da una punizione nella sua stessa area, Maradona come in un'espiazione, chinò la testa e sembrò volesse aprirsi una strada attraverso tutta la squadra inglese prima di mandare a terra Shilton con una finta e di mandare la palla in rete.
Ebbene, in Argentina, è il primo gol e non il secondo quello che piace veramente.
Per il macho argentino (o così dice almeno questa calunniosa generalizzazione) i modi furbi danno molta più soddisfazione di quelli corretti. "Lo stesso succede a livello di governo e negli affari. Non tollerano solo la corruzione. La idolatrano".
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| Maradona nell'ottobre del 2000 con la moglie Claudia |
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Si tratta di una propensione che si estende alla sfera sessuale nella quale si attribuisce un grande valore, nell'ambiente dei macho, alla sodomia eterosessuale - cosa notata nei suoi viaggi anche da V. S. Naipaul e, più sorprendentemente (questo negli anni '20), da Jorge Luis Borges, che la considerava l'essenza del culto del "farsi furbo". Nel lessico personale di Maradona la stessa parola è usata per il segnare un gol e il fornicare. (La parola è "vaccinare"; una strana scelta, considerando che a Diego spesso è stata fatta prima delle partite una iniezione con una siringa di sei pollici di antidolorifico direttamente nel ginocchio infiammato o per l'alluce suppurante). Nella sua logica, il secondo gol contro l'Inghilterra fu una languida epifania erotica: il primo era un brivido in una strada laterale, ma tutti e due erano stati un colpo azzeccato.
Più in generale, in questa cultura, l'umiliazione, l'abiezione è il giocare sempre secondo le regole.
Quando si arriva al punto in cui in El Diego si racconta la partita contro l'Inghilterra, il lettore è in ogni caso totalmente sedotto dalla storia e dalla turbolenta ingenuità con la quale Maradona la racconta. Innanzi tutto, le passioni coinvolte non sono solo ludiche; "Nelle interviste precedenti la partita avevamo tutti detto che non si doveva confondere il calcio con la politica, ma era tutto una bugia. Ci pensavamo in continuazione. Balle che era solo un'altra partita!"
E non si trattava neppure solo delle Malvinas: era la revancha di un popolo soggiogato e impoverito. Dunque, avendo esultato a lungo per il secondo gol ("volevo appendere ogni fotogramma dell'intera sequenza, ben ingranditi, sopra la testiera del mio letto") Maradona volge la sua attenzione al primo: "Anche dall'altro gol avevo avuto molta soddisfazione. A volte penso che quasi mi era piaciuto di più quell'altro ...".
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| 1986: campione del mondo in Messico |
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E il lettore può per ora solo assentire alla soddisfatta cortesia della sua conclusione: "Entrambi avevano un proprio fascino".
In altre parole, tutto è corretto - tutto è tenero - in amore e in guerra. E, per qualche ragione, il calcio è tutto lì, e quelle sono le energie che richiama: le energie dell'amore e della guerra.
La sua è stata un'infanzia senza cuscini protettivi, in tutti i sensi. Se la società aveva le sue malattie, niente stava tra esse e Dieguito. "Tutti parlano dei modelli di comportamento. Modelli un cazzo! In Argentina non abbiamo un solo modello di comportamento vivente, quindi smettete di rompermi le palle con i ruoli".
Questo bel gioco era un modo di uscire dalla bidonville, ma rappresentava difficilmente un faro di virtù per il ragazzo che cresceva. Il calcio era corrotto e rapace come ogni altra cosa. Ecco una federazione in cui i giocatori dovevano passare le mazzette al manager per entrare nell'organico della squadra.
Il barrio di Maradona a Buenos Aires era Villa Fiorito, negli anni '60 una giungla corrotta (oggi è una Saddam City della criminalità in armi). "I miei genitori erano persone modeste, umili lavoratori", scrive, ma la frase fatta è poco aderente.
Tutti i dieci Maradona vivevano in una baracca di tre stanze in cui l'unica acqua corrente era quella che arrivava dal tetto ("ti bagnavi di più dentro che fuori").
L'ossessione per il calcio sembra assolutamente innata; non ci sono memorie che la precedono, e nessun interesse a sfidarla. Quando il bambino Diego andava a fare le commissioni, lo faceva palleggiando con un'arancia. Quando aveva tre anni il cugino gli regalò la sua prima palla di cuoio ("dormivo con la palla e l'abbracciavo al mio petto").
E quando si recò al suo primo provino, all'età di nove anni, era così avanti che l'allenatore credette veramente di avere davanti un nano. A quindici anni stava già tra i seniores e con i suoi primi stipendi si comprò un altro paio di pantaloni, per completare quelli di velluto a coste turchese con i grandi risvolti.
La sua ascendenza era quindi perfetta per allontanarlo dalla realtà - e la realtà allora includeva la Guerra sporca e il terrorismo e i 30.000 desaparecidos. "All'età in cui la maggior parte dei ragazzini ascoltano le storie", si legge in un titolo, "lui ascoltava ovazioni".
Tre mesi dopo il suo debutto si stava già allenando con la nazionale, a livello di Daniel Passerella e di Mario Kempes. A diciotto, dopo aver vinto contro la squadra statunitense Cosmos, aveva già scambiato la maglietta con Franz Beckenbauer; a diciannove aveva fatto il suo centesimo gol. Era già il volto della Coca-Cola, della Puma, dell'Agfa.
Marginali e relativamente impoverite, le federazioni sudamericane fungono da base di reclutamento per le squadre europee, e nel 1982 Maradona puntualmente si trasferisce al Barcelona per 8 milioni di dollari. Due anni dopo quanto si sposta a Napoli prende 7 milioni di dollari l'anno, più altri 3 dalla televisione italiana (e c'erano gli altri 5 di Hitochi).
Un sondaggio dell'International Management Group lo definisce "l'uomo più famoso del mondo", e gli vengono offerti 100 milioni di dollari per i "diritti sull'immagine". Li rifiuta per ragioni di patriottismo. Il 1986 gli regala la sua apoteosi nazionalistica: è il capitano alla Coppa del Mondo e gli argentini la vincono. Aveva 26 anni.
El Diego è una narrativa trasparente, e nei suoi interstizi si continua a percepire uno sbalorditivo caos interno - acute e croniche carenze di carattere e di giudizio, e soprattutto una conoscenza di se stessi che è l'assente assoluto.
Quando Maradona aveva 14 anni cadde sotto le grinfie del suo primo manager, un vecchio consigliere dal poco incoraggiante nome di Jorge Cyterszpiler. Si capisce ciò che accadrà , appena Maradona spiega che "gestivamo tutto sulla base dell'amicizia, non c'era un solo pezzo di carta firmato". E, inevitabilmente, quando arriva a Napoli, dieci anni più tardi rivelerà , sconcertando tutti, che "Cyterszpiler aveva una tale sfortuna con i numeri che a me non era rimasto niente". O meno di niente.
"Quel che è fatto è fatto", alza le spalle Diego, e ribadisce che ogni investimento (ogni locale da bingo) era il risultato delle sue decisioni. Molto più tardi, quando Maradona decide di rimettersi in forma, assume un allenatore: Ben Johnson. "Sì, Ben Johnson! L'uomo più veloce al mondo, checché ne dicano gli altri".
Lo stesso succede con la camorra a Napoli. "Mi offrivano in continuazione delle cose, ma io non volevo mai accettarle: per via del vecchio detto che prima danno e poi chiedono" Non voleva accettarli, ma li accettava. Lo stesso con i falli e con gli arbitri. Quando Maradona formula un giudizio, si ha l'impressione di star assistendo a uno dei suoi dribbling.
"Quel bastardo di Luigi Agnolin, l'arbitro italiano, mi ha annullato un gol... quell'Agnolin, è un figlio di puttana. Abbiamo cercato di far pressione su di lui dall'inizio, ma l'italiano non era un tipo che si lasciava intimidire... Agnolin mi piaceva..."
La vena anarchica di Maradona si rivela anche nella sua noncuranza - anzi, nel suo disgusto - per la legge. Nelle occasioni in cui attira l'attenzione della polizia non è quasi neppure in grado di spiegare il perché. "Sono stato arrestato, arrestato!" dice, e descrive brevemente la "farsa" che ne deriva; nel frattempo, come un educato colpo di tosse, una nota a piè di pagina si inserisce per informare sull'accusa (possesso di cocaina).
Più tardi, di ritorno in Argentina, dopo essere stato incessantemente messo alla porta, "ho reagito ... ho reagito come avrebbe fatto chiunque. È stato l'episodio con il fucile ad aria compressa, sehh, quello". Ed ecco un'altra nota a piè di pagina che, evasiva, spiega che "l'affare" si riferisce all'episodio in cui aveva sparato con un fucile ad aria compressa contro un gruppo di giornalisti, senza precisare che ne aveva colpito 4 e d'aver avuto una condanna, poi sospesa.
Poi ci sono frequenti accenni a quel che si potrebbe definire eccezionalismo - o megalomania di basso livello. Parla correntemente di se stesso nella terza persona, non solo come Maradona ("lo abbiamo reso più forte di Maradona", "Questa è la cosa più importante che Maradona possa ricevere" e, più divertente ancora, "La droga è una cosa troppo grande perché Maradona si possa fermare"), ma anche come El Diego: "perché io sono El Diego. Anch'io chiamo me stesso così: El Diego"; "vediamo se possiamo stabilire questo punto una volta per tutte: io sono El Diego"; "Sono lo stesso di sempre. Sono io, Maradona. Io sono El Diego". Dopo un po' queste frasi non suonano più come autocelebrazione, ma come autoipnosi.
Passarella era "un buon capitano, sì", concede, ma "il grande capitano, il vero capitano, ero e sempre sarò io". Questo tipo di parole trovano un'eco più tardi, nel '96, quando lancia una campagna nazionale "Sole senza droghe", affermando che "io sono stato, sono e sarò sempre un tossicodipendente".
Il mantra del programma di disintossicazione, in genere un finto vanto di un'astinenza duramente conquistata, sembra in questo caso più una dichiarazione di verità irriducibile. Maradona ha consumato droga per vent'anni: da qui la sospensione di 15 mesi (in Italia), l'espulsione dalla Coppa del Mondo del '94 ("Mi avevano dato [sic] dell'efedrina, e l'efedrina è legale, o dovrebbe esserlo"), e lo scandalo che conclude la sua carriera nel suo ritorno da canto del cigno al Boca Juniors nel '97.
L'abitudine, dopo tutto, non può essere definita svago. Sembra che solo una dissolutezza che minacci veramente la sua vita possa ricreare le intensità - le altezze del batticuore, le profondità abissali - della sua scomparsa vanità .
Si tratta d'un libro lirico emozionale e anche eccezionalmente vivido. L'esotismo della parlata di Maradona è bilanciato dai cliché zeppi di imprecazioni del calcio, che sono, a quanto pare, universali ("la folla è impazzita", "quella sega", nonché il gentile e non plausibile "piantala, Diego" del manager Carlos Biliardo).
Ma ci sono anche degli accenni di un più intenso livello di percezione. La tensione nello spogliatoio prima della partita: "Percepii un silenzio, troppo profondo, troppo freddo. Guardai le facce e le vidi pallide, come se fossero già stanche". Un brutto incidente: "Mi lanciai di slancio dietro a un palla persa e sentii l'inconfondibile rumore del muscolo che si strappa, come una cerniera lampo che s'apre nella mia gamba".
Quanto a emozione, Maradona si piange addosso a dirotto una pagina sì, una no. E poi ci sono i poemi dedicati alla moglie e alla sua famiglia, che sono i più toccanti, perché sappiamo che ora è divorziato e che s'è allontanato dai suoi due fratelli, e anche perché sappiamo che i legami amorosi non sono riusciti a trattenerlo nella loro orbita.
Sono molti gli sportivi che si vantano d'esser campioni del popolo, tuttavia, il populismo di Maradona porta il segno del suo percorso - l'ambiente proletario di Buenos Aires, Napoli e ora L'Avana (l'unica squadra francese con la quale ha flirtato è, guarda caso, il Marsiglia).
A Buenos Aires, a chiedere in giro, le risposte su Diego sono sempre un tanto meditate, sempre di simpatia; gli abitanti di L'Avana, invece, che non hanno mai conosciuto un Maradona non in disgrazia, sembrano adorarlo incondizionatamente. Cuba è perfetta per lui, può essere l'uomo del popolo e quello del presidente, intimo com'è di quell'altro scapestrato di Fidel Castro.
Jorge Valdano disse una cosa buona su di lui, e in alto stile latinoamericano: "Povero vecchio Diego. Abbiamo continuato a dirgli per tanti anni "Sei un Dio", "Sei una stella"... che ci siamo scordati di dirgli la cosa più importante: "Sei un uomo". Ma non ci siamo ancora.
In Italia la gente gli diceva spesso "Ti amo più dei miei figli"". Non è un dire blasfemo come suona. Con le sue arrabbiature, il suo autolesionismo e la sua mai scomparsa dolcezza, Maradona resta "El Pibe de oro", il bambino di Dio, è ancora Dieguito.
sabato, 02 ottobre 2004
Se riesci a stare più di due minuti in compagnia di un cretino, sei un cretino anche tu.
Mino Maccari
sabato, 02 ottobre 2004
Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.
Leo Longanesi
sabato, 02 ottobre 2004
Nessuno è così stupido da far finta ogni tanto di esserlo.
Stanislaw Jerzy Lec
sabato, 02 ottobre 2004
Il saggio stima tutti, perché riconosce ciò che di buono esiste in ciascuno, e sa quanto costa far bene le cose. Lo sciocco disprezza tutti, perché ignora che cosa sia il bene e sceglie sempre il peggio.
Baltasar Gracià n
sabato, 02 ottobre 2004
Se i cretini sapessero di esserlo, non sarebbero cretini.
Arthur Bloch
venerdì, 01 ottobre 2004
E sì, stramba 'sta giornatina. Soprattutto nel pomeriggio che mi ha dato molto da pensare e da decidere. E mi darà ancora da pensare e da decidere nei prossimi giorni.
Il propoli che ingurgito di mattina e di sera ha calmato l'allergia, ma non vorrei che mi gonfiasse. Sennò addio benefici della palestra. In queste cose, viene fuori il mio lato maniacale.
Un colloquio importante mi ha messo di fronte a delle scelte. Che farò, che ho fatto. Non posso dire di più. Non posso dirlo innanzitutto a me stesso. Ho bisogno di dormirci sopra. Ma un cambiamento, dopo cinque anni (cinque anni, mio dio) mi ci vuole proprio. Non vorrei che però fosse una martellata sui coglioni. Andrà come andrà . So menare brutti fendenti, quando serve. Kill Bill, uno, due e tre.
venerdì, 01 ottobre 2004
Ho celebrato l'inizio di ottobre con "October" degli U2.
Vi sarà facile indovinare con che cosa celebrerò l'inizio di novembre.
venerdì, 01 ottobre 2004
Perché voglio essere buono, per un'ultima volta. Vi concedo un ultimo quiz-incipit. Se non sapete neanche questo basta.
"La prima cosa che vorrete sapere, probabilmente, sarà dove sono nato, che razza di pidocchiosa infanzia ho avuto, che cosa facevano i miei genitori, e altre simili idiozie alla David Copperfield. Ma io tutto questo, se devo dire la verità , non ho nessuna voglia di raccontarvelo".
venerdì, 01 ottobre 2004
Non disturbate il cretino che lavora!
Leo Longanesi
venerdì, 01 ottobre 2004
Le stupidaggini di una data epoca per la scienza delle epoche successive sono importanti quanto le sue saggezze.
Stanislaw Jerzy Lec
venerdì, 01 ottobre 2004
Se vi fossero meno gonzi, vi sarebbero meno individui cosiddetti furbi o pratici.
Jean de La Bruyère
venerdì, 01 ottobre 2004
Non è sciocco chi ostenta di essere tale, ma colui che davvero lo è.
Baltasar Gracià n
venerdì, 01 ottobre 2004
Un idiota in un posto importante è come un uomo in cima alla montagna: tutto gli sembra piccolo e lui sembra piccolo a tutti.
Arthur Bloch